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11.4.26

il. silenzio non è sempre pace ma spessissimo. è un muro costruito per nascondere la verità. 🛑


 IL silenzio non è sempre pace; spesso rappresenta un muro per nascondere la verità, una forma di abuso emotivo, o uno specchio scomodo che amplifica pensieri ed emozioni evitate. Sebbene possa essere forza e presenza, a volte diventa una barriera contro la provocazione o il segnale di un conflitto irrisolto



Ecco i diversi significati del silenzio:
  • Silenzio come Conflitto o Abuso: Può essere uno strumento manipolatorio nelle relazioni tossiche, un muro che crea distacco emotivo e paure.
  • Silenzio come Scontro Interiore: È uno specchio che costringe ad affrontare emozioni scomode, pensieri frenetici e domande in sospeso.
  • Silenzio come Forza (Scelta): Non è sempre una resa, ma una scelta consapevole per proteggere la propria pace interiore, evitando conflitti inutili.
  • Silenzio come Presenza: Può essere una forma di "presenza" profonda e coraggiosa, un momento in cui la mente si calma e ci si connette con se stessi.
In sintesi, il silenzio è un'esperienza soggettiva e di contesto: può essere uno strumento di guarigione o un'arma che separa.

per. approffondire 
https://www.instagram.com/p/DSqEhFyCEHj/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=NTc4MTIwNjQ2YQ==

Hannah Levy è la scultrice newyorkese che pensa attraverso le mani e piega il metallo in oggetti che diventano magiche performance


  da  voque. 

Hannah Levy è la scultrice newyorkese che pensa attraverso le mani e piega il metallo in oggetti che diventano magiche performance
In occasione della prima mostra personale in Italia, Blue Blooded – Sangue blu al Museo Nivola di Orani (Sardegna), la trentacinquenne Hannah Levy ci racconta del suo approccio alla scultura tra acciaio e vetro, e delle nuove sculture che ha immaginato a forma di granchio dal sangue blu


                di Irene Caravita 9 aprile 2026



Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer

Hannah Levy: intervista alla scultrice newyorkese trentacinquenne in occasione della sua prima mostra personale in Italia - al Museo Nivola di Orani in SardegnaUna grande struttura tentacolare in acciaio inox e silicone accoglie – o forse meglio dire intrappola? Lo scopriremo dentro – chi entra nello spazio che il Museo Nivola a Orani, in Sardegna, dedica alle mostre temporanee. Una tenda da spiaggia. Un’architettura leggera. Una cassa toracica, lo scheletro di un dinosauro che abbiamo visto da bambini in un museo di storia naturale. L’azzurro della sua copertina, la sua pelle, lo trasforma ancora, diventa alato, volante, forse un drago. La sua ambiguità è attraente, le sue forme hanno un impatto forte, emozionate. I bambini ridacchiano, gridano. La luce forte della Sardegna trafigge il silicone e ne mostra tutta la similitudine con l'epidermide, rivela improvvisamente l'umanità dell'opera.
Insieme ad altri cinque lavori, compone Blue Blooded – Sangue blu, prima mostra personale istituzionale italiana di Hannah Levy allestita presso il Museo e Fondazione Costantino Nivola di Orani, in provincia di Nuoro. Curata di Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri, Blue blooded - Sangue blu è visitabile fino al 12 luglio ed è un’ottima scusa per esplorare territori meno affollati dell’isola, alla scoperta di un museo speciale, che prima di Levy ha accolto mostre personali di Mona Hatoum e Nathalie Du Pasquier. Hannah Levy (New York, 1991) prosegue dunque la linea di ricerca delle artiste che lavorano nella terza dimensione e che stanno rinnovando il linguaggio della scultura. Trentacinque anni, ha alle spalle un percorso artistico brillante, costellato da prestigiose collaborazioni e costruito su una ricerca formale coerente ma sempre in evoluzione. In Italia è rappresentata dalla galleria MASSIMODECARLO, che ha collaborato alla realizzazione del progetto espositivo, occasione per Levy di produrre sei opere nuove partendo da una riflessione sui curiosissimi limuli, o granchi a ferro di cavallo.Come Costantino Nivola (1911-1988), artista oranese trapiantato a New York, Levy esplora il confine tra arte e architettura e concepisce la scultura come esperienza spaziale e pubblica, quasi sempre una performance in potenza. Il volume rettangolare e la chiarezza dello spazio espositivo, un ex lavatoio di paese, offrono un contrappunto alle linee curve e pulsanti delle sue sculture. L’architettura diventa cassa di risonanza per le questioni e le impressioni sensoriali generate dalle opere in mostra: sei nuove produzioni che nascono da sguardi al passato, da Nivola ad artiste come Meret Oppenheim e Louise Bourgeois, ma si radicano nel presente fisico, nell'hic et nunc, nello spazio e nella tensione tra il corpo del visitatore e il metallo, il silicone, il vetro, le dimensioni e le storie celate in ogni particella di materia.





Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer Spencer Pazer





Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer


Sull'essere artista. Come sei arrivata a sentirti un’artista, a scegliere questo percorso ?
Mia mamma è architetta, sono cresciuta in mezzo all'arte e al design, senza però mai immaginarla come una carriera, una possibilità concreta. All’università non ho scelto una scuola d'arte [ha frequentato la Cornell University, ndr], però continuando a studiare, piano piano è diventato il mio unico interesse, ho capito che poteva essere un lavoro. Ho vinto una borsa di studio in Germania ed è stato lì che ho deciso di dedicarmi esclusivamente all'arte [Städelschule a Francoforte, ndr]. Però il mio starting point è l’arredamento


Cosa ti guida verso gli oggetti?
Volevo creare cose. Semplicemente. La domanda era, come? All’inizio pensavo che avrei potuto essere designer di interni, proprio perché non credevo di poter essere un artista a tutti gli effetti. Il mio approccio alla scultura passa sempre per il concetto di oggetto, qualcosa che usi con il corpo. Mi interessa il rapporto del corpo con vari oggetti e quelli con cui interagiamo di più sono i mobili di casa nostra. È da lì che inizio a ragionare. Quando creo penso anche alla forma di certi strumenti medici o attrezzature da palestra... praticamente tutto ciò con cui si ha interazione regolare, fisica. Il silicone o il vetro nelle mie opere diventano quasi un sostituto di un'interazione corporea con la superficie metallica.



Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer Spencer Pazer


Un corpo a corpo con il metallo e il vetro

Pensando a come lavori in studio, direi che è un processo molto fisico; non ti limiti a progettare le cose, le costruisci proprio. Hai un talento tecnico notevole.

Questo è in parte il motivo per cui il design industriale non faceva del tutto per me: in quel campo di solito non sei tu a costruire fisicamente le cose mentre io volevo davvero farle da sola. Penso molto con le mani, sviluppo le mie idee attraverso la creazione fisica, è un passaggio fondamentale, non saprei lavorare in altro modo.

Inizi a lavorare con il metallo liquido?

Parto dal metallo grezzo, tondo, che piego e modello. Lo saldo e poi smeriglio per creare punte, forme e superfici diverse. Per la maggior parte dei lavori più piccoli inizio direttamente dal metallo, ma per opere di grandi dimensioni faccio dei disegni, dei progetti digitali che posso ingrandire per poi lavorarci sopra.

Hai uno studio pieno di persone o lavori da sola?

Ho un’assistente part-time. Mi aiuta soprattutto con la levigatura e la lucidatura, lo faccio anch'io, ma porta via un sacco di tempo! Questi pezzi grandi sono fatti di parti più piccole che si assemblano, si vedono le viti su ogni gamba.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola Andrea Mignona





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andre Mignona



Soffi anche il vetro?

Ci ho provato ma non sono brava, dovrei studiare soffiatura per dieci anni per riuscire a fare quello che immagino. Però è comunque un processo molto manuale: preparo la parte in metallo e la porto dal soffiatore, lui soffia dentro il metallo e io sto lì con una fiamma in una mano e il carbonchio nell'altra e lo modello. A differenza del metallo, la soffiatura del vetro è un processo incredibilmente collaborativo, non potrei fare comunque da sola, il materiale chiede un rapporto diverso, e ho trovato una persona con cui mi piace tantissimo collaborare, il che è fondamentale. In passato usavo solo metallo e silicone, a volte pietra ma poter aprire il vocabolario dei materiali a qualcosa di nuovo è stato entusiasmante.

È l’opera più grande che tu abbia realizzato?

Ne ho portata una simile alla Biennale di Venezia [59ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Il latte dei sogni (2022), ndr]. Era più bassa, ma credo in realtà un po' più lunga.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Mi guidi nel tuo processo creativo? Disegni? Come passi dall'idea alla realtà?

Di solito quando inizio una scultura ho in mente alcuni riferimenti visivi. Nei mesi scorsi per esempio guardavo una statua Art Nouveau di una donna, pensavo alle reti da pesca, ci sono dei ganci che hanno una forma simile a queste. Sembra una ragnatela specialmente se guardi l'ombra sul pavimento, che cambierà a seconda dell'ora del giorno e della luce. La luce in questo spazio mi piace moltissimo, mi sta svelando cose nuove delle opere.

Come mai tutti i tuoi lavori sono Untitled?

Spero che ci siano abbastanza riferimenti visivi in ogni opera perché chi la guarda la comprenda, ma possa anche aggiungerci le proprie idee, senza essere spaventato da un titolo.



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona


Il sangue blu del granchio a ferro di cavallo

Come è maturato il progetto per il Museo Nivola?

Ho iniziato leggendo di Nivola e facendo ricerche sulla storia del museo. Spesso, quando parlo dell’interazione del corpo con gli oggetti, finisco per toccare temi come l'ansia o la consapevolezza propriocettiva, l’idea di esistere nello spazio di un ambiente costruito o progettato: scoprire il rapporto di Nivola con il design è stato un punto di partenza importante, forte. L’idea di “arte come ambiente”, nell’epoca in cui lavorava lui, era rivoluzionaria. Ho scoperto poi che Nivola ha iniziato a fare i sandcasting giocando in spiaggia di Springs a Long Island, con i suoi figli. La stessa spiaggia in cui io sono stata tante volte e dove ho raccolto i carapaci dei granchi a ferro di cavallo. Mi hanno sempre affascinata perché sembrano dei dinosauri. Sono creature straordinarie che mi hanno sempre interessato, poi nel 2018 ho ascoltato per caso un podcast che spiegava come vengono tolti dall'acqua, viene prelevata una parte del loro sangue e poi vengono rimessi in mare. Questo perché il loro sangue blu è unico: quando entra in contatto con i batteri coagula. Così viene usato per garantire che le attrezzature mediche siano pulite.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Come affronti dal punto di vista etico la questione dei granchi e del loro sangue blu?

In Europa nel 2022 siete passati a una usarne una versione sintetica, negli Stati Uniti per ora usiamo ancora il loro sangue. È un processo molto invasivo, anche se non voglio farne una questione politica. Soprattutto mi ha colpito davvero molto l'idea che il sangue di queste creature, che vedo da tutta la vita, sia letteralmente entrato nel mio corpo in qualche modo, come in quello di tutti noi. In questo senso, ho usato spesso anche l'asparago nel mio lavoro, una verdura che ha uno strano effetto postumo sul corpo, di cui non si parla molto. Mi piacciono gli oggetti che hanno un rapporto profondo e interiore con il corpo umano, che magari sorprende o rimane un po' tabù.

Per l'opera, hai modificato la forma dei granchi?

No, li ho replicati in metallo con la tecnica della fusione a cera persa e ho mantenuto la scala 1:1, ma le code non sono quelle originali dell'animale, avrebbero una codina corta che io ho allungato. Mi piaceva l'idea che si adattassero meglio agli altri lavori, poi volevo dar loro una sorta di potere, un’arma. Sono creature indifese, non hanno modo di contrattaccare. Sono antichissime e sono sopravvissute così a lungo solo perché hanno un guscio forte e questo sangue speciale che coagula subito se si feriscono. Possono subire un danno catastrofico e sopravvivere, ma non hanno modo di difendersi.



Il loro blu segreto, interiore, lega tutte le opere in mostra.

Sì, i granchi sono l’elemento portante di tutti questi lavori, la chiave di lettura. In passato ho usato i rosa, gli arancioni, i gialli, colori che per me richiamano il corpo e la pelle. Ma in questo caso anche il blu è corporeo, no? Mi ha convinta anche aver letto che il paese di Orani è punteggiata da dettagli blu!



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Mi chiedevo, ci sono artisti o designer a cui ti ispiri?

Molti, troppi. Per quanto riguarda i designer, poiché Nivola aveva un profondo rapporto con i modernisti come Le Corbusier, questo è stato anche per me il punto di partenza. Ho iniziato a usare l’acciaio tubolare tondo e lucido per via di tutti i mobili che sfruttano quel materiale, che è un risultato diretto del modernismo. Per alcune opere poi sono stata ispirata dalle spille Art Nouveau e da quell'estetica.

Come ti senti all'idea che le tue opere entrino nella casa di una o un collezionista?

Mi piace vedere le mie opere in una casa, diventano ancora più perturbanti. Vicino a mobili veri mostrano tutta la loro specificità, ma in generale ogni volta che vengono esposte fuori da una galleria o musei è molto emozionante. Anche in questo spazio del Museo Nivola, che era il lavatoio del paese, c'è qualcosa di particolare. Reagisco sempre ai luoghi in cui espongo, non solo concettualmente ma anche fisicamente, se guardi il soffitto e il profilo dell'opera più grande capisci cosa intendo, la seconda si modella sulle campate del primo.

Vivi ancora a New York? Cosa ne pensi della scena artistica newyorkese?



Vivo a Brooklyn. Molta gente ci si trasferisce con idee e sogni, per me New York era semplicemente casa, sono tornata dopo gli studi. Mi sento fortunata, è un luogo ricco, che ispira molto, sono circondata da colleghi fantastici. D'altra parte è anche una città dura perché c'è tanta competizione e non è economica. Però, ecco, io la amo.



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola Andrea Mignona


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La violenza e i giovani il confronto come antidoto. secondo crepet

Finalmente  qualcuno che dice perfettamente   come. affrontare il malessere e la violenza  giovanile. Oltre  a quelle che dovrebberoessere ,ma purtroppo in realtà non sempre lo sono  per tutti , soluzioni\proposte ovvie  e scontate ( ne  ho parlato precedentemente :  I II  ) . Una proposta  non solo a  livello   di educazione.  scolastica 

da la nuova sardegna 11\4\2026


 

10.4.26

UNO SKILIFT DEGLI ANNI CINQUANTA OGGI USATO COME TELEFERICA PER IL LATTE: È L'ULTIMO MODELLO FUNZIONANTE DI "SKI-KULI"

come riusare le vecchie strutture ho letto in google news quest articolo di https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/storie/ del 8 aprile 2026 . Esso  arla del progetto di Tommaso Novaro, un ventitreenne studente e dipendente della Leitner. Il progetto di Novaro mira a censire non solo gli impianti di risalita, ma anche tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento. La sua passione per lo sci va oltre la professione, fondendo lavoro, studio e tempo libero. Nell’articolo, Novaro condivide una delle sue scoperte più recenti.


                                di Samuele Doria


"Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento". È il progetto "sci che fu" di Tommaso Novaro, ventitreenne attualmente studente e dipendente della ditta Leitner. Ben oltre la professione, la sua è una vocazione che sposa lavoro, studio e tempo libero. Qui presenta una delle sue scoperte più recenti



Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto, di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.


Tommaso Novaro è un ventitreenne di Torino, che attualmente vive e lavora a Vipiteno, per l’azienda di impianti a fune Leitner. Nel frattempo, sta inoltre scrivendo una tesi in Estetica del paesaggio, proprio sugli impianti a fune. Il suo è molto più che un lavoro: è una passione e un campo di ricerca sterminato.
Al suo progetto di censimento di ricerca di tutte le località sciistiche abbandonate in Italia ha dedicato il sito web: Lo sci che fu, nel quale si legge: "Gli anni dello sci ‘campanilistico’ sono finiti, a peggiorare la situazione oltre al cambiamento del mondo del turismo e dello sci, ci si aggiungono pure i cambiamenti climaticidurante quest'epoca di transizione ecologica. Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento".
Facendo ricerca per la tesi sulla storia degli impianti a fune in Italia, Novaro è venuto a conoscenza dell’esistenza di un ultimo modello funzionante di "Ski-Kuli", un diffusissimo modello di skilift della Leitner utilizzato dai primi anni Cinquanta, una rarità che negli anni ha trovato un impiego insolito.
La cosa curiosa? Questo impianto non è solo l’unico Ski-Kuli funzionante, ma funziona anche in modo particolare: oggi è utilizzato come teleferica per il trasporto del latte. Siamo in Val Giovo, Alto Adige, dove questo vecchio skilift fa su e giù tutti i giorni, anche la domenica. Alle 9 porta il latte a valle e poi la teleferica risale verso le 11. Si tratta di una teleferica che riutilizza 2 sostegni, stazione motrice e sospensioni con morsetti dei traini Sge.





"La cosa interessante - per Tommaso Novaro che studia questi impianti - è proprio che in origine quella struttura era uno skilift: il portale, i pali, così come la stazione motrice, appartengono al primo modello di skilift prodotto dalla Leitner di Vipiteno".
Seguendone le tracce, il giovane appassionato ha scoperto che originariamente l’impianto si trovava a Corvara, nella località "Pralongià", dove fu inizialmente costruito come skilift. Era uno dei primi modelli di quel tipo. "Dal 1963 al 1974, poi, acquistato dal proprietario dell’Hotel Sonklarhof, lo skilift finì in Val Ridanna, sotto la chiesa di Santa Maddalena. Ma ci vollero ancora tre anni prima che finisse in Val Giovo.
Come è finito lì? "Nel 1974 venne dismesso, perché è stata aperta la sciovia Gasse, che esiste ancora oggi. In quegli anni c’erano molte idee di espansione turistica nella valle: si progettavano nuovi impianti più lunghi e si sognava molto. Alla fine però l’impianto sotto Santa Maddalena fu chiuso e sostituito".
Soltanto nel 1977, l’impianto venne acquistato da alcuni contadini e riposizionato in Val Giovo come teleferica per il latte.
"Anche il sistema di trasporto è interessante - continua Novaro - utilizzano un grande barile che viene trascinato dal maso fino alla teleferica tramite un sistema di corde. Poi viene sollevato con un paranco e agganciato alla linea. È una soluzione semplice ma molto ingegnosa".
"Questo è, in sostanza, quello che sono riuscito a ricostruire", conclude. Tanta dedizione nella ricerca non può che meravigliare da un ragazzo tanto giovane, e la sua curiosità è contagiosa. "A quando risalgono i primi skilift della ditta?" chiediamo allora.
"Da quello che risulta nei documenti interni, il primo skilift Leitner risale al 1952, ed era a Passo Giovo. Tuttavia, impianti a fune erano stati realizzati anche prima, già tra il 1946 e il 1947, anche se non ancora propriamente come Leitner. Uno dei primi impianti in assoluto era a Malga Zirago, sopra Vipiteno. Il modello di skilift a cui appartiene anche quello della teleferica di cui parlavamo è uno dei primi prodotti: una sorta di ‘prima serie’, chiamata Ski-Kuli appunto".
Aziende votate all’evoluzione tecnologica, come la Leitner, non sempre prestano al passato l’attenzione che merita, eppure con i loro prodotti hanno contribuito a plasmare generazioni di sciatori e in generale a dare al paesaggio alpino la sua conformazione attuale.





"Secondo me è fondamentale. Più passa il tempo, più diventa difficile ricostruire la storia di questi impianti. Può essere un valore aggiunto sia dal punto di vista culturale sia economico. Un museo aziendale funzionerebbe molto bene, soprattutto in un contesto come il Tirolo. Inoltre, valorizzare l’eredità aziendale è importante anche per il marketing".
Gran parte del lavoro di ricerca di Tommaso Novaro si concentra anche sugli impianti abbandonati, e qui la questione diventa ancor più complessa. Ogni anno, Legambiente tenta di fare un censimento degli impianti in disuso o abbandonati con il report Nevediversa, che già ci dà un’idea di quanto ormai facciano parte dello scenario montano della penisola. "Tuttavia - svela l’appassionato cercatore di impianti - sono talmente tanti che molti di questi rimangono fuori dai report. A trovarli tutti non basterebbe una vita".
Ma cosa farne poi di queste strutture cadute nell’abbandono? "Alcuni andrebbero demoliti, soprattutto quando non hanno più alcun valore né funzione. Anche se in genere le demolizioni sono incomplete e restano le fondamenta in cemento. Secondo me, più che conservare l’impianto in sé, bisogna valorizzarne la memoria. Ad esempio, si potrebbe lasciare un elemento simbolico, come una targa o delle immagini storiche. È una soluzione semplice ed economica. All’estero, soprattutto in Francia, c’è più attenzione a questo aspetto. In Italia ci sono pochi esempi, ma uno interessante è quello vicino a Carpegna, nelle Marche, dove una vecchia manovia è stata monumentalizzata".
Per quanto riguarda la ricerca sugli impianti abbandonati, il lavoro di ricerca è molto pratico. Per trovare gli impianti Novaro si serve di vere e proprie community di appassionati, forum online e discussioni pubbliche, cui unisce conoscenze personali e l’esplorazione diretta dei luoghi. "Io stesso sto cercando di creare una mappa degli impianti abbandonati, ma è difficilissimo tenerla aggiornata. Una volta individuato un impianto, vado sul posto, faccio foto e video e, soprattutto, cerco di parlare con chi lo ha visto funzionare. Il problema è che molte testimonianze stanno andando perdute".
Questa ricerca, negli anni, lo ha portato a viaggiare molto: oltre all’Italia, anche in Repubblica Ceca, Germania e Francia, visitando spesso impianti abbandonati. "In Italia conosco bene il Piemonte, il Trentino-Alto Adige e gli Appennini romagnoli. Mi piacerebbe esplorare di più il Centro e il Sud, soprattutto la zona del Gran Sasso, che secondo me è una delle più suggestive".






"Questo mondo degli impianti abbandonati è vastissimo e ancora poco conosciuto. Anche solo nella zona di Vipiteno, in un raggio di 15 km, un tempo c’erano circa quindici impianti, mentre oggi ne restano attivi solo quattro. È un ambito di ricerca ancora tutto da esplorare".

9.4.26

«Io, vescovo in curva a tifare la Carrarese I tifosi erano contenti di avermi tra loro» Il prelato: lo stadio di Genova è dedicato al mio prozio


Al derby Monsignor Vaccari lunedì scorso in curva per Carrarese-spezia
Article Name:«Io, vescovo in curva a tifare la Carrarese I tifosi erano contenti di avermi tra loro»
Publication:Corriere della Sera
Section:Cronache
Author:Simone Dinelli
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  • Corriere della Sera
  • Simone Dinelli

  • CARRARA 

    «Ci sono stati momenti di sofferenza: i nostri avversari hanno giocato bene e creato occasioni da gol, ma alla fine è andata bene e mi sono divertito». Parole e musica di monsignor Mario Vaccari, vescovo di Massa Carrara -Pontremoli e, lunedì scorso, in occasione del sentitissimo derby di Serie B fra Carrarese e Spezia, tifoso d’eccezione della formazione apuana che, grazie al successo per 3-1, ha di fatto centrato la salvezza e può adesso addirittura sognare l’accesso ai playoff per la A.

    «In altre occasioni, su invito della società, mi sono seduto in tribuna. Vedendo la passione che arriva dai tifosi, ho espresso a un amico il desiderio di stare in mezzo ai sostenitori più appassionati».

    «Buona: sapevano della mia presenza e già alla vigilia mi hanno fatto vedere chat dove i tifosi scrivevano “adesso ci darà la benedizione, oppure ci assolverà”. Durante la partita un signore accanto a me, non avendomi riconosciuto, si è rivolto ai vicini esclamando “non bestemmiate che c’è il vescovo in curva”. Altri erano contenti di avermi lì, in una partita così sentita. Alla fine ho mandato un messaggio al mister Antonio Calabro per fargli i complimenti e lui mi ha risposto con un vocale simpatico, ringraziando per il sostegno».

    «Gli slogan e i cori sono violenti e offensivi nei confronti dell’avversario, ma rientrano in una consuetudine di questo mondo. A volte leggiamo di episodi violenti,

    tanto che l’incontro Carrarese -Spezia era stato vietato ai tifosi spezzini. E questo non è un bel segno».

    «Fin da piccolo con mio zio e i miei fratelli andavamo alle partite del Genoa, in quanto originari di Genova. Inoltre lo stadio di Marassi è dedicato a Luigi Ferraris, fratello di mio nonno, figura spesso presente nei ricordi e nei racconti di famiglia. Nell’adolescenza mi sono dedicato ad altri sport, il tennis, la vela. Oggi è rimasta

    Alla partita

    Un signore accanto a me, non avendomi riconosciuto, si è rivolto ai vicini esclamando: non bestemmiate, sapete chi c’è oggi con noi!

    la voglia di seguire, più che di praticare».

    «Non condivido il prevalere dell’aspetto economico, che tende a rovinare lo spirito della competizione e la dimensione del gioco di squadra. In provincia ciò è meno evidente, ma pur sempre presente. Se i giovani si appassionano ad altre discipline ben venga, perché lo sport ha aspetti molto importanti per l’educazione e la formazione».

    «Mi ha rattristato, ma al tempo stesso mi ha dato modo di pensare a come potrebbe essere uno spunto per ripensare l’organizzazione del calcio in Italia, ritornando a far prevalere lo spirito agonistico e di squadra sul guadagno e il business, visto che oggi si parla spesso di cifre fuori dalla portata della gente comune»


    Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco cintura nera di karate, 6° dan.puntata. n. LXXIX NON REPRIMETE LA PAURA, PUÒ SALVARVI LA VITA!


    La paura è un'emozione primaria adattiva che, in situazioni di pericolo reale, può attivare 
    Ecco i punti chiave su come la paura influenzi la gestione di un'aggressione: Paura come allarme adattivo: La paura "buona" agisce come segnale di pericolo, innescando l'adrenalina necessaria per mettersi in salvo. È un istinto di difesa che aiuta a riconoscere una minaccia immediata.
    • Risposte all'aggressione (La paura che salva): Di fronte a un'aggressione, la paura può portare a reazioni rapide come la fuga, la richiesta di aiuto o, in casi estremi e proporzionati, la legittima difesa.Il paradosso del "Freezing" (La paura che blocca): Se la paura è paralizzante, può indurre l'effetto freezing (congelamento), un blocco fisico e mentale che impedisce di reagire. Superare questo blocco è fondamentale per la difesa personale. Gestione della situazione: In caso di aggressione verbale, la gestione della paura e l'ascolto calmo possono bloccare l'escalation della violenza. Contesto psicologico: Spesso la paura della violenza e il timore di perdere il controllo (pensieri ossessivi di aggressione) colpiscono chi è più sensibile alla rabbia e alla violenza stessa.La gestione controllata della paura e la capacità di non farsi bloccare sono essenziali per trasformare questa emozione da ostacolo ad alleata per la sicurezza personale
    Infatti  come. dice. Antonio. Bianco.   sulla 'ultimo. n. del settimanale. Giallo. 

    Da sempre siamo abituati a diffidare della paura. La consideriamo come un segnale di debolezza, come. un qualcosa da reprimere o in qualche modo nasconde- re. E così dimentichiamo che esiste una paura che non soltanto è legittima, ma preziosa e necessaria: si chiama paura “utile”. Ci protegge e ci mette in allerta senza paralizzarci e ci spinge a fare un 

    Difesa Personale | Autodifesa | Antiaggressione | Krav Maga | Kapap | Systema | Action Woman Krav Maga | IKMO Genova | GM Marco Morabito | Colpire Punti Vitali | Corso Istruttori Krav Maga

    passo indietro.La paura utile è concreta e pragmatica. 
    Non nasce dal nulla, ma da dettagli che il nostro cervello riesce a percepire: una strada vuota, una  distanza che si accorcia troppo in fretta, un tono di voce che cambia all’improvviso. Questo tipo di paura è un segnale, una sensazione sottile, spesso immediata, che molti descrivono come
    un “campanello” che dobbiamo imparare a non zittire.
    Per educarsi alla paura utile bisogna prima di tutto legittimarla. Non dobbiamo minimizzare e giustificare a tutti i costi quello che ci mette a disagio. Quante volte, per educazione o per pudore, ignoriamo una sensazione chiara? In quel momento il nostro cervello ha già colto qualcosa che non va.
    Educare la paura significa anche allenare lo sguardo.Non si tratta di vivere nel sospetto, ma di sviluppare attenzione: capire dove sono le vie di fuga, chi abbiamo intorno, cosa sta cambiando nell’ambiente che ci circonda. È una forma di presenza, più che di allarme. Non si tratta di vedere pericoli ovunque, ma di non essere ciechi quando il pericolo c’è. C’è poi un passaggio decisivo, che consiste nel trasformare la paura in un’azione semplice mettendo in atto scelte immediate e realistiche come cambiare percorso, entrare in un luogo illuminato, prendere le distanze, usare la voce. La paura utile funziona quando si traduce in movimento. Il paradosso è che chi sa ascoltare la paura appare più calmo, non più ansioso, perché non deve inseguire il controllo totale.

    8.4.26

    Diario. di bordo n 141 anno. IV. portobello di. Marco Bellocchio ., La meloni e la mafia ., cosa. facciamo se. ci. imbattiamo. in una. mezza. verità. ?



    Niente di nuovo per chi conosce la. Vicenda direttamente o indirettamente tramite altre opere  televisive e cinematografiche ( qui su wilìkipedia maggiori  dettagli in particolare il paragrafo l’impatto culturale del «caso Tortora» ) Ma un ottimo modo nel  racconta la  vicenda oltre i processi    concentrandosi sull'aspetto umano di Tortora e descrivendone  benissimo il contesto pre processuale.  Infatti.concordo con https://www.ilpiacenza.it/attualita/il-caso-enzo-tortora-secondo-marco-bellocchio-debutta-portobello.html  Un ottimo cast sia i personaggi principali  a. partire da Gifuni.  sia. quelli secondari. 

    .......

    Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e il seguente testo "esclusiva R REPORT Che ci fa Giorgia Meloni con il refente del clan Senese in Lombardia?"

    Visto che la mafia piace tantissimo visto che. Ci fanno dei selfie e li. si da. dei pass per entrare nei palazzi delle istituzioni. .Se la. Istituzionalizzasse otterrebbe un. Risultato storico che neppure la. Dc ha. ottenuto. Nel. Corso dei. 50 anni di governo

    .......

    Peanuts 2025 aprile 08

    7.4.26

    vietato parlare. di Giulio Regeni troppi. affari. con l'Egitto di Lorenzo Tosa

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    Il silenzio dell’Egitto su Giulio Regeni. La famiglia: «Un fallimento»
    Pensavamo che avessero toccato il fondo della cultura, ma loro si sono superati.Il ministero della Cultura targato Giuli ha ufficialmente negato il riconoscimento di interesse pubblico culturale, e di conseguenza qualunque finanziamento, al documentario su Giulio Regeni “Tutto il male del mondo”, già premiato con il Nastro d’argento della legalità.Questo è uno schiaffo in faccia
     - Potrebbe essere un'immagine raffigurante testol’ennesimo - alla famiglia Regeni, a tutti quelli che in questi dieci anni hanno combattuto per chiedere verità e giustizia, trovando un muro non solo in Egitto ma anche e soprattutto in Italia.E il ministro Giuli ha voluto fornircene l’ennesima dimostrazione.No, non è un caso, non giriamoci intorno.Questa è una scelta politica, una carognata in piena regola.Hanno deciso arbitrariamente e politicamente che la storia di un giovane ricercatore italiano morto ammazzato e torturato in un Paese straniero senza nessuna verità e giustizia non sia d’interesse pubblico o non rispecchi l’”identità nazionale”, altro parametro di valutazione della commissione.È talmente vergognoso da risultare offensivo.Il ministro Giuli si scusi con Paola e Claudio Regeni, con gli italiani, e ci ripensi. In gioco non c’è la dignità di Giulio, che non è mai stata in discussione, ma quella di un Paese ormai fuori dal tempo e oltre il ridicolo.

    Il Telaio Invisibile Ritrovare la struttura dopo le feste, tessendo la giornata un filo alla volta.

    Il "telaio invisibile" rappresenta la struttura quotidiana che si perde durante il caos delle feste. Ritrovarla richiede un approccio graduale, riorganizzando la giornata un piccolo passo alla volta per gestire lo stress post-festivo.                                                    La metafora del tessere indica la costruzione paziente di una routine sostenibile, riscoprendo ordine e calma interiore.      Infatti anche  se in realtà non ho fatto granché in questi giorni di Pasqua a parte il pranzo di domenica con i parenti del "continente " e un uscita  con i miei (non ho patente )  il lunedì pomeriggio a trovare al mare degli amici di fsmiglia sardo-ligure che vengono qui a svernare efino all'autunno. C'è ancora anche se in me, anche se in misura minore(saranno i 50 anni compiuti e la mia messa indiscussione / capacità d'affrontare meglio l'ansia lo stress post feste ) l'ansia da rientro . Ma grazie a, alla newsletters ed i consigli  di   aprilamente gruppo di Psicologia pratica e spiritualità per trasformare le sfide in crescita personale,la sto affrontando  sempre di più  e quando ci riesco sto meglio.

    Dalla newsletters 

    Il martedì dopo Pasquetta è il vero inizio della settimana. Rientrare nella routine dopo i giorni di stacco e di festa può generare un forte senso di disorientamento. Troviamo la casella di posta piena, la casa da riordinare, i ritmi da ripristinare, e proviamo spesso la sensazione di essere sopraffatti da un caos di fili aggrovigliati.                                                                                     Ma immagina la tua vita e la tua mente come un antico telaio. I fili verticali, quelli chiamati “ordito”, sono le tue abitudini fondanti: la tua disciplina, la tua routine mattutina, la tua calma interiore.Quando rientri dalle feste, questi fili possono essersi allentati. I fili orizzontali, la “trama”, sono invece gli eventi e gli impegni che ti piovono addosso oggi. Se non tendi di nuovo i fili verticali, le email e le urgenze saranno solo un ammasso informe che ti soffocherà. Ma quando ripristini pazientemente la tua struttura interiore solida, ogni singolo imprevisto o compito viene tessuto attraverso di essa, formando un arazzo ordinato e resistente.Oggi, non farti prendere dal panico per tutto ciò che c’è da fare. Preoccupati solo di tendere di nuovo i fili delle tue buone abitudini. È la tua struttura che dà un senso al caos del rientro.

    “Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto, ma un’abitudine.”   

                                      Aristotele 


    La Neuroscienza delle Abitudini e del Rientro La magia di mantenere tesi i “fili verticali” della nostra vita si fonda sulla biologia dell’apprendimento automatico.La neuroscienziata Ann Graybiel del MIT ha decodificato il processo attraverso cui il cervello trasforma le azioni faticose in abitudini automatiche, un meccanismo chiamato “Chunking” (Frammentazione). Quando torniamo da un periodo di vacanza, i nostri circuiti delle abitudini sono temporaneamente “dormienti” e la corteccia prefrontale deve consumare enormi quantità di energia per riprendere decisioni coscienti su cosa fare e come organizzarsi. Questo crea la tipica stanchezza del rientro. Ma forzandosi dolcemente a riprendere una routine in uno stesso contesto (ad esempio, la propria scrivania o l’orario della colazione), il controllo del comportamento torna rapidamente ai Gangli della Base. Questi “impacchettano” l’intera sequenza di azioni in un singolo blocco neurale, abbassando drasticamente l’attrito cognitivo. Ricostruire un’infrastruttura solida di micro-abitudini in questo martedì significa liberare “banda larga” mentale, permettendo al cervello di svuotare l’inbox e gestire le urgenze senza andare in sovraccarico di cortisolo.     Strategie per Coltivare la Tessitura Quotidiana

    • La prima strategia è la protezione inossidabile della tua prima mezz’ora; non iniziare la giornata lavorativa tuffandoti immediatamente nel recupero delle email arretrate, ma difendi un piccolo rituale (un caffè in silenzio, dieci minuti di lettura) per tendere il tuo ordito interiore prima di far passare la trama del mondo.
    • Il secondo passo consiste nell’affrontare l’arretrato con un passaggio di spola delicato; quando vedi la montagna di compiti accumulati durante le feste, non farti prendere dall’affanno, ma smistali in ordine di priorità reale, riconoscendo che la cura dei dettagli ordinari è ciò che rende solida la tua esistenza.
    • La terza mossa richiede l’accettazione pacifica dei nodi nel tessuto. Se un imprevisto ti fa reagire male o la stanchezza del rientro si fa sentire, non strappare l’intero lavoro in un impeto di frustrazione; accetta il “nodo” emotivo, lascialo lì come parte della giornata e riprendi a tessere il filo successivo con calma.
    • La quarta strategia è privilegiare la costanza del ripristino rispetto all’intensità dello sforzo; invece di voler smarcare ogni singola pendenza in otto ore esaurendo le tue energie, accontentati di riprendere il ritmo lavorativo passo dopo passo, fidandoti del potere inarrestabile dell’accumulo progressivo nei prossimi giorni.
    • Il quinto approccio riguarda la contemplazione distaccata del disordine temporaneo. Quando ti senti sopraffatto dalla scrivania o dai messaggi non letti, fai mentalmente un passo indietro e guarda il quadro più ampio, ricordandoti che è normale che la trama sia disordinata dopo una pausa, e che riordinarla è solo questione di metodo.
    • L’ultima pratica è l’ancoraggio consapevole a fine giornata; stasera, chiudi mentalmente il telaio passando in rassegna non le cose che non sei riuscito a finire, ma le abitudini positive che sei riuscito a riprendere in mano, ringraziando te stesso per aver fornito di nuovo una struttura sicura alla tua vita.


    Pratica della Mattina: Il Rituale del Telaio.   Siediti al tavolo o sulla tua postazione di lavoro.                                                        Appoggia entrambe le mani aperte sulla superficie davanti a te.


    Apri bene le dita, premendo leggermente i polpastrelli sul legno, immaginando che siano i fili verticali, forti e inamovibili, della tua disciplina ritrovata.                                                            Inspira profondamente, sentendo la tensione positiva e rassicurante di questi fili.                          Poi, immagina i compiti arretrati e gli eventi della giornata come una spola leggera che viaggia da destra a sinistra.                                                                                                                         Afferma interiormente: “La mia struttura interiore torna salda. Qualsiasi cosa il rientro mi porterà oggi, io saprò intrecciarla. Con pazienza e metodo, io rimetto in ordine la mia vita.”                     L’Arte della Struttura Ritrovata                                                                                                         La bellezza e l’efficacia di una giornata non si misurano dalla frenesia con cui cerchi di recuperare il tempo, ma dalla maestria silenziosa con cui tendi di nuovo i tuoi fili. Rendi onore alle tue abitudini di base, alla tua organizzazione e al tuo lavoro invisibile. Sono i fili d’oro che sosterranno il tuo rientro nel mondo. 

    6.4.26

    Fuga dei cervelli al contrario. La storia di Lucas, da Boston a Padova per cercare vita nello spazio

     repubblica. online. 

    L’astronomo 25enne ha pubblicato uno studio sugli esopianeti abitabili. “Cosa mi piace di più dell’Italia? I mezzi pubblici. Se vi stupite non conoscete quelli americani”

    Fuga dei cervelli al contrario. La storia di Lucas, da Boston a Padova per cercare vita nello spazio

    Lucas Lawrence, 25 anni, da Boston, con i suoi colleghi astrofisici ha individuato i 45 pianeti più adatti alla vita aliena. Nel frattempo ha scelto anche l’università più adatta per proseguire i suoi studi. Dopo la laurea triennale alla Cornell University, nello stato di New York, si è infatti iscritto alla magistrale in Astrofisica e Cosmologia dell’università di Padova, dove sta mettendo le basi per diventare uno scienziato di professione.                                                                                                   Mentre lo studio sugli esopianeti abitabili è appena uscito sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, Lawrence ha iniziato ad adattarsi agli esami orali del sistema italiano: “Se non si sta attenti si rischia di fare una scorpacciata dell’intero programma negli ultimi giorni”. E alla domanda su cosa gli piaccia di più dell’Italia dà una risposta sorprendente: “I mezzi pubblici”.

    Ma come i mezzi pubblici?

    “Lo so, voi vi lamentate perché sono sempre in ritardo, ma non conoscete quelli americani. A eccezione di poche zone fortunate da noi si è costretti a prendere sempre la macchina. Di Padova adoro la possibilità di muoversi a piedi. Si può raggiungere tutto con una piacevole camminata. Per visitare le altre città basta salire su un treno. La mia attività preferita, al di fuori dello studio, è proprio lo scoprire il Paese”.

    Come mai ha scelto di studiare in Italia?

    “Gli Stati Uniti sono stati a lungo uno dei Paesi migliori per fare scienza, con abbondanza di fondi e di opportunità. Oggi però non è più così. Con i tagli alla ricerca la carriera di un giovane scienziato è diventata piena di punti interrogativi. Così ho deciso di partire per studiare all’estero. È stata una scelta difficile, perché ancora non ho imparato l’italiano e devo adattarmi a un sistema di insegnamento del tutto diverso. Ma sono soddisfatto, lo shock è stato inferiore ai miei timori. Sono arrivato lo scorso settembre, resterò per i due anni della magistrale e nel frattempo studio la lingua. Non vedo l’ora di impararla”.

    Come fa a seguire le lezioni?

    “Sono in inglese. Il corso di Astrofisica e Cosmologia è frequentato da molti stranieri. Non sono nemmeno l’unico americano”.

    Come mai ha scelto Padova?

    “Ci ha insegnato Galileo. Nel mio settore scientifico gode di un’ottima reputazione e a differenza di molte altre università in giro per il mondo posso permettermela dal punto di vista economico”.

    Qual è il suo campo di studi esattamente?

    “Gli esopianeti sono quei pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole. I primi sono stati scoperti mentre ero ragazzino, cominciavo ad appassionarmi di scienza e passavo forse troppo tempo su internet. Sono affascinanti perché li immaginiamo abitati dagli alieni. Non è così, o almeno non abbiamo ancora fatto scoperte in questo senso. Nel nostro studio però abbiamo individuato i 45 esopianeti con le condizioni più adatte alla vita”.

    Quali sono queste condizioni?

    “Ce ne sono tante, ad esempio la presenza di un’atmosfera, e la sua composizione. La più importante però è la possibilità che possa esistere acqua liquida sulla superficie. Dipende molto da quanta radiazione il pianeta riceve dalla sua stella. Se il pianeta è troppo vicino la temperatura è alta e fa evaporare l’acqua. Se è troppo lontano l’acqua si congela. Esiste una zona intermedia in cui la distanza è quella giusta. Noi abbiamo elencato 45 pianeti dove concentrare le ricerche”.

    I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech
    I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech 

    Ci potremmo arrivare?

    “Non ci punterei del denaro, almeno non nel corso della mia vita. Parliamo di centinaia di anni luce. Possiamo però escogitare dei metodi per ottenere buone informazioni sulle caratteristiche di questi pianeti”.

    Restando sul tema scommesse, punterebbe sul fatto che troveremo vita al di fuori della Terra?

    “Su questo sono moderatamente ottimista. Osservando sempre meglio gli esopianeti potremmo individuare delle cosiddette “biofirme”, ovvero caratteristiche che indicano la presenza di vita. Non saranno però, è quel che credo, delle firme chiare ed evidenti. Immagino un lungo dibattito sulla loro origine, se legata davvero ad altri esseri viventi oppure no”.

    Qual è il suo esopianeta preferito?

    “Kepler-452 b perché riceve più o meno la stessa quantità di energia che la Terra riceve dal Sole e il sistema Trappist, perché più pianeti di quel sistema solare ricadono nella zona abitabile”.

    Li ha mai sognati?

    “Sì certo, non ricordo bene tutte le caratteristiche, ma c’erano stelle di diversi colori, cieli viola, foreste rosse”.

    Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry
    Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry 

    A 25 anni uno studente della magistrale di solito non pubblica su riviste così importanti. È contento?

    “Ho avuto un’occasione alla Cornell e mi sono unito al gruppo di ricercatori che si occupava di esopianeti. Negli Stati Uniti è più facile pubblicare da studenti. Allo stesso tempo c’è anche molta pressione per farlo, soprattutto se si vuole intraprendere una carriera nella scienza. In Italia ci si concentra di più sullo studio, almeno fino agli anni del dottorato”.

    Diceva che il sistema di studio italiano non le è congeniale?

    “Devo imparare ad adattarmi. Negli Stati Uniti ci si iscrive a un corso universitario, si seguono le lezioni, si svolgono i compiti assegnati ogni volta e poi si affronta un test, che in genere consiste in una serie di domande cui rispondere per iscritto in un tempo limitato. È più facile restare al passo con il programma, e l’unico esame orale che ho dovuto affrontare alla Cornell non è stato fra i migliori. In Italia bisogna imparare a gestire il proprio tempo per non arrivare agli ultimi giorni con l’intero programma da digerire. All’inizio per noi americani non è affatto facile”. 

    Pillole di psicologia I consigli del famoso terapeuta Gerry Grassi LE PAROLE FERISCONO: COME RICONOSCERE LA VIOLENZA VERBALE



    per. approfondire
    https://www.serenis.it/articoli/violenza-verbale/








    Sara*, 41 anni, arriva in studio dicendo: «Non mi ha mai picchiata, ma mi sento annientata».Racconta di frasi ripetute ogni giorno: «Non vali niente», «Sei incapace», «Senza di me non saresti nessuno».
    Il partner non alza le mani, ma la voce, svaluta, ridicolizza. Col tempo, Sara dubita di sé, giustifica quegli attacchi come momenti di rabbia o stress. Ma avverte di essere costantemente sotto minaccia.
    La violenza verbale è a tutti gli effetti una forma di abu-so. La ricerca psicologica ha mostrato che l’esposizione prolungata a svalutazione e umiliazione produce effetti comparabili a quelli della violenza fisica per l’autostima e la salute mentale. L’aggressione verbale ripetuta altera la percezione di sé e aumenta il rischio di ansia. Nel caso di Sara, il problema non è la singola frase, ma la continuità dell’attacco. Ogni episodio rafforza un messagio implicito: «Tu non conti». Questo meccanismo crea un legame basato sul dominio. E la violenza verbale, se tollerata, aumenta di intensità nel tempo.

    STRATEGIA CLINICA: il lavoro terapeutico spiega che si tratta di violenza. Aiuto Sara a distinguere tra responsabilità personale e comportamento dell’altro, smontando l’idea di essere lei la causa degli insulti. La violenza verbale è spesso sottovalutata perché non lascia lividi visibili. In realtà, è una violazione grave della dignità della persona. Denunciare è una tutela.
    Nel percorso con Sara, la protezione di sé passa dal riconoscere il diritto a non essere umiliata. Capire che ciò che subisce è inaccettabile le permette di recuperare lucidità e forza. La violenza verbale deve essere chiamata per nome e contrastata con decisione, anche per vie legali quando necessario. Quando si rompe il silenzio, la paura perde potere. Da lì può iniziare una ricostruzione fondata sul rispetto e sulla sicurezza.

    *Il nome e ogni dettaglio identificativo sono stati modificati. Il caso descritto è a scopo divulgativo e non riconducibile a persone reali.

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