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14.4.26

Stop agli smartphone e social vietati agli under 14? ''La responsabilità degli adulti è educare alle potenzialità della rete. A fare la differenza è la guida di genitori e educatori'' -


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Dopo l'ennesima proposta non solo dei Liberal stavolta del presidente del Veneto di vietare i social agli under 14 e la sentenza in California contro Meta e Google, leggo. tramite google. news. l'intervista di Il Dolomiti a  Federica Angelini ( foto al centro ), psicologa e assegnista di ricerca all’Università di Padova.

 

Essa è una delle poche \i che dicono che il proibire non serve. Infatti Il suo approccio è diverso dalla ricerca tradizionale: anziché focalizzarsi sugli effetti negativi, fa emergere come i social siano un rifugio per ansie e difficoltà pregresse

BELLUNO

“Spesso gli adolescenti riportano di essere annoiati e sentirsi soli. Il rischio è che noi adulti proviamo a riempire le loro vite per assicurarci che siano costantemente intrattenuti, perché occuparci del loro intrattenimento richiede impegno e presenza costante, che non vanno di pari passo con la società odierna. Spesso l’errore che facciamo è delegare alle tecnologie l'intrattenimento dei nostri figli anziché sforzarci di trovare modalità di entrare in relazione con loro”.

Recentemente, il presidente del Veneto Alberto Stefani ha lanciato la proposta di vietare i social network sotto i 14 anni, oltre a voler stanziare fondi per centri estivi e corsi, anche per genitori, sull’uso dei social. Tra i motivi, la diffusione di stati d’ansia e forme di dipendenza tra gli adolescenti: c’è davvero questa correlazione diretta?

 Lo abbiamo chiesto a Federica Angelini, psicologa e assegnista di ricercapresso il Dipartimento di psicologia dello sviluppo e socializzazionedell’Università di Padova. Angelini si occupa del ruolo dei social media nelle esperienze tra pari in adolescenza con un approccio diverso rispetto alla ricerca degli ultimi vent’anni, volto non necessariamente a trovarne gli effetti negativi, ma a considerare anche fattori di tipo individuale e contestuale.

 I social sono infatti oggi un vero e proprio contesto sociale per gli adolescenti poiché trasformano il modo in cui fanno esperienza di sé e degli altri. Basti pensare alla recente sentenza di una giuria della California contro Meta e Google per aver spinto una minorenne a rimanere attiva su Instagram e YouTube tutto il giorno, causandole dipendenza e stati depressivi. “Quanto successo negli Usa - nota Angelini - è una presa di responsabilità importante, tuttavia non deve creare un precedente per scaricare la totale responsabilità su chi ha creato le piattaforme. Si rischia cioè di dimenticare ciò che possiamo fare come genitori, educatori, divulgatori: educare alle potenzialità dei social”.

 Quindi la proposta di Stefani non funziona? “Bisogna anzitutto chiedersi - risponde - cosa può essere rintracciato come causa. Il presidente ha dichiarato che i social media sono la causa del disagio giovanile, nonostante sia data importanza anche alla responsabilizzazione degli adulti. Più di un divieto, però, dovremmo accogliere questo disagio e prevenirlo. Da quando internet è entrato nelle nostre tasche, la ricerca si è focalizzata sugli aspetti negativi e gli stessi creatori hanno ammesso che si crea un circuito di dipendenza che, tuttavia, a livello clinico non è riconosciuta”.

“C’è infatti una differenza - prosegue - tra dipendenza comportamentale a livello diagnostico e uso problematico dei social. Dobbiamo immaginare una linea che va da un loro uso sano come contesto sociale ai comportamenti problematici, quando ad esempio interferiscono con le relazioni o la salute fisica. L’estremo è la dipendenza comportamentale, che però riguarda una piccola percentuale di casi”.

 Ciò significa che c’è ampio margine di prevenzione. “Il loro uso problematico- concorda - spesso coesiste con difficoltà relazionali, ansia, depressione, solitudine dei quali i media diventano strumento di compensazione, più che la causa. Come per il cibo nei disturbi del comportamento alimentare, cioè,c’è dietro un malessere espresso tramite un oggetto.

 Quale soluzione allora? Nel Bellunese sono sorti 12 patti di comunità, grazie ai quali i genitori concordano regole comuni sull’uso dei dispositivielettronici . “Sono un ottimo esempio - osserva - perché richiamano non solo il contesto adolescenziale, ma quello di comunità. È infatti importante il focus sul ruolo degli adulti, anche perché spesso rischiano maggioredipendenza rispetto agli adolescenti, che ci sono nati dentro”.

 Non a caso un genitore ci aveva spiegato i patti così: “Non posso proibire lo smartphone a mio figlio se passo la sera a usare il mio” (qui l’intervista). Cosa ne pensa? “Spesso noi adulti - risponde - sfruttiamo questi strumenti per intrattenere i figli fin dalla più tenera età, perciò vietare i social agli under14 è inefficace se non ci muoviamo prima. Come possiamo togliere loro qualcosa se siamo noi ad averglielo messo in mano? Ogni generazione ha le sue peculiarità: a fare la differenza è rimanere una guida da parte dell’adulto”.

 “Il fenomeno è bidirezionale: sicuramente - conclude - i social possono essere causa di comportamenti problematici, ma il fatto che succeda solo ad alcuni dipende da chi siamo. Non sono quindi lo strumento più sano del mondo, ma nemmeno l’unica causa del malessere giovanile”.






13.4.26

Quarant'anni fa l'esplosione di Chernobyl ed. ancora si usa il nucleare come. fonte. di energia.


chernobyl
Un giocattolo abbandonato a Prypjat (oggi Ucraina), città dove abitavano i lavoratori della centrale nucleare di Chernobyl (foto di Marta Serafini)

All’1.23 del 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza, l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, allora parte dell’Unione Sovietica, ne provoca lo scoperchiamento e scatena un vasto incendio. Si sprigiona una grande nube radioattiva che contamina l’area circostante; viene ordinata l’evacuazione di 336 mila persone, a partire, il 28 aprile, dai quasi 50 mila abitanti di Prypjat, la città più vicina. La nube ha contaminato intere aree dell’Unione Sovietica (Ucraina, Bielorussia, Russia) e si è estesa all’Europa occidentale.  Oggi  brucia. ancora.  infatti.    da LA LETTURA.  del corriere della sera  del 12\4\2026
















 


Scala il Kilimangiaro in pantaloncini: "Il comfort è un assassino" Nel 2009 lo sportivo estremo Wim Hof ha compiuto un’impresa assurda: è arrivato a petto nudo e gambe scoperte sulla cima, schivando l’ibernazione



I miei diranno che è Maccu (folle ) come non dargli torto . Ma tale impresa è anche oggetto di studio  e. quindi vedere la cosa. cercando  di mettere da. parte i pregiudizi. e. con. una mente. aperta prima  in. modo da vedere in maniera. completa i fatti in questione.
Infatti Wim Hof ha scalato il Kilimangiaro in pantaloncini evitando l'ipotermia grazie al suo metodo che combina tecniche di respirazione, esposizione graduale al freddo e controllo mentale, innescando una forte termogenesi indotta dal grasso bruno. Questa pratica, secondo Hof, sfrutta la capacità del corpo di adattarsi alle basse temperature, superando il comfort moderno che considera un "assassino". Per ulteriori dettagli, potete leggere l'articolo riportato  sotto 






IL. Giornale. 11 aprile 2026 - 13:37
Paolo Lazzari
Scala il Kilimangiaro in pantaloncini: "Il comfort è un assassino" Nel 2009 lo sportivo estremo Wim Hof ha compiuto un’impresa assurda: è arrivato a petto nudo e gambe scoperte sulla cima, schivando l’ibernazione



Fermo immagine 



Il Kilimangiaro svetta come una divinità d'avorio sopra le pianure della Tanzania, un gigante di roccia e ghiaccio che osserva il mondo dai suoi cinquemilanovecentocinquanta metri di altitudine. Lassù, dove l’aria si fa sottile e il gelo morde con la ferocia di un predatore, la sopravvivenza è una questione di strati, tessuti tecnici e bombole di ossigeno. Eppure, in questo scenario estremo, d’un tratto appare un uomo che sovverte ogni legge della fisica e della prudenza. Si chiama Wim Hof, è olandese e, per tutti, oggi è Iceman, l’uomo del ghiaccio.
Siamo nel febbraio del 2009. Mentre le spedizioni tradizionali misurano i passi con meticolosa lentezza, concedendosi giorni di acclimatamento per evitare che i polmoni si arrendano alla quota, Wim Hof accelera. La sua divisa è assolutamente sprezzante: pantaloncini corti, scarpe leggere e una pelle nuda che accoglie la tempesta. Dove gli altri cercano rifugio nella lana e nelle piume, lui espone il torace al vento sferzante, trasformando il proprio corpo in una fornace biologica che ignora i limiti imposti dalla letteratura medica.
Il respiro come fuoco interiore
La scalata dura appena quarantotto ore. È un battito di ciglia rispetto alla settimana canonica richiesta per toccare la cima dell’Uhuru Peak. Hof ascende con una rapidità che lascia trasecolati gli esperti, guidato da una forza che risiede tutta nel ritmo del suo diaframma. Il segreto di questa impresa sta infatti nel suo speciale metodo, una combinazione quasi mistica di iperventilazione controllata e concentrazione mentale. Mentre sale, Wim esegue una danza invisibile con le proprie cellule. Un valzer salvifico. Il suo respiro è un mantice sacro che pompa ossigeno nel sangue, mantenendo il pH alcalino e impedendo al freddo di penetrare nel nucleo vitale.
"La natura è il mio maestro, il ghiaccio è il mio specchio"
Questa frase risuona tra le pareti di ghiaccio mentre Iceman prosegue la sua marcia solitaria verso il cielo. I ricercatori lo scrutano con sospetto, pronti a catalogare il fenomeno come un’anomalia genetica o, peggio ancora, come una sconsiderata prova di forza. Eppure, i dati liquidano ogni scetticismo. Hof mantiene la sua temperatura corporea costante, manipolando il sistema nervoso autonomo con la precisione di un orologiaio. La sua è una ribellione contro la fragilità umana, un invito a riscoprire capacità dormienti nel nostro Dna, sepolte da secoli di comfort eccessivo e riscaldamento centralizzato.
Oltre il limite della fisiologia
Raggiungere la vetta del Kilimangiaro in soli due giorni, spogliati di ogni protezione, rappresenta certamente una vittoria della volontà sulla materia. Quando arriva, si rivolge alla telecamera degli operatori che hanno seguito la sua impresa e afferma sicuro: “Il comfort è un assassino”. Le temperature scendono vertiginosamente sotto lo zero termico mano a mano che la quota aumenta, ma Hof sembra immergersi nel suo elemento naturale. Il gelo, anziché essere un nemico da combattere, diventa un alleato, un catalizzatore che risveglia energie primordiali. Così l’impresa di Hof mette a nudo l'inadeguatezza delle nostre granitiche certezze scientifiche. Il controllo cosciente della termogenesi è possibile.
L'impatto di questo exploit travalica i confini dell'alpinismo estremo. È una lezione di filosofia applicata alla biologia. Hof ci suggerisce che siamo molto più potenti di quanto ci permettano di credere. La sua pelle, violacea ma vibrante di vita, è il manifesto di una nuova era in cui l'uomo smette di essere vittima dell'ambiente per diventarne partecipe attraverso una consapevolezza estrema. Mentre i suoi compagni di viaggio faticano ad ogni respiro, lui si riflette nel ghiaccio, trovando nel vuoto dell'alta quota una pienezza interiore che pochi eletti hanno la fortuna di scorgere.




















L'eredità dell’uomo dei ghiacci

Questa scalata è il preludio ad una serie di studi accademici che
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confermeranno, anni dopo, la validità scientifica delle sue tecniche. Wim Hof non è un errore della natura, ma una promessa di ciò che potremmo diventare se solo avessimo il coraggio di abbracciare il freddo anziché temerlo.





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