| da http://www.italymedia.it Maggiore età a 16 anni per salvare Premier, De Pierro contro “Lodo Ruby " |
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26.1.11
un " lodo " anche per il ruby gate ? vogliono portare la maggiore età a 16per salvare Premier
25.1.11
Padre Scordato sugli omosessuali "Hanno diritto a una famiglia"
credo che se Gesu tornasse in terra sarebbe d'accordo con questo prete
Padre Scordato sugli omosessuali
"Hanno diritto a una famiglia"
Il parroco del quartiere popolare dell'Albergheria chiede alla Chiesa di rivedere le sue posizioni: "Bisogna avere rispetto per gli omosessuali perché quello che conta è l'amore, loro amano al pari degli etero. E dove c'è amore c'è Dio"
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| Padre Cosimo Scordato |
Padre Cosimo Scordato
"Gli omosessuali sono persone normali, non errori di natura o dei malati. Sono persone che hanno tutto il diritto di amare e di essere amati e in quanto tali di formare delle famiglie". A parlare è padre Cosimo Scordato, parroco della chiesa San Francesco Saverio all'Albergheria, uno dei quartieri più poveri di Palermo.
Il religioso, intervenuto alla presentazione del progetto "Prospettiva Queer", non è nuovo a simili prese di posizioni: è stato, infatti, in prima fila negli anni Ottanta quando ha fondato il "Comitato popolare antimafia" a Casteldaccia (Palermo). E ancora sull'onda del caso di Eluana Englaro ha organizzato in chiesa un referendum per fare decidere all'assemblea ecclesiale l'orientamento della comunità sulla sospensione della nutrizione in questo e in altri casi simili.
Adesso, come già avvenuto in passato, il sacerdote torna a parlare dei Dico e dell'omosessualità: "E' un tema che la Chiesa ai più alti livelli, dovrebbe rivedere radicalmente. Bisogna avere rispetto per gli omosessuali perché quello che conta è l'amore. E loro amano al pari degli etero".
"L'omosessualità non è, quindi, un 'peccato contro naturà - sottolinea il parroco palermitano - né un elemento di disordine. Conta la persona con la sua capacità di amare e in quanto tale deve essere rispettata". Per padre Scordato "è la persona, infatti, che qualifica la dignità umana. E dove c'è amore c'è Dio. Per questo la Chiesa dovrebbe rivedere radicalmente il suo pensiero". La parrocchia di San Saverio ospita, non a caso, la sede dell'Agedo (associazione genitori di omossessuali).
Il religioso, intervenuto alla presentazione del progetto "Prospettiva Queer", non è nuovo a simili prese di posizioni: è stato, infatti, in prima fila negli anni Ottanta quando ha fondato il "Comitato popolare antimafia" a Casteldaccia (Palermo). E ancora sull'onda del caso di Eluana Englaro ha organizzato in chiesa un referendum per fare decidere all'assemblea ecclesiale l'orientamento della comunità sulla sospensione della nutrizione in questo e in altri casi simili.
Adesso, come già avvenuto in passato, il sacerdote torna a parlare dei Dico e dell'omosessualità: "E' un tema che la Chiesa ai più alti livelli, dovrebbe rivedere radicalmente. Bisogna avere rispetto per gli omosessuali perché quello che conta è l'amore. E loro amano al pari degli etero".
"L'omosessualità non è, quindi, un 'peccato contro naturà - sottolinea il parroco palermitano - né un elemento di disordine. Conta la persona con la sua capacità di amare e in quanto tale deve essere rispettata". Per padre Scordato "è la persona, infatti, che qualifica la dignità umana. E dove c'è amore c'è Dio. Per questo la Chiesa dovrebbe rivedere radicalmente il suo pensiero". La parrocchia di San Saverio ospita, non a caso, la sede dell'Agedo (associazione genitori di omossessuali).
(24 gennaio 2011)
è stata espulsa la scrittrice “clandestina” Maria Amelie
Leggo ce la storia ( di cui avevo precedentemente parlato in un precedente post) della scrittrice “clandestina” Maria Amelie si è conclusa come s'immaginava
Norvegia: è stata espulsa![]() |
| La scrittrice "clandestina" Maria Amelie |
NORVEGIA: ESPULSA MARIA AMELIE
Non sono bastate le manifestazioni di piazza che chiedevano di lasciarla libera. Non è bastata la campagna di stampa che per giorni si è interrogata sulla bontà del procedimento. Non sono serviti neanche gli ultimi sondaggi che hanno mostrato la disapprovazione della maggioranza dei norvegesi nei confronti di questa vicenda: Maria Amelie è stata espulsa dalla Norvegia. Tornerà in Russia, dove teme che i nemici che costrinsero suo padre a fuggire tanti anni fa se la prenderanno con lei.
Maria, 25 anni, originaria della Russia dalla quale è scappata con i suoi genitori, è una immigrata clandestina che in Norvegia ha costruito la sua vita. Con la pubblicazione del saggio Ulovlig Norsk (“Norvegese illegale”) che ha trattato il tema degli immigrati clandestini è diventata un personaggio noto e apprezzato. La rivista Ny Tid nel 2010 l’ha nominata norvegese dell’anno. Eppure il 12 gennaio, respinta la sua richiesta d’asilo, è stata arrestata dalla polizia in quanto clandestina. E in quanto clandestina ad attenderla c’era l’espulsione.
“Abbiamo incominciato la procedura per ricondurre Maria Amelie in Russia” ha detto stamattina Ingrid Wirum, responsabile del Servizio immigrazione, durante una conferenza stampa. Verso le due del pomeriggio, visibilmente scossa, Madina Salamova (questo il vero nome di Maria) è stata fatta salire su una aereo che la condurrà in Russia, dove sarà consegnata alle autorità di Mosca. Sull’aereo insieme a Maria sono saliti due poliziotti del servizio immigrazione. Con lei c’è anche Eivind Trædal, il suo fidanzato norvegese che in queste settimane non l’ha lasciata un attimo.
Sembra dunque essere questo l’epilogo di una storia che in Norvegia ha fatto molto scalpore, e che per giorni e giorni ha riempito le pagine dei quotidiani. L’inflessibilità della procedura di espulsione, lo spiegamento di forze, il carcere per qualche giorno: tutto ha concorso a rendere la vicenda di Maria una storia che ha destato più di qualche perplessità a Oslo e dintorni. Al suo fianco si sono schierati politici, personaggi pubblici, Amnesty International; sono stati fatti concerti e cortei. Alcune riviste le avevano proposto contratti di lavoro, pur di sottrarla a una sorte che in Russia pare incerta. Sul suo caso l’opinione pubblica norvegese si è interrogata se non fosse il caso di ripensare la legge sull’immigrazione. Niente però è servito a fermare la macchina della burocrazia, e Maria è stata fatta salire sull’aereo.
Le autorità russe promettono a Maria una calorosa accoglienza, che probabilmente non basterà a lenire il dolore e la delusione che la Norvegia le ha provocato.
Antonio Scafati
25/1/2011 Riassunta donna che donò un rene

Venezia,"licenziata" perché in malattia
Dopo aver lottato sul quotidiano Cronaca Venezia, Francesca Scarpa ha vinto la sua battaglia ed è stata riassunta presso l'agenzia interinale dove lavorava. Alla donna non era stato infatti rinnovato il contratto dopo che, per salvare il fratello [ qui "la puntata precedente" ] dovette sottoporsi a un intervento chirurgico per donare un rene al familiare. La Scarpa fu costretta così a riposo forzato e, con un freddo "non abbiamo bisogno di lei", fu licenziata.
Dopo la pubblica denuncia sul quotidiano veneto e dopo l'intervento del vicesindaco di Venezia, Sandro Simionato, finalmente, il 24 gennaio la direzione dell’agenzia interinale "Obiettivo lavoro" ha fatto sapere di essere pronta a "riassumere" la signora veneziana dal momento in cui scadrà la sua malattia. Come scrive Cronaca Venezia i funzionari dell'agenzia, con sede a Milano, le hanno proposto un nuovo contratto di lavoro per tre-sei mesi.
Prima del "licenziamento", la Scarpa prestava assistenza domiciliare a un’anziana signora del Lido. Assistenza che scadeva il 31 dicembre 2010. Tre giorni dopo la donna chiamò la sede veneziana di "Obiettivo lavoro" per capire cosa le sarebbe accaduto dopo l'operazione. "Quel giorno mi hanno detto che non mi avrebbero rinnovato il contratto - ha raccontato a Cronaca Venezia - e neppure mi hanno spiegato perché: al telefono mi hanno semplicemente detto che non c’era più bisogno di me, dopo che ormai da più di un anno lavoravo per loro".
Prima del "licenziamento", la Scarpa prestava assistenza domiciliare a un’anziana signora del Lido. Assistenza che scadeva il 31 dicembre 2010. Tre giorni dopo la donna chiamò la sede veneziana di "Obiettivo lavoro" per capire cosa le sarebbe accaduto dopo l'operazione. "Quel giorno mi hanno detto che non mi avrebbero rinnovato il contratto - ha raccontato a Cronaca Venezia - e neppure mi hanno spiegato perché: al telefono mi hanno semplicemente detto che non c’era più bisogno di me, dopo che ormai da più di un anno lavoravo per loro".
Dal canto suo Marco Maggi, uno dei dirigenti milanesi della società interinale, ha ribadito: "C'è stato un fraintendimento tra Francesca e gli addetti veneziani dell'agenzia. Noi non potevamo rinnovare il contratto alla signora mentre era in malattia, sarebbe stato un illecito e le è stato spiegato. Il certificato di malattia le scadeva il 31 gennaio - ha proseguito Maggi - e appena i termini di legge lo consentiranno la signora verrà assunta per ulteriori incarichi, questo significa che il prossimo contratto partirà dall'1 febbraio. Ciò dimostra, più di ogni altra considerazione, la nostra assoluta volontà di tutelare l'occupazione di questa persona".
La Scarpa invece ha sempre ribadito, dall'inizio della sua battaglia, di essere certa che i funzionari dell'agenzia sapevano bene quel che facevano e che l'hanno liquidata usando proprio l'espressione: lei non ci serve più.
La Scarpa invece ha sempre ribadito, dall'inizio della sua battaglia, di essere certa che i funzionari dell'agenzia sapevano bene quel che facevano e che l'hanno liquidata usando proprio l'espressione: lei non ci serve più.
24.1.11
ecco un modo non retorico per celebrare il 27 gennaio . la storia di Irmela Mensah che da 20 cancella scruitte e simboli nazisti a berlino
Come dicevo dal titolo ecco coem si può celebrare la giornata dea memoria o della Shoah,la storia di Irmela Mensah ( foto sotto ) cammina per Berlino armata di pennelli con una missione: eliminare slogan dei gruppi di ultra-destra. In 25 anni ha fatto sparire 8mila scritte di stampo estremistico. Oggi dice: "Troppo odio, non posso fermarmi"
cammina per Berlino armata di pennelli con una missione: eliminare slogan dei gruppi di ultra-destra. In 25 anni ha fatto sparire 8mila scritte di stampo estremistico. Oggi dice: "Troppo odio, non posso fermarmi"
BERLINO. Ha 65 anni ma energia e tenacia la fanno sembrare più giovane. Percorre Berlino a passo spedito, una grande borsa di stoffa bianca a tracolla. Dentro, spray e raschietti, le sue armi. Da 25 anni, Irmela Mensah-Schramm, pensionata, ex assistente di disabili, è in guerra contro i graffiti razzisti, neonazisti, xenofobi. Delle minacce dei gruppi di ultradestra se ne infischia: ha cancellato dai muri oltre ottantamila loro "segnali". Non solo a Berlino: anche in tante altre città tedesche, poi in Francia, Lussemburgo, Polonia. Percorre l´Europa. «Chi traccia una svastica su un muro, o scrive "gas agli ebrei, forca ai negri" deve rendersi conto di che cosa fa, di quale odio istiga», spiega. La chiamano "La distruttrice dell´odio", nel 1996 ricevette la Croce al merito federale. In frequenti seminari insegna ai giovani a non farsi sedurre dal razzismo e dai neonazi. Riuscì anche a convertire alla democrazia Kevin Mueller, ex tesoriere della propaganda dell´ultradestra.
BERLINO. Ha 65 anni ma energia e tenacia la fanno sembrare più giovane. Percorre Berlino a passo spedito, una grande borsa di stoffa bianca a tracolla. Dentro, spray e raschietti, le sue armi. Da 25 anni, Irmela Mensah-Schramm, pensionata, ex assistente di disabili, è in guerra contro i graffiti razzisti, neonazisti, xenofobi. Delle minacce dei gruppi di ultradestra se ne infischia: ha cancellato dai muri oltre ottantamila loro "segnali". Non solo a Berlino: anche in tante altre città tedesche, poi in Francia, Lussemburgo, Polonia. Percorre l´Europa. «Chi traccia una svastica su un muro, o scrive "gas agli ebrei, forca ai negri" deve rendersi conto di che cosa fa, di quale odio istiga», spiega. La chiamano "La distruttrice dell´odio", nel 1996 ricevette la Croce al merito federale. In frequenti seminari insegna ai giovani a non farsi sedurre dal razzismo e dai neonazi. Riuscì anche a convertire alla democrazia Kevin Mueller, ex tesoriere della propaganda dell´ultradestra.
«La molla della voglia di reagire - racconta Irmela - mi si accese nell´animo quando un mattino, andando al lavoro, vidi un adesivo con scritto ‘libertà per Rudolf Hess´ nell´androne di casa. La sera era ancora là, indisturbato. Allora, indignata, lo grattai via, con la chiave». Da allora scese in campo. «Mi sentii subito meglio. Cominciai con azioni sporadiche, grattando via ogni graffito o adesivo neonazi che vedevo», narra. «Poi decisi di equipaggiarmi: vernici, raschietti, tutto il necessario». Dalla reazione emotiva di disgusto passò "poco a poco" alla guerra metodica. Due documentaristi torinesi, Vincenzo Caruso e Fabrizio Lussu, stanno girando per ‘Fotogramma 25´ la sua storia.
Prima Irmela agiva solo a Berlino, poi cominciò a viaggiare per la Germania, sempre con vernici e raschietti. «Stoccarda, Karlsruhe, Lubecca…poi anche Francia, Lussemburgo, Polonia, Austria». Lavora da sola ma cerca anche contatti. Studenti e insegnanti la chiamano per workshops e conferenze. «A volte vado a caso a caccia di graffiti dell´odio, a volte compio missioni mirate, domani andrò a Belzig, in Brandeburgo». Affronta anche rischi e minacce, lei che ogni mese spende 300 euro della sua pensione per comprare gli attrezzi di lavoro. «Minacce anonime dei neonazi, una volta un anziano passante, vedendomi cancellare un graffito razzista, mi insultò». Scova e gratta via scritte d´ogni tipo: ‘Gasiamo gli ebrei´, ‘appendiamo i negri ai lampioni´, ‘deportiamo i Kanak´ (ndr termine razzista per stranieri)…«Penso che la mia libertà finisca quando quella di un altro è minacciata, e contro razzisti e nazi sono volentieri intollerante», dice Irmela sorridendo.
Prima Irmela agiva solo a Berlino, poi cominciò a viaggiare per la Germania, sempre con vernici e raschietti. «Stoccarda, Karlsruhe, Lubecca…poi anche Francia, Lussemburgo, Polonia, Austria». Lavora da sola ma cerca anche contatti. Studenti e insegnanti la chiamano per workshops e conferenze. «A volte vado a caso a caccia di graffiti dell´odio, a volte compio missioni mirate, domani andrò a Belzig, in Brandeburgo». Affronta anche rischi e minacce, lei che ogni mese spende 300 euro della sua pensione per comprare gli attrezzi di lavoro. «Minacce anonime dei neonazi, una volta un anziano passante, vedendomi cancellare un graffito razzista, mi insultò». Scova e gratta via scritte d´ogni tipo: ‘Gasiamo gli ebrei´, ‘appendiamo i negri ai lampioni´, ‘deportiamo i Kanak´ (ndr termine razzista per stranieri)…«Penso che la mia libertà finisca quando quella di un altro è minacciata, e contro razzisti e nazi sono volentieri intollerante», dice Irmela sorridendo.
«Quel giovane, Kevin - narra ancora - mi aveva spesso minacciato. Riuscii a contattarlo, si convinse a dissociarsi. Qualche mese dopo mi venne a trovare, fiero di non avere più la testa rasata: ‘guardi i miei capelli ora, le dicono qualcosa´, sussurrò. I seminari con i giovani sono la sua grande soddisfazione.
« Porto sempre la mia fotoesposizione itinerante, immagini di tanti graffiti dell´odio che ho distrutto. E discutiamo. La reazione dei giovani è fantastica, in molte scuole hanno cominciato a inventarsi contro-slogan: ‘stranieri benvenuti´, ‘appendiamo la biancheria e non la gente´, ‘l´odio va distrutto, negli animi e nelle strade´ ».
E soprattutto va fatto tutti i giorni e non una giornata all'anno per pulirsi la coscienza
morto silvio berlusconi ?
Silvio Berlusconi, operaio di Vienano (Como), muore a soli 57 anni per un incidente che lo porta a scivolare per circa 30 metri dopo essere scivolato su un lastrone di ghiaccio camminando per un sentiero. I soccorsi per recuperare il corpo hanno dovuto utilizzare un elicottero del 118.Operaio in tessitura, Silvio Berlusconi viveva a Veniano (Como) e spesso la sua omonimia era stata al centro di servizi giornalistici, specialmente in occasione delle elezioni politiche, dal momento che il Silvio Berlusconi comasco era un sostenitore del centrosinistra. Ironizzò ad esempio quando il premier si definì «Presidente operaio». «Di Silvio Berlusconi operaio ci sono soltanto io» disse l'omonimo, che raccontò anche di avere rifiutato le candidature che gli erano state offerte da liste civetta, ansiose di poter vantare un Silvio Berlusconi capolista.
L’omonimia con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi porta l’operaio comasco – che per ironia della sorte era di centrosinistra ed interista – ad essere più volte intervistato: “Sono io il Presidente operaio, di Silvio Berlusconi operaio ci sono soltanto io“.La tragedia ha scaturito molti commenti sarcastici da parte dei politici pubblicati poi su “Il Giornale”. Uno tra tanti quello di Pierlugi Bersani, capo del Pd, che dice: “Dicono che le vere scene di panico si siano registrate a sinistra. ‘E adesso? Non siamo pronti a governare“.
amore nella malattia
sull'unione sarda d'oggi 24\1\2011 leggo queste due storie unita dall'amore.
La prima è una di quelle tante storie si cattiva burocrazia di cui ce ne sono tante forse anche peggiori di questa . Ma a volte in alcune d'esse e questo è il caso , sono accompagnate da dignità ed umiltà delle persone protagoniste . Unico commento che mi sento di fare , ovviamente senza generalizzare perchè Berlusconi pur essendo il pettine di tutti i pettini non è il solo anche se il maggiore protagonista dell'affondo in cui siamo ridotti , lo lascio a questa vignetta di Staino sull'unità d'oggi
gennaio non è arrivato il contributo al ragazzino di 15 anni che aveva la madre in cella malato grave, gli tolgono il sussidio«Senza aiuti non posso più curarlo, non abbiamo soldi»
La madre è ricoverata con lui al Microcitemico e, dice, dorme «con un occhio solo». «Lui potrebbe chiamarmi e non posso permettermi di non sentirlo». Il ragazzino sta male. Il problema principale si chiama come sempre Gvh, una reazione legata al trapianto di midollo osseo che ha subito il 26 luglio del 2006 a causa di una leucemia. Una reazione immunologica che si manifesta con febbre, desquamazione cutanea, disturbi gastrointestinali, epatite e perdita di peso. Questa volta si è presentata con una diarrea incontrollabile. Che per un corpo destabilizzato come il suo che pesa 24 chili - 24 chili a 16 anni - è terribile.
DIFFICOLTÀ Ma alle difficoltà lui e la madre sono abituati. Quando i carabinieri hanno portato via la donna che l'ha messo al mondo per accompagnarla in carcere dove doveva scontare una vecchia condanna a quattro anni e dieci mesi passata in giudicato, lui ha deciso di rendere pubblico il suo dramma ed ha lottato sino a che alla donna il tribunale non ha concesso il differimento della pena agli arresti domiciliari. Perché lui senza la madre, che lo assiste ogni minuto del giorno, non può vivere e non è una poetica dichiarazione d'amore ma la pura verità.
CONTRIBUTO BLOCCATO Certo, quando ti tolgono il contributo per l'affitto con il quale ti garantisci un tetto e nessuno ti spiega perché, la lotta diventa impari. «Quando ho verificato che non sono arrivati i soldi, 400 euro con cui paghiamo parte del canone di 500 euro, ho telefonato alla tesoreria del Comune», racconta la madre. «Mi hanno risposto che non c'è nessun mandato per noi. Poi ho parlato con l'assistente sociale che ci segue al Microcitemico e le ho chiesto di informarsi alla nostra circoscrizione. Nessuna risposta. Io ho pazienza», aggiunge la donna, «ma la mia padrona di casa no. Per lei l'affitto è importante, paga a sua volta la retta per l'assistenza al padre malato e non può aspettare».
SOLO ASSISTENZA Madre e figlio vivono esclusivamente di assistenza. Con l'assegno di accompagnamento del ragazzino, disabile al cento per cento, ci mangiano e ci pagano le bollette. Con il contributo del Comune si garantiscono un tetto. Lei, anche volendo, non potrebbe lavorare perché, come il padre (da cui la donna è separata), è costretta in casa e spera nella grazia del presidente della Repubblica. Nessuno in famiglia è in grado di aiutarli. L'alternativa ai contributi è la strada.
IL MEDICO «È un ragazzo educatissimo, di intelligenza superiore alla media ma molto sfortunato, che combatte con una dignità eccezionale una durissima battaglia contro le malattie», aveva raccontato Giulio Murgia, l'oncoematologo pediatrico del Microcitemico che lo segue da quando si è ammalato. «Di leucemia si guarisce nel 90% dei casi», spiega. «Gli altri pazienti o non guariscono o guariscono dopo una recidiva. Lui fa parte della seconda categoria». Sta guarendo ma sta pagando un prezzo altissimo con altre patologie.
«E il ragazzo più intelligente che ho conosciuto», racconta la sua ex insegnante di lettere che da oltre tre anni lo segue come un figlio e che si attiva ogni volta che c'è un problema. «A scuola è bravissimo ma non lucra sulle sue disgrazie, anzi. L'ho visto venire a scuola camminando a fatica perché ha l'osteoporosi nel 90 per cento delle ossa, l'ho visto diventare cianotico e svenire per le convulsioni, causate dalle cure con la cefalosporina che gli ha lesionato la parte destra del cervello. Ma non l'ho mai sentito lamentarsi. E la madre è straordinaria».
SCUOLA E MALATTIA Quest'anno si è iscritto al liceo artistico per mettere a frutto il suo talento per il disegno. Ma a scuola, racconta la madre, ci è andato poco. «Sta sempre male». Perché il Comune deve dargli altre preoccupazioni?
FABIO MANCA
la seconda
S. G. SUERGIU.
Grande festa, pur costretto al letto, per il traguardo delle nozze d'oro
Cinquant'anni d'amore in uno sguardo
La Sla non ha sconfitto la grande forza di Bruna e Antonino
In un batter di ciglia, un amore lungo cinquant'anni. Così, senza esitazione, con le palpebre, l'unica “voce” che la sclerosi laterale amiotrofica gli ha lasciato, Antonino Casta, 76 anni, pensionato di San Giovanni Suergiu, ha ripetuto quel fatidico “si” che, dal 21 gennaio 1961, l'unisce alla moglie Bruna Andreotti. Insieme, l'uno accanto all'altro, anche oggi che la vita scorre intorno a un lettino. Sorrisi e sguardi raccontano più di ogni parola, hanno voluto scambiarsi le fedi per suggellare un'unione, un amore per la vita e la famiglia che neppure la Sla è riuscita ad intaccare.
LA STORIA Via Cavour, periferia di San Giovanni Suergiu. Alla fine della via, e al centro di quello che un tempo era Is Massaius, sorge la casa di Antonino. Lì è nato e cresciuto. Da lì ha preso il via la sua storia con Bruna, originaria di Guspini, ma come tanti arrivata nel Sulcis con i genitori durante il periodo fascista. Lei, oggi settantenne, ricorda il primo incontro come fosse ieri. «Ci siamo conosciuti che lavoravo al Molino di Brai. Lui lavorava lì accanto, presso un'officina. Bastò uno sguardo», racconta. E da lì, dopo un anno di fidanzamento, il matrimonio. «Siamo sempre stati insieme. Non ci siamo mai separati. Neppure quando per lavoro siamo stati costretti ad andare più volte via dal paese». Un'unione che ha regalato tre figli maschi: Fabrizio, Claudio e Ivo. «Anche loro sempre con noi, ovunque andassimo», aggiunge. Una vita tranquilla come tante, fatta di lavoro e sacrifici per tirare su la famiglia e offrire un futuro ai figli.
LA MALATTIA Sino a quando, una decina d'anni fa, per l'ex ruspista Antonino, si sono manifestati i primi segnali della malattia. Dopo un primo periodo trascorso sulla sedia a rotelle, da sei Antonino è costretto su un lettino costantemente alimentato e monitorato dalle macchine. «In un primo momento, preso dallo sconforto, aveva pensato di farla finita. Era arrivato al punto di chiedere a un medico di staccare tutto, di bloccare le macchine che lo tenevano in vita», ricorda con un filo commozione la moglie Bruna. Ma si era trattato di un momento, appunto. Il calore e l'affetto della moglie, dei figlie, delle nuore e dei familiari lo hanno fatto recedere subito dal proposito. «Ha prevalso la voglia di lottare, di vivere. E di questo - tiene a sottolineare Bruna - dobbiamo ringraziare anche tutti i medici e gli infermieri del reparto di Rianimazione dell'ospedale di Carbonia. Le loro cure amorevoli ma, soprattutto, il loro affetto, i loro sorrisi gli riempiono le giornate». Come sabato che, davanti a don Tonino Bellu, parroco di San Giovanni Suergiu, e circondati dalle persone più care, ad Antonino e Bruna è bastato uno sguardo per scambiarsi gli anelli e rinnovare così quella promessa di matrimonio pronunciata cinquant'anni fa. E per dimenticare, anche solo per un giorno, le sofferenze che solo un killer silenzioso e implacabile come la Sla sa infliggere. Soprattutto se a combatterlo non si è da soli.
MAURIZIO LOCCI
stavo sfogliando internet per cercare una cosa su Venezia e quando ho letto questa storia che rientra in questa "categoria " fonte il corriere della sera
Mestre, dona il rene al fratello
VENEZIA - Neppure una lettera da scartare e conservare tra i brutti ricordi, solo una telefonata per annunciarle: lei è licenziata, troppe assenze. Così Francesca Scarpa, una cinquantenne di Mestre, ha saputo che non le sarebbe stato rinnovato il contratto di lavoro. Tutta colpa di quel rene donato al fratello e di quell’intervento costato un mese e mezzo di malattia, come da prescrizione medica. Il regalo di una speranza di vita al fratello, più giovane di un anno, ha tolto a Francesca l’occupazione di assistente per un’anziana del Lido procuratole da un’agenzia interinale, «Obiettivo lavoro». Un contratto a termine, il quarto con cadenza di tre mesi, in scadenza il 31 dicembre. Ma il 26 novembre Francesca scopre che solo il suo rene può salvare il fratello, malato da tempo. Non ci pensa un attimo e corre all’ospedale di Padova per effettuare l’intervento. Dopo una settimana rientra a casa con la prescrizione del chirurgo di rimanere «a riposo per circa due mesi, astenendosi dagli sforzi fisici».
Il medico di famiglia firma i certificati di malattia di 15 giorni in 15 giorni. Il 3 gennaio Francesca chiama l’agenzia interinale per sollecitare il rinnovo del contratto per altri tre mesi, raccontando però che ha bisogno, su precisa indicazione dei sanitari, di poter rimanere a riposo per qualche giorno. Dopo poco la notizia che gela ogni speranza della donna: il contratto non può essere rinnovato. «Non ci servi più» le dicono al telefono, senza troppe spiegazioni. Un «no» che resta inflessibilmente tale anche quando, disperata, arriva a promettere di tornare comunque al lavoro, anche con la ferita non guarita. Chiede solo di poter evitare gli sforzi particolarmente pesanti. Ma ormai la decisione è presa. «Non mi hanno rinnovato il contratto - racconta - :con una telefonata mi hanno semplicemente detto che non c’era più bisogno di me, dopo che ormai da più di un anno lavoravo per loro». Nonostante la rabbia, il pensiero della cinquantenne va anche all’anziana signora del Lido di Venezia che accudiva ogni giorno prima dell’intervento e che non potrà più rivedere. E alla sorte delle sue colleghe, anche più giovani: «se rimanessero incinte - dice con amarezza - a loro toccherebbe la mia stessa sorte». (Ansa)
stavo sfogliando internet per cercare una cosa su Venezia e quando ho letto questa storia che rientra in questa "categoria " fonte il corriere della sera
IL CASO
Mestre, dona il rene al fratello
e perde il lavoro: troppe assenze
Convalescenza troppo lunga e l'agenzia interinale le toglie l'assistenza ad un'anziana del Lido
VENEZIA - Neppure una lettera da scartare e conservare tra i brutti ricordi, solo una telefonata per annunciarle: lei è licenziata, troppe assenze. Così Francesca Scarpa, una cinquantenne di Mestre, ha saputo che non le sarebbe stato rinnovato il contratto di lavoro. Tutta colpa di quel rene donato al fratello e di quell’intervento costato un mese e mezzo di malattia, come da prescrizione medica. Il regalo di una speranza di vita al fratello, più giovane di un anno, ha tolto a Francesca l’occupazione di assistente per un’anziana del Lido procuratole da un’agenzia interinale, «Obiettivo lavoro». Un contratto a termine, il quarto con cadenza di tre mesi, in scadenza il 31 dicembre. Ma il 26 novembre Francesca scopre che solo il suo rene può salvare il fratello, malato da tempo. Non ci pensa un attimo e corre all’ospedale di Padova per effettuare l’intervento. Dopo una settimana rientra a casa con la prescrizione del chirurgo di rimanere «a riposo per circa due mesi, astenendosi dagli sforzi fisici».
Il medico di famiglia firma i certificati di malattia di 15 giorni in 15 giorni. Il 3 gennaio Francesca chiama l’agenzia interinale per sollecitare il rinnovo del contratto per altri tre mesi, raccontando però che ha bisogno, su precisa indicazione dei sanitari, di poter rimanere a riposo per qualche giorno. Dopo poco la notizia che gela ogni speranza della donna: il contratto non può essere rinnovato. «Non ci servi più» le dicono al telefono, senza troppe spiegazioni. Un «no» che resta inflessibilmente tale anche quando, disperata, arriva a promettere di tornare comunque al lavoro, anche con la ferita non guarita. Chiede solo di poter evitare gli sforzi particolarmente pesanti. Ma ormai la decisione è presa. «Non mi hanno rinnovato il contratto - racconta - :con una telefonata mi hanno semplicemente detto che non c’era più bisogno di me, dopo che ormai da più di un anno lavoravo per loro». Nonostante la rabbia, il pensiero della cinquantenne va anche all’anziana signora del Lido di Venezia che accudiva ogni giorno prima dell’intervento e che non potrà più rivedere. E alla sorte delle sue colleghe, anche più giovani: «se rimanessero incinte - dice con amarezza - a loro toccherebbe la mia stessa sorte». (Ansa)
il mio primo pranzo vegan
Nonostante i matusa mi prendessero bonariamente in giro : << morirai di fame , ecc . >>, eccetto mio
fratello che ogni tanto riesce per pur nella sua torre d'avorio a vedere qualche barlume come un faro ) che di solito nonostante ( specie mio padre ) abbiano fatto il 68 e i 77 vedono e criticano coloro che hanno scelte diverse come strampalate e fondamentalisti , sono andato lo stesso
Anche se in realtà c'era solo un piatto vegano , il resto erano verdure . Ma ***** l'amico vegano che ho intervistato tempo fa per il nostro blog ( trovate intervista spulciando nel'archivio ) era soddisfatto e : << la prossima volta faremo il dolce -- ne trovate la foto sotto -- con a ricetta originale vegana e non vegetariana .
Devo dire che da vegetariano anche se mangio , ovviamente senza -- anche se a volte mi capita d'eccedervi con i kebab o gli insaccati quando vado in ristorante\ ristorantini -- carne perchè non riesco a dire di no quando te la fanno o perché se nel giusta quantità una \ due volte alla settimana non fa danno , o uova e formaggi , scegliendo ovviamente quelli non industriali ed allevamenti non intensivi ma all'aperto , mi sono trovato benissimo e come se fossi a casa . Ecco i piatti che assaporato e gustato ( e documentato dalla mia compagna di viaggio 😀 che mi porto sempre dietro )
Dopo un antipasto di bruschette con creme di pomodoro e d'olivc , olive ( che non ho fotografato perché "banale" visto che lo si ritrova anche ne bar come aperitivo , ma soprattutto perché ero distratto da quel simpatico giocherellone che è il bassotto --- foto a sinistra -- della padrona di casa ) .
Pomodorini ripieni senza uova ma solo di pane grattugiato con spezie .
Buonissimi , non sapevo che di tale piatto esistesse una variante senza uova . Il guisto è lo stesso ,. unica differenza è che sono leggeri infatti me ne sono messo tre volte
Lenticchie cotte al vapore e sformato o tortino con la soia
Buoni . quello che ho gustato meglio -- facendone il bis -- perchè una novità , rispetto alle lenticchie perchè anche se una variante diversa rispetto a quello che mangio a casa ( con soffritto di cipolle e carote + pasta ), è stato lo sformato \ tortino .
involtino di cavolo ripieno con carote , porri , fagioli ( foto al centro )
per finire il dolce
crema d'arancia e limone al gran manier con ananas e cioccolato fondente
.
Poi la serata e trascorsa ascoltando musica e giocando a trivial .
A QUANDO IN ITALIA UN CASO COME QUELLO DI Maria Amelie”SCRITTRICE NORVEGESE DELL’ANNO ARRESTATA PERCHE’ IMMIGRATA CLANDESTINA ? l'altro lato della clandestinità
questa storia che vado a raccontare mi fa ritornare alla mente sia addio Lugano bella una canzone che sentivo fin da bambino in particolare questa strofa
: << [....] un dì ne avrai vergogna \ed oggi t'accusiamo\di fronte all'avvenir\ed oggi t'accusiamo\di fronte all'avvenir [....] ( il resto del testo nel collegamento prima citato ) >> sia questa canzone
Come dicevo ne post precente ecco un motivo per gridare no ( parafrasando la canzone grido No di di Peppe pollina ) . Perchè clandestino non significa coem dimostra questa storia delinquere o rubare il lavoro agli altri accettando condizioni che un italiano non accetterebbe ( ma mai dire mai in tempi di crisi come questa ) o facendo lavori che noi italiani non vogliamo fare perchè nella lmaggior parte dei caasi siamo preziosie utilizziamo la dignità a sproposito cosa che i nostroi avi ( vedere il libro di stella L' orda. Quando gli albanesi eravamo noi o senza andare lontano quando dal sud s'emigrava al nord ) eravamo noi a fare detterminati lavori . Ma significa anche integrazione ed umiltà . Lezione che stiamo perdendo
fonte http://www.direttanews.it/
Maria Amelie ( foto a sinistra ) ha 25 anni . Insieme ai suoi genitori è fuggita dal Caucaso quando aveva 12 anni. È arrivata in Norvegia nel 2003 e nel Paese scandinavo si è laureata. Ha conseguito un master in scienze e tecnologia presso l’università di Trondheim. L’anno scorso ha pubblicato un libro che è diventato un caso editoriale: Ulovlig Norsk (“Norvegese illegale”) sul tema degli immigrati clandestini e la rivista Ny Tid l’ha nominata norvegese dell’anno, premio che viene assegnato a chi ha contribuito a far arricchire il dibattito pubblico. Lo scorso novembre ha raccontato ad alcuni parlamentari la sua storia.
Tutto questo Maria Amelie (questo il suo pseudonimo) l’ha fatto rimanendo di fatto immigrata clandestina: la richiesta d’asilo dei suoi genitori è stata respinta nel 2004. Da quel momento, per molto tempo Maria ha vissuto sotto falso nome. È uscita allo scoperto con il suo libro.
È clandestina, dunque: e per questo motivo è stata arrestata dalla polizia norvegese.
Mercoledì sera, verso le 23, Maria Amelie aveva appena finito di tenere una conferenza a Lillehammer sul tema degli immigrati senza permesso di soggiorno.
Fuori dalla Fridtjof Nansen Norwegian Humanistic Academy è stata avvicinata da otto poliziotti dell’Ufficio stranieri che l’hanno arrestata. In Norvegia è scoppiato un vero e proprio caso nazionale che ha riempito i giornali e alimentato un teso dibattito pubblico.
La ragione dell’arresto è che la richiesta d’asilo di Maria Amelie è stata rigettata lo stesso giorno dell’arresto. “Non ha bisogno di protezione e quindi non può ottenere un permesso. Un soggiorno a lungo termine non costituisce una base per un permesso”: questa la motivazione fornita dall’Ufficio stranieri. Di diverso parere sono molte persone, che sostengono che se dovesse tornare in Russia Maria Amelie potrebbe rischiare addirittura di essere uccisa.
Sta di fatto che, respinta la richiesta d’asilo, Maria Amelie dovrà lasciare la Norvegia. Se non lo farà volontariamente la legge prevede che sia ricondotta a forza nel suo paese.
“Tutti i cittadini irregolari devono essere pronti a tornare nei loro paesi” ha detto il segretario di Stato, Pål Lønseth, al quotidiano Dagbladet. “Siccome Marie aveva detto più volte di non voler fare ritorno volontariamente, si è deciso di procedere così”. Arrestata, Maria Amelie rimarrà nella prigione di Trandum in attesa di essere ricondotta in Russia.
La legge è stata applicata alla lettera, come sostenuto dallo stesso premier Jens Stoltenberg: nessuna eccezione, quindi, anche per un caso particolare come quello di Maria.
Ma la tempesta politica è scoppiata lo stesso.
“C’è da vergognarsi per quello che è successo” ha esclamato Helge Solum Larsen, del partito Venstre. Per il Fremskrittspartiet Maria rappresenta il classico esempio di immigrato che riesce in poco tempo ad integrarsi nella società e che contribuisce al suo sviluppo.
“Amelie è più norvegese di molti altri e ha forti legami con il nostro paese” ha aggiunto Akhtar Chaudhry del Sosialistisk Venstreparti: “lei è stata rispettosa delle nostre leggi e ora viene punita da una norma troppo rigida. Arrestarla e mandarla via è in contrasto con il sentimento popolare di giustizia.”
Per Heikki Holmås, anche lui del Sosialistisk Venstreparti, il rimpatrio forzato di Maria Amelie dimostra che non c’è alcuna logica nella politica di immigrazione norvegese. Amnesty International stima in 3.000 gli immigrati senza permesso di soggiorno che vivono in Norvegia da più di 5 anni.
Su Facebook è nato un gruppo che chiede la liberazione di Maria e che nel giro di ventiquattrore ha raccolto quasi 40.000 contatti. Manifestazioni pubbliche a Oslo, Trondheim, Stavanger, Kristiansand e Bergen hanno gridato il loro no al trattamento riservato alla venticinquenne. A Oslo c’è stato anche un concerto di beneficenza per chiedere la sua liberazione. Difficile dire se il coro di proteste e le piazze gremite riusciranno a cambiare il destino di Maria.
Antonio Scafati
MIRACOLO L'ITALIA RIESCE A MANDARE in tilt la macchina del boia uSA
Lo so che è sempre repubblica , ma purtroppo questo passa il convento :-) insieme alla nuova sardegna familiare quando ho soldi € o riesco ad andare in biblioteca o in rete e al leggere altri giornali che non sia l'unione sarda leggo anche gli altri giornali , ma è raro trovarci storie cosi interessanti
Finalmente L'italia , è riuscita a gridare no
( peccato che non li gridi per le altre cose , ma abnche se via via sempre più affievolendosi ancora cìè chi resiste e dice no ) seguita da altri paesi occidentali , non riusciva più a sostenere il rimorso creato dalll'essere complice di tale crimine . Una decisione importante per il nostro paese che dimostra che ha un po' di dignita ed orgoglio e non vuole essere solo considerata serva degli Usa come lo è per le basi e poligoni ad Uranio impoverito e nucleari ( ne sono un esempio quelle di Quirra nel sud della mia isola qui e qui maggiori news solo per citare uno fra tanti casi delle basi nato \ americane presenti sul nostro territorio nazionale )
FONTE: FEDERICO RAMPINI - LA REPUBBLICA
23 GENNAIO 2011
Finite le scorte dell´anestetico prodotto in Italia. A rischio le esecuzioni. Per la stampa è uno dei colpi più duri mai sferrati al sistema della pena capitale
NEW YORK «La pena di morte è nel caos», annuncia il Washington Post in prima pagina. «Una casa farmaceutica blocca le esecuzioni negli Stati Uniti», fa eco il Wall Street Journal. Tutti concordano sulla causa: «Una decisione del Parlamento italiano». È la storia del più efficace colpo mai sferrato contro le esecuzioni capitali in America: un veto venuto dall´estero, di fronte al quale gli Stati Uniti si scoprono impotenti.
Al centro della vicenda c´è l´uso del Penthotal nel "cocktail farmaceutico" dell´iniezione letale. Quest´ultima è di gran lunga il metodo prevalente ormai per eseguire la condanna a morte. 1.237 esecuzioni, è il numero di condanne a morte eseguite in America dal 1976, anno in cui la Corte suprema autorizzò la ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria. 1.063 sono state eseguite con l´iniezione letale, pochissime invece con la sedia elettrica, l´impiccagione, la camera a gas o la fucilazione. Su 35 Stati Usa che eseguono le condanne a morte, tutti usano l´iniezione letale come metodo principale, e in certi casi esclusivo. Nel caso di condannati a morte da tribunali federali, per esempio, l´iniezione è l´unico metodo consentito.Nel mix di medicine letali che vengono somministrate, un componente essenziale è il potente anestetico, obbligatorio per legge in quanto rende incosciente il condannato a morte: il Penthotal. La fornitura agli Stati che eseguono la pena capitale è un quasi monopolio, in mano alla casa farmaceutica Hospira di Lake Forest, nell´Illinois. Dal 2009 manca il principio attivo essenziale per produrre il Penthotal nel laboratorio principale della North Carolina. Così, di fronte alla penuria, Hospira aveva deciso di approvvigionare le carceri americane dal suo stabilimento italiano di Liscate. Ma in seguito a un´inchiesta di Repubblica, quella strada è diventata impraticabile. Così ha spiegato Dan Rosenberg, portavoce della Hospire: «Di fronte alla richiesta del Parlamento italiano che quel farmaco sia usato solo per scopi medicinali, non possiamo continuare a rifornire dall´Italia il Dipartimento delle Pene Usa che lo utilizza per le esecuzioni. Non possiamo correre il rischio di esporre i nostri dipendenti italiani ad eventuali responsabilità legali».
A questo punto gli Stati e il Dipartimento federale delle Pene devono avviare un iter complesso per trovare fornitori alternativi, o farmaci sostitutivi, con tutti gli ostacoli che emergeranno. Gli avversari della pena di morte, infatti, possono fare ricorso in tribunale contro la legalità delle soluzioni di ripiego, guadagnando tempo. È quel che sta accadendo in Oklahoma: la decisione di quello Stato di sostituire il Penthotal col Pentobarbital, analgesico usato per l´eutanasia degli animali domestici, è stata subito impugnata e sarà oggetto di lunghe battaglie giudiziarie. «Per certi Stati questo significa bloccare tutto in un´attesa indefinita», spiega Richard Dieter del Death Penalty Information Center. «Sta crollando tutto il sistema», sostiene Diann Rust-Tierney della National
MIRACOLO L'ITALIA RIESCE A MANDARE in tilt la macchina del boia uSALo so che è sempre repubbblica , ma purtroppo questo passa il convento :-) insieme alla nuova sardegna familiare quando ho soldi o resco ad andare in biblioteca o in rete e al legere altri giornali che non sia l'unione sarda leggo anche gli altri giornali , ma è raro trovarci storie cosi interessanti
Finalmente L'italia , è riuscita a gridare no
http://www.youtube.com/watch?v=QeVG2llgKxk ( peccato che non li gridi per le altre cose , ma abnche se via via sempre più affievolendosi ancora cìè chi resiste e dice no ) seguita da altri paesi occidentali , non riusciva più a sostenere il rimorso creato dalll'essere complice di tale crimine . Una decisione importante per il nostro paese che dimostra che ha un po' di dignita ed orgoglio e non vuole essere solo considerata serva degli Usa come lo è per le basi e poligoni ad Uranio impoverito e nucleari ( ne sono un esempio quelle di Quirra nel sud della mia isola )
sempre da repubblica stavolta del 21 c.m
Hospira non produrrà più Pentothal "Mai avallato uso farmaco per esecuzioni"
Finalmente L'italia , è riuscita a gridare no
( peccato che non li gridi per le altre cose , ma abnche se via via sempre più affievolendosi ancora cìè chi resiste e dice no ) seguita da altri paesi occidentali , non riusciva più a sostenere il rimorso creato dalll'essere complice di tale crimine . Una decisione importante per il nostro paese che dimostra che ha un po' di dignita ed orgoglio e non vuole essere solo considerata serva degli Usa come lo è per le basi e poligoni ad Uranio impoverito e nucleari ( ne sono un esempio quelle di Quirra nel sud della mia isola qui e qui maggiori news solo per citare uno fra tanti casi delle basi nato \ americane presenti sul nostro territorio nazionale )
FONTE: FEDERICO RAMPINI - LA REPUBBLICA
23 GENNAIO 2011
Finite le scorte dell´anestetico prodotto in Italia. A rischio le esecuzioni. Per la stampa è uno dei colpi più duri mai sferrati al sistema della pena capitale
NEW YORK
«La pena di morte è nel caos», annuncia il Washington Post in prima pagina. «Una casa farmaceutica blocca le esecuzioni negli Stati Uniti», fa eco il Wall Street Journal. Tutti concordano sulla causa: «Una decisione del Parlamento italiano». È la storia del più efficace colpo mai sferrato contro le esecuzioni capitali in America: un veto venuto dall´estero, di fronte al quale gli Stati Uniti si scoprono impotenti.
Al centro della vicenda c´è l´uso del Penthotal nel "cocktail farmaceutico" dell´iniezione letale. Quest´ultima è di gran lunga il metodo prevalente ormai per eseguire la condanna a morte. 1.237 esecuzioni, è il numero di condanne a morte eseguite in America dal 1976, anno in cui la Corte suprema autorizzò la ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria. 1.063 sono state eseguite con l´iniezione letale, pochissime invece con la sedia elettrica, l´impiccagione, la camera a gas o la fucilazione. Su 35 Stati Usa che eseguono le condanne a morte, tutti usano l´iniezione letale come metodo principale, e in certi casi esclusivo. Nel caso di condannati a morte da tribunali federali, per esempio, l´iniezione è l´unico metodo consentito.
Nel mix di medicine letali che vengono somministrate, un componente essenziale è il potente anestetico, obbligatorio per legge in quanto rende incosciente il condannato a morte: il Penthotal. La fornitura agli Stati che eseguono la pena capitale è un quasi monopolio, in mano alla casa farmaceutica Hospira di Lake Forest, nell´Illinois. Dal 2009 manca il principio attivo essenziale per produrre il Penthotal nel laboratorio principale della North Carolina. Così, di fronte alla penuria, Hospira aveva deciso di approvvigionare le carceri americane dal suo stabilimento italiano di Liscate. Ma in seguito a un´inchiesta di Repubblica, quella strada è diventata impraticabile. Così ha spiegato Dan Rosenberg, portavoce della Hospire: «Di fronte alla richiesta del Parlamento italiano che quel farmaco sia usato solo per scopi medicinali, non possiamo continuare a rifornire dall´Italia il Dipartimento delle Pene Usa che lo utilizza per le esecuzioni. Non possiamo correre il rischio di esporre i nostri dipendenti italiani ad eventuali responsabilità legali».
A questo punto gli Stati e il Dipartimento federale delle Pene devono avviare un iter complesso per trovare fornitori alternativi, o farmaci sostitutivi, con tutti gli ostacoli che emergeranno. Gli avversari della pena di morte, infatti, possono fare ricorso in tribunale contro la legalità delle soluzioni di ripiego, guadagnando tempo. È quel che sta accadendo in Oklahoma: la decisione di quello Stato di sostituire il Penthotal col Pentobarbital, analgesico usato per l´eutanasia degli animali domestici, è stata subito impugnata e sarà oggetto di lunghe battaglie giudiziarie. «Per certi Stati questo significa bloccare tutto in un´attesa indefinita», spiega Richard Dieter del Death Penalty Information Center. «Sta crollando tutto il sistema», sostiene Diann Rust-Tierney della National
MIRACOLO L'ITALIA RIESCE A MANDARE in tilt la macchina del boia uSA
Lo so che è sempre repubbblica , ma purtroppo questo passa il convento :-) insieme alla nuova sardegna familiare quando ho soldi o resco ad andare in biblioteca o in rete e al legere altri giornali che non sia l'unione sarda leggo anche gli altri giornali , ma è raro trovarci storie cosi interessanti
Finalmente L'italia , è riuscita a gridare no
http://www.youtube.com/watch?v=QeVG2llgKxk ( peccato che non li gridi per le altre cose , ma abnche se via via sempre più affievolendosi ancora cìè chi resiste e dice no ) seguita da altri paesi occidentali , non riusciva più a sostenere il rimorso creato dalll'essere complice di tale crimine . Una decisione importante per il nostro paese che dimostra che ha un po' di dignita ed orgoglio e non vuole essere solo considerata serva degli Usa come lo è per le basi e poligoni ad Uranio impoverito e nucleari ( ne sono un esempio quelle di Quirra nel sud della mia isola )
sempre da repubblica stavolta del 21 c.m
L'azienda farmaceutica ha deciso di sospendere la produzione del medicinale in Lombardia dopo un confronto con il governo italiano. Nessuno tocchi Caino: "Ottima decisione, oltre le nostre aspettative"
ROMA - Hospira non produrrà più Pentothal presso il proprio stabilimento a Liscate (Milano). A comunicarlo, dopo le accuse 1 e le polemiche, è stata la stessa azienda farmaceutica alla fine di un confronto con il governo italiano. Al centro del caso l'utilizzo del farmaco nelle procedure impiegate per la pena di morte negli Stati Uniti. Un uso, ha tenuto a precisare l'azienda, che Hospira non ha mai avallato 2.
A determinare la decisione di Hospira è stato il fatto che il Parlamento ha richiesto che l'azienda controlli il prodotto lungo tutta la filiera, fino all'utente finale, in modo da evitare l'impiego nella pena capitale. Ma la casa farmaceutica è arrivata alla conclusione che non è possibile effettuare un controllo così accurato ed evitare, quindi, che il farmaco possa essere utilizzato, nelle carceri straniere, per eseguire condanne capitali.
"Sulla base di queste considerazioni - si legge nel comunicato dell'azienda - Hospira non intende incorrere nell'eventualità di risultare inadempiente verso le autorità italiane qualora il prodotto venisse infine utilizzato nelle procedure per la pena quidi morte. Hospira vuole assolutamente evitare di esporre i propri dipendenti e l'azienda nel suo complesso a questo tipo di rischio". Proprio per questo
motivo, la società ha deliberato di cessare la produzione. "L'azienda si rammarica - si legge nel documento - che fattori esulanti dal proprio controllo abbiano condotto infine a questa decisione, che impatta direttamente sulle numerose strutture sanitarie che utilizzavano il farmaco perché ne riconoscono l'efficacia da un punto di vista medico e che non potranno più ricevere il prodotto da Hospira".
Di "ottima decisione" parla Sergio D'Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino, che sulla questione aveva lanciato varie iniziative. "Va oltre le nostre aspettative. Anche perché - prosegue - sarebbe stato per noi sufficiente che l'azienda si impegnasse a specificare nei contratti di compravendita che il prodotto è consentito solo per scopi medici e a vigilare che il Pentotal made in Italy non finisse per vie traverse nei penitenziari".
In tal senso si era mossa la Camera dei Deputati, approvando a dicembre una mozione presentata dalla deputata radicale Elisabetta Zamparutti, e anche il governo italiano che, in particolare con il ministro degli Esteri Franco Frattini, aveva sposato la causa di Nessuno tocchi Caino, della Comunità di Sant'Egidio e dell'associazione umanitaria britannica Reprieve.
"Riconosciamo alla Hospira - continua D'Elia - di aver scelto una soluzione più radicale, sicura e in linea con l'impegno italiano a porre fine nel mondo all'assurda e arcaica pratica della pena di morte". "Questa decisione - conclude il segretario di Nessuno tocchi Caino - può significare ora una non breve moratoria di fatto delle esecuzioni in molti Stati della federazione americana, dove da mesi il boia risulta disoccupato proprio a causa della penuria del farmaco per l'iniezione letale".
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