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19.5.26

diario di bordo \ buone. notizie n 1 anno I , Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra ., LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI , Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso ed altre. storie

 

  • Corriere della Sera
  • Di Marta Serafini

  • Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra «Cibo e speranza per il Libano»

    L’imprenditrice impegnata nella ong World Central Kitchen di José Andrés Dall’inizio della nuova emergenza distribuiti 1,7 milioni di pasti agli sfollati

    Aline Kamakian (col cappellino) con il team della ong World Central Kitchen e i pasti preparati per gli sfollati libanesi. La chef, con doppia laurea in Finanza e marketing, è considerata la migliore interprete della tradizione culinaria armena

    C’è un momento, nelle crisi, in cui il cibo smette di essere una faccenda domestica e diventa un presidio essenziale. Succede anche in Libano, dove la guerra e gli spostamenti forzati si innestano su una fragilità economica e sociale che dura da anni, aggravandola. Ma ogni tanto accade in guerra: bellezza e cura riescono a vincere su macerie e morte. È qui che entra in scena Chef Aline Kamakian: nella dimensione dell’emergenza, cucinare non significa soltanto preparare pasti, ma garantire continuità, un ordine minimo, una forma concreta di sopravvivenza quotidiana.

    Kamakian, cuoca, imprenditrice e figura molto nota della gastronomia libanesearmena, ha trasformato una competenza privata in una risposta pubblica. Scrittrice oltre che chef, ha contribuito a rendere la cucina armena una presenza riconoscibile nel racconto gastronomico di Beirut, soprattutto attraverso i suoi ristoranti Mayrig e Batchig, indirizzi molto noti in città. Il suo lavoro nasce anche dalla memoria trasmessa in famiglia: ricette, gesti, tavole intese come luogo di identità e resistenza.

    Oggi è impegnata con World Central Kitchen, la ong fondata dallo chef José Andrés e specializzata nella distribuzione di pasti nelle aree colpite da guerre, catastrofi naturali e crisi umanitarie. Il modello dell’organizzazione è noto: attivare ristoranti, cucine, volontari e reti territoriali locali per portare cibo in tempi rapidi, adattando la risposta alle condizioni reali del territorio.

    In Libano questo sistema si è tradotto in un intervento su larga scala. Secondo World Central Kitchen, dall’inizio della nuova fase dell’emergenza, il 2 marzo, l’organizzazione ha distribuito oltre 1,7 milioni di pasti alle famiglie sfollate. In una fase precedente dell’intervento, aveva già superato quota 200 mila pasti in dieci giorni, per poi arrivare a oltre un milione di pasti e a più di 25 mila pasti caldi al giorno in diverse aree del Paese, da Beirut alla Bekaa, da Baalbek a Sidone.


    Aline Kamakian al lavoro con World Central Kitchen

    I numeri, però, da soli non restituiscono il quadro. «La dimensione del bisogno delle famiglie sfollate dal conflitto è enorme», osserva. E aggiunge: «Il nostro compito è fare in modo che i pasti continuino ad arrivare ogni giorno».

    Il Libano affrontava già prima del conflitto un deterioramento profondo delle condizioni di vita. La nuova emergenza si inserisce in questo contesto e lo rende ancora più instabile. Anche l’integrated Food Security Phase Classification segnala per il Paese un quadro grave sul fronte della sicurezza alimentare, legato alla combinazione di crisi economica, sfollamenti e accesso più difficile ai beni essenziali. «Le cifre ufficiali probabilmente non raccontano tutta la portata degli sfollamenti», spiega Kamakian, ricordando che molte persone trovano riparo presso parenti o amici, oppure si spostano senza entrare nei canali formali di registrazione. «La mia preoccupazione più grande, adesso, è quanto durerà questo conflitto», dice. In questo quadro, il lavoro di World Central Kitchen non consiste soltanto nel distribuire cibo, ma nel costruire una rete di risposta che tenga insieme velocità e radicamento locale.

    Chef Aline non parla di «beneficiari», ma di persone che arrivano stremate, spesso dopo viaggi lunghi, con bambini piccoli, sacchetti in mano e nessuna certezza sulla notte successiva. Racconta di famiglie costrette a impiegare anche dodici ore per percorrere tragitti che normalmente richiederebbero poco più di un’ora, tra strade danneggiate e villaggi che si svuotano.

    Non è la prima volta che accade. Già dopo l’esplosione al porto di Beirut, nel 2020, Kamakian era stata in prima linea. Quel giorno si trovava nel suo ristorante Mayrig, gravemente danneggiato dall’esplosione, mentre l’altro locale, Batchig, veniva trasformato in una base operativa per preparare pasti. Ferita anche lei, si mise subito al lavoro nei soccorsi e poi nella cucina d’emergenza. La cucina come forma di infrastruttura civile. È anche questo che José Andrés ha intuito fondando World Central Kitchen: uno chef, davanti a una catastrofe, non deve limitarsi a raccogliere fondi o a testimoniare solidarietà, ma può organizzare una risposta concreta, veloce, radicata nel territorio. Kamakian, in Libano, incarna questa idea. Conosce il Paese, le sue fragilità, la geografia materiale e sentimentale dei suoi quartieri. Non promette salvezza. Garantisce presenza. E non dimentica che la vita deve andare avanti. Racconta di una donna in fuga verso una zona più sicura che ha partorito in auto prima di arrivare in ospedale. «In mezzo a tutto quello che sta accadendo, ti trovi improvvisamente davanti a una nuova vita che nasce. È un momento che ti resta dentro. Ti ricorda che esistono ancora umanità e speranza».


    Questa è buona LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI


    Questa è buona come un sogno che si realizza. C’è stato un tempo che Omar Kamata, 44 anni, ha vissuto da apprendista elettricista. Imparava e cantava, con una voce potente che non potevi non notare. Un giorno un ex cantante di lirica di passaggio davanti al suo cantiere rimase incantato dalle capacità vocali di quel ragazzo. «Fu lui che mi spinse a studiare canto», racconta oggi Omar che è trevigiano di nascita e veronese di adozione. «Da lì è iniziato il mio percorso. Mi sono diplomato al Conservatorio a Vicenza nel 2004 e ho iniziato la professione». Una carriera luminosa da baritono sui palcoscenici di tutto il mondo. Arricchita dall’empatia e dalla riconoscenza verso la vita che si sono trasformate in progetti per persone meno fortunate di lui, come ha raccontato Christian Gaole sul nostro Corriere di Verona. Uno di quei progetti è dedicato al benessere psicofisico verso canto e musica rivolto ai ragazzi con fragilità psichiche e fisiche. E poi la collaborazione con la Casa di Cura Santa Giuliana. Per non dimenticare mai che dal bene nasce bene.

    Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso

    La malattia agli occhi da piccolo, i primi scatti a Catania, poi i reportage e l’impegno in tutto il mondo Il ricordo di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: «Il lavoro e la militanza attiva sono per me inscindibili» La scoperta che «si può vedere con tutti

    Giovanni Caruso, 77 anni, di Catania, fotografo e fotoreporter nella sua abitazione, ha perso del tutto la vista nel 2003

    È seduto in controluce nel suo studio. Alle spalle, fuori dalla finestra, la chioma di un ficus gigante. «La mia ispirazione per le prime foto da cieco» sorride Giovanni Caruso, fotografo catanese e attivista, che negli ultimi cinquant’anni ha raccontato la storia di Catania, e non solo. Tra lotta alla mafia, colletti bianchi, volontariato, militanti. E periferie del mondo. Da Catania a Lima, dalla Sicilia al Sud America.

    Ai suoi piedi è accovacciato il suo fedele cane guida, Jazz. E sulla maglia ha la spilletta de I Siciliani, testata fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Fava, che «per me è il direttore, al presente, anche se la mafia l’ha ucciso quarant’anni fa». Classe 1950, tra le mani tiene la sua fidata Nikon. E continua a battersi per i diritti umani e la legalità. In prima fila per documentare cortei e manifestazioni, con gli inconfondibili occhiali scuri, piccoli e rotondi, a proteggere la sua cecità.

    La vista gliel’ha portata via un’uveite di origine reumatica, malattia degenerativa che attacca il nervo ottico, con cui convive sin da bambino. Così come con la passione per la fotografia, «scoperta a 14 anni istintivamente, quando mio papà mi ha regalato una mini Comet» racconta. «Era un giornalista e in estate, finita la scuola, andavo con lui e il suo fotografo a fare i servizi, negli stessi anni in cui cominciava a comparire la malattia». Poi, l’incontro casuale con il suo maestro, la prima Reflex Minolta 202, la camera oscura, il banco ottico, mentre la passione per la fotografia cresce, e pure la malattia. «Ma io volevo fare il fotografo e non mi sono abbattuto, non mi sono arreso nonostante i miei fossero contrari per una comprensibile preoccupazione. Per risposta, nello stanzino della mia grande casa paterna, mi sono fatto una camera oscura!» ride.

    Testardo e determinato, Giovanni Caruso apre la sua agenzia fotografica giornalistica, collabora con L’europeo, fino all’incontro con Giuseppe Fava. Dopo il suo omicidio nel 1984 «mi venne una certa repulsione per la cronaca nera, mi avevano ammazzato il direttore, ero molto arrabbiato». Si dedica, quindi, ai grandi reportage sociali in Sud America tra Perù, Argentina, Paraguay, ma anche in Messico e Chiapas, in Medio Oriente con il treno per la pace in Kurdistan. «Per me fotografia e militanza sono sempre stati inscindibili e imprescindibili» chiosa. E lo sono ancora, anche nella cecità.

    «Ho fatto le mie ultime fotografie nel Natale del 2003, poi è arrivato il buio e ho chiuso la macchina fotografica in una cassapanca». Dove rimane, finché sua moglie Elena non gli legge Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino. «Un libro bellissimo, che non conoscevo. Per fortuna ho una grande compagna che mi sostiene moltissimo» sorride Giovanni. Che ricomincia a fare qualche scatto in digitale, «più per tenere la macchina fotografica in mano e ricordami chi ero».

    È stato poi Costantino Ruiz, fotografo e reporter spagnolo, nel 2020 in piena pandemia, a «spingermi a usare con più attenzione gli altri sensi, il tatto in particolare, per tornare a fotografare. All’inizio il mio bastone, la mia pipa, il tavolo, la gatta, finché non ho ritirato fuori le mie macchine fotografiche analogiche». A guidarlo, la memoria dell’esperienza tecnica. Il calore dei raggi del sole sul corpo, «che mi dice da dove viene la luce». E ancora una volta le mani, per toccare. «Quando dico le mani che vedono, è reale questa cosa».

    E la sta insegnando ad Alessio, un ragazzino di 14 anni cieco dalla nascita, appena conosciuto a Catania alla mostra «Di luce e di vita. I due tempi di Giovanni Caruso» a cura di Marco Pirrello e Nancy D’arrigo. Intanto Caruso lavora a un nuovo progetto, La panchina. «Ogni panchina è un piccolo centro sociale, una storia», per le strade che il fotografo esplora con il bastone bianco con la «cianciana» (campanella) e Jazz al suo fianco. «Adesso fotografo solo in bianco e nero, piccole storie raccontate in poche immagini o addirittura in una sola che io non vedrò mai, ma penso che in ognuna ci sia almeno una storia mia, interiore. È un mistero anche per me».

    In Aspromonte l’arte «accarezza» gli orfani contro il dolore

    Il progetto di Nadia Macrì con le associazioni Fraternamente e Mammalucco

    Alcune delle volontarie dell’associazione Fraternamente durante un evento

    Sono tanti gli orfani in terra di Aspromonte. E tante sono anche le loro storie. C’è chi ha perso la mamma, chi il papà e chi entrambi i genitori: Gaetano, Piergiorgio, Patrick, Christopher, Luigi, Emma, Lara, Giorgia, Benedetta, Giulia e tanti altri. Fragili, a volte smarriti, hanno così tanto orgoglio che colmano il vuoto con una carezza, paradossalmente da riservare agli altri, più fortunati di loro.

    A sostenerli in questo percorso di vita sono le associazioni Fraternamente e Mammalucco, che offrono loro uno spazio protetto in cui la sofferenza può trovare un senso con il progetto «L’arte che accarezza», avviato da Nadia Macrì, scrittrice, giornalista, di Taurianova, comune della Piana di Gioia Tauro. «Non è stato semplice riunirli - spiega - e spesso anche le famiglie faticano ad accettare un percorso che nasce dal dolore. Chi partecipa scopre un ambiente sereno e mai invasivo, in cui ogni emozione può trovare spazio senza essere soffocata. Un luogo che accoglie come una storia raccontata piano, quasi una fiaba, capace di catturare l’attenzione dei bambini.

    «Zazà il robottino felice», è stato il primo suo successo. Poi, «Pepè il topo intelligente» con l’obiettivo di trasmettere ai bambini il rispetto per l’ambiente e l’amicizia, attraverso la narrazione di episodi senza preclusioni, allontanando dalla loro mente le stranezze del nostro tempo e gli strani comportamenti degli umani. E adesso «Francesco, un cuore leggero» e «Natuzza, un cuore vicino», storie di santità con lo sguardo dei bambini. «Devono sentirsi compresi e non diversi dagli altri», insiste la scrittrice. L’idea è accompagnarli, con le cautele del caso, a comprendere che l’assenza dei loro geche nitori, a causa di gravissime patologie o morte improvvisa, non cancella il loro dolore, ma può renderlo più respirabile. «Ritrovare la fiducia prosegue Nadia Macrì - è un atteggiamento importante, così come fondamentale è vederli gioiosi insieme ad altri bambini più fortunati di loro li sostengono in questo percorso di crescita. È un successo straordinario scorgere come i bambini del gruppo si preoccupano di proteggersi tra loro perché significa che attraverso il gioco si è consolidato il gesto di un’amicizia che protegge chi sta vivendo le amarezze della vita».

    Il progetto «L’arte che accarezza» mette al centro una certezza: i bambini possono affrontare anche il dolore più grande, se non vengono lasciati da soli. «E in un tempo in cui le fragilità rischiano di essere invisibili, questo progetto ricorda che la solidarietà silenziosa può cambiare la traiettoria di una vita. È importante che questi bambini orfani si sentano compresi, imparino a prendersi cura di loro e ritrovino la fiducia», prosegue la scrittrice.

    «Tutti questi bambini hanno a casa qualcuno che li ascolta, li segue, li educa e li accompagna. Sono famiglie che attraversano un’assenza grande e che trovano in noi una complicità in quel dolore che condividiamo», conclude.

     

    Parkinson e lavoro: «La malattia non va nascosta»

    Ennio Trebino, ingegnere genovese in pensione, e la diagnosi ricevuta quando aveva solo 40 anni «Per paura di giocarmi la carriera non raccontavo il mio problema, ma ho sbagliato» Presidente dell’associazione in Liguria, ammonisce i giovani: «Vivete imparando il compromesso » 

    Di Chiara Daina

    Ennio Trebino, ingegnere in pensione, durante una passeggiata in montagna A 40 anni la diagnosi di Parkinson, che non gli ha impedito incarichi da top manager Dal 2025 presiede l’associazione ligure Parkinson

    «E adesso cosa sarà del mio futuro?». Aveva bisogno di rassicurazioni Ennio Trebino, quando a soli 40 anni un neurologo gli diagnosticò il Parkinson. Voleva capire se sarebbe riuscito ad affrontare il suo lavoro da manager, che lo portava tutte le settimane in viaggio per l’italia, a condividere i momenti con la famiglia, a dedicarsi al trekking, la sua grande passione. «Fino a quando sarò in grado di fare tutte queste cose normalmente?», chiese al medico. «La risposta fu brusca e disarmante. Nessuno lo sa, mi disse, lei continui a fare la sua vita, poi vedremo. In quell’istante sentii un buco nell’anima. Ma presi quelle parole alla lettera e non tirai mai i remi in barca. Né allora, né adesso, che ho 66 anni e i sintomi non posso più nasconderli».

    Trebino è un ingegnere genovese in pensione da sei anni. Nel 2025 è diventato presidente dell’associazione ligure Parkinson (circa 300 iscritti). «È la prima volta - confessa che mi racconto e lo faccio perché questa malattia colpisce tante persone anche in età giovane, che hanno il diritto di non interrompere i loro progetti». Rincomincia da qui: «Mi resi conto che non mi sarebbe servito a nulla vivere con la paura addosso, pensando a quando non ce l’avrei più fatta a sostenere fisicamente i ritmi di lavoro, a quando i movimenti sarebbero stati lenti e difficili, la voce debole, il volto contratto. Non mi rintanai in casa e puntai sempre alla carriera. Non devo rinunciare a un incarico oggi pensando che domani non sarò più prestante, pensai. Nel 2020, quando arrivò la diagnosi, facevo il direttore dei servizi idrici di Genova. Decisi di non parlare ai colleghi della malattia: l’ambito del lavoro è uno dei più vigliacchi e insidiosi, temevo di essere messo all’angolo».

    I sintomi non si notavano ancora. Dopo quattro anni si presentò l’offerta della mia vita: un posto da amministratore delegato per la società che si occupa dei servizi ambientali di Livorno, un’azienda da 500 dipendenti. Accettai senza esitare un attimo, sebbene mi toccasse fare avanti e indietro in macchina da Genova». Tace sul Parkinson, di nuovo: «Quando non ce la farò più, mi fermerò. Non voglio che decida qualcun altro al posto mio, se ho ancora le forze di raggiungere i risultati». Dal 2004 al 2020 non perde un colpo, nonostante i primi segni del Parkinson. Fatica a concentrarsi, piccoli irrigidimenti alle gambe e alle braccia negli ultimi mesi di carriera. «Un collega, un giorno, mi chiese come mai avessi rallentato il passo. Gli dissi la verità e ne parlai anche al capo del personale, che mi propose di anticipare la pensione. A quel punto capii che era giunta l’ora di ritirarmi».

    Dal lavoro, non dalle relazioni e dai suoi interessi. Anche qui, Trebino segue lo stesso principio: «Cercare l’ottimismo in ogni situazione. Se ci sono delle cose che ci piace fare, come coltivare l’orto, nonostante la malattia ci crei dei disagi, le faremo meno bene di prima, mettendoci più tempo, ma comunque le potremo fare». Il suo non è, sottolinea, «un messaggio buonista», ma «quasi egoista». Nel senso che «non si devono trasformare i problemi in dilemmi: o in montagna faccio le ferrate oppure non ci vado e resto sul divano. Si può sempre trovare un compromesso per goderci la vita, la malattia non è la fine del mondo». Lui si è messo in gioco: «Oggi faccio la maschera al teatro di Camogli, leggo molto, cammino in collina e vado a caccia di ristoranti con gli amici. Come associazione conclude - vorremmo entrare nelle scuole per spiegare ai ragazzi cos’è il Parkinson. Quando perdiamo l’equilibrio in strada rischiamo di essere scambiati per ubriachi. E poi dobbiamo combattere i pregiudizi sul posto di lavoro: non va nascosta la malattia, come ho fatto io, per paura di essere danneggiati».

    «Artigiano in Fiera? Un ponte di pace, diversità è ricchezza»

    Antonio Intiglietta presenta il prossimo evento Dal 29 maggio torna l’anteprima d’estate: arrivi da 50 Paesi, compresi i territori in guerraDi Elena Comelli @elencomelli

    Mille artigiani da oltre cinquanta Paesi del mondo convergono su Milano per portare una parola di pace, con la seconda edizione dell’anteprima d’estate dell’artigiano in Fiera, che va in scena a Fieramilano dal 29 maggio al 2 giugno.

    «Sarà un incontro fra culture diverse, religioni diverse e storie diverse, per gettare ponti fra le persone in un quadro di relazioni, di meraviglia e di scoperta, gli stessi valori che da sempre guidano il nostro impegno nel promuovere l’artigianato come espressione genuina di umanità, territorio e saper fare», commenta Antonio Intiglietta, presidente della manifestazione.

    «L’importante è riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri e scoprono la loro umanità, in questo caso attraverso il lavoro. Questo è l’atteggiamento che più ci corrisponde, perché la simpatia nasce in maniera naturale fra persone creative, che si scambiano le proprie esperienze, i propri talenti e le proprie tradizioni manuali. In questo modo s’instaura la stima per l’altro, anche nella sua diversità. La diversità non è più un difetto ma un arricchimento».

    Lo vedete nella vostra esperienza?

    «Certo, questa dinamica noi la vediamo con l’esperienza, perché la gente che viene da noi guarda la diversità con simpatia. Bisogna immaginare questi cinque giorni di incontro con il pubblico milanese come un luogo di pace. La pace nasce quando le persone s’incontrano e comunicano senza pretendere di piegare la volontà dell’altro. Nella nostra fiera si costruisce questo ponte, facendo vedere che la pace è possibile».

    «Anche la concorrenza, naturale fra artigiani, non è un conflitto ma è un “correre insieme”, come dice la parola stessa. La concorrenza non è una guerra, come spesso la vediamo, ma uno stimolo, una provocazione per migliorare confrontandosi con il lavoro degli altri. Il concorrente non è un nemico, ma uno che correndo insieme a me, mette in luce i miei pregi e difetti».

    Avete artigiani da tutto il mondo?

    «Sì, da noi vengono ormai dai cinque continenti, anche dai luoghi di guerra. Abbiamo 15 iraniani che sono riusciti a partire malgrado il conflitto in corso. Abbiamo israeliani e palestinesi. Abbiamo siriani, africani, asiatici, latinoamericani, molti dei quali da Paesi in preda a queste guerre che ormai dilagano in tutto il mondo. Sono persone che arrivano qui con il desiderio di creare qualcosa di positivo e di bello, per resistere alle incertezze sul futuro grazie al proprio lavoro».

    «L’anno scorso sono venuti all’anteprima d’estate 200 mila visitatori, è stato già un bellissimo risultato, ma la manifestazione era alla prima edizione e quindi ancora poco conosciuta. Quest’anno ne verranno senz’altro di più, noi siamo molto speranzosi, perché c’è una certa fidelizzazione. Come stanno crescendo i nostri artigiani, che quest’anno sono il 20% in più dell’anno scorso, crescerà sicuramente il nostro pubblico».

    «Certamente. L’esperienza proposta ai visitatori è un percorso tra continenti ma anche fra tutte le regioni italiane, da Nord a Sud dello stivale, tra tessuti e abiti leggeri, gioielli

    Forza del lavoro

    «È importante riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri»

    ispirati alla natura, creazioni artistiche luminose, soluzioni di design per la casa e l’outdoor, accessori per il viaggio e il tempo libero. Ci sarà anche un itinerario gastronomico che attraversa specialità regionali italiane e cucine dal mondo, ospitate nelle otto Piazze del Gusto tra i vari padiglioni».

    «Sono molto colpito dall’interesse sempre più marcato per i prodotti in sintonia con la natura, creazioni sostenibili all’insegna dei materiali naturali, cosmetici e alimenti biologici, che cercano di ridurre il più possibile l’impronta dell’umanità sul pianeta. Sono queste le creazioni che attraggono di più anche il favore del pubblico, che privilegia sempre più la sostenibilità nei suoi acquisti».

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