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15.4.26

La grandezza di una persona non si misura solo su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto


“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità…” ( Paolo Crepet ) 
Ecco perché    riporto storie  di rinascita e metto tag : rincominciare, rinascita , ecc.In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.
Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.
“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.
Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.
“Se si ascolta --  sempre. secondo Crepet -- la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato .  Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza assoluta , un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.
“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma  ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.
“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Mi sforzo, eh, ma proprio non capisco perché mai dovrei esprimere la mia solidarietà a Giorgia Meloni se Trump l'ha. scaricata

Rispetto chi lo fa, lo ha fatto e in parte ne capisco le ragioni, perché un così violento e sgrammaticato attacco da parte dell’uomo più potente del pianeta nei confronti di chi -
piaccia o meno - rappresenta l’Italia nel mondo, non fa mai piacere.  
Ma quelle parole di Trump non nascono come funghi sotto gli alberi. Sono, invero, il frutto avvelenato di anni ed anni. di cortigiana sottomissione, di servilismo cieco - quello sì, offensivo verso il nostro Paese - di sdraiata adesione ad ogni violazione del diritto internazionale, e ora anche di ogni barbarie interna (vedi Ice) ed esterna (leggasi Venezuela e per lungo tempo anche l’Iran), ogni forma di razzismo, discriminazione, muro spacciato per politica securitaria, di silenzio pavido e complice ogni volta che avremmo dovuto pretendere rispetto per l’Italia, per l’Europa, per l’autonomia e pure per la nostra sovranità, quella difesa e tutelata dalla nostra Costituzione e non da un manipolo di soprattutto negli ultimi anni di. sedicenti sovranisti della domenica.Perché, non appena tutto questo è anche solo di una virgola venuto meno, Trump ha trattato Meloni, e con lei ha trattato tutti noi, come una sua colonia capricciosa e disubbidiente da mettere immediatamente a tacere. Ha frignato come un bambino capriccioso 
Potrebbe essere un'immagine raffigurante lo Studio Ovale e testo

e. viziato, perché quando abitui qualcuno a non dire mai di no, non appena lo fai - peraltro in modo pallidissimo - questo è quello che accade. Va bene così? No.Ben le sta? Assolutamente no.Resta qualcosa di assolutamente intollerabile e da condannare.Ma dimostrano solo una cosa: che avevamo ragione noi a sgolarci che furia di fare da scendiletto agli Usa soprattutto a Trump avremmo perso qualsiasi diritto, indipendenza e autonomia - la dignità, quella l’abbiamo persa da un pezzo .E che aveva torto Giorgia Meloni a considerare Trump un alleato strategico.Quelli come Trump non hanno alleati. Hanno solo servi e cheerleader più o meno ubbidienti e fedeli. Mi fa piacere che anche Meloni lo abbia capito ( o. almeno. spero. ) , e con lei - mi auguro - anche i suoi elettori.Ma, per favore, evitateci almeno di trasformarla in martire, statista ed eroina della patria.È solo qualcuna che c’è arrivata più tardi degli altri. Molto più tardi. Troppo tardi.È grave per chiunque, figuriamoci per una Presidente del Consiglio.E non sono neanche sicuro che abbia imparato la lezione. 

14.4.26

Stop agli smartphone e social vietati agli under 14? ''La responsabilità degli adulti è educare alle potenzialità della rete. A fare la differenza è la guida di genitori e educatori'' -


Leggi anche. 

Dopo l'ennesima proposta non solo dei Liberal stavolta del presidente del Veneto di vietare i social agli under 14 e la sentenza in California contro Meta e Google, leggo. tramite google. news. l'intervista di Il Dolomiti a  Federica Angelini ( foto al centro ), psicologa e assegnista di ricerca all’Università di Padova.

 

Essa è una delle poche \i che dicono che il proibire non serve. Infatti Il suo approccio è diverso dalla ricerca tradizionale: anziché focalizzarsi sugli effetti negativi, fa emergere come i social siano un rifugio per ansie e difficoltà pregresse

BELLUNO

“Spesso gli adolescenti riportano di essere annoiati e sentirsi soli. Il rischio è che noi adulti proviamo a riempire le loro vite per assicurarci che siano costantemente intrattenuti, perché occuparci del loro intrattenimento richiede impegno e presenza costante, che non vanno di pari passo con la società odierna. Spesso l’errore che facciamo è delegare alle tecnologie l'intrattenimento dei nostri figli anziché sforzarci di trovare modalità di entrare in relazione con loro”.

Recentemente, il presidente del Veneto Alberto Stefani ha lanciato la proposta di vietare i social network sotto i 14 anni, oltre a voler stanziare fondi per centri estivi e corsi, anche per genitori, sull’uso dei social. Tra i motivi, la diffusione di stati d’ansia e forme di dipendenza tra gli adolescenti: c’è davvero questa correlazione diretta?

 Lo abbiamo chiesto a Federica Angelini, psicologa e assegnista di ricercapresso il Dipartimento di psicologia dello sviluppo e socializzazionedell’Università di Padova. Angelini si occupa del ruolo dei social media nelle esperienze tra pari in adolescenza con un approccio diverso rispetto alla ricerca degli ultimi vent’anni, volto non necessariamente a trovarne gli effetti negativi, ma a considerare anche fattori di tipo individuale e contestuale.

 I social sono infatti oggi un vero e proprio contesto sociale per gli adolescenti poiché trasformano il modo in cui fanno esperienza di sé e degli altri. Basti pensare alla recente sentenza di una giuria della California contro Meta e Google per aver spinto una minorenne a rimanere attiva su Instagram e YouTube tutto il giorno, causandole dipendenza e stati depressivi. “Quanto successo negli Usa - nota Angelini - è una presa di responsabilità importante, tuttavia non deve creare un precedente per scaricare la totale responsabilità su chi ha creato le piattaforme. Si rischia cioè di dimenticare ciò che possiamo fare come genitori, educatori, divulgatori: educare alle potenzialità dei social”.

 Quindi la proposta di Stefani non funziona? “Bisogna anzitutto chiedersi - risponde - cosa può essere rintracciato come causa. Il presidente ha dichiarato che i social media sono la causa del disagio giovanile, nonostante sia data importanza anche alla responsabilizzazione degli adulti. Più di un divieto, però, dovremmo accogliere questo disagio e prevenirlo. Da quando internet è entrato nelle nostre tasche, la ricerca si è focalizzata sugli aspetti negativi e gli stessi creatori hanno ammesso che si crea un circuito di dipendenza che, tuttavia, a livello clinico non è riconosciuta”.

“C’è infatti una differenza - prosegue - tra dipendenza comportamentale a livello diagnostico e uso problematico dei social. Dobbiamo immaginare una linea che va da un loro uso sano come contesto sociale ai comportamenti problematici, quando ad esempio interferiscono con le relazioni o la salute fisica. L’estremo è la dipendenza comportamentale, che però riguarda una piccola percentuale di casi”.

 Ciò significa che c’è ampio margine di prevenzione. “Il loro uso problematico- concorda - spesso coesiste con difficoltà relazionali, ansia, depressione, solitudine dei quali i media diventano strumento di compensazione, più che la causa. Come per il cibo nei disturbi del comportamento alimentare, cioè,c’è dietro un malessere espresso tramite un oggetto.

 Quale soluzione allora? Nel Bellunese sono sorti 12 patti di comunità, grazie ai quali i genitori concordano regole comuni sull’uso dei dispositivielettronici . “Sono un ottimo esempio - osserva - perché richiamano non solo il contesto adolescenziale, ma quello di comunità. È infatti importante il focus sul ruolo degli adulti, anche perché spesso rischiano maggioredipendenza rispetto agli adolescenti, che ci sono nati dentro”.

 Non a caso un genitore ci aveva spiegato i patti così: “Non posso proibire lo smartphone a mio figlio se passo la sera a usare il mio” (qui l’intervista). Cosa ne pensa? “Spesso noi adulti - risponde - sfruttiamo questi strumenti per intrattenere i figli fin dalla più tenera età, perciò vietare i social agli under14 è inefficace se non ci muoviamo prima. Come possiamo togliere loro qualcosa se siamo noi ad averglielo messo in mano? Ogni generazione ha le sue peculiarità: a fare la differenza è rimanere una guida da parte dell’adulto”.

 “Il fenomeno è bidirezionale: sicuramente - conclude - i social possono essere causa di comportamenti problematici, ma il fatto che succeda solo ad alcuni dipende da chi siamo. Non sono quindi lo strumento più sano del mondo, ma nemmeno l’unica causa del malessere giovanile”.






fiero di. .....