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Residenze d’artista, falegnamerie autocostruite, spazi di lavoro condivisi, laboratori per bambini: in Gallura il ritorno di diversi giovani e la riscoperta della vita rurale diventano dispositivo creativo e comunitario, capace di intrecciare memoria e contemporaneità.
di Andrea Tramonte
‘Neo-stazzismo‘ è una formula che non richiama il ritorno a un passato romantico e idealizzato ma indica il tentativo di aggiornare in chiave contemporanea lo spirito degli insediamenti rurali che per secoli hanno scandito paesaggio e vita quotidiana in Gallura. Recuperandone alcuni aspetti cruciali: collaborazione, prossimità, mutua assistenza. “La vita negli stazzi non può esistere più come un tempo, quando ci si spostava a cavallo – spiega Giacomo Cossu, architetto -. Ma possiamo autoprodurre il nostro tempo, le nostre interazioni, perfino il nostro divertimento”. È da questa intuizione che prende forma Cocò, associazione di promozione sociale che lavora sulla riattivazione urbana e culturale dei piccoli centri della Gallura. Come spazio è un coworking che ha sede ad Aggius, ma sul piano immateriale rappresenta una serie di relazioni, idee e progetti che
si muovono lungo quella che si potrebbe definire quasi una piccola “città-territorio”, una comunità diffusa che condivide storia, valori e orizzonti di vita. “L’idea nasce dal desiderio di tornare in Sardegna dopo tanti giri all’estero, tra studio, lavoro e incertezze – spiega -. Volevo aprire una ‘casa mondiale’, raccogliere persone come me, lavoratori da remoto che avrebbero abitato qui. Avere le stesse interazioni che trovi viaggiando, ma restando”. Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono delle aree interne e delle zone rurali che rimette al centro relazioni, lavoro e cultura. Il primo step – per Cossu ancora un passo personale – è stato riprendere confidenza con l’idea di tornare nell’Isola nel 2019 fino al trasferimento in pianta stabile due anni dopo, nel 2021. “Sono andato a Laconi, da Treballu, e sono rimasto per due settimane: ho avuto modo di approfondire la conoscenza di iniziative di questo tipo. Poi mi sono trasferito a Badesi per due anni dove ho vissuto con galline e gatti, da solo, lavorando come architetto e cercando di spingere il progetto”. Una fase di isolamento operativo e fertile, finché l’incontro con Luca Sarais — “cagliaritano trapiantato a Tempio, storia simile alla mia” — trasforma quel gesto individuale nel nucleo di un progetto collettivo
. Nasce l’associazione, che fin dall’inizio si pone il problema di trovare una casa per questa comunità nascente. Presentano il progetto al Comune di Aggius, “a metà strada tra Badesi e Tempio”. L’amministrazione risponde: se la casa non si trova vi diamo uno spazio pubblico. E così è stato.“Nel gruppo di amici cresciuto nel frattempo l’energia è diventata magnetica per persone che vivevano lì vicino e lavoravano da remoto”, racconta Giacomo. Il luogo diventa insieme ufficio condiviso, centro di produzione artistica, spazio per incontri, laboratori, eventi. È qui che l’idea originaria di “casa mondiale” cambia forma. “La condizione iniziale si è trasformata. Alla fine siamo diventati una comunità diffusa di ragazze e ragazzi tra i 30 e i 37 anni massimo che abitano lo stesso territorio e usano il coworking come nodo, luogo di ritrovo e produzione”. Ci sono Luisa Pesenti, ingegnera, Chiara Pesenti che gestisce un agriturismo in zona, Paola Colombano che ne conduce un altro, Davide Spiga medico, Caterina Vivai artigiana e artista performativa, Emanuele Cau agricoltore, Sebastiano Filippi pittore che insieme a Jessica Scanu gestisce un altro progetto residenziale comunitario e artistico nella loro casa (chiamato “L’una di notte”), Carlo Carboni videomaker che fa la spola tra Roma e Aggius, Lorenzo Pala che si occupa anche di progettazione, organizzazione di eventi e produzione musicale.

Attorno al primo nucleo, insomma, si aggregano competenze eterogenee: c’è chi apre residenze d’artista in case ristrutturate, chi recupera stazzi abbandonati per progetti di ospitalità, chi lavora su agroforestazione e raccolta delle erbe. Nascono i primi laboratori: falegnameria, disegno, ceramica, attività per bambini. Il progetto simbolo oggi si chiama Spaesati e mette al centro l’artigianato come dispositivo comunitario. “Abbiamo costruito una falegnameria in partenariato con l’agriturismoLa Cerra gestito da Chiara. Tutta in legno, in trenta persone, un laboratorio di autocostruzione”.
Quello che Cossu definisce neo-stazzismo inizia a prendere corpo: non una estetica rurale


