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presente nei bar o negli oratori , oltre che nelle case private ( mi ricordo che ne avevo uno anch'io ) e di cui conservo fra i miei tanti gingli della mia libreria una pallina
fonte blog della nuova sardegna
Un dribbling da marciapiede
Su richiesta di un amico lettore del blog, ripubblico un pezzo che scrissi sulle pagine della Nuova Sardegna un paio d’anni fa.
La carambola sul muro? Consentita, previo accordo tra le parti. Il pallone? Il proprietario ha il privilegio della prima scelta quando si fanno le squadre e può decretare la fine della contesa quando la mamma lo reclama a casa per cena. La traversa? In caso di assenza dei pali, vale l’altezza raggiunta dal portiere a braccia alzate, misurata a occhio volta per volta, dopo lunghe e accese discussioni.
Non è un nuovo sport: sono alcune delle regole dimenticate, appartenenti al codice non scritto di un calcio che non c’è più. Rudimentali “gentlemen’s agreement” tra giovincelli pronti a darsi battaglia per l’onore del quartiere, del rione, del palazzo.

Negli anni Duemila gli adolescenti giocano poco a pallone; se lo fanno vengono inquadrati presto nelle scuole calcio. Nessuno spazio per la fantasia, nessuno spiraglio per un tentativo di dribbling: un solerte allenatore esperto di tattica fermerebbe il gioco per sgridarti e spiegarti che in quella zona di campo si può solo verticalizzare e che questa cosa inutile di provare a saltare l’uomo è anacronistica e proprio non va bene. Lasciala fare a Messi, “lui sì che c’è buono”.
E così i piccoli Messi allevati in provetta crescono a pane e “due tocchi”, a crostatine e diagonali. Ma quando arriveranno a 15 anni si renderanno conto di due cose: la prima, già difficile da accettare, è che di Messi ce n’è uno solo. L’altra, ancora più traumatica, è che nessuno di loro avrà mai avuto la possibilità di provare a imitarlo davvero, quel tale Messi.Perché non avranno mai provato in



Ricordo ancora con nostalgia quelle lunghe estati di una trentina d'anni fa: i balconi circondati da piante di gerani, le feste del Santo patrono e della Madonna, le bancarelle del torrone, lo zucchero filante, le noccioline appena tostate, i lupini e i pistacchi salati. Poi c'era tutta quella gente che - vestita in modo sgargiante - veniva dai paesi limitrofi per sentire la "musica". Noi adolescenti seguivamo quelli più grandicelli che facevano la corte alle ragazze, oppure spiavamo i musicisti mentre incominciavano a provare gli strumenti in vista dell'esibizione serale. Poi si andava alle giostre, all'autoscontro. Direte voi: "Sono cose che si possono vivere ancora adesso". Certo. Ma non è più la stessa cosa! Oggi, ho l'impressione, sono cambiate molte cose. A cominciare dalla gente. Le persone che arrivano dai paesi limitrofi hanno perso quell'interesse genuino per la festa. Non c'è più stupore nei loro volti. Sono omologati, uguali agli altri. Adesso prevale il consumismo, l'apparenza. Allora si respirava un'altra aria. Per esempio. L'ora dolce del primo meriggio, dove era sacro riposarsi per un'ora ed anche più, veniva vissuta appieno, senza limitazioni. Quando ci si svegliava non ci si recava mica al lavoro... per carità. Non si pensava ad impiegare il tempo in modo "utile". Quelle ore si "perdevano"- economicamente parlando- nell''inutile armegiare in casa o, più pigramente, fra cuscino e materasso, cercando la posizione giusta per assopirsi e sprofondare nel sonno per poi risvegliarsi sudati con un arsura in più da soddisfare