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20/04/17

In nome del popolo Italiano vi ricorda qualcosa oltre le frasse espressa dai giudici che leggono le sentenze ed il film omonimo del 1971?

N.B
L  so che  dovrei usare  parole mie  , ma spesso  ( più di quanto   s'immagini )   capita  che  qualche  compagno\a  di strada  \  di viaggio,ma   anche no  ,  arrivi  prima di  te   e  lo esprimo meglio 


concordo con quando  scroiv e sulla  sua bachec a di facebook  Giampaolo Cassitta quando dice : << C'è gente che in nome dell’antica purezza e dell’orgoglio nazionale chiede di boicottare i negozi stranieri e scrive dei manifesti davvero imbarazzanti. In quei manifesti c’è tutta l’ignoranza, la protervia, la piccolezza, il razzismo insito e mai del tutto sopito di chi, davvero, pensa agli uomini in termini di “razza” e prova a utilizzare anche la parola popolo: “Aiuta il tuo popolo”. C’è da chiedersi dove queste Risultati immagini per leggi razziali italianapersone abbiano vissuto in questi ultimi anni. Se per caso siano stati ibernati e non abbiano capito che il “popolo” è divenuto in un mondo totalmente globalizzato un’accezione completamente diversa da quelle che essi immaginano.>> riferendosi alla notizia del nuovo squadrismo avvenuto a Roma qualche tempo fa

Infatti   egli    è ancora  più  incisivo e  più  chiaro   in questo articolo    ripreso   oltre  che    sulla  nuova  sardegna del  20\4\2017   sul  suo   sito  http://www.giampaolocassitta.it/


                                      
In nome del popolo italiano ? 




Provate questo gioco: controllate dove è stato prodotto il vostro smartphone, le vostre scarpe alla moda, le calze, le camicie, probabilmente anche le cravatte, i jeans, alcuni abiti firmatissimi, le macchine fotografiche, televisori, forni a microonde, magliette, palloni, zaini. Provateci e vi renderete conto che il made in Italy rappresenta una cifra davvero minimale. Ma vi renderete conto che anche il made in Eu, ovvero il prodotto europeo, rappresenta una piccola quota.
Tutto è fortemente delocalizzato nei paesi dell’Est e, soprattutto, nell’area cinese e asiatica. Importiamo anche molte cose dal Brasile e dal Messico firmate da stilisti italiani. E siamo felici, orgogliosi che la nostra moda, i nostri brand siano apprezzati all’estero, ma non ci rendiamo conto che sono addirittura manufatti fuori dal mercato europeo. Non è una novità. E’ il mercato, bellezza.
Cose note e discusse da persone molto più informate e preparate di me. Infatti voglio parlare di un altro aspetto che però mi obbligava a questa premessa: c’è gente che in nome dell’antica purezza e dell’orgoglio nazionale chiede di boicottare i negozi stranieri e scrive dei manifesti davvero imbarazzanti.
In quei manifesti c’è tutta l’ignoranza, la protervia, la piccolezza, il razzismo insito e mai del tutto sopito di chi, davvero, pensa agli uomini in termini di “razza” e prova a utilizzare anche la parola popolo: “Aiuta il tuo popolo”. C’è da chiedersi dove queste persone abbiano vissuto in questi ultimi anni. Se per caso siano stati ibernati e non abbiano capito che il “popolo” è divenuto in un mondo totalmente globalizzato un’accezione completamente diversa da quelle che essi immaginano. Ma il cartello dice altro: “Boicotta i negozi stranieri. Sostieni le attività commerciali italiane del tuo quartiere.
E qui ho sorriso.
Il gruppo di “Azione frontale” –  pare una sigla di ultradestra nata dalle costole di “Forza Nuova”-  ha sistemato questi cartelli in un quartiere popolare  e multietnico di Roma, variegato e ben disposto alle miscelazioni delle culture. Scrivere “il tuo popolo” in un luogo dove la popolazione è equamente divisa e stratificata in nazionalità diverse è davvero esilarante, ma pretendere di boicottare i negozi stranieri e sostenere solo le attività commerciali gestite da italiani è comunque azzardato per una serie di motivi: perché dovremmo farlo? Chi mi garantisce, per esempio,  che l’italiano paga le tasse e non mi truffi? Chi può sostenere che la qualità di ciò che vende l’italiano è migliore di quella venduta in un altro negozio?
Il bellissimo film di Ettore Scola “Concorrenza sleale” racconta  la storia di due commercianti romani ai tempi del fascismo. Uno di essi era ebreo. La lotta era quotidiana è basata sulla qualità della merce. Quando il fascismo promulga le leggi razziali e l’ebreo è costretto a chiudere il negozio, il suo collega romano si ribella perché ritiene che proprio quella legge  sia concorrenza sleale.
Già, la sana concorrenza che oggi è legata solo al prezzo più basso e non importa dove e come è prodotta. Comprare “italiano” aiuta senz’altro l’economia del nostro paese che è però incardinato in un contesto europeo o mondiale.
Il problema di questi strani incantatori di serpenti vacilla davanti alla coerenza che non riescono, neppure per un attimo a mantenere.
Chi ha scritto il manifesto probabilmente ha una moto giapponese, stivali americani, sciarpe irlandesi e fuma sigarette di multinazionali statunitensi.
Una volta ricordo una discussione con un conoscente che si dichiarava indipendentista sardo convinto: mangiava hamburger e vestiva come uno sceriffo. Almeno il maialetto, per un minimo di coerenza, lo poteva prevedere nel suo strano menu.

12/01/17

DOPO LE FESTE NATALIZIE ii PUNTATA LA MALINCONIA COME COMBATTERLA O TENERLA A FRENO

eccoci  alla  fine  ( se poi  avete   altri argomenti fatemelo sapere  l'email del blog  , i commentin e le  pagine dei social  le  conoscete  )  di questa mini  guida post  natalizia  .
Il post  è deliberatamente  tratto ( i  corsivi  sono   miei  )    da :  
2) http://www.donnaclick.it/festivita/48375/malinconia-post-festivita-come-combatterla/


Come  l'articolista  anche   a  me   fin da  bambino  succedeva   cosi   : <<   Da bambina era così: una stretta allo stomaco unita ad una sottile nostalgia si presentavano di tanto in tanto dopo Capodanno. Man mano che i giorni passavano, la stretta si faceva più persistente e ansiogena, finché l’arrivo della Befana decretava la fine dell’idillio. Natale era finito. Tutto doveva ricominciare da dove era stato lasciato.Le vacanze di Natale erano una pausa festosa ed emozionante al quotidiano faticoso e fitto di impegni e responsabilità.>> Però  per me  invece no   ,  soprattutto   dopo i  30  <<  Poi sono diventata grande e la nostalgia è sparita. Natale non era più una pausa al quotidiano, ma un’occasione di introito: a Natale tutti lavorano di più, perfino i disoccupati o i precari rischiano di raggranellare qualche soldo adattandosi al bisogno del momento, così Natale si è trasformato nell'attesa occasione di uscire dalla grigia e magra routine.>>  Vero   dovrei o vederlo come  lo vede  l'autrice  o  portare l'atmosfera    natalizia  dentro lòa  vita  di tutti i  giorni  non solo a natale  . 
I bambini hanno il potere di cambiare le cose, di portarci vicini all'emozione di un tempo.
Eppure quella nostalgia non mi aveva più lambito, fino a quest’anno.
Magici bambini, oppure accade talvolta di capitare nel periodo di Natale proprio quando gli astri si allineano nel modo migliore.
Natale è il 25 dicembre, per tradizione. Per tradizione ci si scambia i regali, si mangia come non mai, si tira fuori il servizio buono e si sta in famiglia. Per chi ci crede, si festeggia la nascita di Gesù.

Dietro una tradizione fatta di gesti e consuetudini, c’è un messaggio, per chi lo vuole cogliere: Natale è l’occasione per dimostrare al prossimo quanto conta per noi, regalarci momenti fuori dall'ordinario, dedicarci tempo ed energie da spendere così come ci rende felici e rallegra chi è intorno a noi.
Certo, potremmo farlo anche il 10 di luglio, pure il 12 di novembre e il 3 di marzo, ma pensare che si possa generare una tale atmosfera tutti i giorni dell’anno è irrealistico ed  utopistico se non ha   una bella dose  di coraggio  e  di resistenza  \  fisico bestiale
Così presi nell'andirivieni   tran tran  del quotidiano e a fare i conti con gli esattori d’ogni specie, trovo che sia già una vera fortuna essere capaci di calarsi profondamente nello spirito natalizio almeno un giorno su 365 (o 366…). [---]
Infine resta la nostalgia: quel sentimento struggente che farà del prossimo Natale potenzialmente un altro meraviglioso Natale.

Infatti ogni  volta  che  smontiamo e  decorazioni  natalizie  dia  a casa   che in negozio ( quelle  in negozio    causa  influenza  non ho  fatto in tempo  a    fotografarle   , mi rifarò l'anno prossimo  ) 


L'immagine può contenere: albero di Natale, pianta, notte e spazio al chiuso
durante le feste

Dopo le  feste 


Mi  viene  una  malinconia  . Infatti   le  a feste di Natale lasciano un vuoto a molti, poiché tornare alla routine significa spesso allontanarsi di nuovo da casa e famiglia ma  anche   ritornare al tram tram quotidiano   Vediamo come combattere la malinconia post festività e tornare a pensare positivo.

Il periodo natalizio è spesso ricco di gioia e soddisfazione  (  sia  fittizia  che  spontanea  )   soprattutto per chi vive lontano dalla propria famiglia di origine e proprio in quel momento dell’anno può finalmente riabbracciare i parenti e gli amici di sempre. Tornare alla vita di tutti giorni, allo stress del lavoro e al tran tran quotidiano è spesso causa di tristezza e malinconia per molti. È di certo ( ovviamente  dipende  da  casoi a casi  )  un sentimento passeggero e momentaneo, destinato a scomparire nel giro di qualche settimana, ma per non risentire più del dovuto della fine delle festività natalizie possiamo adottare qualche stratagemma e ritrovarci subito felici di iniziare un nuovo anno.
Malinconia post Natale: suggerimenti per stare meglio

Rilassarsi

Impara a trovare del tempo da dedicare a te stessa e ai tuoi cari; tempo vero, però, non i ritagli stiracchiati tra mille altri impegni. Dedicati alla meditazione, alle passeggiate, concediti un bel bagno caldo, lungo e riposante, insomma allontana lo stress negativo, l’ansia e il panico e libera la mente.

Fare sport

Quando ci si sente tristi, l’ultima cosa che vogliamo fare è allenarci! In realtà, l’attività sportiva è un vero toccasana poiché il cervello rilascia endorfine, ormoni “buoni” che ci rendono subito più allegre e  aiutano  a  non pensare  troppo  .

Raggiungere dei piccoli obiettivi giornalieri

Senza aspettarsi la luna e chiedere a se stessi l’impossibile, cercate di stabilire un traguardo giornaliero che vi renda soddisfatti e occupi il vostro tempo in maniera costruttiva. Finire ( o iniziare a  farlo  )  di leggere un libro che prende polvere sul comodino da mesi, iniziare attività manuali che ci lascino qualcosa di concreto, come i lavori a maglia o la pittura, imparare a cucinare piatti nuovi, scrivere brevi racconti per liberare la fantasia e terminarli in poche ore, tutte queste attività sono semplici da portare a termine, non richiedono molto sforzo fisico, occupano la mente e ci fanno sentire soddisfatti a prescindere dal risultato.

Fare progetti

Non dire “quest’anno vorrei” ma “quest’anno voglio”. Quel viaggio che sogni da sempre, quel museo che vuoi visitare, quell’amica che vuoi andare a trovare, sono tutte cose alla tua portata. Pianifica, stabilisci una data, prenota albergo e biglietti e organizzati: avrai la mente occupata da un’idea piacevole. Non pensare più “chissà cosa può accadere da qui a quel giorno”, non soffermarti sulle sensazioni negative: è solo paura di osare!

Fare cose che facciano ridere

“Ridere non è importante, è solo fondamentale”, dice un detto. Fai quello che ti strappa fragorose risate: vai a vedere al cinema o a teatro il tuo comico preferito, telefona all’amica simpaticissima che ti racconta in modo ironico le sue avventure e disavventure, passa il tempo con i bambini e ascoltali mentre raccontano le loro storie piene di invenzioni. Non farlo ogni tanto, cerca di ridere ogni giorno!

Fare volontariato

Non è solo questione di toccare con mano la sofferenza altrui, ma dedicare tempo ed energie a chi non ha nessuno e, spesso, niente. Condividere il proprio tempo con chi soffre ci permetterà di vivere serenamente esperienze di certo meno dolorose come la fine delle festività e il ritorno alla routine. Non penserete più a voi stesse ma avrete in mente solo il bene altrui, ne uscirete rafforzate, più equilibrate e senz’altro più felici.

Articolo scritto da: Elisa



22/12/16

Torniamo all’antico e sarà un progresso ?



Un ritorno  alla semplicità  del passato  non sarebbe  male  e  ci farebbe bene  e  ci  salverebbe dall'estinzione prossima ventura  . ..
E  ma   questo  è  un sogno direste voi  ,  certo lo  è , ma  non è  colpa mia  se  a  volte m lascio  influenzare  da  articoli  come  quello che leggete  sotto  e  da   fumetti e film  "  futuristici  e  fantascientifici (  alcuni   troppo reali  rispetto a classica  )  e suggestionare   per  evadere  almeno momentaneamente   dalla realtà  .  Le mie  influenze  d'oggi  sono  in particolare  le  prime  quattro  ( almeno  fin  ora  )  di orfani  della Sergio Bonelli in particolare l'ultima  della Juric anche  se non  in maniera  cosi  dura   dittatoriale   ed alcune opere  letterarie  (  studiate  alle  scuole medie   durante un unità  di didattica  -- all'epoca  si chiamavano fantascienza  )  e ai  al  film  e  cartoni animati  di cui ora  non ricordo  i  titoli   ma  di cui   ho parlato  nel mare    di questo blog lungo quasi  13  anni  .





Nel luglio del 1511 Francisco Serrano, capitano di una delle tante flotte portoghesi che stanno saccheggiando i mari d’oriente, amico fraterno di Fernando Magalhanes, alias Magellano, il grande navigatore che qualche anno dopo proverà a fare il giro del globo via mare per dimostrare in modo concreto che la terra non è piatta ma è una sfera, come avevano ipotizzato i greci già nel III secolo a.C., ma che in quel momento è solo un modesto sobresaliente, cioè un soldato semplice, approda per primo alle mitiche ‘isole delle spezie’, oggi isole della Sonda, ancora vergini e non intaccate dalle conquiste europee e maomettane.In alcune lettere all’amico Magellano, Serrano descrive l’accoglienza festosa degli isolani e la loro vita semplice: “La popolazione vive nuda e pacifica allo stato naturale, non conosce il denaro né mira a particolari guadagni”. Serrano, conquistato e non più conquistatore, decide di accettare “la vita primitiva, deliziosamente pigra, di quei cordialissimi indigeni”. Sposerà una ragazza nera del luogo e vivrà nelle Islas de la Especerìa fino alla morte.Naturalmente le conquiste europee spazzeranno via quella vita idilliaca oltre che quella cordialità e generosità verso il diverso, verso ‘l’altro da sé’. Lo stesso schema si ripeterà, più o meno negli stessi termini, con le tribù dell’Africa nera e con la cultura azteca un po’ più strutturata. Montezuma nel 1519 accoglierà Hernàn Cortés con tutti gli onori e con la stessa generosità con cui gli indigeni delle Isole delle Spezie avevano accolto Serrano. Non poteva immaginare lui che più che un Re guerriero era in realtà un uomo profondamente spirituale, le insidie che si portava in casa. Gli spagnoli faranno piazza pulita della cultura azteca. Dirà un soldato spagnolo: “Per me non è un problema uccidere. Uccidere è il mio mestiere”. Questa era la mentalità.Non si tratta di ripescare il mito del “buon selvaggio” di Rousseau. Il “buon selvaggio” non è mai esistito come, al contrario, è sempre esistita la guerra anche se nel corso dei secoli ha dilatato enormemente le sue dimensioni e le sue capacità distruttive come ci dicono anche gli eventi che sono sotto i nostri occhi. Ciò che qui ci interessa sono le modalità della vita che Serrano trovò nelle Isole delle Spezie e altri europei nelle tribù africane o nel mondo precolombiano. Quella semplicità, quell’ingenuità, quella sostanziale purezza, quella generosità, quella cordialità nei confronti dello sconosciuto e dell’‘altro da sé’, quella mancanza dello spirito del profitto e soprattutto, direi, quella “deliziosa pigrizia” sono completamente scomparse dal mondo moderno e post moderno.E’ il passaggio da una società statica a una dinamica, qual è, in modo compulsivo, la nostra. Cosa ci ha portato di vantaggioso, in termini di qualità della vita, in termini esistenziali, quello che noi oggi orgogliosamente chiamiamo Progresso? Stress, angoscia, nevrosi, depressione, quel muoversi di continuo, scompostamente, ossessivamente, in nome dell’Economia e della Tecnologia, per raggiungere non si sa bene quali obbiettivi. Altro che la “deliziosa pigrizia” che Serrano trovò nelle tribali e incontaminate Isole delle Spezie. “Indietro non si torna!” gridano con gli occhi iniettati di sangue illuminista i pensatori, o presunti tali, della post modernità. Bravi. Ma proprio questo è il problema.Noi non torneremo più alla leggerezza di vita degli indigeni delle Isole delle Spezie. Ma il presente che viviamo e soprattutto il futuro che ci aspetta assumono contorni sempre più terrificanti. Finché un giorno, forse non tanto lontano, questo modello che io ho definito ‘paranoico’ collasserà su se stesso. Non potremo ritrovare la serenità delle Isole delle Spezie ma perlomeno, io spero, una vita degna di essere vissuta. La nostra non lo è”. Massimo Fini

30/06/16

amore politica , amore e facebook , amore nel mare

Amore  e politica   la prima storia     sembra     ispirata  a  due  film  Bread and Roses  ( pane  e rose  )  e  il  secondo   terra  e libertà   e   la  canzone di Carla  di   Ken Loach


leggi anche:Il cuore di Cavriago batte ancora per Lenin



Da Roma a Cavriago per sposarsi nel paese del busto di Lenin

È la canzone degli Offlaga il Cupido per Debora e Marcello. Oggi la cerimonia in municipio. Max Collini è il testimone


CAVRIAGO. Da Roma a Cavriago per dirsi “sì” nella piccola Pietroburgo. A qualcuno forse sembrerà strano ma una giovane coppia – Debora Celommi, 33 anni cameriera, e Marcello Montonese, 38 anni informatico - ha scelto proprio il paese del busto di Lenin per sposarsi oggi. Dunque il legame storico tra Cavriago e il mito del leader sovietico continua a farsi sentire. Anche tra i giovani. Anche tra chi viene da fuori provincia.
leninLA PREMESSA. La notizia non stupisce del tutto. Da tempo, sono diversi i turisti che arrivano qui ancora oggi per via del busto. E ci sono addirittura dei negozianti che hanno realizzato dei gadget ad hoc: cartoline, calamite e tazze con il volto del sovietico. Arrivano anche dei pullman e fino a qualche anno fa il busto aveva pure un custode. Poi nel corso degli anni non sono mancati degli scherzi più o meno “pesanti” in occasione delle elezioni, screzi di partito per il 1° aprile. Il busto è stato travestito da supereroe di sinistra o, con tanto di vignetta, ha “parlato” a Berlusconi. E, col tempo, per preservare l’originale da eventuali atti vandalici, in piazza Lenin si è scelto di mettere una copia. Quello “vero” è dentro l’ex biblioteca in attesa di una nuova sistemazione.


Nella piazza intitolata al leader bolscevico e che ospita il suo busto la commemorazione della storica Rivoluzione d’Ottobre

LA STORIA D’AMORE. Ma a far innamorare Debora e Marcello di Cavriago è stata la band reggiana degli “Offlaga Disco Pax” che ha dedicato a Cavriago una delle sue canzoni più celebri, “Piccola Pietroburgo”. È attraverso il testo, cantato da Max Collini, che i due hanno scoperto i trascorsi del paese della Val d’Enza e ne sono rimasti affascinati. La canzone parte infatti così: «Nel paese dove è nata Orietta Berti c’è piazza Lenin ed in mezzo un busto di Lenin. Se uno ci pensa non ci può credere…». Non è tutto: a incuriosirli è stata anche una foto postata su Facebook da Jukka Reverberi, cantante dei Giardini di Mirò , cavriaghese citato nel brano “Piccola Pietroburgo” e ora in tour con Max Collini. Nella foto si vede sua figlia ritratta davanti al busto di Lenin. Le due cose hanno spinto la coppia a chiedere al Comune di Roma il nulla osta per sposarsi oggi alle 12.30 nella sala del consiglio comunale di Cavriago.
«Abbiamo scelto Cavriago per la sua bellissima storia, che sembra una favola rossa: l’impegno e l’amore per la rivoluzione degli antichi lavoratori di Cavriago saranno di ispirazione all’amore e all’impegno che metteremo nel costruire la nostra famiglia – spiegano i futuri sposi – E poi, come recita la canzone Khmer rossa degli Offlaga “volevo fosse per lui stupendo e irrinunciabile come un 25 aprile”».
TESTIMONE D’ECCEZIONE. Non è tutto. Il testimone di nozze sarà lo stesso cantante Max Collini e a celebrare il rito civile sarà la consigliera comunale Liusca Boni. «Siccome i ragazzi ascoltano le canzoni degli Offlaga Disco Pax e nel brano “Onomastica” si parla di me, mi hanno chiesto di sposarli e ho accettato volentieri - racconta la consigliera - Voglio però fare un appello ai cavriaghesi: che ne dite di fare una sorpresa a questi due ragazzi? Passate dal Comune per lanciare un pugno di riso e fare un augurio ai due novelli sposi».
Inutile dire che, dopo le nozze, Debora e Marcello faranno la tanto desiderata foto davanti al busto di Lenin.

 la  seconda storiea   mette  in evidenza     come

28/03/16

Macchina del tempo. Una vincita al Totocalcio nel 1955 e la foto ricordo in piazza a Fucecchio. Le due sorelle Rosita e Fiorella tornano in sella alla vespa


sottofondo musicale
quest'anno si celebrano  i  70  anni della  vespa  e  di cui   ci saranno mostre  e  e concerti  per  celebrare  quello    che  ha cambiato  (  vedere  primo documentario sotto  )     diventando un mito la storia      del nostro paese 

da  http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca  del 27\3\2016


gregory peck e audrey hepburn su una vespa in vacanze romane
               Gregory Peck e Audrey Hepburn su una Vespa in "Vacanze Romane"


La Vespa, lo scooter più famoso e venduto al mondo con 18 milioni prodotti ad oggi, festeggia 70 anni. Il compleanno si celebra il 23 aprile: quel giorno, nel 1946, fu depositato a Firenze il brevetto per una "motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica".

Una Vespa 98, il primo modello prodotto
Una Vespa 98, il primo modello prodotto 
 
La Piaggio celebra il suo scooter mito proponendone una versione celebrativa, in uscita a metà anno, caratterizzata da cromie speciali. E sempre per il 70/mo il gruppo si prepara a inaugurare in aprile il nuovo stabilimento automatizzato di verniciatura a Pontedera (Pisa), storica sede della Piaggio e storica fabbrica delle Vespe. Anche la festa si farà in casa a Pontedera: il 22 aprile anteprima con l'inaugurazione al museo Piaggio della mostra 'In viaggio con Vespa. Un'avventura lunga 70 anni', dal 23 al 25 aprile raduno degli appassionati, con vespisti in arrivo dall'Italia e dall'Europa, il 24 concerto di Enrico Ruggeri

La Vespa Primavera
La Vespa Primavera 
 
La Vespa contribuì a rimettere in moto l'Italia uscita dalla guerra ma che poi, fabbricata dall'India al Brasile, diventò simbolo di libertà e fenomeno di costume, leggenda vivente dell'ingegno e del design italico, copiata in mille modi ed esposta al Moma di New York. E campionessa di vendite, con oltre 18 milioni di di esemplari venduti dappertutto.
Era lo scooter destinato a diventare il più famoso al mondo, nato dall'intuito di Enrico Piaggio, che voleva riconvertire l'azienda di aeroplani di famiglia, e dal genio di Corradino D'Ascanio, ingegnere aeronautico che non amava la motocicletta: insieme al disegnatore Mario D'Este, ne progettò una, l'Mp6, che ne avesse le prestazioni ma con la "popolarità della bici e l'eleganza e la comodità dell'automobile". Eliminò la catena - sporcava -, optò per una scocca portante a presa diretta, mise il cambio sul manubrio per una guida più agevole, creò una sospensione a pantografo mutuata dai carrelli degli aerei per facilitare il cambio gomma. A battezzarla ci pensò Piaggio: la forma ampia ma dal vitino stretto gli sembrò una vespa.

La Vespa Gts 300
La Vespa Gts 300 
 
Il primo modello uscito dallo stabilimento di Pontedera, che non ha mai smesso di fabbricarla, fu la Vespa 98cc. Duemila esemplari la prima produzione del '46, più che quadruplicati l'anno dopo quando esce la 125, non una motocicletta - recita la pubblicità - ma piuttosto una piccola vettura a due ruote, un milione a 10 anni dal debutto. I vespisti 'dilagano', anche fuori confine: nel 1950 parte la produzione in Germania, nel 1953 sono diecimila le stazioni di servizio nel mondo e i Vespa club, ideati dallo stesso Piaggio, contano 50.000 iscritti (oggi sono 60.000), mentre nel 1951 alla Giornata italiana della Vespa sono in 20.000. 'Per il vostro lavoro, per il vostro svago Vespizzatevi' è lo slogan-imperativo in quegli anni della casa di Pontedera che anche nelle campagne pubblicitarie fa storia, segnando i cambi d'epoca. Tra tutte la più famosa, e surreale, 'Chi Vespa mangia le mele (chi non Vespa no)', inventata nel 1969 da Gilberto Filippetti: divide il mondo e 'schiera' lo scooter con i giovani. Tra i testimonial invece i migliori rimangono Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vacanze romane, anche se son decine le pellicole che l'hanno immortalata.

Un" Vespino", il mitico 50 Special
Un" Vespino", il mitico 50 Special 
 
La Vespa insomma fa boom, anche in modelli, versioni e varianti: più di 150 in 7 decenni. La più ricercata dai collezionisti è la 125 U (che sta per utilitaria): lanciata nel 1953 per far concorrenza alla Lambretta Innocenti, estetica spartana ma costo ridotto, è prodotta in soli 7.000 esemplari.
Le più longeve la mitica 125 Primavera (varo 1968) e la successiva Px (1977), il vespone che vanta il primato di singolo modello più venduto: 3 milioni. C'è il vespino 50, ultima creatura di D'Ascanio per fare a meno della targa quando diventa obbligatoria per le cilindrate superiori: 3,5 milioni commercializzati in più versioni dal 1963, tra cui l'ET4 del 2000, che promette 500 km con un pieno. L'ET4 125 nasce invece nel cinquantenario: è la prima spinta da un motore a 4 tempi e ridà anche fiato all'azienda - due ruote targato più venduto in Europa nel '97 e '98 - che sta attraversando anni difficili dopo quelli d'oro, e chiude il secolo passando addirittura al fondo tedesco Morgan Greenfell. Con Roberto Colaninno nel 2003 Piaggio torna italiana e poi in utile.

Un prototipo della Vespa Mp6
Un prototipo della Vespa Mp6 
 
E la Vespa torna a viaggiare: in un decennio trip! lica le vendite (complessivamente quasi un mln e mezzo, 166.000 l'anno scorso) e le fabbriche. Allo stabilimento di Pontedera si affiancano prima quello vietnamita di Vinh Phuc, poi quello indiano di Baramati. Nel 2003 nasce la Granturismo, la più grande e potente, nel 2012 la 946 che rievoca nel nome il suo anno di nascita ma guarda al futuro e nel 2015 esce in una nuova veste firmata da Giorgio Armani. Affiancata, in commercio, dalla Primavera, la Sprint, la gamma Gts dalla grande scocca.
Un'avventura lunga 70 anni, celebrata con una versione speciale, in uscita a metà anno, caratterizzata da cromie uniche, e festeggiata in casa, a Pontedera, con l'inaugurazione del nuovo stabilimento automatizzato della verniciatura, un raduno internazionale dal 23 al 25 aprile e la mostra, al museo Piaggio, 'In Viaggio con la Vespa', inaugurazione il 22.
Protagonisti le imprese di chi, come Giorgio Bettinelli, ci fece più giri del mondo macinando 254.000 km, ma pure le gite fuori porta e le vacanze al mare in sella al mitico scooter: Piaggio ha lanciato una raccolta per selezionare foto, video e testimonianze di 200 appassionati e convinti che, per dirla con la pubblicità, [  vedere  primna  canzone  sopra  ] Con Vespa si può.


Avendo solo  , e che belli  ,  ricordi  indiretti  ( mio padre  e mio zio  che mi  raccontavano da bambino le  rivalità \  contrapposizione  fra  vespa e lambretta  ,  il  film   " il  grande blek   "  ,  le pagine ad essa  dedicate in enzo biagi  in  storia  d'italia a  fumetti   volume  4    italiani  sempre  a  fumetti   )  ed  le  canzoni citate  sopra   racconto  tale storia 

Le sorelle fucecchiesi Rosita e Fiorella in Vespa come 61 anni fa

Una donna trova la foto scattata a mamma e zia vicino al Ponte Mediceo nel 1955 e il club organizza lo scatto-bis

FUCECCHIO. Correva l'anno 1955. Nei cinema si faceva la fila per vedere Gioventù Bruciata con James Dean, la Fiat si accingeva a lanciare sul mercato i primi esemplari della Seicento, in parlamento si fronteggiavano senza farsi tanti complimenti democristiani e comunisti.
Erano gli anni della ricostruzione che precedette il boom economico degli anni Sessanta, il fascismo era ormai solo un brutto ricordo, la disoccupazione era una parola sconosciuta e la gente trovava nuovi punti di aggregazione nei bar, dove la sera i primi apparecchi televisivi in bianco e nero davano le immagini di Lascia o Raddoppia, condotto da Mike Bongiorno ad inizio carriera… lì le persone giocavano al Totocalcio - o meglio alla Sisal, come ancora veniva chiamata la schedina. E ogni tanto qualcuno vinceva… pochi e fortunati quelli che facevano 13, molti di più coloro che riuscivano a centrare il 12, i quali - anche se vincevano di meno - potevano così togliersi una piccola soddisfazione economica.


  ed invito  a  questi due documentari 










non so che altro dire

18/07/15

meno male che ci sono anticorpi al virus dell'omofobia , maleducazione imperante

Inizialmente la musica consigliata \ colonna sonora doveva essere ,   visto che con queste nuove gernerazioni ( esperienza personale ) ci vuole pazienza ,     ci vuole un fisico bestiale -Luca  Carboni ma poi ho preferito mi sembra più consona con Non insegnate ai bambini - Giorgio Gaber

  Inizialmente    controllando  l'email del blog  dove potete scrivermi  (  redbeppe@gmail.com )   :  1)  e risposte  e l'email  xenofobe  e  beceramente  populiste  ai mie post   sulla deriva   razzista  e populista    ai  mie post  sula  questione degli immigrati  . 2 ) Ma  soprattutto   una risposta    da  parte   arrogante  minacciosa  e  maleducata  da parte  di  ****  ad  un mio sfotto : <<  salutami mister  griffin  >>  sulla  bacheca  della  sua pivella  ragazzina a   ad  un suo video stupido  e privo  d'amre proprio  dove  si mette  ad  imitare  il capo famiglia  dei griffin  e  poi si filma  e   si mette in  rete  , e  la  riposta  del padre  : <<   che  ci posso fare   ,  è  maggiorenne  ormai [ il  soggetto in questione   ha  21  anni   ]    e  fa  quello che  vuole   io  l'educazione  ed  il rispetto   gli l'ho insegnato  >> .
Mi  viene  la  voglia   di   fare  (  specialmente  contro genitori  che non sanno imporsi  )    come hanno fatto   come i mie n  genitori ed  i miei nonni \e quando  con le mie  battute  e  sfotto al modo di pensare    troppo conservatore   e anacrostico  ma  con saldi valori  che  ci  hanno lasciato   che dovrebbero essere recuperati  da queste nuove  generazioni     gli facevo addirare    e  credo   anche altri\e    della mia e    e delle  generazioni precedenti








Maq  poi  scopro con piacere   che  in tempi  di omofobia  , di maleducazione, xenofobia     ed mancanza di riguardo  verso  chi  è  più grande  \  anziano di te  , ecc , ,ci sono     degli episodi \  storie   che    pur essendo    piccole  gocce  nel mare   dimnostrano  che  ancora esistono  degli anticorpi  e delle sacche  di resistenza  o   guerriglia culturale . E  che  fanno ben sperare  in un mondo   più umano

La  prima     dall'amico  https://www.facebook.com/sergio.pala.52?fref=ts

 Nuove generazioni.. E poi bo..un bimbo di sei o sette ti ferma e dice " scusi signore, sarebbe così gentile da rimettermi la catena e sollevarmi il sellino della bici?? " a lavoro fatto ti sorride " la ringrazio tanto, buona sera"...troppo carino..se m'avesse detto " quanto le debbo per il disturbo??" lo avrei abbracciato forte forte..complimenti ai genitori.. " pisatu in grazia"...buon venerdì a tutti, in grazia e non..

la  seconda  invece    viene     da   un dialogo sentito in  carrera  strada   tra  una madre (  mia  coetanea  o quasi  )    e sua figlia  di  6  anni  .
 N.b  ovviamente  per  motivi  di privacy  vista  la tenera  età  della protagonista  ed  evitare  che riportando elementi utili per  riconoscerli    venga  sottoposta  lei e la madre   ,  soprattutto in un  piccolo paese    di provincia  come il mio  (/  vedere  sisacussione  sotto   fra  me  è ******  ) possa  subire  un linciaggio morale  e  sociale  da beceri individui


Bambina  Mamma devo chiederti una cosa   ?
Mamma (dubbiosa  ) dimmi tesò!
B: È vero che adesso si possono sposare tutti, gli uomini con le donne, le donne con le donne e gli uomini con gli uomini?
Mamma (  Pausa  di riflessione un po' imbarazzata )
 si tesò in molti Stati è permesso..
Lei  riflette  un po' poi chiede ancora:
B mamma ma possono avere figli donne con donne e uomini con uomini?
M :   (  sollevata  )  tesoro mio, biologicamente no, ma ci sono anche molte coppie uomo donna che per tanti problemi non possono avere figli...
M: Però mamma se sono innamorati è molto bello che possano sposarsi e sai mammina ci sono tanti tanti bambini abbandonati che sarebbero felicissimi di avere dei genitori anche due mamme o due papà. Non è importante avere una mamma e un papà ma avere qualcuno che ti voglia davvero ma davvero bene e che si occupi di te che stia con te sempre! Si mi sembra davvero una bella cosa che possano sposarsi!!


Ecco, questo mi rende  meno triste e  sconfortato    davanti  all'andazzo generale   delel  nuove  generazioni  . Mi rallegra sapere    ( e soprattutto nel vedere  ) che se cresci un bambino con amore nella tolleranza,  e nel rispetto del prossimo e  della loro diversità , arriverà un giorno da solo a capire e ad a accettare qualsiasi differenza.
Infatti sono  gli adulti che vogliono e  dpovrebbero essere  educati . Ecco  un discorso    tra me e un altro genitore .


LUI  se mio figlio\a  mi dice che e'gay ci lu bocu da casa e tu  ?
IO Se mio figlio\a  mi dice che e'gay invece di portarmi un  fidanzato  \ una fidanzata  lo acdetterei   ugualmente   perchè   sempre  d'amore  si tratta  .
Lui mi guarda schifato (  scambiandomi   per  omosessuale  )   gira le spalle e sparisce .

 l'ignoranza ammazza più  delle  guerre  i bambini hanno bisogno di amore chi se  ne   frega      se  viene  da una coppia uomo / donna o uomo/uomo o donna /donna.  O se  al limite non sei d'accordo  almeno rispetta .

a presto   sulle note  della  colonna  sonora  d'oggi

02/06/15

Youth - La giovinezza, di sorrentino più addatto come corto che a un lungometraggio ?




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http://www.mymovies.it/film/2015/inthefuture/rassegnastampa/






nonostante alcune pecche come per esempio la lunghezza eccessiva Infatti secondo Idee buone per un corto,  come dice    questa  mezzo stroncatura    di un utente  su mymovies.it

<< Ma nel giro di due ore, l’abilità tecnica e i virtuosismi di Sorrentino hanno , almeno per chio dovesse vedere per la prima volta uno dei suoi film , da sole la pretesa di riempire il vuoto. l’abilità tecnica e i virtuosismi di Sorrentino hanno da sole la pretesa di riempire il vuoto. I suoi cortocircuiti stranianti, con un registro che è abile nel tenersi per buona parte sulla superficie delle cose, per poi focalizzarsi su durezze improvvise, è ormai maniera. Quello che era peculiare distinzione in “La grande bellezza” e ne “Il divo” diviene replica vacua, riproposizione neanche troppo ispirata di stilemi logori. Sequenze come il finto videoclip della popstar o il sogno acquatico iniziale a Venezia, sono decisamente orrende e in un profluvio di discorsetti tra il bacio Perugina e un Woody Allen inacidito e stanco, spiace che alcuni passaggi, belli e strazianti (il discorso di Lena al padre durante la cura dei fanghi, il gioco al massacro tra Caine e la Fonda, la visita di Fred alla moglie toccata dal “sacro segno dei mostri”) anneghino nel mare magnum della vacuità a buon mercato, terreno fertile della clap silenziosa, già pronta con un carpiato a difendere il proprio eroe >&gt







Ma questi difetti passano in secondo piano davanti ad Un incipit musicale spiazzante, una buona fotografia , una discreta ed a tratti sublime colonna sonora . Un film commovente e spiritoso che parla della vita e della morte e del tempo che passa con tutti i nostri dubbi ed i nostri perchè. La fantasia è seminata piene mani con risultati discreti . Molto onirico . Le immagini sono di una bellezza abbagliante e poi i paesaggi , i personaggi , le battute intelligenti e profonde . Certo gli attori contano e sono fenomenali , naturalmente Michael Caine , ma Harvey Keitel , Paul Dano ( idea : con quella faccia un " po' così " alter ego di Sorrentino in qualche futuro film ? ), Rachel Weisz non sono da meno e Jane Fonda nel suo cameo è perfetta : che coraggio accettare di farsi truccare per sembrare più vecchia . I comprimari tutti , perfino l'esagerato e claudicante falso Maradona, con l'aggiunta di una Miss Mondo intelligentissima sono azzeccatissimi. Ma il merito di tutto ciò è suo ,tutto suo, di Paolo Sorrentino un regista di livello mondiale , alieno ad ogni forma di provincialismo .Uno che rischiando e butta sempre il cuore ed anche la mente oltre l'ostacolo e vince sempre le suo SCOMMESSE . Ogni paragone con il passato è fuorviante . Nel nostro cinema aver avuto un passato fenomenale non ci vieta dal poter avere un presente altrettanto importante . Non nego e non mi vergogno di dire che alla fine del film ero commosso e che mi sono alzato quando , i titoli di coda , accompagnati da una colonna sonora vivace , moderna ma anche importante e colta sono finiti e si sono accese le luci . A parte certe scelte musicali moderne , io mi sarei concentrato di più sula musica classica o quantro meno classico a moderna magari immaginando scritte dall'ex direttore d'orchestra , magari per il film delll'altro protagonista , la colonna sonora era buona . Un film triste e nostalgico . secondo me è il prequel della grande bellezza . 
Molto bello . non certamente dei migliori di sorrentino ma guardabile e godibile almeno per chi nè abituato ai voli pindarici e alle scene oniriche . Le tre  stelle sono più   che meritate . Mi  ha  fatto esorcizzate il terrore  che m,i viene più    s'avvicinano , mancano  -8 mesi , i miie  40 anni  

24/06/14

fiochi nella notte di san giovanni 2014

http://www.lagosereno.org/File_inserire/Seminario_Rito_del_fuoco.pdf
http://cedocsv.blogspot.it/2010/06/la-notte-di-san-giovanni-e-la-notte-dei.html

ieri sono andato  , era  da  una  ventina  (  e più ) d'anni che  non andavo  ai fuochi  di san giovanni   forse perchè  li consideravano  noiosi  e sempre  uguali  ma poi : riascoltandomi  e  cantando  stonando



 leggendo i link  sopra  ho cambiato idea  e mi sono ricreduto  (  ecco   perchè  ho scelto  le  tag  nostalgia , ritorno al passato  )   . Ieri  sono andato  con gli amici  del  gruppo di fotografia
 ecco le mie foto






















24/05/14

A NEW YORK, DISCUTENDO DI GRAMSCI E PIGLIARU PASSANDO PER LOU REED: IL PROFESSOR PAOLO CARTA RACCONTA L’AMERICA

da  http://tottusinpari.blog.tiscali.it/


Paolo Carta
di Barbara Faedda
Paolo Carta  nato a Sassari nel 1968, è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche nell’Università di Trento. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia del pensiero politico nel Rinascimento e nell’età contemporanea. Ha curato la pubblicazione di due volumi di Antonio Pigliaru e il riordino delle sue carte. Visiting professor all’Ecole Normale Supérieure, Fellow dell’Italian Academy Columbia University, ha insegnato e tenuto lectures a Parigi, Lione, New York e Oxford.

Professor Carta, ci può raccontare il suo primo impatto con l’America e soprattutto con New York? È stato amore a prima vista e naturalmente New York è la città che più mi ha incantato e dalla quale, di fatto, non sono mai andato via. Ho sperimentato personalmente il significato dell’espressione ‘New York State of mind’. E in omaggio a New York, dunque, diamoci del ‘tu’. Come aveva scritto Tocqueville, New York è una città nella quale le persone, anche quelle più autorevoli, sono ‘approachable’. Ho respirato questa disponibilità e libertà quando, dopo alcuni brevi soggiorni, ho avuto modo di vivere a New York per un più lungo periodo di tempo, nel 2011, grazie a una fellowship dell’Italian Academy a Columbia University. Da allora ritorno regolarmente per proseguire le mie ricerche nelle sue ricchissime biblioteche e per godere dell’energia straordinaria che la città sprigiona. C’è poi un altro aspetto dal quale sono stato travolto e che ha poi finito per incidere anche sul mio lavoro: la curiosità insaziabile. A NYC se qualcosa è interessante, non importa di che si tratti, musica, scienza o arte, non la si può perdere. Si impara subito a profittare di questa ricchezza. Ciò funziona anche in ambito accademico: chi si occupa di pensiero politico, come me, sbaglierebbe a concentrarsi unicamente, in una realtà come NYC, sui propri specifici ambiti di ricerca. Molte idee interessanti emergono non solo nei bellissimi seminari di political theory, ma anche durante una lecture di musicologia, neuroscienze, arte contemporanea o architettura. Questo è ciò che più mi affascina della città e della sua vita accademica e culturale. Ogni volta che arrivo, tento di non perdere quel che posso e che anche solo istintivamente mi incuriosisce. Mi pare sia un atteggiamento tipicamente newyorkese. Quanto alla disponibilità e alla semplicità delle persone, ricordo di aver assistito al Miller theatre della Columbia a una splendida conferenza di Laurie Anderson, seduto accanto a un sorridente Lou Reed. In una settimana ho incontrato e conosciuto due miei miti: il compianto Rubin ‘Hurricane’ Carter e Lewis Nash. Non si tratta di casi eccezionali, è semplicemente New York, una città in cui è facile incappare in Patti Smith da Strand, mentre sei alla ricerca di un libro di aforismi curato da W.H. Auden.
Quali sono state le differenze tra l’immaginario creato intorno alla Grande Mela e la realtà che hai vissuto durante la tua permanenza in questa città? L’immaginario è legato ad alcuni cliché che non corrispondono al vero, soprattutto da una decina d’anni a questa parte. Ciò che colpisce per chi la vive è innanzitutto la serenità e la civiltà. Vivere a New York, anche con la propria famiglia e con i bambini, è molto semplice. La cordialità delle persone, la disponibilità all’ascolto, il desiderio di scambiare opinioni e punti di vista, è qualcosa che si può respirare quotidianamente, semplicemente uscendo per strada e mostrandosi disponibili al dialogo. Almeno questa è la mia esperienza. Un bagno di civiltà spontanea e contagiosa.
Che collegamento vedi – se esiste – tra le due isole: la Sardegna e Manhattan? Difficile fare un paragone. Sono però due isole, due mondi a sé, caratterizzati da un effervescente pluralismo culturale, che rappresenta l’autentica ricchezza di entrambe. Manhattan reinventa continuamente se stessa, la sua cultura, è perennemente impegnata nella costruzione di una propria tradizione. È carica di presente e futuro, nonostante una storia ormai imponente. Per costruire questa tradizione non si priva di alcuna esperienza. La Sardegna, che è invece una terra sovraccarica di storia e di tradizione, è rimasta per un lungo periodo immobile e ha finito per subire un’idea di sviluppo economico e sociale che contrastava con i suoi tempi e con la sua stessa natura, con la sua naturale vocazione. Ora, dopo un periodo di crisi, drammatico, assomiglia molto a quelle zone degli Stati Uniti che sanno rialzarsi, rimettersi in piedi. L’isola attualmente è un fermento di idee, cultura, iniziative, di intelligenze e talenti, coltivati con passione e rigore, che non fanno più fatica a mostrarsi al mondo. Ho idea che tra non molto farà quel balzo in avanti che le sue potenzialità meritano.
Da accademico, puoi spiegarci l’entità dell’apporto intellettuale sardo alla cultura internazionale/globale? Non saprei dire quale possa essere l’apporto intellettuale sardo alla cultura. Non credo ci sia una specificità in tal senso: a differenza di quanto accadeva ancora 20 anni fa, oggi non si hanno difficoltà a studiare, che so, Dickens, in Sardegna così come in qualunque parte del mondo. Dunque l’intellettuale, lo studioso nato e cresciuto in Sardegna dialoga con il mondo. Tuttavia qualcosa di più si può dire. Al di là della sua storia, particolarmente ricca, soprattutto per quel che riguarda l’antichità, penso che sia stato straordinario l’apporto che la riflessione sulla realtà sarda ha dato alla storia del pensiero politico e giuridico internazionale. Gramsci, ad esempio, matura la sua riflessione politica tenendo costantemente presente la realtà sociale dell’isola. E l’interesse intorno ai concetti elaborati da Gramsci, subalternità ed egemonia, con cui oggi si interpreta la politica e il diritto nella sua dimensione internazionale e globale, può beneficiare da una approfondita conoscenza della Sardegna, della sua storia, delle sue tradizioni e delle sue lingue. In tal senso si era mosso Antonio Pigliaru, in ambito antropologico e giuridico. Il suo fondamentale e controverso studio sulla Vendetta barbaricina non ha ancora oggi smesso di generare nuove riflessioni sugli aspetti più controversi dell’idea di giustizia. C’è molto interesse per la Sardegna nel mondo, forse più di quanto si percepisca nell’isola. Si tratta di creare ponti tra l’isola e il mondo, un po’ come è avvenuto a Manhattan, dove questi ponti sono anche visibili.
Paolo Carta  nato a Sassari nel 1968, è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche nell’Università di Trento. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia del pensiero politico nel Rinascimento e nell’età contemporanea. Ha curato la pubblicazione di due volumi di Antonio Pigliaru e il riordino delle sue carte. Visiting professor all’Ecole Normale Supérieure, Fellow dell’Italian Academy Columbia University, ha insegnato e tenuto lectures a Parigi, Lione, New York e Oxford.
Professor Carta, ci può raccontare il suo primo impatto con l’America e soprattutto con New York? È stato amore a prima vista e naturalmente New York è la città che più mi ha incantato e dalla quale, di fatto, non sono mai andato via. Ho sperimentato personalmente il significato dell’espressione ‘New York State of mind’. E in omaggio a New York, dunque, diamoci del ‘tu’. Come aveva scritto Tocqueville, New York è una città nella quale le persone, anche quelle più autorevoli, sono ‘approachable’. Ho respirato questa disponibilità e libertà quando, dopo alcuni brevi soggiorni, ho avuto modo di vivere a New York per un più lungo periodo di tempo, nel 2011, grazie a una fellowship dell’Italian Academy a Columbia University. Da allora ritorno regolarmente per proseguire le mie ricerche nelle sue ricchissime biblioteche e per godere dell’energia straordinaria che la città sprigiona. C’è poi un altro aspetto dal quale sono stato travolto e che ha poi finito per incidere anche sul mio lavoro: la curiosità insaziabile. A NYC se qualcosa è interessante, non importa di che si tratti, musica, scienza o arte, non la si può perdere. Si impara subito a profittare di questa ricchezza. Ciò funziona anche in ambito accademico: chi si occupa di pensiero politico, come me, sbaglierebbe a concentrarsi unicamente, in una realtà come NYC, sui propri specifici ambiti di ricerca. Molte idee interessanti emergono non solo nei bellissimi seminari di political theory, ma anche durante una lecture di musicologia, neuroscienze, arte contemporanea o architettura. Questo è ciò che più mi affascina della città e della sua vita accademica e culturale. Ogni volta che arrivo, tento di non perdere quel che posso e che anche solo istintivamente mi incuriosisce. Mi pare sia un atteggiamento tipicamente newyorkese. Quanto alla disponibilità e alla semplicità delle persone, ricordo di aver assistito al Miller theatre della Columbia a una splendida conferenza di Laurie Anderson, seduto accanto a un sorridente Lou Reed. In una settimana ho incontrato e conosciuto due miei miti: il compianto Rubin ‘Hurricane’ Carter e Lewis Nash. Non si tratta di casi eccezionali, è semplicemente New York, una città in cui è facile incappare in Patti Smith da Strand, mentre sei alla ricerca di un libro di aforismi curato da W.H. Auden.
Quali sono state le differenze tra l’immaginario creato intorno alla Grande Mela e la realtà che hai vissuto durante la tua permanenza in questa città? L’immaginario è legato ad alcuni cliché che non corrispondono al vero, soprattutto da una decina d’anni a questa parte. Ciò che colpisce per chi la vive è innanzitutto la serenità e la civiltà. Vivere a New York, anche con la propria famiglia e con i bambini, è molto semplice. La cordialità delle persone, la disponibilità all’ascolto, il desiderio di scambiare opinioni e punti di vista, è qualcosa che si può respirare quotidianamente, semplicemente uscendo per strada e mostrandosi disponibili al dialogo. Almeno questa è la mia esperienza. Un bagno di civiltà spontanea e contagiosa.
Che collegamento vedi – se esiste – tra le due isole: la Sardegna e Manhattan? Difficile fare un paragone. Sono però due isole, due mondi a sé, caratterizzati da un effervescente pluralismo culturale, che rappresenta l’autentica ricchezza di entrambe. Manhattan reinventa continuamente se stessa, la sua cultura, è perennemente impegnata nella costruzione di una propria tradizione. È carica di presente e futuro, nonostante una storia ormai imponente. Per costruire questa tradizione non si priva di alcuna esperienza. La Sardegna, che è invece una terra sovraccarica di storia e di tradizione, è rimasta per un lungo periodo immobile e ha finito per subire un’idea di sviluppo economico e sociale che contrastava con i suoi tempi e con la sua stessa natura, con la sua naturale vocazione. Ora, dopo un periodo di crisi, drammatico, assomiglia molto a quelle zone degli Stati Uniti che sanno rialzarsi, rimettersi in piedi. L’isola attualmente è un fermento di idee, cultura, iniziative, di intelligenze e talenti, coltivati con passione e rigore, che non fanno più fatica a mostrarsi al mondo. Ho idea che tra non molto farà quel balzo in avanti che le sue potenzialità meritano.
Da accademico, puoi spiegarci l’entità dell’apporto intellettuale sardo alla cultura internazionale/globale? Non saprei dire quale possa essere l’apporto intellettuale sardo alla cultura. Non credo ci sia una specificità in tal senso: a differenza di quanto accadeva ancora 20 anni fa, oggi non si hanno difficoltà a studiare, che so, Dickens, in Sardegna così come in qualunque parte del mondo. Dunque l’intellettuale, lo studioso nato e cresciuto in Sardegna dialoga con il mondo. Tuttavia qualcosa di più si può dire. Al di là della sua storia, particolarmente ricca, soprattutto per quel che riguarda l’antichità, penso che sia stato straordinario l’apporto che la riflessione sulla realtà sarda ha dato alla storia del pensiero politico e giuridico internazionale. Gramsci, ad esempio, matura la sua riflessione politica tenendo costantemente presente la realtà sociale dell’isola. E l’interesse intorno ai concetti elaborati da Gramsci, subalternità ed egemonia, con cui oggi si interpreta la politica e il diritto nella sua dimensione internazionale e globale, può beneficiare da una approfondita conoscenza della Sardegna, della sua storia, delle sue tradizioni e delle sue lingue. In tal senso si era mosso Antonio Pigliaru, in ambito antropologico e giuridico. Il suo fondamentale e controverso studio sulla Vendetta barbaricina non ha ancora oggi smesso di generare nuove riflessioni sugli aspetti più controversi dell’idea di giustizia. C’è molto interesse per la Sardegna nel mondo, forse più di quanto si percepisca nell’isola. Si tratta di creare ponti tra l’isola e il mondo, un po’ come è avvenuto a Manhattan, dove questi ponti sono anche visibili.


13/04/14

quando il calcio era calcio e non solo business. il Cagliari scrisse la storia Il 12 aprile 1970 arriva lo scudetto

  canzoni  consigliate  

una  vita  da mediano  -  Luciano Ligabue 
La leva calcistica della classe '68 - Francesco De Gregori 

dall'unione  sarda  di   Sabato 12 aprile 2014  
Matteo Sau





Sono passati 44 anni dalla partita che regalò la matematica vittoria dello scudetto al Cagliari.
Fa caldo allo stadio Amsicora, un catino gremito di spettatori arrivati da tutta la Sardegna. Già perché il Cagliari non solo è una delle migliori squadre della massima serie e dunque è normale attirare il grande pubblico, ma quel giorno sta per succedere qualcosa di grandioso. I tubi Innocenti delle curve rimbombano, lo stadio sembra una pentola in ebollizione: il Cagliari è a un passo dalla vittoria del suo primo scudetto. Cagliari 12 aprile 1970, Riva, Gori, scudetto. Non si può spezzare questo ordine di eventi perché sarebbe
La festa negli spogliatoi
come interrompere un incantesimo che a distanza di 44 anni ancora riempie i cuori di tutti coloro che ebbero la fortuna di vivere quei fenomenali 90 minuti ma anche chi la cavalcata dello scudetto non l'ha nemmeno vissuta. Per chi, invece, allo stadio non andò fu la voce inconfondibile di Sandro Ciotti a raccontare il tuffo di Gigi Riva al 39' minuto del primo tempo e il raddoppio di Bobo Gori a due minuti dalla fine. Intanto via radio arrivava la notizia della sconfitta della Juventus in casa della Lazio che significava vittoria matematica.
Era il 1970, Battisti entrava in hit parade con Fiori rosa fiori di pesco, nelle sale cinematografiche usciva un cult degli "spaghetti western", Trinità. L'Apollo 13 ferì l'orgoglio statunitense e comunicò "Houston abbiamo un problema" e Douglas Engelbart, il 17 novembre del 1970 ricevette il brevetto del primo mouse. E' in questo contesto che si scriveva la favola del Cagliari, una favola perché il "sud" e la Sardegna erano ancora figli di quegli stereotipi che hanno scavato il solco tra due realtà: il nord delle fabbriche e del lavoro e in ambito calcistico il nord delle regine del campionato, la Juve, il Milan e l'Inter per dirne alcune. E il sud che cercava con Roma, Napoli, Lazio e Cagliari di bilanciare questo strapotere. Fu una vittoria ottenuta sul campo da calcio ma di cui si impossessò un'intera regione che dimostrò di essere qualcosa in più rispetto alla Costa Smeralda. La città di Cagliari esplose di gioia, le strade vennero invase di bandiere rossoblù, l'orgoglio di una città che solo 28 anni prima era stata rasa al suolo e ora poteva gioire perché non si vinse solo sul campo. Il campionato si concluse con una vittoria per 4-0 al Comunale contro il Torino e mezza squadra del Cagliari si preparava alla partenza per i mondiali in Messico e per scrivere un'altra pagina di storia del calcio con la semifinale "Italia-Germania 4-3". Ma quella è un'altra storia, una storia di tutta l'Italia calcistica.

 Il 12 aprile 1970 no ed  e' forse è bello per  questo 

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