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23.5.26

pudore. questo. sconosciuto ai nostri. politici le. ultime. dichiarazioni. di Nordio. Su Giovanni falcone

Ogni volta che pensi che abbiano toccato il fondo, loro cominciano a scavare.

Antonio Masiello/Getty Images
Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, il ministro della Giustizia Nordio si è addirittura paragonato a Giovanni Falcone, nientedimeno.Sì, proprio così come lo leggete. Senza alcun pudore o senso della realtà:“Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia”. Questo ha detto. 
E sì, è lo stesso Nordio che appena due mesi fa ha detto che “il meccanismo di nomina dei giudici è un sistema paramafioso”. E oggi osa - letteralmente OSA - mettersi sullo stesso piano del giudice che la mafia, quella vera, l’ha combattuta davvero.Prendendo solo. fango e veleni e finendo  ammazzato con la  sua scorta.
L’ha persa, la vita, ministro. Morto e ammazzato per difendere lo Stato che lei oggi (indegnamente) rappresenta.
A volte basterebbe un po’ di pudore. questo sconosciuto se proprio. non si riesce a stare in silenzio io dire. le soliti. frasi di. circostanza
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21.5.26

diario di bordo n 146 anno V \. tipi italiani. n 2. anno. I : Il Signor Camillo: Il primo whisky di farro italiano è ligure ., Professore entra in classe con panciotto, bombetta e baffi a manubrio: “è giusto presentarsi in modo distinto a scuola e mi piace la Belle Epoque ., Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione -- Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione .,


Il Signor Camillo: Il primo whisky di farro italiano è ligure
In una mini distilleria ligure fanno il primo whisky di farro italiano (hanno pure il loro mulino)

Dalla distilleria Il Signor Camillo di Sassello, impresa familiare affiancata a un mulino dell’Ottocento, arriva un prodotto da soli cereali antichi dei Monti Liguri. Così lo spirito internazionale riesce a esprimere le filiere agricole e il carattere rurale del territorio
La distillazione artigianale italiana sembra essere, ultimamente, in buona forma. Mentre alcuni si dedicano a referenze nostrane — ad esempio la grappa — per dar loro nuovo smalto, non sono più pochi i master distiller che si confrontano con i campioni internazionali. Metti il whisky, spirito che tra le due sponde dell’Atlantico oggi si prende spazio anche da noi, trovando il modo di legarsi e modellarsi sul territorio. Un caso tra tutti è quello de Il Signor Camillo, distilleria ligure di Sassello dalla storia affascinante, che ha appena presentato il suo progetto più ambizioso: il primo whisky 100% da farro antico italiano.
il. mulino 


Dall’antico mulino all’alambicco: la filosofia del Signor Camillo

Un prodotto che arriva come un piccolo manifesto da un lato di artigianalità e dall’altro di filiera agricola. Nasce contadina infatti la storia della famiglia Assandri, che dentro il Parco del Beigua custodisce dal 1845 un antico mulino ad acqua costruito 15 anni prima. È stato Diego, quinta generazione di mugnai e agricoltori, il master distiller che, dopo studi tra USA, Irlanda e Sudafrica ha aggiunto nel 2022 la distilleria che porta il nome del nonno. Fino a oggi, la sua linea si è composta principalmente di moonshine, ovvero whisky di mais non invecchiato, da cereali di propria produzione.

I cereali per i distillati Il Signor Camillo
I cereali per i distillati Il Signor Camillo


I distillati di filiera agricola dei Monti Liguri

L’attività, prima che nell’alambicco, comincia infatti nei campi dei Monti Liguri, dove si trova anche il farro destinato alla nuova referenza. Una varietà cerealicola antica, che non viene maltata per venire macinata a pietra nel mulino storico e preservarne carattere e qualità. Il processo, per farla breve, prosegue con una fermentazione lenta di 5-6 giorni con lieviti selezionati, poi una doppia distillazione in alambicco in rame e in seguito colonna discontinua.

La distilleria Il Signor Camillo
La distilleria Il Signor Camillo

Com’è il primo whisky 100% di farro italiano

Il whisky Il Signor Camillo è il risultato di un’evoluzione partita tre anni fa, al momento della messa a riposo della prima botte. Un invecchiamento controllato in barrique nuove di rovere francese dalla foresta di Allier, che al sorso spazia dalla sferzata della buccia di lime alla dolcezza di una pesca matura, insieme a note più balsamiche quasi di bosco. 

Il primo Whisky Il Signor Camillo 100% farro
Il primo Whisky Il Signor Camillo 100% farro

Un ritratto della biodiversità del territorio e della capacità del distillatore Assandri, che ancora prima di entrare sul mercato ha convinto i giudici dei World Whiskies Awards di Londra di quest’anno: Medaglia d’Oro, titolo di Category Winner e status di Global Finalist nella categoria Single Cask Single Grain, posizionandosi tra i migliori cinque al mondo


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20 MAG 2026 (AGG. 21/05/2026)

Professore entra in classe con panciotto, bombetta e baffi a manubrio: “è giusto presentarsi in modo distinto a scuola e mi piace la Belle Epoque”





A Torino un docente di Lettere di 34 anni, originario della Basilicata e residente in Piemonte, porta in classe uno stile che richiama la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Lo riferisce l’ANSA in un lancio.
Panciotto, completo, bombetta, tabarro e baffi a manubrio compongono un’immagine insolita per una scuola media contemporanea. Per Mecca, però, non si tratta di una provocazione né di una scelta costruita per attirare attenzione.
La Belle Époque come riferimento culturale
L’insegnante collega il proprio modo di vestire a una passione per la Belle Époque e per la letteratura di quel periodo. Pur riconoscendo le ombre sociali di quegli anni, dalle diseguaglianze alla povertà diffusa, dice di voler recuperare alcuni codici di comportamento e una certa idea di distinzione nei rapporti quotidiani.
Nella sua visione, l’abito diventa anche parte del ruolo educativo: presentarsi in modo curato, sostiene, è coerente con l’autorevolezza richiesta a un docente.
La reazione di studenti e colleghi
Il primo impatto, racconta l’ANSA, può essere spiazzante, anche perché da precario cambia spesso scuola. La curiosità iniziale, tuttavia, lascerebbe spazio con il tempo a un rapporto più diretto con studenti e colleghi.
Dietro l’aspetto da gentiluomo fin de siècle, spiega il professore, gli alunni finiscono per riconoscere una persona da conoscere e rispettare. E, in alcuni casi, anche a cui affezionarsi.


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© CesenaToday

Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione


Prima di salutare vorrei disputare una partita anch’io, si può?”. Una domanda spontanea, accolta senza indugi da Paolo Puglisi, vice presidente della Federazione Italiana Tennistavolo

                                La sfida

Gli applausi della cerimonia inaugurale dei Campionati Italiani Paralimpici stanno lentamente sfumando, le luci del Pala Bcc Romagnolo illuminano ancora i volti degli atleti e delle autorità, l’atmosfera sembra già pregna di quelle storie che soltanto il tennistavolo sa raccontare. È in quel momento, quasi a sorpresa, che Enzo Lattuca, sindaco di Cesena, rompe il protocollo con il sorriso di chi ama davvero lo sport: “Prima di salutare vorrei disputare una partita anch’io, si può?”.Una domanda spontanea, accolta senza indugi da Paolo Puglisi, vice presidente della Federazione Italiana Tennistavolo. E così, in un amen, il tavolo numero 4 si trasforma nel centro emotivo dell’evento. Da una parte il Comune di Cesena, dall’altra la Fitet. Uniti nell’organizzazione di una manifestazione unica per valori e inclusione, ma pronti per qualche minuto a contendersi un punto dopo l’altro con autentico spirito sportivo. Ad arbitrare la sfida, con rigore e ironia, c’è Salvo Palermo, il giudice effettivo. Puglisi parte forte, Lattuca rincorre e recupera con battute veloci e rovesci angolati. Il pubblico segue ogni scambio con entusiasmo crescente. Alla fine è Puglisi a guadagnare un leggero vantaggio. Ma il risultato conta poco. Restano le fotografie, gli abbracci, le strette di mano e soprattutto la sensazione di aver assistito a qualcosa di autentico: uno sport che sa essere competitivo senza perdere il sorriso.

Campionati Italiani Paralimpici (2)
Campionati Italiani Paralimpici (2)

È questo lo spirito che accompagna i Campionati Italiani Paralimpici di Tennistavolo, in programma fino a domenica a Cesena. Cinque giorni intensi, capaci di riunire 300 atleti provenienti da tutta Italia, tra sfide, emozioni e storie di resilienza. Una manifestazione da record che porta con sé anche una novità assoluta: i Campionati Italiani Parkinson, protagonisti nelle giornate inaugurali, insieme ai grandi nomi azzurri, medagliati a Parigi 2024, attesi dal 22 al 24 maggio. Alla cerimonia inaugurale erano presenti, oltre al sindaco Lattuca, le assessore comunali Maria Elena Baredi e Carmelina Labruzzo, la presidente regionale Cip Melissa Milani, il dirigente scolastico Donato Tinelli, la testimonial dei Campionati Parkinson Tiziana Nasi e, per la Fitet, il vice presidente Paolo Puglisi e il segretario generale Giuseppe Marino. Fondamentale il sostegno della Regione Emilia-Romagna e dell’assessora allo Sport Roberta Frisoni. Ma oltre ai nomi e ai numeri, sono state soprattutto le parole a dare significato alla giornata: inclusione, impegno, resilienza, dialogo, collaborazione. “Cesena c’è e siamo in prima linea quando si uniscono certi valori”, ha sottolineato il sindaco. “Saranno cinque giorni di sport, gare e sorrisi”, ha aggiunto Melissa Milani. E il preside Tinelli ha ricordato come “lo sport unisce”, diventando metafora concreta del significato più profondo della vita.  Poi il silenzio della cerimonia ha lasciato spazio al suono secco delle palline sui sedici tavoli allestiti al Pala Bcc Romagnolo. Match senza sosta, tricolori assegnati nelle classi paralimpiche e Parkinson, ultime decisive giornate della serie A paralimpica classe 11. Atleti arrivati da ogni angolo d’Italia pronti a darsi battaglia in campo, ma capaci, fuori dal tavolo, di ritrovarsi amici come sempre. Perché in fondo il vero spettacolo non è soltanto la competizione. È quell’umanità condivisa che rende ogni punto qualcosa di più di un semplice gioco.

  sempre.  dalla. stessa. fonte. 

Passione ping pong, lezione di vita dell'atleta della Nazionale paralimpica agli studenti cesenati: "Non mollate mai"

L’atleta della nazionale italiana paralimpica di tennsitavolo, Carlotta Ragazzini, apre i Campionati italiani a Cesena. Prima l'incontro con gli alunni della scuola media ‘Viale della Resistenza’

Un sorriso luminoso, parole semplici ma potentissime e una storia capace di arrivare dritta al cuore. Questa mattina la scuola secondaria di primo grado ‘Viale della Resistenza’ di Cesena ha accolto un’ospite speciale: Carlotta Ragazzini, atleta della Nazionale italiana paralimpica di tennistavolo e medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Parigi. Davanti agli studenti, guidati dal dirigente scolastico Donato Tinelli, la 24enne faentina ha portato molto più di una testimonianza sportiva. Ha portato una lezione di vita. “Seguite le vostre passioni con impegno, non mollate mai. Ci sono alti e bassi, ogni ostacolo può essere superato. Nella vita non ti contraddistingue ciò che ti capita, ma come reagisci”, ha raccontato ai ragazzi con quella delicatezza che, insieme alla grinta, è diventata uno dei tratti distintivi della sua personalità. Carlotta ha ripercorso le tappe più intense della sua storia: dalla malattia diagnosticata quando aveva appena 18 mesi fino alla scoperta quasi casuale del tennistavolo, avvenuta a 14 anni durante un percorso di rieducazione a Imola. “Ho sentito il rumore di una pallina da ping pong e da lì non ho più lasciato questo sport”, ha spiegato. Una scintilla diventata passione, sacrificio, disciplina. E infine medaglia olimpica. La più bella, il sogno di ogni sportivo. Poi il ricordo più emozionante: il podio di Parigi. “In quel momento ho pensato ai miei genitori. Senza i loro sacrifici non sarei arrivata fin lì”.Parole che hanno catturato il silenzio e l’attenzione degli studenti, coinvolti da un racconto autentico, mai retorico, fatto di fragilità trasformate in forza. “Mattinate come questa sono molto importanti per i nostri studenti – ha sottolineato il dirigente Tinelli –. Siamo davvero orgogliosi di aver ospitato Carlotta, una giornata storica per il nostro istituto”. Sulla stessa lunghezza d’onda Maria Elena Baredi, assessora alla scuola e ai servizi educativi per l’infanzia: “Resilienza, rinascita, successo: che bello il messaggio di Carlotta. E che emozione ascoltare le sue parole, così dolci ma allo stesso tempo così vere e forti”. L’incontro è stato organizzato alla vigilia dei Campionati Italiani Paralimpici di tennistavolo, in programma da oggi, mercoledì 20 fino a domenica maggio al Pala Bcc Romagnolo. Non a caso proprio gli studenti della “Viale della Resistenza” saranno protagonisti durante i tricolori come collaboratori a bordo campo, occupandosi di raccogliere e restituire le palline agli atleti dopo ogni punto. Una piccola esperienza organizzativa che, dopo l’incontro con Carlotta, avrà sicuramente un significato più profondo e più umano. All’appuntamento hanno partecipato anche Luca Rizzoli, responsabile del settore paralimpico della FITeT, e Marzia Bucca, referente nazionale per l’attività promozionale paralimpica.


16.4.26

La storia di Daniela Mazzanti, pensionata e amante dell’arte“Tutta la vita al nido come educatrice, oggi a 68 anni mi laureo al Dams: volevo mettermi in gioco

   fonti  rpeubblica     ed   bologna   14\4\2026

Daniela Mazzanti ha lavorato tutta la vita come educatrice al nido, poi nel 2018, alla pensione, si è iscritta al Dams e a luglio si laurea con una tesi sul rapporto tra arte ed educazione. «Ho 68 anni, ma sto già pensando a come proseguire gli studi. Magari mi prendo un anno, poi ricomincio. È bellissimo».



«Ho sempre amato l’arte, mi sono diplomata alle Sirani, professionale, e dopo ho sempre lavorato. Ho iniziato con l’Università per gli anziani Primo Levi, ma avevo voglia di mettermi in gioco».

E come è andata?

«Al test di accesso presi 27,5. Mezzo punto sopra il minimo. Un miracolo, avevo qualche dubbio».

Invece.

«Invece vedere che quella fatica rilevante e quella grande voglia di farcela sono serviti, dimostrare a sé stessi di farcela è stato entusiasmante. Oltre allo studio e alle lezioni, accompagno gli amici per mostre e luoghi d’arte, anche grazie al tesserino universitario. Mi basta alzare lo sguardo per Bolog

na per rendermi conto di sapere cose che non conoscevo».


e  corrriere  bologna  del  31\10\2024 quando la. sua  sfida era iniziata 

La studentessa universitaria a 67 anni al Dams: «Non credo di aver meritato tutti quei 30 e lode ma sono tornata a studiare su libri di 800 pagine»

di Micaela Romagnoli

Daniela Mazzanti, 67 anni, sposata con due figlie e quattro nipoti: «Sono tornata sui libri a 62 anni dopo la pensione, prima facevo l'educatrice nei nidi comunali di Bologna. Dopo la laurea triennale punto alla specialistica»

laureata

Daniela Mazzanti alla proclamazione della prima laurea dove ha preso 110

«Chissà se i professori con me siano stati un po’ più comprensivi, se mi siano venuti incontro per la mia età. Forse, hanno anche premiato la passione di una signora tornata a studiare, perché non credo di aver meritato davvero tutti quei 30 e lode». Se lo chiede ancora, Daniela Mazzanti, classe 1957, sposata, due figlie e quattro nipotini, mentre frequenta il secondo anno del corso di laurea magistrale in Arti Visive all’Università di Bologna, dopo essersi laureata nel 2023 alla triennale del Dams con 110 e una tesi su Rembrandt, uomo libero del ‘600. Prima, una vita da educatrice nei nidi comunali di Bologna: «Mestiere che ho adorato», confida.

L’idea d’iscriversi all’Università è arrivata solo dopo la pensione?
«Da giovane non ne sono stata capace, non abbastanza determinata forse, non riuscivo a lavorare e studiare contemporaneamente. Il desiderio, però, è sempre rimasto. Mi sono diplomata alle Sirani come educatrice di comunità infantili, poi ho trascorso 42 anni e 10 mesi tra i miei bambini degli asili nido, fino alla pensione nel 2018. Così l’anno successivo, a 62 anni, ho tentato il test per il Dams e ce l’ho fatta».

Perché ha scelto il Dams?
«L’interesse per l’arte l’ho sempre avuto. Il Dams propone questa bella apertura, già dal primo anno, con la possibilità di seguire corsi su tutte le discipline, teatro, cinema, musica. Prima, avevo anche cominciato a seguire corsi sulla storia dell’arte alla Primo Levi e mi sono proprio appassionata: l’arte è di tutti, quindi anche mia, e volevo saperne di più».

Che esperienza è stata?
«I primi anni di innamoramento feroce. Avevo l’entusiasmo di portare a casa quello che imparavo, i miei familiari erano travolti. Ho trovato docenti meravigliosi e compagni di studi altrettanto. C’è il pregiudizio sugli studenti del Dams, che non abbiano tanta voglia di fare, invece ho conosciuto ragazzi e ragazze molto capaci, preparati, curiosi, impegnati, seri. Il Dams per me è una Scuola con maestri eccellenti e un luogo in cui si richiede una serietà notevole».

Quanto è stato impegnativo riprendere gli studi dopo più di 40 anni?
«Molto. Mi sono trovata a preparare storia dell’arte, la mia disciplina preferita, su manuali di 800 pagine. Due, tre mesi per ogni esame; non è nella mia età dire “io tento, ci provo”, a me non interessa fare così. Quando c’è la passione, la fatica che fai, la vuoi fare».

La sua famiglia cosa ne pensa?

«Sono contenti. Mio marito è molto orgoglioso. Ho anche quattro nipotini, sono ancora piccoli, ma sanno che la nonna va a scuola come loro».

Come dimostrano i dati dell’Alma Mater, gli over 65 studenti universitari sono in aumento. Come mai?
«Viviamo in una società più longeva. Ci si nutre di tante cose, ci si può voler nutrire di nuove conoscenze. Il tempo che rimane davanti è un tempo per crescere e non per guardare solo gli altri che crescono, per imparare quello che non si sa».

Dopo la laurea magistrale, cosa vuole fare?

«Intanto spero di ottenerla, non è scontato. La cosa bella, che già mi succede, è di accompagnare amici a vedere alcune opere d’arte. Mi piacerebbe anche che i laureati “più maturi” che escono dall’Alma Mater potessero essere utili all’interno di progetti con associazioni di volontariato. Per esempio, nel mio caso, raccontare ai bambini nelle scuole, non in modo accademico, chi erano i grandi pittori».



25.3.26

Cholitas Escaladoras «Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta» .,Antonio Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi., ed altre storie

 

Cholitas Escaladoras

«Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta»

Un gruppo di Cholitas Escaladoras, donne di origine Aymara che scalano le montagne con la caratteristica gonna «pollera»: tra le loro conquiste ll’huayna Potosí (6.088 m), l’illimani (6.438 m) e l’aconcagua (6.961 m), la più alta del Sud America

Dora Magueño Gonzales sfida i pregiudizi guidando alpiniste a seimila metri La gonna della tradizione, i ramponi, il coraggio: un documentario le racconta

Sfidare perfino il buon senso, per un nobile motivo. «Tutte le guide ci ripetevano: non potete salire in cima con la pollera, rischiate di inciampare con i ramponi». La pollera è la gonna, ampia e colorata, che indossavano le donne indigene della Bolivia, diventata un simbolo contro le discriminazioni etniche, sociali e di genere. «Abbiamo deciso di ribellarci, dimostrare che anche noi donne potevamo arrivare fino in vetta e abbiamo deciso di farlo indossando i nostri abiti tradizionali» rivendica con orgoglio Dora Magueño Gonzales. Così nel 2015 ha guidato un gruppo di donne di etnia Aymara sullo Huayna Potosì, 6.088 metri sopra La Paz. Un primato che è entrato nella storia dell’alpinismo non per il risultato sportivo ma per la conquista di un traguardo forse più alto, quello contro i pregiudizi e le cattive consuetudini. Da allora non si sono più fermate. Hanno scelto di chiamarsi «Cholitas Escaladoras», perché cholita era in origine il dispregiativo con cui venivano chiamate le donne meticce, e invece è diventato motivo di vanto e di lotta.

Dora è adesso venuta in Italia per presentare Ascensio, il documentario sulla loro storia prodotto da Scarpa e da Gore-tex, che le hanno scelte come ambasciatrici di «inclusione, sostenibilità e rispetto della natura». Accanto alla figlia Lia (anche lei scalatrice sin da quella prima ascesa), ripercorre la sua vita: l’infanzia di orfana a La Paz («Non ho conosciuto né mio padre né mia madre»), i tre fratelli a cui ha dovuto badare («Bisognava dar loro da mangiare, abbiamo sofferto tanto, mancava tutto»), il sogno di sposarsi per trovare tranquillità economica («Però mia nonna mi aveva avvertito, la tua vita finirà quando diventerai moglie perché dovrai pensare solo a tuo marito»). A 16 anni sposa Agustin, una guida

in montagna, e inizia a fare la cuoca in un rifugio a Campo Alto, 5.300 metri, il punto dal quale partono le spedizioni verso il Potosì. «Non avevo fatto nessun corso, mi sentivo impreparata», ricorda Dora.
«Arrivavano scalatori da tutto il mondo, temevo che mi avrebbero chiesto piatti particolari che io non avrei saputo cucinare. Io sapevo fare solo la zuppa», prosegue Dora. È proprio la zuppa invece a darle fiducia nei propri mezzi: «Tutti mi dicevano che era buonissima, che arrivavano disidratati e stavano meglio. Ho capito che potevo essere all’altezza». Gli uomini però salivano, e lei e le altre restavano al campo base. «Guardavo la cima e sognavo di andare anche io. Chiedevo a mio marito e alle altre guide, tutti mi rispondevano allo stesso modo: le donne non possono salire».

La figlia Lia annuisce e prosegue: «Io sono cresciuta in montagna, ho iniziato a sciare sulle piste del Chacaltaya (le più alte al mondo prima che chiudessero per lo scioglimento del ghiaccio, ndr). Ho sempre pensato che prima o poi sarei salita in vetta, ma non sapevo quando». L’occasione si presenta il 6 dicembre 2015. «Un fotografo ci dice che se avessimo trovato il coraggio era pronto a seguirci». Dora coinvolge la figlia e altre donne, tutte portatrici o cuoche come lei. «Partiamo in undici, mio marito si convince e ci fa da guida» prosegue Dora. Salgono come hanno sempre immaginato, con le polleras e gli aguayos, gli scialli colorati a mo’ di zaini. «All’inizio - ammette Lia non avevamo l’attrezzatura adeguata. I caschi ce li hanno prestati, non c’erano scarponi adatti ai nostri piedi piccoli, indossavamo stivaloni di plastica, io camminavo come un robot. Ricordo che faceva molto freddo, in compenso avevamo tanta forza». Aggiunge Dora: «Scalare per la prima volta è stata un’emozione fortissima. Mi è venuta voglia di piangere».

Non è stato un punto d’arrivo, ma di partenza. Sono salite su tutte le principali vette della Bolivia, hanno conquistano anche l’aconcagua (6.967 metri), la più alta del Sudamerica, e l’anno scorso sono state anche sul Monte Bianco. «Adesso - dice Dora - ho 60 anni ma mi sento ancora giovane. Mi piacerebbe scalare tante altre montagne. Un sogno è l’everest, ma non so se lo faremo perché si scontra con i nostri principi. Abbiamo un fortissimo rispetto della natura, non vogliamo né inquinarla né contaminarla». Prima di ogni salita invocano la protezione delle Achachilitas, le divinità delle vette, e bruciano foglie di coca, tabacco, cannella, copale e anche del glitter «per rendere il fuoco più bello». «Se non salirò sull’everest - confessa Dora mi piacerebbe almeno vederlo da lontano. Soprattutto vorrei che i miei nipoti e le nuove generazioni continuassero sulla strada che abbiamo tracciato noi». La figlia Lia assicura: «Anche se è la più anziana è sempre la più motivata e la più resistente nel gruppo. A volte qualcuna rinuncia, lei va sempre avanti».

La forza non sta nelle gambe ma nella volontà. «A tutte le donne - conclude - ripeto che non devono farsi sconfiggere o lasciarsi maltrattare, devono perseverare per realizzare i loro sogni, così come ho fatto io. Dobbiamo lottare, perché noi donne siamo coraggiose, molto coraggiose. E possiamo ottenere tutto quello che vogliamo».


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Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi

Ora anche gli allievi della formazione fiorentina diventano «insegnanti solidali» nelle periferie Il contributo del celebre direttore, il mutuo scambio di conoscenza nei quartieri Piagge e Sorgane Il racconto di Pietro: «Il primo corso gratuito a 8 anni,

Un gruppo di giovani musicisti dell’orchestra di Fiesole al quartiere Le Piagge (foto di Marco Borrelli)

L’overture del progetto (pedagogico e inclusivo) inizierà con la bacchetta di Sir Antonio Pappano. Concerto numero 1 di Brahms, Sinfonia numero 5 di Šostakovi e un seminario di studi che il grande direttore d’orchestra dedicherà ai «ragazzi» dell’orchestra Giovanile Italiana, (con sede a Fiesole), una tra le più straordinarie iniziative musicali rivolte ai giovani talenti. Dopodiché accadrà per la prima volta qualcosa di sublime. Un’armonia molto particolare che trasformerà i concertisti, anche loro studenti, in insegnanti solidali che si prenderanno cura di bambini e ragazzi svantaggiati. Con i loro strumenti, raggiungeranno il quartiere periferico delle Piagge a Firenze per iniziare un corso di lezioni musicali. E si partirà proprio dall’insegnamento di Pappano e dalla sua visione della musica, facendo ascoltare ai discenti i capolavori della musica classica e raccontando loro, strumento alla mano, che cosa significa entrare nel mondo delle vibrazioni di Brahms e Shostakovich.

Sarà anche un’occasione per mettere in pratica il metodo che l’antico pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi chiamò «mutuo insegnamento». Perché se i musicisti della Giovanile sveleranno ai compagni delle Piagge i segreti delle note, questi ultimi racconteranno loro (con gesti e parole) cosa significa amare la musica e avere la possibilità di studiarla senza aggravi economici.

Da anni infatti i docenti della Scuola di Musica di Fiesole, un’istituzione di eccellenza fondata dal violista Piero Farulli, uniscono ai normali studi di perfezionamento di livello universitario che si svolgono nella bellissima villa medicea sulla collina panoramica di Fiesole corsi solidali

Inclusione

C’è pure il coro: ragazzi sordi cantano con altri studenti indossando guanti bianchi

nei quartieri svantaggiati di Firenze.

«Alle Piagge, all’isolotto, a Sorgane e alle Cure - spiega Anna Maria Meo, la sovrintendente della scuola fiesolana - ogni anno si organizzano corsi gratuiti e molto frequentati. E ci sono molti esempi di ragazzi che dimostrano talento e possono ambire a diventare professori d’orchestra. Le lezioni sono dedicate a minori dai 9 ai 14 anni e sono molto seguite. A fine corso si esibiscono in concerti, durante la Festa della musica nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Ma è la prima volta che i nostri studenti “tradizionali” si trasformano in insegnanti. E sono convinta, grazie anche agli stimoli che avranno con il maestro Pappano, che daranno il meglio di loro stessi e avranno anche un grande arricchimento».

Ruben Have, violinista, padre danese e madre fiorentina, sarà uno degli studentidocenti. «Andrò a questa iniziativa con un quartetto d’archi dell’orchestra giovanile conferma Ruben con entusiasmo - e insieme cercheremo di trasmettere a questi ragazzi non solo le emozioni ma la ricchezza della nostra disciplina. E racconteremo anche la nostra esperienza con il grande direttore Antonio Pappano. Speriamo di contribuire anche in questo modo a far nascere talenti».

Già, i talenti. Pietro Gandolfo, 19 anni, è uno degli esempi di come la gratuità e la presenza di scuole di musica nei quartieri può creare ottimi musicisti. «Avevo 8 anni quando ho iniziato a frequentare i corsi gratuiti alle Piagge - racconta - ed è stata una scoperta continua. Ho capito che era la mia strada. Adesso dopo aver vinto una borsa di studio mi sto laureando in violoncello e ho un sogno grandioso: suonare in un’orchestra che però per scaramanzia non svelo».

Nel quartiere delle Cure i corsi gratuiti dei docenti di Fiesole (ma chissà, anche qui potrebbero arrivare gli studenti) sono dedicati ai ragazzi con disabilità. Ci sono anche studenti sordi. Imparano la musica non soltanto con il solfeggio, apprendendo i valori e il ritmo delle crome e delle biscrome, ma anche con le vibrazioni. «Abbiamo organizzato un coro . I ragazzi sordi - conferma Anna Maria Meo - cantano con altri studenti indossando guanti bianchi. Sono straordinari».

Pappano arriverà a Firenze il 19 maggio e sino a domenica 24 dirigerà l’orchestra Giovanile (si esibirà anche il direttore della scuola, il famoso pianista tedesco Alexander Lonquich). Sul podio negli anni sono succeduti Muti, Abbado, Gatti, Mehta, Sinopoli e Giulini.


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«Lo sport mi ha ripulito, ora corro contro la droga»

Alejandro Metzger durante la Ironman 2024 a Cervia

Alejandro Metzger e la scoperta della corsa per uscire dalla coca e salvare la famiglia Il Cavana Run Club e l’impegno per aiutare gli altri a capire che smettere è possibile «Eravamo dieci, oggi siamo mille per una vita sana». In settembre la sfida di Ironman

Un chilometro e mezzo di corsa: sudore, fatica, malessere. Lo sforzo lo piega. Ma in fondo è la prima azione positiva dopo anni di negatività. Accade nell’immensa Los Angeles, lì dove basta un fischio e la droga arriva su un vassoio d’argento. Era il 2019. Alejandro Metzger, che oggi ha 38 anni, una moglie, Eva, e una bimba, se non fa più uso di cocaina lo deve alla corsa. La pillola che lo ha salvato quando stava sprofondando negli abissi più tetri. «Sono “clean” (pulito) da quattro anni». E

” Sacrifici distrutti

Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita, mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva

ora è pronto a raccontare la sua storia. Perché oggi il suo obiettivo è mantenersi pulito, ma anche aiutare gli altri: non solo con il Cavana Run Club, nato proprio in questo periodo di rinascita, ma anche con la sua voce. Per dire che uscirne si può.

È vero, ha avuto attorno chi lo ha spronato, con le buone o le cattive. Ma, soprattutto, Alejandro ha avuto la voglia di rialzarsi. Poche storie: «Se non parte da te, gli altri non possono obbligarti». E questo vale per qualsiasi dipendenza. «Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita. Pesavo 63 kg, non mangiavo più, non dormivo più. Raccontavo bugie a tante persone. Mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva. Lei aveva deciso, giustamente, di lasciarmi. Allo stesso tempo avevo perso il lavoro nella società che avevo costruito con due amici. Il motivo? Rubavo soldi per comprare la droga: 20 mila euro in sei mesi. Avevo distrutto tutti i sacrifici fatti per creare due negozi e un ristorante con i miei soci. E avevo iniziato a fumare anche crack. Decisi quindi di lasciare Trieste».

Alejandro allora raggiunge il padre in America, che lì si era trasferito anni prima. «Arrivo a Los Angeles e 24 ore dofronti. po trovo già il modo di procurarmi la droga. Ma è proprio mio papà, con cui nel tempo ho riallacciato un rapporto bellissimo, a spronarmi a fare sport. E ancora prima mi aveva ispirato un podcast di Rich Roll, ex tossicodipendente e oggi atleta di extra endurance». Com’è stata allora quella prima corsa a Los Angeles? «Difficile. Ma il giorno seguente ci ho riprovato facendo due chilometri. Dopo due settimane di fila, ne feci otto. Questo mi permise di acquisire sempre più autostima: più correvo e meno pensavo alla mia vita passata». Succede poi che nel periodo del Covid Alejandro torni a Trieste. Si rimbocca le maniche. La vita torna a sorridergli, ma l’ambiente dove tutto è iniziato porta anche a qualche ricaduta. «Però non ero più il bugiardo di prima. Tanto che mi sono confidato con Eva, con cui nel frattempo ero tornato insieme, e lei mi ha consigliato: vai da uno psicoterapeuta».

Due anni di introspezione in cui riesce a capire anche da dove era nato quel bisogno di essere dipendente da qualcosa. «Sono ripartito da quando ero bambino. Per arrivare a 15 anni quando mio padre partì per gli Usa. Lì si era rotto qualcosa, era subentrato un senso di ribellione nei suoi conMa mi sentivo anche poco realizzato, nonostante avessi fatto mille cose. La prima striscia di cocaina? Sempre a 15 anni, ma il consumo si era fatto più insistente quando ho cominciato a lavorare nel mondo della ristorazione».

E oggi? «Mi focalizzo su quanto bene sto senza la droga e questo è merito di una routine fatta di abitudini sane, come la corsa». L’allenamento è sei giorni su sette, in totale 150 chilometri al mese. E poi ci sono le sfide continue. «Mi do obiettivi fuori dalla mia portata, ma che so di poter provare a raggiungere solo mettendomi nelle

” La nuova vita

Con mio papà ho ripreso un rapporto bellissimo, è stato lui a spronarmi e ho smesso di mentire

condizioni di vincere». Prossimo appuntamento la gara di Ironman a settembre: 3,8 km di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa in 17 ore. E poi le testimonianze in alcune scuole, per raccontare la sua storia. Senza dimenticare il Cavana Run Club. «L’idea è nata per caso. Ho voluto lanciare un invito con il mio ex socio e amico Teo: “Venite a correre, poi ci beviamo una birretta”. Aderirono dieci persone, che in un mese diventarono cento, oggi siamo in mille, di tutte le età e l’obiettivo non è la performance».

E se la vita può essere anche un film, Alejandro ha già chi sulla sua ha intenzione di fare un documentario: il filmmaker triestino Daniel Baxa. Per riavvolgere la pellicola e raccontare le cadute ma soprattutto una rinascita.



17.3.26

lingua ed identita i casi di francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde» Il progetto intreccia identità, lingua e cultura ., il caso del cimbro



Nuova sardegna online  16\3\2026



La missione
Francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde»
                                 di Carolina Bastiani






Cagliari In Sardegna sarebbe più appropriato chiamarla Sa bia de sa palla o Sa caminera de sa paza furada e non Via Lattea. «Secondo il racconto dominante, che si basa sulla mitologia greca, la Via Lattea è nata perché Era ha perso il latte mentre allattava Ercole. Ma stando all’interpretazione sarda, la storia è tutt’altra. Sette fratelli, andati a rubare paglia, ne avrebbero persa un po’ per strada: questo ha dato origine alla lunga striscia di polveri e stelle che è la nostra galassia». A spiegarlo è Francesca Loi, 36enne ricercatrice in astrofisica all’Osservatorio astronomico di Cagliari, che parla di una vera e propria cultura sarda del cielo. Cultura che da anni sta cercando di ricostruire e divulgare in maniera scientifica anche attraverso i social, dove Francesca si chiama “Astrollica”.
Un cammino, quello del progetto “Chelu nostu” tutto in divenire. Ecco perché Francesca lancia un appello: c’è bisogno di testimoni di quel passato – non troppo lontano, di circa 100 anni – durante il quale ci si orientava ancora guardando il cielo. La sua missione però è più ampia: la divulgazione la fa in sardo, inserendosi nel grande movimento di ritorno alla lingua che ha ri-preso piede in tutta l’isola.
Chelu nostu
«Ogni popolazione umana ha individuato delle costellazioni e nel cielo ci ha portato qualcosa di identitario – spiega Francesca – La modernità ci ha imposto il modello astronomico greco-romano, ma anche i sardi avevano dato una loro interpretazione». Da lì la scelta di ricercarla. «Sono sempre stata appassionata di mitologia greca – racconta – ma negli ultimi anni ho voluto tornare alle origini e capire se ci fosse un’identità sarda anche sotto questo profilo». E c’era. «Per ora – continua – sono riuscita a identificare tredici costellazioni, alcune hanno più nomi. Quella del Toro, per esempio, oltre alla traduzione in sardo di Toro, prende il nome di su pinnettu, per la sua forma». E all’interno della costellazione del Toro, ci sono le Pleiadi. «S’udrone, “grapolo d’uva” in sardo». Ma c’è anche Is sete frades o su carru per l’Orsa Maggiore o il grande carro; is baccheddos per la cintura di Orione che viene chiamata anche is tre marias. «In quest’ultimo caso c’è una chiara influenza cristiana. Molti nomi di costellazioni, stelle cadenti e non, e così via cambiano di zona in zona».
Identità e lingua
E ancora, le comete diventano isteddos tramudantes e mortos, mentre Venere s’isteddu chenadore, de abbrèschere e s’istella de s’abbreschidórgiu. «Dipende molto anche dalla dominazione che c’è stata in un certo territorio. Questo rende molto più difficile la ricostruzione. La terminologia è disseminata in pezzettini nella memoria dei paesi». Per questo la ricostruzione, oltre che attraverso il dizionario di lingua e cultura sarda e ricerche online, viene fatta anche con le testimonianze orali. «Da poco ho parlato con un’86enne di Samugheo. Lei si ricorda del padre che chiamava le stelle in sardo e le usava come orologio. Parliamo di circa 100 anni fa. L’abilità poi si è persa con la modernità». Da qui, dunque, l’appello. «La mia idea – dice – non è solo quella di divulgare, ma di smuovere la memoria attraverso la discussione, così da trovare altre costellazioni e stelle e continuare a costruire Chelu nostu, un progetto che appartiene a tutti». Un progetto che, dunque, intreccia identità, cultura e lingua. E infatti, innanzitutto, Chelu nostu viene raccontato in sardo. «Sono sempre stata circondata dal sardo – racconta Francesca, originaria di Samugheo – ma è negli ultimi anni che, superata la paura di sbagliare pronuncia, ho iniziato a parlarlo, inserendomi in quel movimento di riappropriazione della lingua che ora sta coinvolgendo sempre più giovani e meno giovani». Un movimento che, cioè, sta cercando di restituire al sardo la dignità che merita, dopo i tentativi fatti in passato di sopprimerlo in favore dell’italiano.
“Astrollica”
A spiegare ancora meglio la natura del progetto di Francesca, poi, c’è anche il nome che si è data sui social. “Astrollica”. «Intorno a “astro” ci ruota tutta la mia vita – spiega – mentre “strollica” in campidanese sta a indicare persone particolari che, per esempio, parlano troppo o fanno cose fuori dagli schemi». Ma non solo, perché si rifà anche a una professione ritenuta in passato poco affidabile. «Indicava gli antesignani degli astronomi quelli che cercavano di prevedere il futuro con gli astri o il volo degli uccelli, ma non ci prendevano sempre – dice sorridendo – Mi piaceva scherzare su questo approccio perché io faccio il contrario. Il mio messaggio è che non c’è bisogno di affidarsi alla fantasia per trovare la meraviglia, perché tutto ciò che ci circonda lascia senza fiato».

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da 
Nel XIII secolo, il vescovo di Trento Federico Vanga aveva un problema pratico: le montagne erano troppo fitte di boschi, e servivano uomini capaci di domarle. La soluzione arrivò dalla Baviera. Furono chiamati dei boscaioli specializzati — Zimmermann, li chiamavano, che in tedesco significa appunto "falegnami" o "carpentieri" — per disboscare gli altipiani tra Folgaria, Lavarone e Luserna. Portarono con sé asce, tecniche di abbattimento, e una lingua. Quella lingua era il cimbro. Non è un dialetto. Non è un'invenzione folkloristica da depliant turistico. È un ramo germanico antico, con radici bavaresi, che si è evoluto per otto secoli in isolamento sulle Alpi italiane, mescolando suoni e strutture che non trovi da nessun'altra parte al mondo. Aspetta. Tra il 1500 e il 1700, il cimbro era parlato da oltre 20.000 persone, distribuito su un arco alpino che comprendeva l'Altopiano dei Sette Comuni, Lavarone, Luserna. Una comunità reale, radicata, che viveva in quota e si tramandava la lingua di generazione in generazione. Poi arrivò il Novecento a fare il suo lavoro sporco. Durante la Prima Guerra Mondiale, Luserna si trovava in territorio austriaco. I suoi circa 900 abitanti furono evacuati forzatamente e deportati ad Aussig, in Boemia. Quando tornarono nel 1919, trovarono il villaggio raso al suolo. Ricostruirono tutto, compresa la lingua. Sopravvissero anche al fascismo, che nel frattempo aveva messo al bando il cimbro per legge — come fece con tutte le lingue di minoranza che non quadravano con il mito della nazione italiana monolingue. E qui arriva il bello. La lingua sopravvisse lo stesso. In famiglia, sottovoce, tra anziani che si ostinavano a usarla. Non per orgoglio romantico, ma perché era semplicemente la loro lingua. Il modo in cui si nominava il pane, la neve, il bosco. Oggi Luserna conta circa 200 abitanti. Di quei pochi, meno di una decina parla il cimbro come madrelingua reale, quotidiana. Tutti anziani. Spoiler: nel 2025 è stato pubblicato un dizionario cimbro con appena 2.000 parole. Duemila parole. È tutto quello che resta di una grammatica viva. Non è un archivio, è una scatola nera — il tipo che si recupera dopo il disastro per capire cosa è successo. Otto secoli di resistenza a guerre, sfollamenti forzati, divieti di Stato, e infine alla deriva lenta della globalizzazione. E alla fine, quello che non hanno fatto le bombe lo sta facendo il tempo che passa. In breve: Il cimbro è una lingua germanica portata da boscaioli bavaresi sulle Alpi trentine nel XIII secoloHa resistito a guerre, fascismo e spopolamento per 800 anni, ma oggi conta meno di dieci madrelingua anzianiNel 2025 è stato pubblicato un dizionario di 2.000 parole: l'ultimo tentativo di fissare su carta quello che sta scomparendo

oggi al cimitero

  trovata  in rete   Sono entrato al cimitero con una domanda che mi bruciava in testa… e ne sono uscito con una verità che mi ha incendiato...