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25.6.12

«Come stanare gli incendiari» La via della (vera) lotta al fuoco







N.b Le foto ivi riportate , non sono  dell'articolo ma prese dalla rete , in quanto  non so per  quale arcano motivo   da un paio di mesi   nelle  edizioni free del quotidiano  cioè quelle disponibli dopo  le  19 non compaiono  le  foto  degli articoli  

Ma ora  bado alle  ciancie   ed m'avvio a raccontare  .   

Un altro problema   oltre all'abbandono degli animali  è quello degli incendi  . Ecco la storia  di chi lotta   contro il fuoco  
unione  sarda del 24\6\2012

È uno dei cento investigatori criminali d'Italia. I serial killer non c'entrano e nemmeno i buonissimi ragazzi che massacrano i genitori nella quiete delle pareti domestiche. La sua specialità è un'altra, incandescente: gli incendi. Studia, come dicono gli addetti ai lavori, la sindrome dell'incendiario.Trentatré anni, romano, Marco De Sisto è laureato in Psicologia, tesi sui comportamenti autolesionistici col fuoco. In Sardegna, e non solo, l'argomento è caldo, anzi caldissimo. Appena comincia l'estate si vacilla sulla solita altalena fatta di speranza e paura: sarà una stagione devastante oppure ce la caveremo con una quantità fisiologica di roghi? Di indagini, o intelligence, come dicono oggi, non si parla. A differenza della caccia a un assassino, quella ad un incendiario non prevede nessuna tecnica investigativa salvo quella dettata dalla fortuna. E solo allora si parla di arresti, si sbatte sui giornali nome e foto del mostro che ha appiccato l'incendio.De Sisto viaggia in un'altra dimensione, segue una rotta decisamente nuova. La sua plancia di comando è al sedicesimo piano di Bourke street, a Melbourne, un palazzone del Central business district, cuore commerciale della città. Ambiente minuto e prevedibile: scrivania, computer, molto disordine, moltissimi libri, carte sparse a piacere.Il pizzetto risorgimentale gli dà un'aria risoluta, decisa. Ma dev'esserci qualcosa di più se fa il pendolare con l'Italia nella veste di prof e consulente delle squadre che si occupano di incendi. Esordio volontario coi Vigili del fuoco, ha sgombrato il campo dagli equivoci con un saggio che risale al 2005. Si intitolava: piromane o incendiario? «Di solito si usano, sbagliando, questi due termini come sinonimi».Nel tempo, insomma, s'è convinto che per debellare gli incendi non bastano le campagne pubblicitarie sui giornali, l'arruolamento in massa di precari, le assunzioni nel Corpo Forestale dettate più da ragioni clientelari che da bisogni veri e propri. L'australiano Bushfire cooperative research centre gli ha finanziato uno studio per disegnare l'identikit dell'incendiario-tipo, non confonderlo col piromane e, soprattutto, organizzare la prevenzione.La risposta, dice lui, è «squisitamente investigativa: se vuoi evitare o ridurre la piaga degli incendi devi capire contro chi stai combattendo». Significa, e la cosa riguarda qualunque Paese del mondo, tratteggiare la psicologia e gli impulsi di chi sceglie il fuoco per farsi giustizia o per mettere a segno una vendetta, aprire la strada a una speculazione edilizia o danneggiare un concorrente.Secondo De Sisto, che viaggia un po' dappertutto per tenere corsi di aggiornamento alle forze dell'ordine, il vero problema è «liberarsi dalla logica, generalista e banale, della lotta agli incendi per aprire un fronte nuovo». Servirebbero, in pratica, gruppi di specialisti che conoscano bene la terra in cui lavorano e il labirinto di interessi che la attraversa. «Io penso a una sorta di procura antincendi, a un team di detective e non di pompieri».


Cominciamo dall'apocalisse di tre anni fa.
«Da queste parti quell'incendio si chiama Black saturday, Sabato nero. È stato uno dei più devastanti nella storia dell'Australia. Febbraio 2009, Melbourne, Stato del Vittoria. Il bilancio è impressionante: 173 morti, circa 7.500 persone rimaste senza un tetto con un totale di duemila case completamente distrutte e 45mila ettari di terreno devastati. Questo è stato il Black saturday».
L'Italia se la passa decisamente meglio.
«È il terzo Paese europeo più colpito dagli incendi boschivi. Tra il Duemila e il 2008 se ne sono verificati poco meno di ottomila. Le fiamme hanno divorato qualcosa come ottantacinquemila ettari di vegetazione. Ogni anno nel mondo ne vengono inceneriti non meno di 350 milioni».
Qual è la differenza tra piromane e incendiario? «Sono figure che presentano dinamiche motivazionali profondamente differenti. L'incendiario appicca un incendio per tornaconto personale (vendetta, business, protesta o per mascherare altri reati). Il piromane invece lo fa per via di un deficit nel controllo degli impulsi. Metterli sullo stesso piano è come paragonare un drogato ad uno spacciatore».



L'incendiario può essere considerato un malato?
«Dipende dai casi e, soprattutto, da cosa intendiamo con il termine malato. Un soggetto che per qualche migliaio di euro appicca un incendio causando danni irreversibili all'ecosistema nonché la morte di centinaia di esseri viventi è un malato o un sano delinquente?»
Sul piromane invece non ci sono dubbi, andrebbe curato come un maniaco sessuale.
«Negli ultimi anni si è evidenziato un forte collegamento tra il piromane e la sua sfera sessuale compromessa. Di fatto, per questo genere di persone appiccare un incendio e assistere poi al divampare delle fiamme rappresenta lo stesso identico piacere e coinvolgimento provato durante un orgasmo».
Il confronto col maniaco sessuale regge?
«Direi di no. Siamo molto distanti dal poterlo collegare ad un maniaco sessuale proprio per l'oggetto del desiderio. Per un piromane il fuoco è e sarà sempre la più bella ed eccitante delle donne, l'unica che valga veramente la pena possedere».
C'è una confessione che l'ha colpita?
«Anni fa sono riuscito a convincere un piromane a vuotare il sacco. Ma sto parlando di un-piromane-uno. Bisogna tener presente che nella stragrande maggioranza dei casi siamo di fronte invece a un incendiario, cioè un individuo che ha un interesse preciso a scatenare il fuoco. Il nostro lavoro è capire quale sia questo interesse».
Risalire insomma al movente.
«Certo. Ed è per questa ragione che da tempo mi batto perché l'apparato investigativo venga rafforzato, migliorato e adeguato alla gravità di un fenomeno che ha dimensioni internazionali».
Il caso più eclatante?
«Credo risalga alla primavera del 2009 quando una stazione radio-televisiva mi ha chiesto di tracciare il profilo di un ragazzo accusato di uno degli incendi scoppiati durante il Black saturday. Ricordo bene quella vicenda: il movente era la vendetta nei confronti della sua ex fidanzata, una volontaria dei Vigili del fuoco».
Esiste una classificazione degli incendi?
«A livello mondiale oggi è ormai accettata una distribuzione precisa delle cause degli incendi: volontari (o dolosi), involontari (o colposi), naturali e non classificabili (o di dubbia attribuzione). Le medie a livello internazionale registrano un 50 per cento di cause volontarie, 25 per cento involontarie, 3 per cento naturali e il restante 22 per cento non classificabili. Tutto diventa però più complicato quando vogliamo analizzare le motivazioni che si nascondono dietro un incendio. Ogni realtà ha storie e sviluppi diversi: ecco perché un investigatore deve avere innanzitutto un'eccellente conoscenza del territorio».
E i casi di incendio-suicidio?
«Al di là della forma e dell'atto che il suicidio assume, ciò che accomuna tutti i tentativi di darsi la morte tramite il fuoco sembra essere una marcata volontà di autopunizione. Due studiosi, Barnett e Spritzer, scoprirono fin dal 1994 che gli incendiari erano tra i pazienti con più precedenti per tentato suicidio e per automutilazione».
Come mai?
«Questi soggetti ritengono di poter cancellare ogni traccia di sé attraverso il suicidio. L'aspetto su cui mi soffermerei è proprio questa ambivalenza: da una parte far finta di non essere mai esistiti riducendo in cenere se stessi e il proprio ambiente; dall'altra invece offrire uno spettacolo talmente brutale e spaventoso (come quello di bruciare vivi) che rimarrà sempre impresso nella mente».
Quali sono le abitudini-tipo dell'incendiario?
«Difficile, e a mio avviso perfino scorretto, generalizzare. Dipende che tipologia di incendiario vogliamo prendere in esame. Ovviamente le abitudini e gli stili di vita di un uomo d'affari saranno molto diversi da quelli di uno che vuole soltanto vendicare un torto subìto o che magari vuole protestare contro un sistema che non condivide».
Ma qual è la molla che fa scattare l'idea del fuoco?
«La più disparata. Si passa dal businessman che brucia un'area boscata per poi costruirci sopra una zona residenziale e quelli che invece sentono voci d'angelo o di demoni che li invitano, fino a costringerli, ad appiccare un incendio».
La legislazione è adeguata all'emergenza-fuoco?
«Assolutamente no. Ma l'apparato legislativo non è altro che il risultato di una scarsa presa di coscienza dell'immensa gravità del fenomeno degli incendi, soprattutto boschivi».
Servirebbero squadre investigative specializzate?
«È il mio più grande desiderio, insieme al sogno di riuscire a farne parte. Ma credo che tutto questo resterà una dolcissima utopia ancora per molti anni».
Perché?
«Basti dire che si è cominciato a parlare di investigazione-incendi soltanto a partire dalla fine degli anni '80. Prima d'allora l'argomento era ignoto in tutto il mondo per la semplice ragione che l'unico obiettivo era quello di organizzarsi per spegnere le fiamme e salvare più vite possibile. Ancora oggi ci sono molte resistenze a porsi in un'ottica investigativa».
Come mai?
«Per la semplice ragione che, a livello internazionale, tuttora si ritiene che il 30 per cento degli incendi abbia una causa non ben definita».
E invece?
«Non voglio sostenere che gli incendi siano soltanto dolosi. Ma dico che le ricerche hanno ormai dimostrato che, in tutto il pianeta, oltre il 90 per cento degli incendi è da considerarsi provocato dall'uomo. Di questi, quasi il 60 per cento sono intenzionali, cioè dolosi. Le conclusioni sono sconfortanti: il fatto è che non si vuole capire».
Cosa non si vuole capire?
«Continuare a parlare di prevenzione e di lotta antincendio è oggi assolutamente inutile visto che le statistiche attribuiscono a ragioni dubbie o non accertabili un rogo su due. Non riesce a passare l'idea che dietro gli incendi, in particolare quelli boschivi, c'è troppo spesso la mano di un criminale. E allora mi domando: vogliamo veramente ridurre il numero degli incendi? Investighiamo, non c'è altra scelta».
A proposito: il fuoco appiccato dai pastori è tradizione o crimine?
«La pastorizia è senza dubbio una risorsa vitale. In questo contesto il fuoco - come strumento culturale - non è altro che il fratello maggiore della pastorizia. La protegge, le dà sicurezza fino al punto di garantirne la stessa sopravvivenza. Però fin dal 1756 l'utilizzo del fuoco per rivitalizzare i pascoli è considerata una pratica proibita e pertanto perseguibile dalla legge».
Non è una contraddizione, questa?
«Il mondo è pieno di contraddizioni, a volte la risposta giusta non è sempre quella più logica ed evidente. Uno zingaro che ruba è un delinquente o una persona che rispetta la lunghissima tradizione delle sue radici culturali? Un circense minorenne che non va a scuola per diventare un'attrazione da circo è un fuorilegge o un ragazzo talentuoso che onora la storia della sua famiglia?»

24.6.12

differenza tra uomini e donne nel vedere l'amore

una interessantissima discussione  avvenuta  in fb  sulla bacheca  di questa mia  cdv   ( compagna di  viaggio  )

  • se dovessi uscire con qualcuno e nel parlare dicessi che ho voglia di innamorarmi sono sicura che mi risponderebbe che sono una persona sensibile, profonda e diversa dalle altre e il giorno dopo sparirebbe... se gli dicessi però che dopo le esperienze passate non mi innamoro più mi repureterebbe normale e qualche altra uscitella la rimedierei perchè è normale reputare l'amore una fonte di dolore...o.O L'amore? Gli stronzi sono fonte di dolore, l'amore fa solo che bene....... poi dici come mai gli se esistono gli extraterrestri non si fanno vedere? perchè sanno che stamo più a pezzi del tonno, che ce contattano a fa? fanno bene..... extratterestri vi stimo!!!
     · 

italia-inghilterra euro 2012 attraverso il cinema e i ricordi personali sul calcio


  da  http://annamaria-liberipensieri.blogspot.it/2012/06/goal.html 

Molti mi diranno che sono contraddittorio   perchè   :<<  prima definisci  il calcio come il nuovo oppio dei popoli  .,  lo definisci il nuovo  Panem et circenses  e  poi  ne  parli  bene  e  racconti  o riporti  delle storie  come   questa qui  >>. Vero ma è il prezzo da  pagare per chi ha  scelto  e  và in direzione ostinata  e contraria . Inoltre fra me   e il calcio    fra me  è  il calcio  c'è  un rapporto d' Amore  e d'odio  . D'amore   mi affascino le storie  e  le  gesta  dei  giocatori  ,  sono cresciuto  con il calcio   sia televisivo   come  i  video che trovate sotto    sia  con  le varie  serie  del famoso  cartone  


 sia  alle  partite improvvisate  , in oratorio  ,  in zone abbandonate  ,  in piazza  , in carrera ( strade  )  , nel corridoio di casa  .,  che  finivano  come fantozzi  



smiley
3)  gli sfotto  e le  burle  , ovviamente senza  esagerare troppo ed  evitando il più  possibile che degenirono insulti personali  ( esperienza personale   da  juventino eretico  , ma questa  è  un altra storia  se  volete  saperla   continuate  a seguire il blog magari prima o poi  la  racconterò  o  chiedetemela  pure  all'email del  blog  l'ho messa apposta   ,  come  m'era  successo  con la  vecchissima   chat   degli   interisti   il muro dei tifosi   http://www.inter.it  )  .  D'ODIO il fanatismo  di certi tifosi , il paraocchi ( sei juventino fuori  di qui   come mi è successo  nella famosa  chat  di cui parlavo prima  )  , il calcio  diventato solo gossip e show must go off o show business  , quello parlato , usato dalla politica per  distrarti  o  far passare le magagne in secondo piano   e che influenza  anche il linguaggio  tipo : << scendere in campo , in zona cesarini , ecc >> , che fa pressioni  alla magistratura  d'insabbiare  vedere  la fine di calciopoli  che  ha  pagato solo uno   per  tutti   , o il calcio scommesse ,il doping , ecc  vedete  il mio precedente post  :  morti di serie a ( Morosini ) e di serie b ( Petrini ). Per  chi volesse  leggersi tutti gli articoli \ post  che  ho scritto sul calcio  andate qui
Ora  dopo   quiesta premessa   veniamo al post  vero e proprio  .
Stasera   fra  neppure  3  poore   ci saranno  i  quarti degli europei  e ritornano le  sfide  mitiche  chje  hanno  anche influenzato il cinema articolo  da  http://sport.sky.it/sport/calcio_estero/2012/06/24/

Frittatona di cipolle, birra gelata e rutto libero: così Ugo Fantozzi si appresta a seguire Inghilterra-Italia

Il prepartita del ragionier Fantozzi, con frittatona di cipolle e birra gelata, è celebre quanto il racconto di quella partita tra Inghilterra e Italia, che lui si perse per vedere "La corazzata Potemkin": un 21-0 che speriamo sia di buon auspicio.. 

Tutto è pronto, ci siamo. Prepartita con frittatona di cipolla, birra gelata e rutto libero. 
Poi, all’improvviso, una telefonata. 
L’urlo di disperazione del ragionier Fantozzi che si appresta a godersi Inghilterra-Italia e viene invece convocato al “cinema” dal megadirettore (per vedere un film cecoslovacco ma, per fortuna, con sottotitoli in tedesco) è storia del cinema e incubo di ogni tifoso italiano che si rispetti. 
Sì, perché Inghilterra-Italia è il gol di Capello a Wembley, il tuffo di Bettega e la doppietta di Montella. Ma per noi italiani è anche il dramma di un uomo costretto a perdersi una partita che, parole del telecronista, “fa impallidire anche il ricordo di quella dei leggendari tempi supplementari di Italia-Germania in Messico”.
Il viaggio in macchina con la radiolina incollata all’orecchio, mentre tutto il resto dell’Italia è comodamente seduto in poltrona, la telecronaca incalzante ("La palla è ora a Tardelli, scatto di Tardelli. A Savoldi, tiro, nuca di McKinley, tibia di Savoldi, naso di Antognoni. Nuca del portiere inglese, naso di McKinley, tibia di Benetti, nuca, naso..."), l’auto abbandonata in mezzo alla strada e la finestra rotta con un pugno per sapere “chi ha fatto palo”. 
Per finire con il mitico 21-0 che gli Azzurri inflissero agli inglesi quella notte, secondo le voci che, al cinema, “nel buio della sala correvano incontrollate e pazzesche: si diceva che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo”.
Inutile dire che stasera ci accontenteremmo anche di un risultato più modesto, senza alcuna impresa da parte di Buffon...


FRITTATONA DI CIPOLLE E BIRRA GELATA:







SCUSI, CHI HA FATTO PALO?


oppure  il video integrale  


povera italia dai fascisti \ nazisti ai razzisti\xenofobi

vedendo   questo  cortometraggio d'Ettore  scola  






in cui  descrive  di come  l'Italia  sia passata  Dai nazisti ai razzisti. '"43/'97", un corto inedito di Ettore Scola regalato a l'Unità che fa da "testimonial" al festival itinerante "Libero cinema in libera terra". Pochi folgoranti minuti in cui l'autore di "Una giornata particolare" ci dice di come il cinema possa mettere in salvo da ogni razzismo, violenza e sopraffazione. Con citazioni da  vari  film ovvero  capolavori  italiani.
canticchio  chiedo scusa , a chi mi segue  fin dal mio esordio  in rete  nel  lontano  2004 ,   se mi ripeto  , ma  certe  cose la gente  ottusa non le capisce  e  (  ma  chi se ne frega io continuò ad andare avanti e a non curarmi di loro  )  mi giudica  comunista  ,  questa canzone più attuale  che mai  , perchè mi sembra  giusto ed  opportuno passare  dal piangere  e piangersi ( vedere  sotto   il video di Battiato povera patria  a cercare una  nuova patria   , vedere il video   della  Guzzanti da  0.55  in poi  ) senza  però scordarci il passato  ( vedere  il secondo video della guzzanti  ) 










e  mi  rattristo  di  come siamo caduti in basso  hanno ragione  sia  De gregori e  Battiato  con queste due  canzoni ormai entrate nel  nostro Dna   panorama  culturale musicale italiano 











 ma allora tutti sottovalutammo e consideravamo i primi rigurgiti come nostalgici del fascismo e del nazismo e credevamo fossero solo 4 gatti

sia  Guido Crainz (  foto  a  sinistra e qui la  sua  bibliografia )    l'autore  de Il paese mancato  Dal miracolo onomico agli anni ottanta (  copertina   sotto  a  destra  )  . Il libro  è la storia dell’Italia dagli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, la storia – sapientemente descritta e raccontata – di un Paese che avrebbe potuto essere altro da quello che è diventato e che è tuttora, un Paese mancato appunto, e che in quel lasso di tempo ha attraversato una delle congiunture sociali e politiche più eccezionali e irrepetibili che possa venire a determinarsi nel percorso di vita di uno Stato e una nazione.  Sempre secondo la  sezione  recensioni  de  il sito http://www.brigaterosse.org   ( sito non più aggiornato  dal  2007 che  a  causa  della mentalità bacata  di  digos  e  polizia  postale  ,  ma  anche  della cultura  di  stato  vedere   il post  di Matteo tassinari     che racconta  come   uno spirito libero come de  andrè  venne  scambiato  come fiancheggiatore  delle  Br  , la stessa cosa  è successa  a  questo sito reo solo di pubblicare   come  documentazione storica i comunicati delle  Br  ) 

Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta non c’è stato nessun aspetto del nostro vivere civile che non sia stato attraversato da sommovimenti profondi, capaci di alterare nelle fondamenta modi di viveri sedimentati e condivisi. Quello che in questa sede interessa, però, è un altro aspetto fondamentale del libro: la capacità, cioè, di descrivere e spiegare con assoluta efficacia le premesse di una stagione di rivolta, i motivi per cui “improvvisamente” una parte della società italiana decide di provare a cambiare la struttura profonda del paese, le regole del vivere comune, i codici di comportamento, i modi di pensare e concepire i rapporti sociali, sia del pubblico che del privato. Per fare questo, Il Paese mancato ci spiega l’Italia degli anni Sessanta al di là e oltre la facile formula del “miracolo economico” che pure si verificò davvero, ma che da solo non basta a descrivere una società complessa e contraddittoria e sull’orlo di una rivolta generazionale. L’Italia dell’esperimento riformista e della congiuntura, della crisi delle due Chiese, quella cattolica e quella comunista, delle tragedie di Avola e delle morti bianche. Fino allo scoppio del biennio ’68- ’69, l’autunno caldo, gli anni furibondi della strategia della tensione e dell’eversione.

È a questo punto, in questo momento, che Il paese mancato diventa un libro necessario, anche nell’ambito di

23.6.12

Il segreto delle foto dei panini di McDonaldundefined


Il segreto delle foto dei panini di McDonaldundefined

Un vero panino da fast food a confronto con la sua foto pubblicitaria
Come mai il cibo di Mc Donald's nella pubblicità ha un aspetto così diverso rispetto a quello del punto vendita? Questa è solo una delle tante domande che arrivano ogni giorno sulla sezione dedicata del sito canadese, che ha lanciato questa curiosa iniziativa ai suoi clienti: "Hai sempre desiderato avere informazioni sul nostro cibo? È la tua occasione!".  A rispondere alla questione posta da Isabel M. è Hope Bagozzi, direttore marketing di Mc Donald's Canada, che per mostrare in totale trasparenza la qualità dei proprio panini si è recata direttamente presso gli studi che curano la campagna pubblicitaria per documentare il back stage dello spot. Scopriamo così che il Big Mac dell'immagine non è riprodotto con photoshop, ma è reale ed è il risultato di un accurato lavoro di composizione effettuato da un food-stylist (una professione sconosciuta ai più), da un fotografo e un imaging specialist.
L'addetto all'immagine del panino non fa altro che cucinare con cura e precisione i vari alimenti che lo compongono e assemblarne le parti; gli ingredienti  - assicurano - sono gli stessi utilizzati nei negozi: pane, cipolla, senape, kecthup, cetrioli, formaggio fuso e carne di bovino. La differenza sta solo nella posizione in cui si trovano gli alimenti. Se nell'hamburger acquistato nel punto vendita gli ingredienti si trovano tutti al centro per un'ovvia questione di praticità, in quello della pubblicità sono posizionati volutamente all'esterno, quasi in bilico. Stesso discorso vale per la consistenza e l'estetica: il panino del negozio è fatto in circa un minuto, quello dello spot richiede ore di lavoro e così tanta meticolosità che il ketchup viene aggiunto alla fine con una siringa e il formaggio fuso al momento con uno speciale coltello piatto riscaldato.
Poi, certo, l'immagine viene leggermente ritoccata a computer e vengono tolte le imprecisioni e i difetti naturali del cibo, ma quello del foto-ritocco è un passaggio obbligato per qualsiasi prodotto pubblicitario. Anzi, a vedere le immagini dei due hamburger a confronto, quello patinato dello spot è forse meno appetibile. Troppo perfetto.

napolitano predica bene ma razzola male Trattativa Stato-mafia, 20 anni fa per Napolitano il Colle si poteva attaccare

ritorno ancora vedere qui il post precedente    sulle la  smentita  ( anzi pseudo  smentita  ) di Napolitano sulle trattive  tra stato & mafia . Visto  che  non


preferisce scendere  a compromessi  o trattare  come dicono molti con essa

Trattativa Stato-mafia, 20 anni fa per 

da  http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/23/

Napolitano il Colle si poteva attaccare

Il presidente della Repubblica attacca i giornali che parlano di sue pressioni nelle indagini sul patto segreto tra istituzioni e Cosa nostra: il Capo dello Stato non va attaccato, è la linea del Quirinale. Ma nel 1991 era lui a scrivere sull'Unità un duro articolo contro il suo predecessore Francesco Cossiga

Bei tempi quando al Quirinale c’era Francesco Cossiga. Politici e giornalisti potevano dire di tutto sul Presidente, e quando qualcuno provava a fare il corazziere di complemento veniva travolto da autorevoli padri della Patria, schierati come un sol uomo in difesa della libertà di opinione e di stampa. Il Fatto Quotidiano non c’era ancora, purtroppo. C’era invece Giuliano Amato, vicesegretario socialista, braccio destro di Bettino Craxi. A lui nemmeno allora andava giù che si criticasse il Colle. Disse un giorno: “Il capo dello Stato è oggetto di un’autentica campagna che, a ondate successive, persegue l’esplicito scopo di destabilizzare le istituzioni”.

DUE GIORNI FA Napolitano ha rispolverato la formula utilizzata 21 anni fa dall’amico socialista: “Si è alimentata una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del presidente”. E ancora ieri sera l’Ansa ci segnalava che “i collaboratori del presidente si interrogano su chi possa esserci dietro, sulla regia dell’operazione”. Stesse parole, contesti simili. Nella primavera del 1991 la Prima Repubblica agonizzava sotto i colpi dell’antipolitica (Lega Nord, referendum elettorali di Mariotto Segni), i partiti strologavano di riforme istituzionali in senso presidenziale e l’inquilino del Quirinale era nervoso. E se oggi Napolitano parla di “insinuazioni”, Cossiga, che era più scoppiettante, parlava di “miserabili insinuazioni”. Sarà forse per quell’aggettivo di troppo, e perché l’insulto era rivolto a lui, che Eugenio Scalfari parlò di “attentato alla libertà di stampa”. Ma erano altri tempi. Amato, ancora craxiano, era in minoranza. Le sue accuse contro le strategie destabilizzanti facevano inorridire i difensori della democrazia. Così il cronista politico de l’Unità Pasquale Cascella (oggi portavoce di Napolitano) intervistò il presidente dei senatori Dc, Nicola Mancino, e gli alzò la palla con maestria: “Qui girano sospetti di un complotto…”. E Mancino, che allora al Quirinale non si poteva neppure avvicinare, perché Cossiga quando invitava i maggiorenti Dc lo lasciava fuori, schiacciò la palla come compete a un vero democratico : “Allora, Amato farebbe bene a fare nomi e cognomi dei complottatori. Per quanto ci riguarda l’idea di una nostra compartecipazione al complotto è semplicemente ridicola”. L’intervista uscì sul giornale fondato daAntonio Gramsci il 2 maggio 1991. E quel giorno lo scontro diventò incandescente.

A fianco di Mancino, e contro Amato, scese in campo, ebbene sì, Giorgio Napolitano, firmando un duro articolo destinato alla prima pagina de l’Unità. La sua linea su Cossiga ipotizzava tre strade: l’impeachment, le dimissioni volontarie, o la decisione del presidente della Repubblica di “astenersi da interventi impropri”. L’altezza del Colle non lo intimoriva certo. E per l’amico socialista furono sonori schiaffoni. Scrisse il futuro sacerdote dell’intoccabilità del Colle (se occupato da lui): “C’è da chiedersi a chi possa giovare il sempre più ostentato schierarsi del Psi come ‘partito del presidente’, contro tutti i supposti protagonisti e complici di un presunto complotto contro il capo dello Stato”.

E ANCORA: Cossiga, “è purtroppo attivamente coinvolto in una spirale di quotidiane polemiche, di difese e di attacchi di carattere personale e politico, fino alla sconcertante e francamente inquietante distribuzione di etichette e di voti a giornali”. Poi il colpo finale al povero braccio destro di Craxi: “Perché Amato non confuta nel merito le tesi di chiunque tra noi, come sarebbe legittimo, anziché emettere indistinte denunce, riferendosi a una campagna contro il capo dello Stato che sarebbe stata promossa non si sa bene da chi e per quali calcoli, e di cui sarebbe partecipe il Pds? Non ci si risponda con la facile formula del ‘partito trasversale’”. E infatti Amato non evocò il partito trasversale, ma si limitò a evocare, con 21 anni di anticipo, l’asse Napolitano-Mancino: “Ho parlato di campagna, non di complotto. Spiace dover constatare che prima Mancino, poi Napolitano ritengano che si tratti della stessa cosa”. Proprio come oggi. Campagna, complotto, notizie, tutto uguale, tutto sbagliato, tutto vietato. Che nostalgia dei tempi di Cossiga, quando la libertà dei giornalisti era difesa da Napolitano.

finalmente una donna che cerca di compemrendre noi uomini

https://youtube.com/shorts/3B7FiXa1cic?is=9E1VEmApjZDxebOC