Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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16.10.10
BASTA PARLARE DI SARAH SCAZZI II
12.10.10
una via di mezzo fra scemo ed ingenuo
gridando forte senza aver paura contando cento passi lungo la tua strada"
Allora.. 1,2,3,4,5,10,100 passi! ''
Oltre un pezzo riportato sopra tratto dalla famosa cento passi dei Mcr come colonna di sottofondo sonora d'oggi ne uso due . La prima è Geometrie dell'anima di Paolo fresu di cui riporto sotto il video e con cui le note dell'animo umano si sciolgono sulla melodia di questa incantevole e sublime melodia
la seconda è non è tempo per noi di Ligabue di cui trovate qui un bellissimo video che non metto onde evitare un troppo appesantimento nell'aprire la pagina del blog a chi ha nel pc poca ram , con troppi video nel post
Ma Priam d'inizare il post d'oggi . è doveresa una precisazione
non metto i nomi e d'essi sono coperti da ***** ( chi già causa di miei comportamenti inqualificabli e da c... su facebook lo sà , chi non lo sà pazienza ) non per censura o d'autocensura , ma perchè , chi ha letto il manifesto del blog e le faq ( con relativi tag d'aggiornamenti ) dvrebbe saperlo rispetto è uno dei cardini dei questo blog e ( anche se non sempre ci sono riuscito nel corso dela mia opera d'arte fin qui realizzata in quanto consideravo questo " equazione " privato=pubblico privato=pubblico ) della mia pagina di Facebook ( in cui i post del blog vanno in automatico ), ma soprattutto perchè fa parte del rispetto non fare nomi e cognomi di persone che non hai davanti o metterle alla berlina ( cem spesso ho fatto nele pagine di facebook , a scopo provocatorio per attirare loro l'attenzione e per il motivo sopracitato ) e fanno in maniera cannibale i media ) , metaforicamente parlando , quando non sono o diventate , personaggi pubblci, oltre che problemi riguardanti la loro riservatezza quella che ipocriticamente il potere chiama privacy

10.10.10
23.9.10
19.9.10
11.7.10
L'ultima cena?
l termine "bavaglio"? Dai suoi tg, soprattutto quello sulla prima rete Rai, ha fatto sapere che l'imbavagliato è lui, in nome d'un diritto che non può essere assoluto: quello della libertà di stampa. Perché prima di essa esiste il diritto alla privacy, come usa dire con orribile anglismo, e che è tutt'altra cosa dall'intimità.
A rigor di termini sarebbe pure incontestabile, e infatti egli spera che molti italiani lo seguano. Ci pare di udirli, gli adoratori di "Silvio": c'ha ragione, è un bravo ragazzo (malgrado le 74 primavere, “Silvio” è sempre il bravo e intraprendente ragazzotto della porta accanto), vuole proteggere i “fatti nostri”. Senonché sono state proprio le sue televisioni, in 25 anni, a spadellare qualsiasi fatto nostro, a far dilagare l'onda volgare e melmosa del voyeurismo: grandifratelli, uominiedonne, e lui stesso, col suo corpo, le sue avventure sessuali (per B. le donne non contano come persone, ma come oggetti) squadernate a destra e a manca. Ora, proprio lui, invoca la "pràivasi". Credibile come uno squalo affamato davanti a una preda ferita, ma gli italiani possono cascarci. Quanti slogan disattesi, dal 1994 ad oggi! Il primo fu "Il nuovo miracolo italiano", seguito da "un milione di posti di lavoro" per giungere ai più recenti "daremo un posto fisso a tutti", "via la tassa dalla prima casa", per tacere del martellamento, durato quasi un anno, sul tema della "sicurezza" e delle fantomatiche ronde, subito fallite, anzi mai iniziate, di cui nessuno ormai parla più.
Egli sa che basta far colpo, promettere senza mantenere, soprattutto senza faticare: perché i cittadini, vale a dire il pubblico, sono, per sua stessa ammissione, come un bimbo di dodici anni nemmeno troppo intelligente.
Anche per questo piace così tanto alla Chiesa (intesa come gerarchia vaticana) e non si speri venga meno tale alleanza: i preti la sfrutteranno fino all'ultimo. Sia perché naturalmente inclini ai regimi di destra, anche dittatoriali, sia perché troppi sono i vantaggi materiali che possono trarre da questa (santa?) alleanza; e non si dimentichi che il Vaticano è lo Stato più materialista e mondano esistente sulla terra. La cena a casa di Vespa e il suo corredo simbolico-blasfemo può e deve farci fremere di orrore, soprattutto a noi credenti, ma stupirci, no davvero: rientra nella normalità delle cose. Potere puro, o meglio: fondamentalismo del potere.
Insomma Berlusconi continua a godere dell'appoggio d'Oltretevere, del resto la pseudo-opposizione è inetta e inesistente, quindi ci propineranno tutto ciò che vorranno. Ma per fortuna non verrà promulgata alcuna legge sulle coppie di fatto, alleluia.
P.S.: Ho usato "per fortuna", e non "grazie a Dio", perché Dio, in tutta questa storiaccia, non c'entra un beneamato cavolo, povero Cristo.
30.6.10
Appuntamento

21.6.10
Il mondo visto da un'edicola «Il lettore di porno? Facile riconoscerlo a distanza»
di GIORGIO PISANO
Le edicole non faranno la fine delle cabine telefoniche, non diventeranno sconsolati cimeli di una civiltà che non c'è più. A salvarle saranno quelli che i direttori di giornale chiamano, con un pizzico di ruffianeria, gli affezionati lettori: di quotidiani, manga giapponesi, stampa sportiva, fumetti, inserzioni per scambisti e un'infinità di riviste che insegnano a ricamare, fare giardinaggio, scrutare gli astri, ossigenare sentimenti asfittici.
Le edicole non faranno la fine delle cabine telefoniche, non diventeranno sconsolati cimeli di una civiltà che non c'è più. A salvarle saranno quelli che i direttori di giornale chiamano, con un pizzico di ruffianeria, gli affezionati lettori: di quotidiani, manga giapponesi, stampa sportiva, fumetti, inserzioni per scambisti e un'infinità di riviste che insegnano a ricamare, fare giardinaggio, scrutare gli astri, ossigenare sentimenti asfittici.Figlio d'arte (suo padre, morto l'anno scorso, era il decano della categoria), Roberto Gerina ha respirato per la prima volta l'aria di un'edicola che aveva quattordici anni. «Quel giorno ho capito che questo lavoro non avrà mai fine». Nel senso che ci sarà sempre qualcuno che non riuscirà a leggere la Gazzetta su un iPad, sfogliare un romanzo sul pc, perdersi in una Rete che propone miliardi di notizie e non ne garantisce neppure una. Tutt'al più, per rispondere ai morsi della crisi che ha assottigliato la clientela, bastano piccole integrazioni e vendere, insieme a Repubblica e al Corriere della Sera, magliette, biglietti del bus, occhiali da presbite.
Cagliaritano, 45 anni, due figli, Roberto Gerina ha gestito per una vita l'edicola che sta di fronte alla stazione ferroviaria. La vicinanza di un albergo (e dunque d'un portiere di notte) lo ha convinto nel '91 a non chiudere mai: ventiquattr'ore su ventiquattro a disposizione di clienti che, a seconda della fascia oraria, arrivavano senza cravatta, truccati, travestiti, qualche volta semplicemente disperati e insonni. «Il mondo notturno è molto, molto movimentato». Lo ha capito talmente bene che anni fa ha deciso di allargarsi per venire incontro ai più esigenti: «E ho aperto due porno shop».
Nel cuore dice che però gli è rimasta l'edicola. In quella vicina alla stazione, che ha segnato la sua vita, adesso c'è dentro il fratello. Lui ne ha appena rilevato un'altra, sempre in via Roma, sempre sotto i portici ma di fronte alla Darsena, insomma dove puntano le invasioni barbariche un minuto dopo lo sbarco dalle navi vacanziere. Appena ha messo mano alla nuova postazione, Gerina ha avviato quella che si dice una radicale ristrutturazione abbattendo lo storico separè metallico che garantiva un minimo di discrezione e di privacy: sugli scaffali c'erano riviste porno di tutto il mondo, comprese quelle (apprezzatissime) americane e tedesche in vendita a 25 euro la copia. Roba per soli ricchi. «Quell'angolo appartato non aveva più senso. Le riviste hard, ormai, si vendono alla luce del sole». Cioè nella vetrina affacciata sul marciapiede, nel viavai compresso e nervoso della folla che transita a un passo dal Consiglio regionale.
«Non lo nego, a Cagliari siamo stati i primi a vendere un certo tipo di giornali e di filmini. Il giro c'era. Ne valeva la pena». In tempi non lontanissimi, dice Gerina, un'edicola come quella della stazione manteneva serenamente tre famiglie e «a fine mese assicurava circa sette milioni di lire». Col cambio della moneta è cambiato tutto. «Oggi si guadagnano 2.400-2.500 euro lordi al mese lavorando, perché sia chiaro, dalle sei e un quarto del mattino alle otto e mezzo di sera».
Come si fa a stare mezza giornata in una gabbia?
«Ci si abitua. Il mio spazio di lavoro è di un metro per due. Ci sto bene, non mi sento stretto. Ho il mio sgabello, sto comodo. Se ho caldo tengo la porticina spalancata, nei momenti di noia guardo la tivù che ho sistemato in alto, fra le t-shirt per turisti».
Realizzato?
«Ho smesso di studiare che stavo in quarta superiore. Vivere in edicola mi ha permesso di leggere moltissimo, non solo Tex e Diabolik che sono stati e restano la mia droga. Mi guardo intorno e capisco d'essere stato fortunato. Dal mio gabbiotto vedo un mare scintillante, davanti agli occhi ho sempre uno spettacolo interessante».
Quattordici ore di lavoro non schiantano?
«No, perché questo è un mestiere che puoi fare solo per passione. Ti fa conoscere e capire un sacco di gente. Mio padre m'aveva dato un solo consiglio: sorridi, agli altri non importa nulla dei fatti tuoi».
Basta questo per fare l'edicolante?
«La gentilezza e un sorriso, soprattutto verso le facce spente che arrivano qui dopo colazione in marcia verso l'ufficio. Diventiamo una specie di quieta abitudine».
Confidenti e confessori.
«Bisogna ammortizzare i furori del prossimo. Mantenendosi, per esempio, politicamente corretti. Io espongo, uno a fianco all'altro, Il Giornale, la Stampa, il Fatto, Repubblica. E quando una signora, indicando Libero, mi ha chiesto cosa ci facesse un giornale comico tra giornali veri, ho risposto con un mezzo sorriso. Mai aprire una discussione politica, sarebbe la fine».
Il nocciolo duro dei guadagni è fatto dai quotidiani?
«Certo, a cominciare da quello locale naturalmente. Ci sono edicole che vendevano 240-250 copie di sola Unione Sarda. Prima di Internet, intendo».
Insieme ai giornali vendete di tutto.
«Gli omaggi di quotidiani e riviste intasano. Ho un settimanale di larghissima tiratura che sta offrendo contenitori di plastica per alimentari: sta andando molto bene».
Scarpe e camicie, no?
«Lucidalabbra per adolescenti, abbronzanti, pettini, teli da mare. Mica è colpa nostra se l'editoria cerca di conservare la clientela proponendo una sorta di supermercato. Un tempo andavano forte le enciclopedie, ora non le comprano manco morti».
Non interessano più?
«La ragione è un'altra: si chiama crisi. Anche se da sempre abituati a svegliarsi col giornale, tanti hanno scoperto che il quotidiano non è un bene di prima necessità. Figuriamoci le enciclopedie, che costano un sacco di soldi».
Sono molti quelli che non comprano e sbirciano gratis?
«In genere i pensionati. Scorrono le prime pagine, si fermano anche interi quarti d'ora per leggere un articolo. Poi, magari senza voltarsi a guardarmi, se ne vanno».
Tutt'altro genere quelli delle riviste specializzate.
«Spesso mi sono chiesto cosa si può trovare in mensili come Stufe e camini, Salotti o Big Hunter, che vende abbigliamento per cacciatori. Da un po' abbiamo anche la collana I santi protettori: dieci immaginette, tre euro e cinquanta».
Insomma, vendete. Internet non vi ha cancellato.
«Internet ha lettori che già non leggevano i giornali cartacei, e nemmeno libri se è solo per questo. Il problema vero è un altro: crisi. Te ne accorgi dalle chiacchiere di ogni giorno che in giro non ci sono più soldi. Più che internet ci ha causato danni immensi la liberalizzazione voluta dal ministro Bersani. È colpa sua se oggi chiunque può vendere giornali».
Qualcuno sostiene che sia più facile superare il test per l'ingresso a Medicina che ottenere l'autorizzazione ad aprire un'edicola. Nella città di Cagliari ce ne sono 150, in Sardegna 1.400 d'inverno e 1.700 d'estate. Impossibile calcolare il fatturato: costi di gestione quasi zero, tutto quello che non si vende viene restituito. Il guadagno netto per copia venduta oscilla (a seconda che si tratti di quotidiani o di periodici) tra il 19 e il 24 per cento del prezzo di copertina. Gerina afferma che il panorama non è affatto così florido. «Tant'è che sono molte le edicole in vendita». A quanto? Il prezzo medio è di cento, centodiecimila euro ma ce ne sono alcune che possono arrivare tranquillamente a trecento. Anche se poi, dice Gerina, trecentomila euro per un'edicola non te li dà nessuno.
Siete una casta?
«Sì, una casta che inizia a lavorare all'alba e tira avanti tutta la giornata. Sugli edicolanti ci sono molti luoghi comuni. Campiamo, certo. Ma fatichiamo molto».
Una volta si viveva di solo porno.
«Il porno, lo ammetto, ha avuto una stagione d'oro. Lo compravano tutti: uomini, donne, ragazzi, preti».
Donne, preti?
«Mio padre aveva tre clienti affezionate: ogni settimana acquistavano il meglio dell'hard per sole donne. Preti? Uno sicuramente. Oggi non li riconosci più perché non vengono a comprare in abito talare».
Tramonto di un'epoca.
«Quasi. Ora si vendono bustoni con tre quattro pezzi per meno di dieci euro. Stanno andando un pochino meglio solo i racconti supertabù, novelle maiale per un pubblico fedelissimo. Poi, cos'altro c'è? Qualche dvd si vende ancora. Ho clienti che però vogliono solo il dischetto e non tutta la confezione perché dà nell'occhio».
Il porno-lettore è riconoscibile a distanza?
«Di solito, sì. Uno mi ha fatto tenerezza. Era un ladro, ma per vergogna».
Cioè?
«Tenevo apposta un certo porno vicino ai quotidiani. Lui, un signore elegante sulla cinquantina, ha preso L'Unione Sarda e ha agganciato anche la rivista che stava sotto. Pago il giornale, mi ha detto. No signore, gli ho risposto io, paga il giornale e anche Le Ore. Fortuna che non se l'è presa».
In che senso?
«Da quel giorno, sciolto il ghiaccio, è venuto a comprare regolarmente il settimanale porno infilandolo in un quotidiano qualunque».
Richieste non soddisfatte?
«Sì, una. Solito tipo di signore, elegante e di mezza età, mi ha chiesto se avevo riviste con ragazzini molto, molto giovani».
Voleva dire bambini?
«L'ho fatto scappare. Gli avrei messo le mani addosso, proprio come ho fatto con un ladro tossico».
C'è un nesso fra tossicità e furto?
«Ovvio. Approfittando di un attimo di disattenzione, uno di quegli scheletri ambulanti mi sfila una notte un pacco da quindici pezzi di Dylan Dog. Ho chiesto al portiere dell'albergo di sostituirmi per un attimo e sono corso in piazza del Carmine. E chi ti trovo?»
Chi?
«Il tossico che svendeva i miei giornali. Non gli ho detto nemmeno una parola. L'ho steso di botte e me ne sono andato non solo con Dylan Dog ma con tutta la sua bancarella. Giusto per fargli capire come gira il mondo».
pisano@unionesarda.it
20.6.10
un esempi d'identità aperta incontro fra due culture
NUORO. Lei nuorese e lui scozzese. Hanno scelto di sposarsi in Barbagia rispettando le tradizioni: lui, un informatico di Edimburgo, in kilt e lei, una consulente turistica, circondata dal coro nuorese dei Canarjos. Poi, pranzo in campagna a base di porcetto arrosto. La prima notte di nozze? In una “pinnetta” ( usate dai pastori come transumanti come abitazioni fino a gli anni del 2 dopo guerra qui per chi aprla e comprende il sardo o qui in italiano ulteriori news )
sinistra ) dalla nuova sardegna del 20 giugno 2010
Nadia Cossu
Nuoro, nozze con sposo in kilt: è show
Rito celtico tra informatico scozzese e consulente nuorese
NADIA COSSU
NUORO. Don Aldo, sul portone della Cattedrale di Nuoro, accoglie Christopher a braccia aperte: «Questo è un giorno storico». Saluta lui, in gonnella scozzese verde, e tutta la famiglia in kilt arrivata dalla patria di William Wallace.
Eppure succede, in una città e in una provincia che da sempre ben conservano e difendono le proprie tradizioni. Usanze che si mescolano, storie che si incontrano. A un certo punto il coro Sos Canarios che si è appena esibito col costume sardo in un altro matrimonio in Cattedrale, scatta le foto insieme agli scozzesi in gonnella plissettata. Ed è festa comune.
«Ci siamo conosciuti a Londra nel 2000 - racconta Barbara con un filo d’emozione - frequentavamo lo stesso corso per imparare la lingua giapponese». E da quel momento tra la bella nuorese, consulente turistica trapiantata nel Regno Unito, e l’affascinante programmatore informatico di Edimburgo è scoppiato l’amore. «Volevo sposarmi nella mia terra - dice ancora Barbara - ci tenevo molto e Chris è stato subito d’accordo».
E così ieri le campane di Santa Maria della Neve a mezzogiorno hanno suonato a festa, la marcia nuziale ha accompagnato gli sposi fin davanti all’altare dove don Aldo Cottu li ha uniti in matrimonio.
Poi il pranzo di nozze nella fattoria didattica Istentales, sotto la quercia secolare di Badde Manna, un posto suggestivo scelto da Barbara per respirare, e far respirare agli ospiti, la forte tradizione barbaricina. Sono andati a ruba porcetto arrosto, trippa, coratella, sanguinaccio. Antipasti, primi, secondi, un vero successo. Gli scozzesi hanno divorato il menù sardo e apprezzato il vino della Barbagia, mentre dalla loro terra hanno portato uno straordinario liquore al basilico. Quindi spazio alle danze con l’orchestra arrivata appositamente dalla Scozia: violini, contrabbasso, flauto traverso. Musica celtica nell’azienda di Gigi Sanna, il cantante degli Istentales. Un connubio perfetto, suoni che appartengono a mondi diversi e che per una sera hanno creato un’unica melodia.
E poi, manco a farlo apposta, è da poco uscito l’ultimo lavoro degli Istentales: il cd si intitola “Onora s’istranzu”. In una delle pagine interne del disco Gigi Sanna scrive: «Perché noi sardi siamo sempre disponibili ad accogliere le persone che arrivano da fuori, a rispettarle facendole sentire come fossero a casa loro». E ieri, Nuoro e Badde Manna, s’istranzu lo hanno onorato davvero. Gli sposi non hanno passato la prima notte da marito e moglie in una lussuosa stanza d’albergo. Hanno dormito nella vecchia capanna dei pastori, su pinnetu, che si trova nel cortile della fattoria. Maria Paola Masala, factotum dell’azienda, ha curato ogni minimo dettaglio. Stoffe bianche con ricami tipicamente sardi, luci soffuse, profumi, grano sul letto. Una scenografia che ha emozionato Chris e Barbara.
la seconda è una storia di un ragazzo costretto «a fare la vita dell'uomo-ragno» «Le battutacce sui nani? Sono il frutto dell'ignoranza. dall'unione sarda del 20 giugno 2010

« I miei genitori sono stati informati subito, io l'ho capito a rate durante i primi anni di scuola. Avevo la testa più grande degli altri, ero diverso. Ho smesso di crescere intorno ai dodici anni».
«I miei genitori sono stati informati subito, io l'ho capito a rate durante i primi anni di scuola. Avevo la testa più grande degli altri, ero diverso. Ho smesso di crescere intorno ai dodici anni».
Battutacce?
« Eeeh . Più d'uno ha rischiato di prendere schiaffi in quantità industriale dai miei amici. Ai bambini non rispondo neppure, agli adulti sì, anche se penso che tutto sommato lo facciano solo per ignoranza».
Sport? «Calcio, naturalmente. Gioco da venticinque anni, l'apice l'ho raggiunto in terza categoria. Sono una forza della natura».
Le colpe della canzone di De André?
«Nessuna, e comunque non attribuisco importanza a queste scemenze».
L'amore?
«Non mi tocca, mi sfiora».
In che senso?
«Non trovo l'anima gemella. Nel frattempo meglio scapolo che male accompagnato».
Dall'era craxiana in poi l'espressione "nani e ballerine" ha acquisito un'accezione negativa.
«Credo che la politica non c'entri, molta responsabilità ce l'ha l'ignoranza».
Un nano famoso che le è antipatico?
«Il ministro Brunetta».
Uno simpatico?
«Danny de Vito, Pupo e Giancarlo Magalli».
Biancaneve e i sette nani è una fiaba consolatoria?
«È solo bella».
Pentito di essere andato in tv per la sua altezza?
«Volevo essere lì e ci sono riuscito. Peccato che abbiano tagliato selvaggiamente la puntata di Ciao Darwin: abbiamo registrato sette ore e mezza ma ne sono andate in onda solo due. Ho visto dal vivo madre natura, una bellissima ragazza cubana alta alta, me ne basterebbe metà. Volevo fare la foto con lei ma purtroppo l'hanno portata via».
Vorrebbe sfondare in tv?
«Mi piacerebbe lavorarci. Avere davanti una telecamera mi genera molta adrenalina, ma non così tanta da perdere il controllo».
Un sinonimo di nano politicamente corretto?
«E che ne so. Comunque non mi offendo, a trentacinque anni sarei pazzo».
Cosa detesta?
«Le bugie».
Nei sogni che altezza ha?
«Un metro e trentacinque centimetri. Però sono fortissimo, gioco in serie A e faccio vincere lo scudetto al Cagliari».
E poi?
«Ho tanta, tanta roba. Belle donne, soprattutto».
Quante le si avvicinano con curiosità?
«Per nove estati ho lavorato a Cannigione. Molte erano curiose di ogni dettaglio, ci siamo capiti?»
Qualcuna si è innamorata?
«No, solo sesso».
Un aspetto positivo della bassa statura?
«Non l'ho ancora trovato».
Una frase che l'ha resa felice?
«Non parole, ma l'affetto degli amici, che mi considerano una persona buona e semplice, come tutte le altre. Nessuno mi ha mai fatto pesare la statura».
Cosa le manca?
«A parte il lavoro fisso?»
Sì.
«I soldi. Ma per ora va bene così».
Pregiudizi dei datori di lavoro?
«Mai. Soprattutto le donne per le quali ho lavorato: sono state splendide».
Se avesse potuto decidere la sua altezza?
«Un metro e sessanta. Almeno lo zucchero l'avrei potuto prendere senza difficoltà».
I problemi di tutti i giorni?
«Mi devo arrampicare anche per prendere lo zucchero, in un certo senso sono un super eroe: faccio la vita dell'uomo ragno».
Battutacce?
« Eeeh . Più d'uno ha rischiato di prendere schiaffi in quantità industriale dai miei amici. Ai bambini non rispondo neppure, agli adulti sì, anche se penso che tutto sommato lo facciano solo per ignoranza».
Sport?«Calcio, naturalmente. Gioco da venticinque anni, l'apice l'ho raggiunto in terza categoria. Sono una forza della natura».
Le colpe della canzone di De André?
«Nessuna, e comunque non attribuisco importanza a queste scemenze».
L'amore?
«Non mi tocca, mi sfiora».
In che senso?
«Non trovo l'anima gemella. Nel frattempo meglio scapolo che male accompagnato».
Dall'era craxiana in poi l'espressione "nani e ballerine" ha acquisito un'accezione negativa.
«Credo che la politica non c'entri, molta responsabilità ce l'ha l'ignoranza».
Un nano famoso che le è antipatico?
«Il ministro Brunetta».
Uno simpatico?
«Danny de Vito, Pupo e Giancarlo Magalli».
Biancaneve e i sette nani è una fiaba consolatoria?
«È solo bella».
Pentito di essere andato in tv per la sua altezza?
«Volevo essere lì e ci sono riuscito. Peccato che abbiano tagliato selvaggiamente la puntata di Ciao Darwin: abbiamo registrato sette ore e mezza ma ne sono andate in onda solo due. Ho visto dal vivo madre natura, una bellissima ragazza cubana alta alta, me ne basterebbe metà. Volevo fare la foto con lei ma purtroppo l'hanno portata via».
Vorrebbe sfondare in tv?
«Mi piacerebbe lavorarci. Avere davanti una telecamera mi genera molta adrenalina, ma non così tanta da perdere il controllo».
Un sinonimo di nano politicamente corretto?
«E che ne so. Comunque non mi offendo, a trentacinque anni sarei pazzo».
Cosa detesta?«Le bugie».
Nei sogni che altezza ha?
«Un metro e trentacinque centimetri. Però sono fortissimo, gioco in serie A e faccio vincere lo scudetto al Cagliari».
E poi?
«Ho tanta, tanta roba. Belle donne, soprattutto».
Quante le si avvicinano con curiosità?
«Per nove estati ho lavorato a Cannigione. Molte erano curiose di ogni dettaglio, ci siamo capiti?»
Qualcuna si è innamorata?
«No, solo sesso».
Un aspetto positivo della bassa statura?
«Non l'ho ancora trovato».
Una frase che l'ha resa felice?
«Non parole, ma l'affetto degli amici, che mi considerano una persona buona e semplice, come tutte le altre. Nessuno mi ha mai fatto pesare la statura».
Cosa le manca?
«A parte il lavoro fisso?»
Sì.«I soldi. Ma per ora va bene così».
Pregiudizi dei datori di lavoro?
«Mai. Soprattutto le donne per le quali ho lavorato: sono state splendide».
Se avesse potuto decidere la sua altezza?
«Un metro e sessanta. Almeno lo zucchero l'avrei potuto prendere senza difficoltà».
9.5.10
11.3.10
Ecco a voi...
10.3.10
L'Avversario
24.1.10
...
Prezioso libro, La pazienza del giardiniere di Paolo Pejrone (Einaudi). Prezioso perché antico, secolare; perché dalle sue pagine si sprigionano aromi, e sentori: di Liguria, di viottoli, di mulattiere che s'inerpicano chissà dove, improbabili e impossibili, simboli di lotta e laboriosità. Specchi di pietra, che riflettono volti essenziali, affaticati e contratti, dove la frappola è bandita e persino il sorriso, parco, è attraversato da venature severe. Volti che coltivano, accudiscono, accolgono la natura, talora squillante, più spesso discreta, insinuante, capricciosa, elementare. C'è una strana, domestica maestosità negli aranci aggrappati ai cancelli di vetusti "casoni", proprio perché non chiedono nulla: non attendono l'elogio, non destano meraviglia e, quando questa scoppia, è imprevedibile, balenante, tra il verde cupo del fogliame e l'azzurro intenso di scaglie di mare. E' una felicità al tempo stesso segreta e dilagante; una felicità bambina.Cancelli e casoni erano il mio mondo, anni fa. Erano la zia che raccoglieva gli ancor lunghi capelli in un'interminabile, finissima treccia d'aglio; e, con perizia da ricamatrice, li avvolgeva poi sulla nuca, a formare un sapiente chignon. Erano densi lucori d'olio, cucine come aie o rustici saloni, sempre un po' in penombra, bizzarre chiese laiche dove il rito si confondeva col ticchettio della pendola e le scarabattole degli avi. Santuari agresti, le cui divinità erano carciofi, carote, topinambur setosi e bitorzoluti. A quei tempi non amavo molto i fiori, perché li celebravano tutti; non le rose, riso d'amore, con quei nomi agghiaccianti di duchesse e regine. Preferivo di gran lunga gli alberi e l'orto, dove l'umano tornava humus, radice e terra, e conviveva tra filari di pomodori e viti, minuto, non invasivo. Restava voce, confusa nel giallo della zucca e il brillìo profondo dell'alloro. Pochi libri si occupavano di questa vegetazione, salvo quelli degli specialisti, mentre per me l'orto era essenzialme
nte poesia.In quello di Pejrone ho ritrovato questa poesia. Nulla vi è escluso: non le buganvillee liberty delle ville signorili, non il buffo ombrello dei pini marittimi, non l'esotico delle palme scapigliate, e nemmeno le brutte "giardinetterie" delle nostre autostrade. E, appunto, l'orto, l'orto che ride, che ama e ricambia l'amore, che non è un vezzo decadente, ma famiglia, rispetto. Mitizzato o eccessivamente realistico, l'orto è sempre stato maltrattato dalla letteratura. E' stato dannunziano: artificioso, pietrificato, disossato e prepotentemente umano, anzi, super-umano; o ha significato indigenza, come i marci sterrati pasoliniani dove crescevano, stenti e acciaccati, cavoli fiori per miserabili deschi. Io, invece, nell'orto vedo pace, riconciliazione.
Ride l'orto, e splende il giardino, perché sono pieni: di vita, di ogni vita. Anche di quella insidiosa, che si fronteggia, direi si rigenera, con altra vita: dalla cicala al passero, alla cincia, al pettirosso. Giardiniere era Pascoli, giardiniere era Manzoni; e, quindi, eccelsi catalogatori. Ma non compilavano elenchi: dipingevano arcobaleni.
La pazienza è virtù vegetale, come la speranza. E rincuora, di quando in quando, sedersi sopra un sasso, e aspettare.
19.1.10
Buon compleanno

13.1.10
Terremoto di Haiti: come agire

Per le Donazioni
Haiti e' uno dei paesi piu' poveri del pianeta - e' classificato al 148 posto su 179 secondo l'Indice di Sviluppo Umano dell'UNDP - e fatica a riprendersi da anni di violenza, insicurezza e instabilita' e da una lunga serie di calamita' naturali.
finalmente una donna che cerca di compemrendre noi uomini
https://youtube.com/shorts/3B7FiXa1cic?is=9E1VEmApjZDxebOC
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...




