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25.3.26

lo sport non ha età le storie di Emma mazzenga , Zaynab Dosso , Mattia Marchesetti

 

«Libri, Osho e pilates per fermare i troppi pensieri Ora corro libera»

L’italiana più veloce del mondo «Prima reprimevo le emozioni condizionata da famiglia e cultura Anche l’amore mi ha cambiata»

Fulmine Zaynab Dosso, 26 anni: prima azzurra a vincere un titolo internazionale assoluto nello sprint (Ap)

TORUN La donna più veloce del mondo è italiana, si chiama Zaynab Dosso, ha un fidanzato, due gatti e tanti sogni sotto i ricci. A Torun ha vinto i 60 metri in 7” netti, ma è già scesa sotto la barriera (6”99). Tra le cinque medaglie del Mondiale indoor, Za è in volto da copertina di un’italia senza limiti.

Ha capito cosa fa fatto, campionessa?

«Ripensando al percorso per arrivare fino a qui ho realizzato quanta strada ho fatto. Sentire l’inno mi ha emozionata tanto: l’ho cantato a occhi chiusi sennò si apriva il rubinetto…».

Il clic nella testa assistendo ai cinque ori olimpici di Tokyo è spiegabile?

«È stato un momento rivelatorio: se ce l’ha fatta Jacobs, perché io no? È il pensiero che, credo, abbiamo avuto un po’ tutti in squadra. Oh ragazzi, diamoci una svegliata, abbiamo cominciato a dirci: quell’oro è stata la dimostrazione che i sacrifici e il lavoro pagano. Da lì in poi mi sono messa di più in gioco. È partito un effetto domino. Prima l’obiettivo era fare il minimo per i Mondiali, poi è diventato vincerli, i Mondiali».

Una rivoluzione mentale. «Comunque gli alti e bassi non sono mancati. Ho dovuto capire cosa fare per mettere in moto il mio potenziale. Sapevo di voler dimostrare quanto valgo, ma come? Mi sono spostata da Rubiera a Roma da Giorgio Frinolli, che è il coach più bravo del mondo: il mio oro è dedicato anche a lui. I bronzi iridati indoor e europeo a Roma mi hanno fatto capire che ero sulla strada giusta, poi ai Giochi di Parigi è andata male, sono entrata in crisi: fare un viaggio in Costa d’avorio, dove sono nata, mi ha permesso di ritrovarmi come persona. Mi arrovellavo troppo, ho iniziato a fare pilates anche per fermare i pensieri. E sono arrivati gli ori di Apeldoorn e Torun».

Oltre al pilates, cosa le è servito?

«Leggere, leggere tanto. I libri di Osho, per esempio: in particolare i testi sulla religione e sul vivere. Ho capito che reprimevo le mie emozioni, per condizionamento famigliare e culturale. Oggi, invece, mi voglio libera».

Tanti ori al femminile tra Milano Cortina e Torun. Il senso di libertà delle atlete italiane sta dilagando?

«Le donne sono sempre state forti, ma prima erano messe in un angolino da energie maschili forti. Che stiano emergendo adesso non è un caso. Ora si nota la nostra grandezza: ci permettiamo di esprimerci, di prenderci quello che vogliamo. È un urlo: ci siamo anche noi!».

La sua azione di corsa è cambiata, è più efficace.

«Quest’inverno mi sono fatta un paiolo così con tanto lavoro aerobico: oggi riesco a fare venti volte i cento mantenendo il livello alto. Sono felice di essere riuscita a trasferire nei tre turni di Torun i cambiamenti. Frinolli studia dati e video, io cerco di analizzare il meno possibile: il mio lavoro è correre. A Torun in partenza mi scivolava il piede da un blocco, ho dovuto cambiarlo. È stata una dimostrazione a me stessa: so superare anche gli imprevisti».

Il gesto della corsa, oggi, le restituisce sensazioni diverse?

«Sì. Già dopo due-tre mesi avevo la percezione di essere più padrona del mio gesto. Prima ero più in balia di una corsa di forza, per dimostrare non so cosa. Adesso ogni movimento è consapevole, fosse anche un piccolo spostamento del braccio».

Dosso e Battocletti, due ori mondiali: che rapporto c’è?

«Nadia è una grande capitana. Ha vinto la sua gara e il giorno dopo è tornata al palazzetto per sostenere Sveva Gerevini nell’eptathlon. Ci spingiamo a vicenda, non solo io e Nadia: nel gruppo azzurro è tutto un osservarci senza invidia per cercare di motivarci l’uno con l’altro. Ma l’ispirazione arriva anche da fuori: da Sinner che fa cose incredibili a Brignone e Goggia».

Lei è d’ispirazione per Kelly Doualla.

«Kelly è aria fresca, con lei si possono fare grandi cose anche in chiave staffetta. A Torun è entrata nella giungla: ho pensato avesse bisogno di un’amica».

Un oro mondiale nei 60 metri cambia la vita?

«Me lo auguro ma non è la popolarità che sto cercando, il mio scopo è fare al meglio il mio sport. Se arriva, ben venga. Torno dalla Polonia da campionessa del mondo e mi rimetto a fare la mia vita: il trasloco insieme al fidanzato martellista portoghese, i gatti da accudire. La mia maggiore serenità coincide anche con il suo arrivo nella mia vita. Mi chiama farfalla, ma lo fa per incrementare il mio stress!».

Come reagirà al confronto con il mondo allargato all’aperto della Diamond League e di Los Angeles 2028?

«Già testarmi sui 200, oltre che sui 100, dimostra che le mie ambizioni sono cresciute. Come reagirò? Sono curiosa di scoprirlo anch’io».

” Sono uscita da un momento di crisi tornando in Costa D’avorio dove sono nata: lì mi sono ritrovata

” Battocletti è un esempio Ma tanti modelli ci spingono da fuori: Sinner, Brignone e Goggia fanno cose incredibili

” Kelly Doualla è aria fresca A Torun è entrata nella giungla: ho pensato avesse bisogno di un’amica


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Emma Mazzenga, l’atleta dei record a 92 anni racconta sul palco i segreti della sua longevità sportiva

di Caterina Barone

Al Teatro Maddalene di Padova due serate dedicate alla sua storia: ​«Per me correre è una necessità, lo faccio tre volte a settimana»

anna maria mazzenga
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È un fenomeno della natura, oggetto di ammirazione e anche di studio da parte della comunità scientifica, Emma Mazzenga, l’atleta padovana che a 92 anni - è nata nel 1933 - è capace di vincere nella corsa gare di atletica master mondiale. La sua carriera leggendaria è cominciata tardi: aveva 56 anni ed era andata in pensione dopo anni di insegnamento. Ha il tempo e la voglia di tornare in pista con lo sport che aveva praticato tra i 19 e i 28 anni. Si appassiona e decide di competere nelle categorie master, distinte per fasce di età. Conquista così oltre cento titoli italiani, 31 europei, 11 mondiali e quattro record del mondo nelle categorie W80 W90 (over 80 e over 90 anni).

Le serate

Quali sono i segreti del suo successo e soprattutto della sua longevità sportiva? Emma Mazzega li racconterà al pubblico con il piglio deciso e ironico che la caratterizza, mercoledì e giovedì al Teatro Maddalene di Padova, alle ore 19.30, nell’ambito della rassegna Sport on Stage, organizzata dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale con il supporto di TEDx Padova nell’anno delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali per unire lo sport e il teatro.

Il talk show

Lo spirito olimpico sale così sul palcoscenico in una serata che ha la forma di un talk leggero e divertente sul modello del late show americano, giocato tra comicità, intrattenimento e informazione. A condurre la conversazione sono due giovani attori, Giulia Briata e Cristiano Parolin, guidati dalla regia di Sonia Soro sulla base dei testi di Nicolò Targhetta, per far emergere i successi e le difficoltà che si celano dietro la pratica sportiva. E anche il pubblico è chiamato in causa e invitato a partecipare con domande, quiz scherzosi e medaglie d’oro, argento e bronzo.

Passione e stile di vita

Disciplina, passione e uno stile di vita attivo: sembra alla portata di tutti il segreto di Emma, quello che l’ha resa un simbolo universale di energia, resilienza e amore per lo sport. Ce lo spiega con semplicità: «Per me correre è una necessità, lo faccio tre volte a settimana al Palaindoor di Padova. Ho bisogno di muovermi per scaricare le tensioni e superare i momenti di malinconia. Corro perché è un’attività che mi consente di uscire di casa, di incontrare persone e frequentare ambienti diversi. Continuerò a correre finché potrò, non so per quanto riuscirò a fare le gare ma continuerò a correre finché sono in grado di farlo». E noi glielo auguriamo di cuore. Continua così, Emma!


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Il record di Mattia, gol in tutte le categorie: «Un sogno realizzato»

Dal Chievo al Trescore Cremasco: ora posso lasciare

L’elenco Ecco la maglia indossata ieri da Marchesetti, sotto la casacca del Trescore Cremasco, con i nomi di tutte le squadre per le quali ha segnato

Al 20’ del secondo tempo di Trescore cremasco-oratorio Sabbioni, derby lombardo di Seconda categoria, quel pensiero folle gli è saettato in testa mentre sistemava il pallone sul dischetto: «Tra me e me ho proprio scandito quelle parole, “adesso gli faccio il cucchiaio...”. Certo, sono le stesse pronunciate da Francesco Totti in Italia-olanda, Europei del 2000. Ma lui era un campione stratosferico. Io no. Dunque ho rimosso l’idea: niente cucchiaio, se sbaglio i compagni mi falciano».

Mattia Marchesetti ha così calciato quel rigore andando sul sicuro: «Botta secca all’angolino sinistro», tiro imparabile. Un gol che ha portato l’ala destra del Trescore nella storia del calcio italiano. Infatti adesso fa parte del dream team di quattro calciatori — gli altri sono Marcello Diomedi, Denis Godeas e Antonio Martorella — che hanno segnato in tutte le dieci categorie del nostro pallone, dalla Serie A alla Terza, passando per Eccellenza e Promozione. «Loro però ci sono riusciti quando veleggiavano sui 45 anni, io con i miei 42 sono il più giovane», assicura Mattia, originario di Crema, maestro

di sostegno alla primaria, sposato con Elisabet, infermiera, e papà di Giulia, 16 anni, e Riccardo, 12enne centrocampista della Cremonese. «Che emozione, vederlo in campo. Noi Marchesetti siamo nati con il pallone: è stato in D anche mio padre, Domenico, operaio in pensione e il mio primo “mister” quando ero tra gli “under 12”».
Quella segnata domenica costituisce una rete «spartiacque» nella vita del giocatore: «L’ho fortemente voluta, inseguita da quando, dopo un gol che misi a segno con il Crema in Seconda categoria, sognai di poter entrare nell’albo dei primati. Un istante prima di calciare, con la famiglia nella tribunetta, mi è passata davanti l’intera carriera, i sacrifici, lo studio la sera dopo gli allenamenti. Sì, è stata l’ultima partita, ora smetto. Forse sarò in campo un’altra volta per salutare la squadra. Poi, stop». Si commuove nel raccontare l’ultima stagione «in cui, partecipando al ritiro quest’estate e allenandomi due volte a settimana, ho giocato 14 partite. Quando l’arbitro ha fischiato il rigore, i miei compagni, tutti molto più giovani, mi hanno detto: “tocca a te”, sapevano quanto ci tenessi. Persino gli avversari del Sabbioni mi hanno abbracciato».La carriera di Mattia sta in un «album» che comprende 24 squadre. «Ho fatto tutta la trafila nelle giovanili della Cremonese» e poi casacche mica male come Chievo, Samp, Triestina, Vicenza. Snocciola le presenze: «25 in A, 100 in B, 120 in C1». Prosegue ricordando «quando ho smesso di entrare nei grandi stadi per giocare nei campi del Pizzighettone, dell’olginatese e della Rivoltana».

Ogni gol segnato — a proposito: in totale sono più di 100 — è scolpito nella memoria: «L’unico in A? Fu in Chievo-parma nel 2005, assist di Zanchetta dalla metà campo, io faccio un taglio alle spalle dei difensori, la palla rimbalza davanti a Frey, insacco di destro: un sogno...». La rete più importante? «Quella nel 2004 con la Cremonese durante la finale di ritorno contro il Südtirol, valsa la promozione in C1».

Quanto al futuro, Mattia è prossimo alla laurea in Scienze Motorie, «potrei insegnare a scuola. Ho già il patentino “Uefa B”, attendo di sostenere l’esame per quello “A”. Certo,

La speranza «Mio figlio Riccardo non ha mai visto l’italia ai Mondiali: spero sia l’anno buono»

mi vedo su una panchina: mi piace allenare e insegnare il calcio, come ho fatto sino all’anno scorso, soprattutto con i bambini. Sono delle spugne, assorbono tutto: spiego loro che devono semplicemente divertirsi, non li rimprovero mai e nemmeno dico che hanno sbagliato, semmai mostro cosa fare per migliorarsi. Poi se vedo che fanno un’azione proprio come gliel’ho spiegata ne sono felice». Infine, un sogno nel cassetto «molto ravvicinato: mio figlio Riccardo è del 2013, non ha mai visto l’italia ai Mondiali. Spero che questo sia l’anno buono».

Cholitas Escaladoras «Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta» .,Antonio Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi., ed altre storie

 

Cholitas Escaladoras

«Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta»

Un gruppo di Cholitas Escaladoras, donne di origine Aymara che scalano le montagne con la caratteristica gonna «pollera»: tra le loro conquiste ll’huayna Potosí (6.088 m), l’illimani (6.438 m) e l’aconcagua (6.961 m), la più alta del Sud America

Dora Magueño Gonzales sfida i pregiudizi guidando alpiniste a seimila metri La gonna della tradizione, i ramponi, il coraggio: un documentario le racconta

Sfidare perfino il buon senso, per un nobile motivo. «Tutte le guide ci ripetevano: non potete salire in cima con la pollera, rischiate di inciampare con i ramponi». La pollera è la gonna, ampia e colorata, che indossavano le donne indigene della Bolivia, diventata un simbolo contro le discriminazioni etniche, sociali e di genere. «Abbiamo deciso di ribellarci, dimostrare che anche noi donne potevamo arrivare fino in vetta e abbiamo deciso di farlo indossando i nostri abiti tradizionali» rivendica con orgoglio Dora Magueño Gonzales. Così nel 2015 ha guidato un gruppo di donne di etnia Aymara sullo Huayna Potosì, 6.088 metri sopra La Paz. Un primato che è entrato nella storia dell’alpinismo non per il risultato sportivo ma per la conquista di un traguardo forse più alto, quello contro i pregiudizi e le cattive consuetudini. Da allora non si sono più fermate. Hanno scelto di chiamarsi «Cholitas Escaladoras», perché cholita era in origine il dispregiativo con cui venivano chiamate le donne meticce, e invece è diventato motivo di vanto e di lotta.

Dora è adesso venuta in Italia per presentare Ascensio, il documentario sulla loro storia prodotto da Scarpa e da Gore-tex, che le hanno scelte come ambasciatrici di «inclusione, sostenibilità e rispetto della natura». Accanto alla figlia Lia (anche lei scalatrice sin da quella prima ascesa), ripercorre la sua vita: l’infanzia di orfana a La Paz («Non ho conosciuto né mio padre né mia madre»), i tre fratelli a cui ha dovuto badare («Bisognava dar loro da mangiare, abbiamo sofferto tanto, mancava tutto»), il sogno di sposarsi per trovare tranquillità economica («Però mia nonna mi aveva avvertito, la tua vita finirà quando diventerai moglie perché dovrai pensare solo a tuo marito»). A 16 anni sposa Agustin, una guida

in montagna, e inizia a fare la cuoca in un rifugio a Campo Alto, 5.300 metri, il punto dal quale partono le spedizioni verso il Potosì. «Non avevo fatto nessun corso, mi sentivo impreparata», ricorda Dora.
«Arrivavano scalatori da tutto il mondo, temevo che mi avrebbero chiesto piatti particolari che io non avrei saputo cucinare. Io sapevo fare solo la zuppa», prosegue Dora. È proprio la zuppa invece a darle fiducia nei propri mezzi: «Tutti mi dicevano che era buonissima, che arrivavano disidratati e stavano meglio. Ho capito che potevo essere all’altezza». Gli uomini però salivano, e lei e le altre restavano al campo base. «Guardavo la cima e sognavo di andare anche io. Chiedevo a mio marito e alle altre guide, tutti mi rispondevano allo stesso modo: le donne non possono salire».

La figlia Lia annuisce e prosegue: «Io sono cresciuta in montagna, ho iniziato a sciare sulle piste del Chacaltaya (le più alte al mondo prima che chiudessero per lo scioglimento del ghiaccio, ndr). Ho sempre pensato che prima o poi sarei salita in vetta, ma non sapevo quando». L’occasione si presenta il 6 dicembre 2015. «Un fotografo ci dice che se avessimo trovato il coraggio era pronto a seguirci». Dora coinvolge la figlia e altre donne, tutte portatrici o cuoche come lei. «Partiamo in undici, mio marito si convince e ci fa da guida» prosegue Dora. Salgono come hanno sempre immaginato, con le polleras e gli aguayos, gli scialli colorati a mo’ di zaini. «All’inizio - ammette Lia non avevamo l’attrezzatura adeguata. I caschi ce li hanno prestati, non c’erano scarponi adatti ai nostri piedi piccoli, indossavamo stivaloni di plastica, io camminavo come un robot. Ricordo che faceva molto freddo, in compenso avevamo tanta forza». Aggiunge Dora: «Scalare per la prima volta è stata un’emozione fortissima. Mi è venuta voglia di piangere».

Non è stato un punto d’arrivo, ma di partenza. Sono salite su tutte le principali vette della Bolivia, hanno conquistano anche l’aconcagua (6.967 metri), la più alta del Sudamerica, e l’anno scorso sono state anche sul Monte Bianco. «Adesso - dice Dora - ho 60 anni ma mi sento ancora giovane. Mi piacerebbe scalare tante altre montagne. Un sogno è l’everest, ma non so se lo faremo perché si scontra con i nostri principi. Abbiamo un fortissimo rispetto della natura, non vogliamo né inquinarla né contaminarla». Prima di ogni salita invocano la protezione delle Achachilitas, le divinità delle vette, e bruciano foglie di coca, tabacco, cannella, copale e anche del glitter «per rendere il fuoco più bello». «Se non salirò sull’everest - confessa Dora mi piacerebbe almeno vederlo da lontano. Soprattutto vorrei che i miei nipoti e le nuove generazioni continuassero sulla strada che abbiamo tracciato noi». La figlia Lia assicura: «Anche se è la più anziana è sempre la più motivata e la più resistente nel gruppo. A volte qualcuna rinuncia, lei va sempre avanti».

La forza non sta nelle gambe ma nella volontà. «A tutte le donne - conclude - ripeto che non devono farsi sconfiggere o lasciarsi maltrattare, devono perseverare per realizzare i loro sogni, così come ho fatto io. Dobbiamo lottare, perché noi donne siamo coraggiose, molto coraggiose. E possiamo ottenere tutto quello che vogliamo».


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Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi

Ora anche gli allievi della formazione fiorentina diventano «insegnanti solidali» nelle periferie Il contributo del celebre direttore, il mutuo scambio di conoscenza nei quartieri Piagge e Sorgane Il racconto di Pietro: «Il primo corso gratuito a 8 anni,

Un gruppo di giovani musicisti dell’orchestra di Fiesole al quartiere Le Piagge (foto di Marco Borrelli)

L’overture del progetto (pedagogico e inclusivo) inizierà con la bacchetta di Sir Antonio Pappano. Concerto numero 1 di Brahms, Sinfonia numero 5 di Šostakovi e un seminario di studi che il grande direttore d’orchestra dedicherà ai «ragazzi» dell’orchestra Giovanile Italiana, (con sede a Fiesole), una tra le più straordinarie iniziative musicali rivolte ai giovani talenti. Dopodiché accadrà per la prima volta qualcosa di sublime. Un’armonia molto particolare che trasformerà i concertisti, anche loro studenti, in insegnanti solidali che si prenderanno cura di bambini e ragazzi svantaggiati. Con i loro strumenti, raggiungeranno il quartiere periferico delle Piagge a Firenze per iniziare un corso di lezioni musicali. E si partirà proprio dall’insegnamento di Pappano e dalla sua visione della musica, facendo ascoltare ai discenti i capolavori della musica classica e raccontando loro, strumento alla mano, che cosa significa entrare nel mondo delle vibrazioni di Brahms e Shostakovich.

Sarà anche un’occasione per mettere in pratica il metodo che l’antico pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi chiamò «mutuo insegnamento». Perché se i musicisti della Giovanile sveleranno ai compagni delle Piagge i segreti delle note, questi ultimi racconteranno loro (con gesti e parole) cosa significa amare la musica e avere la possibilità di studiarla senza aggravi economici.

Da anni infatti i docenti della Scuola di Musica di Fiesole, un’istituzione di eccellenza fondata dal violista Piero Farulli, uniscono ai normali studi di perfezionamento di livello universitario che si svolgono nella bellissima villa medicea sulla collina panoramica di Fiesole corsi solidali

Inclusione

C’è pure il coro: ragazzi sordi cantano con altri studenti indossando guanti bianchi

nei quartieri svantaggiati di Firenze.

«Alle Piagge, all’isolotto, a Sorgane e alle Cure - spiega Anna Maria Meo, la sovrintendente della scuola fiesolana - ogni anno si organizzano corsi gratuiti e molto frequentati. E ci sono molti esempi di ragazzi che dimostrano talento e possono ambire a diventare professori d’orchestra. Le lezioni sono dedicate a minori dai 9 ai 14 anni e sono molto seguite. A fine corso si esibiscono in concerti, durante la Festa della musica nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Ma è la prima volta che i nostri studenti “tradizionali” si trasformano in insegnanti. E sono convinta, grazie anche agli stimoli che avranno con il maestro Pappano, che daranno il meglio di loro stessi e avranno anche un grande arricchimento».

Ruben Have, violinista, padre danese e madre fiorentina, sarà uno degli studentidocenti. «Andrò a questa iniziativa con un quartetto d’archi dell’orchestra giovanile conferma Ruben con entusiasmo - e insieme cercheremo di trasmettere a questi ragazzi non solo le emozioni ma la ricchezza della nostra disciplina. E racconteremo anche la nostra esperienza con il grande direttore Antonio Pappano. Speriamo di contribuire anche in questo modo a far nascere talenti».

Già, i talenti. Pietro Gandolfo, 19 anni, è uno degli esempi di come la gratuità e la presenza di scuole di musica nei quartieri può creare ottimi musicisti. «Avevo 8 anni quando ho iniziato a frequentare i corsi gratuiti alle Piagge - racconta - ed è stata una scoperta continua. Ho capito che era la mia strada. Adesso dopo aver vinto una borsa di studio mi sto laureando in violoncello e ho un sogno grandioso: suonare in un’orchestra che però per scaramanzia non svelo».

Nel quartiere delle Cure i corsi gratuiti dei docenti di Fiesole (ma chissà, anche qui potrebbero arrivare gli studenti) sono dedicati ai ragazzi con disabilità. Ci sono anche studenti sordi. Imparano la musica non soltanto con il solfeggio, apprendendo i valori e il ritmo delle crome e delle biscrome, ma anche con le vibrazioni. «Abbiamo organizzato un coro . I ragazzi sordi - conferma Anna Maria Meo - cantano con altri studenti indossando guanti bianchi. Sono straordinari».

Pappano arriverà a Firenze il 19 maggio e sino a domenica 24 dirigerà l’orchestra Giovanile (si esibirà anche il direttore della scuola, il famoso pianista tedesco Alexander Lonquich). Sul podio negli anni sono succeduti Muti, Abbado, Gatti, Mehta, Sinopoli e Giulini.


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«Lo sport mi ha ripulito, ora corro contro la droga»

Alejandro Metzger durante la Ironman 2024 a Cervia

Alejandro Metzger e la scoperta della corsa per uscire dalla coca e salvare la famiglia Il Cavana Run Club e l’impegno per aiutare gli altri a capire che smettere è possibile «Eravamo dieci, oggi siamo mille per una vita sana». In settembre la sfida di Ironman

Un chilometro e mezzo di corsa: sudore, fatica, malessere. Lo sforzo lo piega. Ma in fondo è la prima azione positiva dopo anni di negatività. Accade nell’immensa Los Angeles, lì dove basta un fischio e la droga arriva su un vassoio d’argento. Era il 2019. Alejandro Metzger, che oggi ha 38 anni, una moglie, Eva, e una bimba, se non fa più uso di cocaina lo deve alla corsa. La pillola che lo ha salvato quando stava sprofondando negli abissi più tetri. «Sono “clean” (pulito) da quattro anni». E

” Sacrifici distrutti

Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita, mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva

ora è pronto a raccontare la sua storia. Perché oggi il suo obiettivo è mantenersi pulito, ma anche aiutare gli altri: non solo con il Cavana Run Club, nato proprio in questo periodo di rinascita, ma anche con la sua voce. Per dire che uscirne si può.

È vero, ha avuto attorno chi lo ha spronato, con le buone o le cattive. Ma, soprattutto, Alejandro ha avuto la voglia di rialzarsi. Poche storie: «Se non parte da te, gli altri non possono obbligarti». E questo vale per qualsiasi dipendenza. «Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita. Pesavo 63 kg, non mangiavo più, non dormivo più. Raccontavo bugie a tante persone. Mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva. Lei aveva deciso, giustamente, di lasciarmi. Allo stesso tempo avevo perso il lavoro nella società che avevo costruito con due amici. Il motivo? Rubavo soldi per comprare la droga: 20 mila euro in sei mesi. Avevo distrutto tutti i sacrifici fatti per creare due negozi e un ristorante con i miei soci. E avevo iniziato a fumare anche crack. Decisi quindi di lasciare Trieste».

Alejandro allora raggiunge il padre in America, che lì si era trasferito anni prima. «Arrivo a Los Angeles e 24 ore dofronti. po trovo già il modo di procurarmi la droga. Ma è proprio mio papà, con cui nel tempo ho riallacciato un rapporto bellissimo, a spronarmi a fare sport. E ancora prima mi aveva ispirato un podcast di Rich Roll, ex tossicodipendente e oggi atleta di extra endurance». Com’è stata allora quella prima corsa a Los Angeles? «Difficile. Ma il giorno seguente ci ho riprovato facendo due chilometri. Dopo due settimane di fila, ne feci otto. Questo mi permise di acquisire sempre più autostima: più correvo e meno pensavo alla mia vita passata». Succede poi che nel periodo del Covid Alejandro torni a Trieste. Si rimbocca le maniche. La vita torna a sorridergli, ma l’ambiente dove tutto è iniziato porta anche a qualche ricaduta. «Però non ero più il bugiardo di prima. Tanto che mi sono confidato con Eva, con cui nel frattempo ero tornato insieme, e lei mi ha consigliato: vai da uno psicoterapeuta».

Due anni di introspezione in cui riesce a capire anche da dove era nato quel bisogno di essere dipendente da qualcosa. «Sono ripartito da quando ero bambino. Per arrivare a 15 anni quando mio padre partì per gli Usa. Lì si era rotto qualcosa, era subentrato un senso di ribellione nei suoi conMa mi sentivo anche poco realizzato, nonostante avessi fatto mille cose. La prima striscia di cocaina? Sempre a 15 anni, ma il consumo si era fatto più insistente quando ho cominciato a lavorare nel mondo della ristorazione».

E oggi? «Mi focalizzo su quanto bene sto senza la droga e questo è merito di una routine fatta di abitudini sane, come la corsa». L’allenamento è sei giorni su sette, in totale 150 chilometri al mese. E poi ci sono le sfide continue. «Mi do obiettivi fuori dalla mia portata, ma che so di poter provare a raggiungere solo mettendomi nelle

” La nuova vita

Con mio papà ho ripreso un rapporto bellissimo, è stato lui a spronarmi e ho smesso di mentire

condizioni di vincere». Prossimo appuntamento la gara di Ironman a settembre: 3,8 km di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa in 17 ore. E poi le testimonianze in alcune scuole, per raccontare la sua storia. Senza dimenticare il Cavana Run Club. «L’idea è nata per caso. Ho voluto lanciare un invito con il mio ex socio e amico Teo: “Venite a correre, poi ci beviamo una birretta”. Aderirono dieci persone, che in un mese diventarono cento, oggi siamo in mille, di tutte le età e l’obiettivo non è la performance».

E se la vita può essere anche un film, Alejandro ha già chi sulla sua ha intenzione di fare un documentario: il filmmaker triestino Daniel Baxa. Per riavvolgere la pellicola e raccontare le cadute ma soprattutto una rinascita.



«Compro a peso i pacchi di Amazon, li rivendo a 4 euro al chilo senza aprirli

 

«Compro a peso i pacchi di Amazon, li rivendo a 4 euro al chilo senza aprirli In un anno fatturo quasi 10 milioni Il miglior cliente? Il Baffo da Crema»

Roberto Zaltieri: «Dentro ci puoi trovare di tutto, dal frigo alle calze: chi acquista da me cerca la sorpresa»

Imprenditore Roberto Zaltieri tra i pacchi Amazon che rivende 

Nel Paese di Affari tuoi, è l’italiano che compra più pacchi. Però, a differenza dei concorrenti ingolositi da Stefano De Martino nello show di Rai 1, Roberto Zaltieri non li scarta mai. Li compra a peso e li rivende a peso. Un grossista dell’ignoto. Affari suoi garantiti: nel 2025 ha fatturato 9,5 milioni di euro. Se Castel Goffredo, dov’è nato 62 anni fa e dove ha sede la sua Stock Italwear’s, è la «Città del Tortello Amaro», come da segnaletica stradale marron, lui è lo specialista del ripieno dolce. Con la sola Amazon ha stipulato un contratto che in 12 mesi lo obbliga a ritirare 200 tonnellate di confezioni sigillate. Ma acquista anche da Zara, Zalando, Carrefour, Coop, Trussardi, Penny Market, Media World, Asics, Bikkembergs, Diadora, Ellesse e da Action, catena olandese di discount internazionali. Svuota pure i magazzini di aziende che producono calze e intimo: Goldenpoint, Pompea, Twinset, Liabel, Triumph, Leilieve by Manicardi. «Vengo da quel settore, ci entrai per ragioni matrimoniali».

Sia più preciso. «Ho sposato Giuliana Brunello. Fui assunto da suo padre Ennio. Aveva un ingrosso di intimo a Medole. Prima ho fatto un’infinità di lavori».

Quali?

«A 16 anni ero già operaio metalmeccanico alla Mutti rimorchi, a 19 piastrellista, a 21 muratore nell’impresa edile di mio padre, a 26 pavimentista in proprio. Tolga un anno di naia come carabiniere al gruppo di Lodi».

Che merci tratta?

«Tutte, tranne il food. Elettrodomestici, elettronica di consumo, casalinghi, scarpe, mobili, abbigliamento, cosmetici... Potrei continuare per ore. Li vede quelli?».

Al-shiyukh, Ayelet, Aryan.

«Profumi. Vengono dagli Emirati Arabi Uniti. Ho firmato con Kasanova, casalinghi, un’operazione da 1,2 milioni di pezzi e un’altra da 200.000 pentole. In tutto sono 120 Tir di roba».

Tanta. Dove la mette?


«Ho 15.000 metri quadrati di magazzino e altri 12.000 in due centri logistici esterni».
Quanti tipi di oggetti?
«Da Bizzotto, arredi, ho appena ritirato 80.000 pezzi di almeno 20.000 referenze diverse. Non mi chieda quali».

Non lo sa.

«Non li spacchetto mai». Ma come si accumulano?

«Eccedenze di magazzino, merce invenduta, resi, articoli obsoleti, mancati recapiti, consegne rifiutate. Prenda Amazon. Pare che la più grande Internet company del mondo consegni 8-10 miliardi di pacchi l’anno, calcoli restituzioni fra il 5 e il 15 per cento: come minimo fanno 400 milioni di imballi. Spenderebbe troppo a scartarli. Prima credo che li bruciasse, ma poi, sa, le politiche ambientali...».

Meglio rivenderli a lei.

«Li ritiro a Bruxelles. Un Tir a settimana, con 33 bancali. Fanno 9.000 chili per volta. Pacchi sigillati, privi di indirizzi dei destinatari, ovvio».

Quanto li paga?

«Circa 3 euro al chilo, più Iva. Aggiunga 2.000 euro di trasporto. Ogni spedizione mi costa sui 30.000 euro».

E li rivende a peso.

«Certo. A grossisti, outlet e ambulanti che non sanno che cosa stanno comprando. Mi accontento di 4 euro al chilo».

Ricarico del 33 per cento.

«Partecipo anche ad aste online di Amazon. Vince il miglior offerente. Sono merci che arrivano da Italia, Spagna, Germania, Francia, Slovacchia e Croazia. Altri 8 Tir al mese».

Gli oggetti più grandi?

«Vado solo a peso, come glielo devo spiegare? Un terzo sono grossi, un terzo medi, un terzo piccoli».

Ma grossi quanto?

«Lavatrici, frigoriferi... Non voglio saperlo per principio. Se aprissi il pacco, diventerebbe un altro mestiere».

Quale?

«Il Gratta e vinci. Il 90 per cento di quelli che comprano da me cercano la sorpresa». Come nell’uovo di Pasqua. «Non sai mai se ti andrà bene o ti andrà male. Non per nulla prendo il Micardis».

Contro l’ipertensione.

«Ho ritirato di tutto da Media World: televisori, computer, rasoi. Ma chi li compra lotti da 1.000, 500, 200 pezzi? Devo far girare la voce e sperare che arrivi il cliente. Una volta, Adriano Rodella, all’epoca proprietario dei marchi Pompea e Roberta, mi chiese: “Ti sei mai domandato perché le donne indossano i collant?”». Per apparire più sexy? «Per far riposare le gambe. Mi regalò due paia delle sue calze “no stress” in microfi- bra. Divine. Così me ne rifilò 2,5 milioni di pezzi. Pensai: se li divido in lotti da 1.000, ci metto una vita a venderli».

E quindi?

«Ho fatto cinque partite da mezzo milione ciascuna. Bru- ciate nel giro di un mese». Stockista con i fiocchi. «Mi chiamano in un ma- gazzino di 2.000 metri qua- drati vicino a Vittorio Veneto. Calze. Il proprietario non vole- va contarle: “Offra una cifra”. Le do 50.000 euro, gli ho ri- sposto. “No, ne voglio 80.000”. Vabbè, facciamo 60.000, inclusi i due muletti. Andata!».

Gioca d’azzardo anche lei. «Eh, ma non è che con i barter mi va sempre bene».

Chi sono i «barter»?

«La parola viene dall’inglese to barter, barattare. Pagano beni o servizi con la pubblicità invece che con il denaro. Cambi merce, in pratica. Ricordo che dalla Nextcom di Domenico Zambarelli ritirai 120.000 libri in giacenza. Una tragedia. Non c’era verso di piazzarli, nonostante i bei nomi: dai romanzi di Wilbur Smith ai saggi di Enzo Biagi. Alla fine ne vendetti 40.000 in lotti da 5.000 titoli l’uno».

E gli altri 80.000 volumi? Macero? Caminetto?

«Dovetti regalarli a bazar, ambulanti e mercatini del libro a 3 centesimi a copia».

Chi compra i pacchi chiusi di Amazon?

«Il cliente finale, per cifre dai 5 ai 20 euro l’uno».

Ma lei fa sempre così? «Non se sono in vacanza fra Marocco, Egitto e Dubai. Nei suq è diverso. Lì mercanteggio per divertimento».

Vede «Affari tuoi» in tv? «Non mi piace. Troppo superficiale. Meglio un libro».

E Jeff Bezos le piace?

«Un genio. Al pari di Elon Musk, Michele Ferrero, Mark Zuckerberg e Amancio Ortega, fondatore di Zara. Ho letto le biografie di tutti e quattro». Perché non imita Bezos? «Durante il Covid ho importato 20 milioni di mascherine dalla Cina. Le ho fatte arrivare in Belgio, in Italia non si potevano sdoganare. Fu un colpaccio. Però la pandemia ha rovinato il mercato, la gente compra solo online. Ho provato a buttarmi sul B to C, business to consumer, ma ci voleva un oceano di soldi. Ho preferito aprire sette outlet, da Gorizia a Pescara. M’è toccato chiuderne cinque».

Brutto colpo.

«La guerra in Ucraina, caro mio. Il 40 per cento del nostro fatturato viene dall’estero. Aggiunga la troppa concorrenza, l’online che ruba fette di mercato, i giovani».

Che c’entrano i giovani?

«Non sono come noi. Non vogliono possedere nulla: né auto né abiti. Mia figlia Aurora, 27 anni, si occupa di fashion style a Milano, ha curato il look del rapper Mecna, oggi fa la stessa cosa per le pubblicità di aziende come Mcdonald’s e Ray-ban. E l’abbigliamento lo noleggia. Anche lei indossa vestiti usati».

Dove li compra?

«A Napoli. Capi vintage di Armani, Prada, Dolce e Gabbana per 50-60 euro. Una volta l’ho accompagnata. Sono rimasto di sasso: trovi la moda dal 1985 al 1990, dal 1990 al 2000 e così via».

Il suo miglior cliente?

«Il Baffo, alias Roberto Da Crema, re delle televendite».

Lei è figlio della società dei consumi. Ma così farà morire i negozianti.

«Purtroppo non si può andare contro il mondo. Ormai tutto gira intorno al web e alla tv. O mi adeguo o chiudo».

Fatica a trovare personale?

«Più che altro fatico a trovare dipendenti che abbiano voglia di lavorare».

Lei sgobba parecchio? «Sono qui alle 8, come mio figlio Denis, 37 anni. Smetto alle 19. Abito al piano di sopra, quindi pausa pranzo lampo».

Si concede qualche lusso?

«Solo le auto. Ho una Range Rover e ho regalato una Porsche 911 Carrera 4S a mia moglie per il compleanno».

Quale problema la angoscia in questo momento?

«Guardi, nella mia vita ho affrontato infiniti cambiamenti, perché avevo la visione del futuro. Adesso capisco che dovrei cambiare di nuovo, ma non so come farlo».

24.3.26

Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

sulla rassegna mattutina di google leggo sul. quotidiano. https://www.editorialedomani.it/sport/. del. 23\3\2026. questa. interessante. 
INTERVISTA DI. ANTONELLA BELLUTTI. AL REGISTA DELLA CERIMONIA DEI GIOCHI PARALIMPICI. : Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

Ora da profano in ambito socio antropologico ma con. esperienza. con una mia parente (figlia di una cugina di mia madre) e figli d'amici che hanno la sindrome di down ed. in particolare i post. e le iniziative della. giurista ed avvocata 
Morena Manfreda  con figlio. autistico e specializzata. in ambito legale. su. tali. problemi.   Oltre. i miei problemi uditivi e visivi. 
Ecco. che. secondo me la. proposta. di Marco Boraino è un ottima cosa .
Infatti il regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina parla della necessità che atleti olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade: «Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore».
Marco Boarino bacia il braccio di Federica Cesarini (Foto Mariachiara Panone/Risk 4 sport)
Marco Boarino bacia il braccio di Federica Cesarini (Foto Mariachiara Panone/Risk 4 sport)

Infatti :  << Anche un monumento scolpito e costruito nella pietra può cambiare. E dà speranza che, prima o poi, una trasformazione attraversi pure l’immobile e immutabile governance sportiva. L’Arena di Verona, da anfiteatro di giochi violenti a tempio della bellezza, ospitando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi, prodotta da Filmmaster, ha aggiunto un nuovo capitolo alla sua evoluzione millenaria: si è fatta ponte che unisce ciò che la politica sportiva tiene ancora diviso. Dopo aver denunciato l’anacronismo di una separazione netta tra i due eventi, una distinzione che si riflette nel prestigio mediatico e, brutalmente, nella disparità economica dei premi, ci siamo chiesti quale fosse il rapporto dell’arte con il concetto di inclusione nello sport. A risponderci è Marco Boarino, regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina. abituato ai grandi formati internazionali, dalle Universiadi di Napoli alla chiusura dei Campionati europei di calcio 2024 a Berlino. >> Questo giornale  e fra quelli    che giustamente sostengono  la visione per cui, atleti\e olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade.

 Qual è la sua visione, da artista, che ha dovuto “mettere in scena” la para-cerimonia di apertura? Sottoscrivo pienamente la vostra provocazione. A titolo totalmente personale, credo che il vero obiettivo culturale dovrebbe essere l’abolizione della distinzione. Finché esisteranno due eventi, verrà tollerato un doppio trattamento. La separazione, che vuole mantenere una replica dei Giochi dedicata alle persone con disabilità, consolida la struttura organizzativa e mentale che categorizza e legittima trattamenti e investimenti differenti. Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore. Abbiamo voluto che l’impatto tecnico, visivo e scenografico fosse qualitativamente identico a quello di qualsiasi grande produzione olimpica. Ma la sfida non è stata ed è solo estetica, bensì politica. La cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, il magone della guerra e il peso politico delle assenze Nelle scorse settimane abbiamo criticato l’abuso del termine “inclusione”, spesso ridotto a una concessione benevola della “norma” verso la “diversità”.  Lei sembra voler andare oltre questo concetto. “L’inclusione”, per come viene spesso intesa, è un principio fragile e un po’ pericoloso, perché presuppone una categoria maggiore che ha facoltà di accogliere una categoria minore. Io preferisco parlare di “accessibilità universale” e di “approccio per persone”. Nel progettare la cerimonia per l’Arena di Verona, abbiamo lavorato su un concetto espresso con lucidità da Claudio Arrigoni: la disabilità non è una mancanza intrinseca dell’individuo, ma una condizione di sbilanciamento tra la persona e l’ambiente circostante. Se azzeriamo le barriere architettoniche e mentali, la discriminazione scompare. Uno spazio non deve essere pensato “anche” per le persone con disabilità, deve essere pensato per tutti. Un gradino è un ostacolo per chiunque abbia una limitazione motoria, ma se lo spazio è fluido fin dal principio, il concetto di diversità decade. La duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi: quando non si sa come includere, si separa 

Come si traduce questa visione in una regia che coinvolge centinaia di performer? Evitando i cliché. Per troppo tempo la narrazione sulla disabilità è oscillata tra la pietà e il “superomismo”: l’idea del disabile che compie imprese impossibili nonostante tutto. Gli atleti e gli artisti con cui abbiamo lavorato ci hanno chiesto una cosa sola: essere considerati atleti e danzatori. Punto. Per questo abbiamo costruito un cast paritario: un terzo di professionisti internazionali, un terzo di studenti delle accademie e un terzo di performer con disabilità. Non ci sono stati “atti” separati o diverse categorie; abbiamo creato una comunità artistica che abitasse lo spazio in modo armonico dall’inizio alla fine. Abbiamo coinvolto artisti come la danzatrice sorda Carmen Diodato e la violoncellista con distrofia muscolare, Valentina Irlando, non come “casi umani”, ma come eccellenze del loro campo. Persino l’Inno d’Italia è stato tradotto in lingua dei segni in diretta e non per servizio accessorio, ma perché fosse parte integrante della performance coreografica. Lei ha collaborato con nomi importanti della ricerca contemporanea, come Yoann Bourgeois e Chiara Bersani. 

Che ruolo ha avuto la loro estetica nel progetto? Yoann Bourgeois lavora da sempre sui limiti della fisica e della gravità, temi che si sposano perfettamente con l’idea di un corpo che sfida l’ambiente. Chiara Bersani, invece, è stata molto più di una coreografa o performer; è stata una consulente preziosa che ci ha aiutato a navigare il mondo della disabilità con profondità artistica. Insieme abbiamo immaginato un mondo dove corpi diversi si muovono liberamente. Questa “comunità di umani” nasce attorno a un atto generativo che ha trasformato l’Arena: non ha voluto rappresentare una semplice immagine rassicurante ma l’evidenza di una possibilità di convivenza che dovrebbe essere la norma. Le Paralimpiadi più politiche di sempre. E dopo Milano-Cortina tocca ai Giochi degli Usa Spesso i grandi eventi sono accusati di essere “bolle di sapone” effimere. 

Quale impatto spera che abbia lasciato questa cerimonia?                                                    Le mie “bolle di sapone”, quando scoppiano, spero lascino un residuo culturale e sociale. Penso al lavoro fatto per L’Aquila capitale della cultura 2026: lì l’obiettivo era consolidare una comunità martoriata, non nascondendo le ferite del terremoto ma trattandole come un germoglio per il presente. Con le Paralimpiadi il discorso è simile. Non serve urlare o usare la retorica per prendere una posizione determinata; lo si può fare con la gentilezza. Credo fermamente che la gentilezza, unita a una visione tecnica rigorosa, sia uno strumento politico potentissimo. Se la stampa internazionale oggi non parla solo della bellezza visiva, ma della profondità della tematica affrontata, allora abbiamo vinto una battaglia culturale.                                   [ .... ]                                                                                                                        

Resta però il nodo della politica sportiva. Come si spiega  allora che, lo sport, laboratorio del limite e celebrato dall’arte nella sua massima maturità, resti ancorato al bisogno di separazione?   la.   risposta la dà   nella bella  intervista lo stesso Marco  sempre  al ILDomani  << Il mondo olimpico è diventato un apparato mastodontico così imponente da rischiare di tradire la sua vocazione originaria. Oggi, paradossalmente, sono le Paralimpiadi a custodire l’essenza più radicale dello sport, in cui la competizione non cancella l’umanità. Ed è inaccettabile che continuino a essere confinate in calendari separati, con risorse e riconoscimenti minori. Con la nostra cerimonia abbiamo voluto affermare una posizione netta: l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione, perché non è un gesto di benevolenza, è un diritto politico. L’arte apre varchi, scardina gerarchie, mostra ciò che dovrebbe essere ovvio. Questo è il seme che abbiamo piantato, affinché dalla prossima Olimpiade non ci siano più compartimenti stagni e separazioni da “includere” ma un’unica comunità sportiva che riconosce pari dignità, pari visibilità e pari valore a tutte le persone che la abitano. L’ideologia dell’inclusione è una moda: le Paralimpiadi e l’uguaglianza generalizzata >>.                                                                                                               



concludo con quanto dice l'amico e viaggiatore come me Sandro Demuru in “ Verità nel fuoco” in formato PDF direttamente online: https://drive.google.com/.../1IvR7H-w6A9Nrf5dr2D6.../view...

 I migliori Artisti di qualsiasi genere non sono i figli di papà o di mammà, no, sono quelli che erano e sono nascosti in un Garage, o nelle loro stanze, case o magazzini ,o nelle strade, nei bar, perché l'essere creativo e poi diventare artista, non consistesolo nello studio in se stesso, ma serve pure la concentrazione, l'ispirazione presa da un qualsiasi cosa. Quanta gente laureata c'è ma non è è artista ne creativa, a differenza di quanta gente c'è senza titolo di studio che creano, anzi hanno una creatività impressionante. Ora mai tutti vogliono essere artisti o fare gli artisti , maessere creativo comporta un lavoro molto particolare, significa partorire una qualsiasi opera , sentirla dentro nel profondo del cuore, e non pensare a fare questosolo ed esclusivamente per scopo di lucro, del mero denaro e basta, questo è sinonimo di mercenari.

23.3.26

La vanità dell’idolatria

Chi lo ha detto che per credere  e praticare la propria  fede  servano necessariamente  simboli e statue . 

Nell’estate del 1986 William Murray, che scrive sulla rivista The New Yorker, visitò Sperlonga, un centro di pesca molto antico situato sulla costa occidentale dell’Italia, circa 120 chilometri a sud-est di Roma. Una mattina, mentre sorseggiava un caffè in un bar, Murray conobbe un uomo di mezza età, un certo Fernando De Fabritiis.

Durante la loro conversazione il sig. De Fabritiis, che è sempre vissuto a Sperlonga, raccontò un aneddoto piuttosto divertente che conosceva dall’infanzia.“Un uomo ha un campo di peri, ma uno di questi alberi è infruttifero, così lo abbatte e lo vende a un falegname”, dice il De Fabritiis. “Il falegname ne ricava una statua di S. Giuseppe e la dona alla chiesa locale. Una domenica l’uomo a cui apparteneva l’albero va in chiesa dove tutti pregano davanti alla statua di S. Giuseppe. L’uomo si rifiuta di pregare. Conosce quel pezzo di legno. ‘Non è riuscito a fare neppure una pera’, dice a tutti. ‘Come può fare un miracolo?’”La storiella del De Fabritiis è molto simile all’illustrazione che Geova Dio fece per insegnare all’antico Israele l’assoluta vanità dell’idolatria. Perché non prendete la vostra Bibbia e non la leggete in Isaia 44:14-20?

Una riflessione interessante  quella inviatami dall''amico, testimone di Geova, Enrico Carbini .  Lo so che. i testimoni  troppo  chiusi  e poco aperti all mondo reale e al 98%  fanatici e settari . Ma per attrazione.fra popoli opposti sono portatori, a volte di argomenti interessanti e punti di vista  con cui scambiare opinioni e confrontarsi.       


 

22.3.26

I (FALSI) PROFETI E L’INGEGNERIA DELLE ANIME


Il recente passaggio a Roma di Peter Thiel per una serie di lezioni sull’anticristo è scivolato tra il misteriosofico e la catechesi. Cofondatore di Paypal e Palantir (gigantesca azienda di controllo dati), Thiel intreccia riflessioni politiche e suggestioni tratte da René Girard, in particolare l’idea che il

desiderio umano sia mimetico e conflittuale (desideriamo ciò che gli altri desiderano).Thiel utilizza categorie religiose per interpretare il presente.                                                                La tecnologia diventa così uno strumento che lo fa sentire infallibile perché, a suo dire, la salvezza può venire solo da un potere centralizzato: «Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili». In questo senso, il suo pensiero riflette una tendenza più ampia della Silicon Valley, dove ex nerd accompagnano network di strapotere con «narrazioni» sul destino umano.

La tecnologia si confonde con la teologia, l’ingegneria del software con l’ingegneria delle anime. La difesa dei monopoli e l’alibi della sicurezza generano un potere smisurato e la logica dell’algoritmo cede il posto all’immaginario dell’onnipotenza. Anche nel caso di Thiel, uno degli universi di riferimento è Il signore degli anelli.

Dopo aver accumulato miliardi, i nuovi profeti cercano un ruolo storico, si sentono chiamati a una missione più grande, inventano una religione. Dio ce ne scampi!

Tecnocrati I signori degli algoritmi e l’illusione di creare una nuova religione

gli esperti di grazia (ma non di giustizia) il caso della Monetti

Sia chiaro fin da subito: non avrei voluto commentare questa notizia a caldo. Avrei preferito restare nel silenzio dell’attesa, lasciando ...