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8.2.26

Vorrei spiegare cos'è il patriarcato agli uomini che ce lo spiegano. da L'insostenibile leggerezza dell'essere




Vorrei spiegare cos'è il patriarcato agli uomini che ce lo spiegano. Patriarcato è essere una bambina e dover servire a tavola, mentre tuo fratello no.
È la fatica del carico fisico e mentale mentre ti dicono che sei fortunata perché tuo marito "ti" aiuta.
È un colloquio di lavoro dove ti chiedono se hai figli o vorresti averne.
È un tentativo di stupro in una spiaggia mentre sei sola e leggi un libro.
È un interlocutore che ti infantilizza in quanto donna.
È il nodo alla gola che ti sale quando sei sola di notte e incontri un uomo con aria predatoria.
È una strada sbarrata perché sei incinta o hai figli.
Il fastidio di entrare in un bar di vecchi ed essere oggetto di occhiate e battute.
Il commento sull'aspetto fisico da parte di un collega.
Il datore di lavoro che ti chiede di curarti di più.
Il professore universitario che ci prova anteponendo una gerarchia.
La violenza di un parto con kristeller ed episiotomia.
Dover nascondere le mestruazioni e lavorare con i crampi.
Essere sposata o "da sposare".
Guadagnare la metà dei colleghi maschi.
Subire una molestia dall'insegnante di musica.
Subire una molestia violenta dai tuoi compagni delle medie.
Ballare a una festa e trovarti le mani sul culo.
Essere pestata, violentata e uccisa ed essere pure colpevolizzata per questo.
Patriarcato è un marito che uccide i tuoi figli perché vuoi essere una donna libera.
E infine, ma non perché l'elenco sia finito, dover ascoltare degli uomini che ti spiegano che il patriarcato non esiste.
- G. Perin

7.2.26

il bellissimo gesto gesto degli atleti giapponesi alla polemica cerimonia d'apertura ., GLI OLIMPIONICI SENZA NEVE, LE "STONE" SCOZZESI DELL'ISOLA DISABITATA, L'ATLETA IN INCOGNITO: LE STORIE ASSURDE DELLE OLIMPIADI DI MILANO CORTINA.,

 tra  le  tante  polemiche  suscitate   dalla  gestione  e  conduzione della  rai   della  cerimonia  inaugurale  ce n'è  stata  una  che  mia    che  mi  ha   colpito   e   che  non ho notato   subito    per  motivi  di salute  ,  i bel gesto   in stile  olimpico   della  delegazione  giapponese .

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    vedremo  come  si  evolveranno     le 10 storie imperdibili   (  le  altre  9   perchè  una   si  è già  realizzata   con l'oro   quella  di Fontana  ) e   quelle  proposte   da  l'espresso 











Da Ailsa Craig, dove vengono estratte e levigate le pietre per il curling, alle storie degli sportivi in giro per il mondo, tra cui lo sciatore di Haiti cresciuto in un orfanotrofio e quelli che si allenano in un centro commerciale di Dubai 
Olimpionici nati all’altro polo di Grande Inverno, dove la neve non arriva mai. Paesi tropicali in gara, atleti poveri cresciuti in orfanotrofio, caraibici con i bob, persino uno slalomista senza nome. Sotto il manto innevato di Milano Cortina c’è spazio anche per le falde più bizzarre: storie e stranezze che sembrano scivolare fuori pista, ma finiscono dritte nel programma dei Giochi.


L'ISOLA DELLE STONE



A metà strada tra la Scozia e un set di fantascienza, per esempio, c’è Ailsa Craig. Un’isola disabitata, battuta dal vento e interdetta ai più, dove il tempo sembra essersi fermato. È da quella landa che arrivano quasi tutte le “stone" del curling: rocce rare scolpite a mano, scavate e levigate fino a diventare dischi perfetti. Cadono dal vulcano spento e finiscono a danzare sul ghiaccio olimpico, come Ufo domestici che seguono una scopa.


ATLETI SENZA INVERNO



Poi c’è chi la neve non l’ha mai vista cadere dal cielo. Alle Olimpiadi saranno presenti Benin, Guinea-Bissau, Emirati Arabi Uniti: Paesi senza inverno, senza montagne, senza alcuna tradizione negli sport invernali. Eppure in gara. È il nuovo record dei Giochi: 94 nazioni iscritte e una mappa che si allarga oltre quella già diffusissima di Milano Cortina, fino al deserto. O verso città diventate centri commerciali a cielo aperto.
A Dubai, per esempio, esiste una pista da sci incastrata dentro un mall, la Ski Dubai: ha neve artificiale, pinguini finti e aria condizionata. È lì che si è allenato Alexander Estridge: primo atleta invernale nella storia del Paese. “Non avrei mai immaginato che un ragazzo cresciuto sciando in un centro commerciale potesse arrivare alle Olimpiadi”, ha detto. Accanto a lui, per gli Emirati, gareggerà Muhammad Karim, nato in Pakistan, cresciuto con sci di seconda mano e oggi ai suoi quarti Giochi invernali. Da bambino batteva la neve a mano su una pista senza impianti, poi è finito a sciare nel deserto. Il paradosso è il suo metodo di allenamento.
Nei Caraibi, invece, la neve è una leggenda raccontata a sprazzi. Eppure la Giamaica si presenterà con tre equipaggi: bob a quattro, bob a due e monobob femminile. Sono passati decenni da Calgary 1988 (primo esperimento antillano da cui fu tratto il film Disney Cool Runnings), ma l’idea è la stessa: portare il caldo dove nessuno lo aspetta.


DA HAITI, OBIETTIVO MEDAGLIE


Tutti sperano di rientrare con delle medaglie, ma qualcuno arriva col nulla. Haiti tornerà ai Giochi con lo sciatore Richardson Viano, cresciuto in un orfanotrofio di Port-au-Prince e adottato da una coppia italiana sulle Alpi francesi. Storia simile per il fondista Stevenson Savart, anche lui nato ad Haiti, adottato in Francia, capace nel 2025 di vincere il Challenge Vincent Vittoz.



LE DUE BANDIERE DI MILANO CORTINA E IL MEDICO


Qualche bandiera cambia mano. Francis Ceccarelli è nato nelle Filippine, poi adottato da una famiglia italiana che gli ha messo gli sci in Toscana. A Milano Cortina gareggerà per il Paese che l’ha messo al mondo, sulle montagne di quello in cui è cresciuto. Anche chi non ci sarà lascia una lamella di bizzarria. Nathan Chen, campione olimpico del pattinaggio, ha deciso di saltare la tappa olimpica italiana per studiare medicina. Ha detto che “preparare il test di ammissione è stato più stressante delle Olimpiadi”.


L'ATLETA SENZA NOME


Dal Benin arriva Nathan Tchibozo, 21 anni, primo sciatore della storia del Paese. In patria non esiste l’inverno: solo stagione secca e stagione delle piogge. Senza nome, invece, il volto della Guinea-Bissau: la sua presenza è stata annunciata, ma non trova ancora un’identità ufficiale. Come riporta Ansa, dovrebbe trattarsi di Winston Tang, cresciuto negli Stati Uniti e allenato nello Utah, che gareggia in slalom, speciale e gigante. Fin qui è riuscito a scansare anche le indiscrezioni.

Jutta Leerdam alle Olimpiadi è già un caso: “Vive da milionaria. Il suo comportamento è orribile” o sceglie di fare la modella o l'influenzer

  fonte   https://www.fanpage.it/sport/sport-invernali/jutta-leerdam-alle-olimpiadi-e-gia-un-caso-vive-da-milionaria-il-suo-comportamento-e-orribile/


Jutta Leerdam alle Olimpiadi è già un caso: “Vive da milionaria. Il suo comportamento è orribile”

Jutta Leerdam, campionessa olandese per il pattinaggio di velocità è finita al centro di feroci polemiche per il suo stile di vita ostentato sui social. Johannes Gerrit Derksen, ex storico calciatore olandese, non ha avuto pietà: “L’Olanda si sta stancando di lei”


Jutta Leerdam ha vinto alle Olimpiadi di Pechino 2022 una medaglia d'argento sui 1.000 metri nel pattinaggio di velocità, confermando le sue doti di campionessa già espresse nel 2017 quando, a soli 19 anni, nella categoria juniores sorprese tutti conquistando l'oro mondiale di categoria a Helsinki. A Milano Cortina torna per difendere i colori della sua Olanda con ottime chance di bissare il podio dei Giochi in Cina, ma al di là delle indubbie qualità di atleta, la sua fama e notorietà è legata a ben altro: Jutta è la splendida fidanzata del pugile e youtuber Jack Paul, con cui si è legata nel 2023, relazione grazie alla quale è diventata anche una sempre più seguita influencer con milioni di follower sui social. Dove posta costantemente momenti della sua vita privata e sportiva, tra cui ultimamente tutto ciò che riguarda la sua partecipazione alle Olimpiadi invernali, che le hanno riservato non poche critiche da parte di Johannes Gerrit Derksen, ex storico calciatore olandese.

Jutta Leerdam e l'arrivo alle Olimpiadi di Milano Cortina sul jet privato tra lusso e ostentazione







In Olanda tutti si aspettano moltissimo da Jutta Leerdam, tra le atlete nazionali più attese di Milano Cortina, ed è per questo motivo che i suoi connazionali hanno poco gradito quanto ha recentemente postato sui propri profili social che si scontra apertamente con lo spirito olimpico che dovrebbe invece amalgamare una Nazione unita verso il medesimo scopo: Leerdam ha pubblicato il suo arrivo a Milano sul proprio jet privato e non insieme agli altri atleti olandesi, dopo aver ottenuto la concessione dalla propria Federazione, scatenando critiche e polemiche sul suo atteggiamento da diva, che mal si sposa a quello di una pattinatrice concentrata a dar tutto sul ghiaccio. Tra sushi gourmet, pasticcini griffati, bandierine inneggianti il suo nome durante l'esclusivo viaggio privato, in una sfrontata ostentazione di lusso e raffinatezze, hanno così portato Leerdam al centro del ciclone.

Le critiche feroci a Jutta Leerdam: "L'Olanda si sta stancando di lei e del suo fare da diva"

Ad alzare l'onda di indignazione e fastidio ci ha pensato Johannes Gerrit Derksen, ex storico calciatore olandese, oggi stimato opinionista sportivo che in diretta TV ha criticato quanto fatto e mostrato da Leerdam, considerato un oltraggio alle compagne e compagni di nazionali e agli stessi tifosi: "Vive già come una milionaria, con jet privati ​​e tutto il resto. Il suo comportamento è orribile per me. E' come quello di una diva non di una professionista prossima ad una Olimpiade. Se fossi il suo allenatore, non lo tollererei" ha concluso il 77enne ex calciatore che poi ha ribadito l'inconciliabilità tra la vita di un professionista e quanto mostrato da Leerdam che sta creando una spaccatura sempre più evidente. "A poco a poco tutta l'Olanda sta iniziando a stancarsi del suo comportamento. Dovrebbe essere per prima lei a volerlo, di sua spontanea volontà e invece…"

Jutta Leerdam e la popolarità sempre più crescente da quando si è fidanzata con Jack Paul

Jutta Leerdam è ovviamente salita alla ribalta delle cronache rosa e del gossip quando nel 2023 si unì in relazione a Jack Paul uno dei più famosi e influenti pugili e youtuber americani. Per la ventottenne olandese si è registrato un picco incredibile di notorietà, anche grazie alla sua bellezza di certo non passata inosservata, che è ulteriormente esploso quando lo scorso anno ha annunciato il fidanzamento ufficiale. Da quel momento Leerdam è diventata sempre più virale sui social, dove non manca di postare quotidianamente le sue gesta professionali ma soprattutto la sua vita privata privilegiata, a fronte di una escalation di follower che ora toccano i 7 milioni tra Instagram e TikTok. Aprendo il fianco inevitabilmente anche a facili critiche e speculazioni sulla sua professionalità.







Jutta Leerdam, a Milano Cortina per concessione nazionale: non si era qualificata ai 1.000 metri

Anche perché le aspettative su Jutta, in Olanda sono altissime visto che la sua partecipazione a Milano Cortina era tutt'altro che scontata. Lo scorso 30 dicembre, in occasione dei Dutch Olympic Trials, le selezioni olimpiche olandesi per i Giochi di Milano Cortina 2026, Leerdam è caduta sbattendo violentemente sulla balaustra nella gara dei 1.000 metri mancando il tempo olimpico. Poi, si è rifatta nei 5.000 metri ottenendo il pass sulla distanza ma restando in stand-by pre la disciplina che da sempre la rappresenta. Finché la Federazione olandese non ha deciso di concederle in via del tutto discrezionale, l'accesso olimpico anche per i 1.000 metri, dove Leerdam sarà impegnata il prossimo 15 febbraio a Milano Cortina. "Sono felice che questa possibilità non abbia privato nessun'altra mia connazionale per andare alle Olimpiadi" aveva detto suo tempo una riconoscente Leerdam, entrando nel cuore degli olandesi. Da cui è uscita prontamente, per il recente stile di vita mostrato sui social.

Olimpiadi Milano Cortina 2026 Milano Cortina Sorelle Delago Flora Tabanelli Miro Tabanelli Fratelli Rivers speciale Lo sci acrobatico alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 speciale Lo sci alpino alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 speciale Speciale Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026

Da  rainews

Milano Cortina, dalle Olimpiadi storie di fratelli e sorelle in gara sulla stessa pistaansa
Che si tratti della gioia di Henri Rivers, unico dei tre gemelli a essersi qualificato alle Olimpiadi, a quello delle sorelle Delago dello sci alpino, ai fratelli Tabanelli nello sci freestyle, i Giochi olimpici sono anche una questione di famiglia

Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 non sono solo una celebrazione dello sport mondiale, ma si confermano un vero e proprio "affare di famiglia" per molti atleti e atlete. Il legame di sangue diventa una forza aggiuntiva, portando sulle piste storie di crescita condivisa, supporto reciproco durante i successi e le sconfitte comuni.

Miro e Flora Tabanelli

Flora e Miro Tabanelli, cresciuti sulle nevi emiliane del Corno alle Scale, sono le nuove stelle dello sci freestyle italiano. Flora Tabanelli a soli 18 anni è già una delle atlete più attese dei Giochi. Nel 2025 ha fatto la storia diventando la prima italiana a vincere la Coppa del Mondo generale di freestyle e quella della specialità di Big Air. Nel febbraio 2026, si presenta ai blocchi di partenza di Livigno come la punta di diamante della nazionale. Miro Tabanelli, fratello maggiore e "ispiratore" di Flora, ha raggiunto risultati storici come il secondo posto nel Big Air di Pechino nel 2024. Entrambi gareggeranno nelle specialità Slopestyle e Big Air.

Le sorelle Delago

Originarie della Val Gardena, Nicol e Nadia Delago incarnano la tradizione e la potenza della discesa libera azzurra. Nicol Delago ha iniziato il 2026 in forma smagliante, conquistando il 17 gennaio la sua prima vittoria in Coppa del Mondo nella discesa di Tarvisio. Nadia Delago, già medaglia di bronzo a Pechino 2022, affronta i Giochi di casa insieme alla sorella, con la quale ha condiviso ogni tappa della carriera. Le due saranno protagoniste sulla pista Olimpia delle Tofane a Cortina d'Ampezzo, con la finale di discesa femminile in programma l'8 febbraio 2026.

I fratelli Chanloung

Una delle storie più singolari di questi Giochi è quella di Mark e Karen Chanloung, fondisti nati e cresciuti a Gressoney, in Valle d'Aosta, ma in gara per la Thailandia (paese d'origine del padre). Nonostante difendano i colori tailandesi, i due atleti vivono e si allenano quotidianamente sulle Alpi italiane, rendendo questi Giochi una vera olimpiade "in casa". Milano Cortina 2026 rappresenta la terza partecipazione olimpica consecutiva per loro. Legame col territorio: 

I gemelli giamaicani

Henniyah, Henri IV ed Helaina Rivers, nati nel 2007, hanno già gareggiato nei Giochi Olimpici Giovanili (YOG) a Gangwon nello sci alpino. Sebbene l'obiettivo fosse quello di qualificarsi tutti e tre per rappresentare la Giamaica, solo uno di loro ha ottenuto il pass olimpico ufficiale per le competizioni. Henri Rivers IV, è l'unico dei tre fratelli ad aver centrato la qualificazione ufficiale. Gareggerà nello slalom speciale maschile a Bormio il 16 febbraio 2026. Henniyah ed Helaina sono andate molto vicine alla qualificazione, ma non sono riuscite a ottenere i punti necessari entro il termine ultimo di gennaio 2026. Saranno comunque presenti in Italia per sostenere il fratello. La partecipazione dei gemelli Rivers nello sci alpino si unisce a quella più consolidata della squadra di bob, rendendo la Giamaica una presenza notevole ai Giochi italiani.

     

Il becero revisionismo ed equiparazione foibe e Shoah

  Come promesso riprendo l'argomento accento nel finale. Chiarenfo di come sia assurdo paragonare e mettere sullo stesso piano    le due principali del secolo scorso

 Sebbene entrambe  siano eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale che derivano dall' esacerbarsi del nazionalisti di fine ottocento e grande guerra ( I conflitto mondiale ), le Foibe e l'Olocausto (o Shoah) presentano differenze profonde per obiettivi, scala e contesto storico. Ecco un sunto con le differenze principali 





  Oltre a tali differenze  c'è anche il Contesto Storico: L'Olocausto fu un progetto ideologico globale del Terzo Reich per "ripulire l'Europa  dalle impurità razziali ". Invece Le foibe 


Soprattutto in dalmazia furono invece legate alle tensioni di confine tra Italia e Jugoslavia e alla repressione attuata dal regime comunista jugoslavo alla fine della guerra.
Per la Natura del Crimine: Molti storici sottolineano che equiparare i due eventi è improprio sul piano storico e giuridico: la Shoah rappresenta un evento unico per la sua natura industriale e l'obiettivo di annientamento totale di un'etnia (gli ebrei )e di tutto ciò  non "puro ".  Inoltre la Shoah è priva a di  Esodo . infatti si parla di Esodo Giuliano-Dalmata cioè quando : Ai massacri delle foibe  e della dittatura nazionl comunista seguì l'esilio forzato di circa 250.000-350.000 italiani dall'Istria, Fiume e Dalmazia. Ecco quindi che    Le foibe e l'Olocausto sono due tragedie storiche distinte per contesto, cause e vittime.Foibe e Shoah, due facce della stessa medaglia cioè furono abberazioni  della storia  e rappresentano due eventi simili ma distinti della storia . La Shoah, che coinvolge circa 6 milioni di ebrei, è ricordata il 27 gennaio, mentre le Foibe, che coinvolgono migliaia di italiani, vengono commemorate il 10 febbraio. Entrambi i eventi hanno avuto un impatto significativo sulla storia e sulla cultura italiana, ma sono stati trattati in modi diversi dalla società. La Shoah è stata oggetto di una celebrazione più ampia e di una memoria condivisa, mentre le Foibe sono state spesso sottovalutate e oscurate pr motivi ideologico ,  opportunismo , pace sociale , guerra fredda . Questo dualismo ha portato a polemiche e discussioni sulle due ricorrenze, con alcune frange politiche  culturali /mediatiche cercando di ricondurre le Foibe alla Shoah per costruire una memoria condivisaSebbene siano entrambi eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale, le Foibe e l'Olocausto (o Shoah) presentano differenze profonde per obiettivi, scala e contesto storico come  è detto in questo post

5.2.26

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata n LXX IN UNA RELAZIONE TOSSICA LA VIOLENZA SI DIVIDE IN FASI

 Per comprendere meglio come una donna che subisce violenza di coppia, maltra!amenti e abusi dal

proprio compagno fatichi a interrompere la propria relazione, facciamo riferimento alla teoria del ciclo della violenza di Lenore E. Walker, che si divide in tre fasi che si ripetono ciclicamente nel corso di una relazione maltrattante: la costruzione della tensione, il maltrattamento e la luna di miele.

  • Fase di costruzione della tensione
Spesso, in questa fase, la violenza non è perpetrata in modo dire!o ma a!raverso parole e comportamenti che rivelano ostilità. Vengono usati controllo, isolamento, umiliazioni e minacce di usare la violenza fisica. Nella fase della tensione il partner violento diventa nervoso e ha diffcoltà a gestire la rabbia. È qui che la persona maltrattata può sentirsi come se stesse camminando sulle uova. Mentre lui mostra distacco, la donna inizia a temere un abbandono e così, per scongiurare una crisi di coppia, evita di contestare il proprio compagno e asseconda ogni sua mossa.

  •  Fase di maltrattamento
Segue quella dell’esplosione della violenza, che può essere sia fisica sia psicologica, ma anche economica e sessuale. È una violenza graduale, che inizia con spintoni o schiaffi  e  che può degenerare anche nella violenza sessuale e nel femminicidio. Questa è l’effettiva fase di esplosione in cui si verifica l’abuso fisico. Può durare da pochi minuti a ore.

  •  Fase della “luna di miele”
La tensione e la violenza spariscono, lasciando spazio a comportamenti di “riparazione, seduzione e scuse”. Sono usuali anche le minacce di suicidio. C’è poi lo scarico della responsabilità: spesso si attribuisce la causa della perdita di controllo a motivi esterni come il lavoro, una difficoltà economica o al comportamento della donna. Questa fase riporta la coppia alla situazione iniziale, così il ciclo si ripete.

 
Nel ciclo della violenza domestica la fase del pentimento dura più a lungo nei primi episodi di violenza, e mano a mano che questi tendono a ripetersi la durata si abbrevia. 

Olimpiadi Il bob della Giamaica e le nazioni esotiche: il folclore e la storia delle Olimpiadi Invernali ., Perchè nel curling si spazzola il ghiaccio: lo spiega Stefania Constantini, oro olimpico in carica

in attesa del'inaugurazione di queste olimpiadi ecco perchè sono affascinati come le altre olimpiadi.  un  vecchiom articolo         che  avevo perso  e  che  ho  rintracciato  solo ora  

  da    https://www.oasport.it/approfondimenti/ del 21 Novembre 2025




Atleti esotici alle Olimpiadi Invernali
Le Olimpiadi Invernali nascono nel 1924 per dare spazio ai paesi del Nord Europa nei quali gli sport su neve e ghiaccio sono estremamente popolari. Nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere 4 Jamaicani sfrecciare su un bob, nella glaciale Calgary del 1988. Da allora le porte delle Olimpiadi Invernali si sono spalancate anche per i paesi esotici e che era un tabù è diventata una nuova opportunità. Negli anni sono stati molti i protagonisti sui manti bianchi provenienti da tutto il mondo, alcuni portando storie e insegnamenti preziosi che vanno al di là delle medaglie conquistate.
Il sogno Giamaicano di Calgary 1988
Loro non hanno mai visto la neve, ma indossano una tuta intera gialla, nera e verde, i colori della loro nazione. Il loro mezzo, che sarebbe sfrecciato ai 130 km orari su un budello di ghiaccio, è poco più di un bob di fortuna, ma a loro non importa. Sono arrivati dove nessuno è riuscito prima di allora. Dalle assolate spiagge dell’isola di Giamaica, al ghiaccio delle Olimpiadi Invernali di Calgary 88. Possono rappresentare la loro nazione e comunque vada, verranno accolti come degli eroi al rientro in patria.
Qualche anno dopo Disney avrebbe trasformato quell’impresa in uno dei film rivelazione degli anni ‘90, “Quattro sottozero”, ma la loro storia è già leggenda.
“Cool Runnings” la pellicola che racconta la storia
Il film che in origine avrebbe dovuto chiamarsi Blue Maaga (magro come un chiodo), fa sorridere ed emozionare tutto il mondo dei cineasti sportivi.
Nonostante gli stessi protagonisti si sono sempre detti amanti del risultato, hanno tacciato la sceneggiatura di un’eccessiva spettacolarizzazione di alcuni personaggi e situazioni. Cosa è quindi veritiero e cosa no?
Partendo dai protagonisti, i bobbisti che parteciparono alle Olimpiadi canadesi non erano i migliori velocisti giamaicani che coltivavano un grande sogno accollandosi l’amico, un atleta improvvisato, ma erano 4 soldati giamaicani selezionati per forza ed esplosività da due imprenditori americani;
Anche il coach nel film non era la rappresentazione fedele della realtà, ma era ispirato a più figure realmente esistite. Fu lo stesso John Candy, che in questa occasione fece una delle sue ultime apparizioni prima della prematura scomparsa, che insistette nel dare al suo personaggio un ruolo più profondo e di riscatto oltre che di allenatore burbero già previsto dalla sceneggiatura;
Il freddo era vero. Gli stessi attori, abituati al mondo patinato dei set hollywoodiani, si lamentavano costantemente delle condizioni canadesi in cui erano soliti girare le scene;
La caduta dell’ultima discesa rappresentata nel film è assolutamente veritiera. Tra l’altro durante la stessa scena ci sono alcune sequenze provenienti dalle pellicole che originariamente avevano ripreso quanto accaduto nel 1988. Anche in quel famoso giorno di Calgary 88, gli atleti spinsero il bob fino al traguardo tra gli applausi degli appassionati e fortunati presenti in quello che sarebbe diventato uno dei momenti iconici delle Olimpiadi Invernali.
Per onor di cronaca, a Pechino 2022 la Giamaica si sarebbe ripresentata sempre nel bob a 4, tra le attese degli amanti del film e gli appassionati di storie impossibili.
Dalla spiaggia al ghiaccio
Lamine Guèye: il primo nero africano alle Olimpiadi Invernali
Se nel 1988 i giamaicani sfatano ufficialmente un mito, quattro anni prima un atleta coraggioso si è già fatto avanti.
In particolare a Sarajevo 1984, tra il debutto di Porto Rico ed Egitto c’è un certo Lamine Guèye, in gara per il Senegal. E’ il primo africano di carnagione scura a competere nei giochi Olimpici Invernali e diviene il promotore dell’inclusione africana con azioni concrete, a partire dalla fondazione della federazione sciistica nazionale del Senegal nel 1984.
Torna alle Competizioni olimpiche anche nel 1992 e nel 1994 (primo anno in cui si svolgono solo le Olimpiadi Invernali, separatamente da quelle estive) senza emergere mai atleticamente, ma rimanendo per la maggioranza degli appassionati il simbolo dell’inclusione, della perseveranza e del successo.
Dieci anni dopo le Olimpiadi targate Giamaica, Calgary 1988, iniziano le prime importanti sponsorizzazioni ed è Nike a legare il suo marchio alla Nazionale kenyana nel suo debutto a Nagano 1998. Unico partecipante e portabandiera dei colori del paese africano è il nipote del bronzo olimpico degli 800 metri di Monaco 1972, Mike Boit: Philip Boit. Si qualifica per la 10km di sci di fondo a due anni dal suo primo approccio sulla neve.
A Nagano arriva ultimo con un distacco abissale dal penultimo concorrente, ma conquista la stima e l’affetto di colui che vince la gara e conquista l’oro olimpico, il campione norvegese Bjørn Dæhlie che lo aspetta al traguardo con quell’abbraccio che ancora oggi rappresenta uno dei simboli più forti di sportività ed inclusione.
Kwame Nkrumah-Acheampong: il Leopardo delle Nevi di Vancouver 2010
Facciamo un balzo in avanti e precisamente a Vancouver 2010. Dalle spiagge e dalla fitta vegetazione selvatica del golfo della Guinea arriva un coraggioso atleta, il solo a rappresentare la sua nazione.
Kwame Nkrumah-Acheampong si presenta nello sci alpino. Al cancelletto di partenza indossa la sua opera d’arte: una tuta completamente maculata da lui stesso disegnata e un caschetto verde, anch’esso maculato. Il pettorale è il numero 102. Da quel giorno rimarrà per tutti lo “snow leopard”. E’ il primo ghanese a partecipare ai Giochi Olimpici e poco importa se è nato in Scozia nella fredda Glasgow lo stesso giorno dell’inimitabile Alberto Tomba. Vive la sua infanzia a Accra, la capitale del Ghana, e nel 2002 si trasferisce a Milton Keynes, in Gran Bretagna. In quel periodo è ancora un piccolo centro industrializzato, ma negli anni successivi sarebbe diventata la sede di una delle scuderie di F1 più titolate di sempre, la Redbull, ma questa è un’altra storia.
Nella umida Milton Keynes lavora come receptionist allo Xscape skiing centre, di fatto un grande centro commerciale con una pista artificiale, approfittando delle lezioni gratuite per i dipendenti. Solo dal 2006 si trasferisce in Italia e decide di allenarsi sulle piste della Val Di Fiemme.
Il 12 febbraio del 2010, a Vancouver, Kwame è il solo della sua nazione e impugna fiero ed orgoglioso la bandiera del Ghana, felice di aver raggiunto la qualifica ai Giochi e aver fatto sfilare per la prima volta il suo vessillo.
Il suo progetto di inclusione si chiama Ghana Ski Team e ha l’obiettivo di far conoscere anche ai giovani africani la bellezza della neve e degli sport invernali. Una delle sue idee bizzarre per raccogliere fondi fu quella di vendere per 5 sterline ciascuna, le macchie della sua tuta per far scrivere all’interno il nome del donatore e raccogliere fondi.
Oggi Kwame Nkrumah-Acheampong rimane un simbolo di tenacia, altruismo, passione e resistenza che verrà ricordato negli anni non solo per chi fa parte del mondo sportivo.
Tucker Murphy e la sua cerimonia di apertura
Vancouver 2010 è stato l’anno delle grandi partecipazioni inaspettate e anche dalle assolate Bermuda, arriva l’atleta che sfida il freddo: si chiama Tucker Murphy, ha quasi trent’anni e si presenta alla cerimonia di apertura indossando il tipico bermuda (pantaloncino corto). Racconterà poi che il suo allenatore rimase scioccato di quella scelta, ma entrò senza dubbio nei 10 best moments della cerimonia di apertura di quell’anno nella maggioranza delle classifiche stilate dalle testate dell’epoca.
Si cimenta nello sci di fondo e nella sua prima olimpiade conclude la 15 km in 42:39.1, chiudendo in 88° posizione.
Negli anni successivi continuerà a portare alta la bandiera del suo paese nelle competizioni internazionali e si dichiarerà mai stanco di farlo. Con lo stesso spirito si qualifica poi anche a Sochi 2014 e PyeongChang 2018.
Sochi 2014. L’anno di svolta delle piccole realtà esotiche.
Il Comitato Olimpico Internazionale ormai da anni spinge per aumentare la partecipazione olimpica globale e questa volontà si concretizza con wild card speciali e criteri di qualificazione più flessibili che portano i Giochi russi ad avere di fatto più presenze rispetto alle Olimpiadi precedenti di Vancouver 2010 e Torino 2006.
Yohan Goutt Gonçalves: Timor Est e lo slalom speciale in notturna
E’ quindi l’anno di Timor Est e a Sochi 2014 fa ingresso alla cerimonia di apertura Yohan Goutt Gonçalves. Il padre è francese, la madre Timorese e sa di non poter ambire alla nazionale francese, ma è bello pensare che Yohan decida di seguire le orme della madre per dare visibilità ad una nazione che nelle classifiche olimpiche è quasi assente, raccontando al mondo che anche i sogni dei piccoli possono brillare tra i riflessi dei grandi sulla neve.
Lo slalom speciale di Sochi 2014 è una gara atipica: la prima manche si svolge il pomeriggio, e al calare delle tenebre parte la seconda manche, illuminata dai riflettori. Oltre alle difficoltà del cambiamento di luci, Yohan si trova a dover gestire una neve molto soffice dovuta alle temperature estremamente miti che non scendono mai sotto i 5 gradi durante l’intero periodo olimpico.
Il timorese proseguirà la sua avventura anche a PyeongChang 2018 e Beijing 2022.
Michael Christian Martinez: il filippino che si allena nei centri commerciali
Lo stesso anno anche sulla pista del pattinaggio artistico arriva un poeta del ghiaccio. L’Olimpiade russa porta con sé grandi polemiche tra i banchi dei giudici dell’Iceberg Skating Palace: le valutazioni date nella finale della gara individuale femminile non convincono. Vince la russa Adelina Sotnikova, a discapito della favorita Kim Yu Na della Corea del Sud e dell’italiana Carolina Kostner.

Se da una parte l’idolo di casa Evgeni Plushenko, dopo la conquista dell’oro a squadre, si ritira per un grave problema fisico che rischia di paralizzarlo, dall’altra un giovane di carnagione olivastra fa il suo primo ingresso sulla pista olimpica, il 13 febbraio 2014. Supera il taglio del programma corto e si qualifica per il programma libero del giorno successivo. Ha appena 17 anni, è filippino e si chiama Michael Christian Martinez. Si allena tra le piste del centro commerciale di Manila, tra i bambini e gli addetti delle pulizie. All’Olimpiade di Sochi 2014 conclude al 19° posto complessivo e tutti lo ricorderanno come il principe del ghiaccio per la sua eleganza e la sua somiglianza ad Aladdin, il personaggio principale del cartone per bambini distribuito 12 anni prima. Nel 2018 prova una nuova qualificazione, ma non riesce ad accedere alla fase finale. Rimarrà per tutti il volto del sogno realizzato, di un giovane pattinatore del sud-est asiatico.
Vanessa-Mae Vanakorn: la violinista che sogna un pass olimpico
Anche la Thailandia ha un gioiello nel cassetto. Il mondo già la conosce per il suo talento da musicista. Nel 2007 Vanessa-Mae Vanakorn pubblica il suo album “Storm”, opera di reinterpretazione dell’Estate di Vivaldi, e chissà se proprio in quella occasione matura la volontà di realizzare il suo sogno di partecipazione olimpica: Vanessa è capace di mettere in musica la sua capacità di rompere gli schemi. La sua carriera da violinista classico-pop le regala grandi soddisfazioni, ma ha un sogno nel cassetto da realizzare e il doppio progetto di vita si concretizza il 7 febbraio 2014.
A Sochi 2014 ha una bandiera da portare alta nel Fisht Olympic Stadium. Lo scintillio della copertura luccicante del nuovo stadio e i 3000 artisti impegnati nella cerimonia di apertura non offuscano l’attesa che la violista britannico-thailandese ha generato attorno alla sua partecipazione.
Gareggia nello slalom gigante femminile e nonostante i risultati sportivi modesti, suscita curiosità ed ammirazione. Permette anche alla Thailandia di essere presente a Sochi 2014 e questo le basta.
Dopo i Giochi, un’inchiesta della FIS la squalifica temporaneamente per presunte irregolarità nelle gare di qualificazione, ma nel 2015 viene completamente scagionata: la sua qualificazione è regolare e il suo sogno olimpico pienamente legittimo.
Pita Taufatofua: il guerriero in lava-lava e la doppia olimpiade
Pita Taufatofua nasce nel 1983 nel Tonga, paese al quale decide di dedicare la sua vita. Facciamo un passo indietro: siamo Rio 2016 e nel colossale Maracanà Brasiliano, ristrutturato per accogliere la cerimonia di apertura dei giochi olimpici, l’atmosfera a tratti moderna, caratterizzata da droni e proiezioni led, le musiche tipiche e trascinanti come la samba, ci riportano al mood sudamericano e tra gli atleti danzanti in sfilata, fa ingresso un guerriero perfettamente integrato con la festa. E’ lui, Pita che si presenta a petto nudo, oliato e in lava-lava, attirando l’attenzione mondiale e dando lustro al piccolo regno di Tonga come mai era capitato alla piccola e pacifica nazione.
Ma la svolta del paese tongano nello sport mondiale avviene con la partecipazione dello stesso Pita Taufatofua a PyeongChang 2018. Si qualifica come fondista con pochi mesi di allenamento alle spalle e si laurea il primo atleta di Tonga a qualificarsi alle Olimpiadi Invernali. L’attesa del suo ingresso è incalzata dalle aspettative che non vengono smentite. Nonostante i -8°C ed il vento leggero che aumenta la sensazione di freddo, il suo ingresso nello stadio della cerimonia di apertura avviene come da pronostico, a petto nudo seguito da un’ovazione di chi ha imparato ad amarlo 2 anni prima nella calda Rio de Janeiro.
Tre anni dopo avrebbe poi chiuso il cerchio con le Olimpiadi estive di Tokyo 2020, qualificandosi nel Taekwondo e rimanendo uno dei pochissimi ad aver partecipato a 3 Olimpiadi in 5 anni.
Il velocista ghanese Akwasi Frimpong
Akwasi Frimpong è un velocista ed ostacolista che non eccelle nelle sue discipline. La volontà di indossare la bandiera ghanese e rappresentare la propria nazione negli eventi a cinque cerchi è più forte dei preconcetti riservati ai paesi esotici rispetto alla partecipazione alle Olimpiadi Invernali. La sua mancata qualificazione alle Olimpiadi estive di Londra 2012 non lo abbatte. Il velocista prosegue la rincorsa al suo sogno tentando la qualificazione come bobbista a Sochi 2014. Anche in questo caso è un fallimento. Akwasi non demorde e nel 2018, a PyeongChang, diventa il primo atleta ghanese della storia a gareggiare nello skeleton ed il secondo proveniente dal Ghana in assoluto dopo Kwame Nkrumah-Acheampong, il Leopardo delle nevi di Vancouver 2010.
Le wild card accorciano le distanze e rendono i sogni più raggiungibili
Parlare di Olimpiadi Invernali e atleti esotici porta inevitabilmente a scrivere delle wild card. Questi inviti nascono come uno strumento del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale per permettere la partecipazione di atleti appartenenti a paesi esotici che non riuscirebbero a raggiungere gli standard minimi di qualificazione.
Nascono ufficialmente durante le Olimpiadi degli anni ‘70 e sembra che le prime siano state concesse per le discipline di Lotta e Judo a Montreal 1976. Solo nel 1984 vengono ufficializzate e formalizzato il concetto di wild card che, istituzionalmente, sono chiamate universality card.
Se ne inizia a parlare con costanza e viene chiaramente documentato solamente negli anni 2000, ma è necessario attendere Parigi 2024 per la formalizzazione anche per l’atletica del sistema di Universality Places.
L’Olimpiade non è solo una gara riservata ai più forti. E’ un racconto di sport come lingua universale e non solo riservata a chi ha inverni rigidi. In un contesto di grande apertura dell’ambiente sportivo era necessario fornire gli strumenti adeguati per permettere che identità lontane si incontrassero. Il CIO ha risposto presente ed ogni cerimonia di apertura dove sfilano Ghana, Tonga, Timor Est o Filippine diventa un momento di orgoglio globale.
Oltre il cuore degli atleti esotici ci sono sacrifici e difficoltà
La partecipazione degli atleti esotici alle Olimpiadi Invernali ha sempre riscosso prima che ammirazione un velato senso di compassione tipico di chi si crede superiore, di chi ha sempre partecipato e di chi si sente padrone di casa senza averne il titolo.
E’ bene ricordare che oltre al cuore e alla lotta agli stereotipi, questi atleti hanno dovuto lottare contro difficoltà oggettive che spesso non fanno parte dei pensieri degli atleti dei paesi più freddi.Se la mancanza di infrastrutture è un argomento banale ma sotto gli occhi di tutti, non si realizza quanto questo porti a dispendio di denaro importante, per gli allenamenti dovuti a trasferimenti all’estero, spesso lontani dalle famiglie.
I paesi esotici non hanno storie di sport invernali tali da garantire budget dedicati importanti. Questo porta molti atleti a doversi autofinanziare e a trasferimenti quasi obbligati per provare a raggiungere le competizioni a cinque cerchi.
Dove i trasferimenti degli atleti non avvengono, spesso sono i tecnici ad essere importati e i costi chiaramente lievitano per paesi che accettano di scommettere su sogni mascherati da obiettivi concreti.
Altro aspetto non poco rilevante sono le qualificazioni olimpiche per le quali i punteggi minimi, che per alcuni paesi sono raggiungibili partecipando a circuiti di gare interne, per altri sono pressoché impossibili. La nascita delle wild card, comunque, concede qualche opportunità in più.
Noi li chiamiamo atleti esotici, ma forse sono solo più coraggiosi.
Puro spirito olimpico
In un’epoca dominata da record e delusioni per mancati ori olimpici, c’è chi ancora vive lo spirito originario di indossare i cinque cerchi, oltre i sogni più improbabili.
Se da una parte ci sono tristi storie di selezioni sudafricane negli anni ‘60 per rispettare le caratteristiche imposte dall’apartheid che, certamente, non prevedevano atleti di carnagione scura, dall’altra ci sono racconti di atleti, campioni ed eroi che scelgono di dedicare il proprio tempo al raggiungimento di un sogno irraggiungibile.
Forse il vero oro olimpico non è solo quello che brilla sul petto di chi vince, ma anche quello di chi, contro ogni pronostico, riesce a indossare i cinque cerchi e a vivere il profumo di un sogno diventato realtà.
Akwasi Frimpong, atleta Ghanese di cui abbiamo raccontato la storia, fece una dichiarazione che oggi rimane un inno allo spirito olimpico: “Non ho vinto una medaglia, ma ho vinto la speranza di milioni di africani che ora sanno che nulla è impossibile.”

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Perchè nel curling si spazzola il ghiaccio: lo spiega Stefania Constantini, oro olimpico in carica  geopop tramite  msn.it  








I campioni olimpici di curling in carica Stefania Constantini e Amos Mosaner hanno esordito oggi, 5 febbraio. Sul ghiaccio di casa a Cortina, il duo d'oro di Pechino 2022 ha battuto la Corea del Sud 8-4 nel primo match del doppio misto. Per capire davvero cosa vedremo in pista alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, abbiamo fatto una chiacchierata proprio con Stefania, che il ghiaccio lo conosce meglio di chiunque altro. Ci siamo fatti spiegare non solo le regole, ma anche la scienza del curling e cosa succede fisicamente quando vediamo gli atleti spazzolare furiosamente il ghiaccio (sweeping) e perché questo sport è molto più faticoso di quanto sembri in TV.
Qui entra in gioco la fisica del ghiaccio. Dovete sapere che la nostra superficie non è liscia come quella del pattinaggio artistico o dell'hockey. È una superficie "a buccia d'arancia". Prima della gara, l'ice-maker (il tecnico del ghiaccio, ndr) passa con uno speciale zaino-erogatore e spruzza goccioline d'acqua che, congelando, creano il cosiddetto pebble. Il sasso viaggia su queste minuscole "collinette".





Quando spazziamo con forza e alta frequenza, generiamo calore per attrito. Questo calore scalda la superficie e crea una microscopica patina d'acqua sulla punta delle goccioline. Questo ha due effetti immediati. Il primo è che mantiene la velocità della stone riducendo l'attrito, il sasso non rallenta e può arrivare qualche metro più lontano.
In più, corregge la traiettoria, "to curl" in inglese significa "arricciare" o curvare. Noi lanciamo il sasso imprimendo una rotazione (oraria o antioraria) per fargli compiere una parabola. Spazzando, possiamo decidere di tenere la traiettoria più dritta o farla "curvare" di più. Siamo noi a decidere dove farlo fermare.
Parliamo delle stone. Sembrano maneggevoli, ma quanto pesano?
Pesano 20 kg. È vero che non dobbiamo sollevarle ma farle scivolare, ma gestire un peso del genere richiede una tecnica perfetta. Quando si è giovani, spesso è il sasso a comandare il corpo ma, crescendo, si impara a usare il corpo per comandare il sasso.
Oltre a scope e pietre tonde avete delle scarpe molto particolari, come sono fatte?
Esatto, innanzitutto non sono pattini, come spesso si tende a pensare. Abbiamo scarpe asimmetriche. Sotto il piede "di spinta" abbiamo una suola in gomma con grip per fare attrito sul ghiaccio. Sotto l'altro piede – quello che va avanti nell'affondo – c'è una suola in teflon scivolosa (slider, ndr). È un sistema che ci permette di fare quell'affondo allungato tipico del nostro sport. Poi quando dobbiamo camminare normalmente, mettiamo una protezione gommata sopra la suola scivolosa.






Quando due stone arrivano al millimetro, che strumento si usa?
A volte a occhio nudo è impossibile dire quale sasso sia più vicino al centro. Viene usato uno strumento meccanico che assomiglia a un compasso: si punta al centro della casa e si fa girare un'asta metallica con una levetta che tocca il sasso e muove una lancetta su un quadrante. Se anche con quello la distanza è identica… il punteggio è 0-0.





Da fuori il curling può sembrare uno sport "statico”. Quanto conta la preparazione atletica e quanto si fatica davvero fisicamente durante una partita?
Per far capire questo aspetto invito sempre a provare! Ho un amico che fa sollevamento pesi e quando ha provato si è dovuto ricredere. La fatica c'è eccome. Le partite possono durare anche 2 ore e mezza e nei tornei ne giochiamo anche due al giorno, per una settimana intera.
L'azione della spazzata è un lavoro "intervallato", la frequenza cardiaca schizza in alto mentre spazzi furiosamente, poi devi recuperare in pochi secondi e abbassare i battiti per essere lucido al lancio successivo. Ci alleniamo 6 giorni su 7, con due sessioni al giorno di ghiaccio o con una sessione di ghiaccio e una di preparazione fisica in cui alterniamo palestra (pesi), allenamento metabolico (bici/corsa) e tantissimo lavoro sulla stabilità del core.
Hai detto una cosa interessante sul battito cardiaco. Come gestisci la tensione quando ti giochi una medaglia?
Il curling è strano. In uno sprint, l'adrenalina ti aiuta a spingere di più. Da noi è il contrario: l'adrenalina è quasi una "nemica". Se sei troppo carico, perdi la sensibilità. Noi dobbiamo percepire differenze di spinta di un decimo di secondo; se sei agitato, non "senti" più il corpo e rischi di lanciare il sasso troppo forte e "andare lungo". La vera sfida è mentale, devi imparare ad ascoltarti profondamente, controllare la gioia o la rabbia in un istante, resettare e tirare.
Hai vinto l'oro a Pechino, la prima medaglia olimpica italiana nella storia del curling. Ora arrivano le Olimpiadi in casa. Che sensazioni hai?
A Pechino io e Amos Mosaner abbiamo realizzato quello che avevamo fatto solo sul podio, cantando l'inno. Eravamo sul tetto del mondo. Ma Milano-Cortina sarà unico. Ho sempre avuto il sogno di partecipare alle Olimpiadi ma mai avrei immaginato di giocarle in casa, di solito il nostro sport ci porta in Canada o in Scandinavia.
Io sono di Cortina, giocherò nello stadio dove sono cresciuta. Sarà strano ma bellissimo sentire il calore del pubblico italiano. L'obiettivo è godersi il momento rimanendo con i piedi per terra, concentrati su ogni singola stone.




Dopo il vostro successo è cambiato qualcosa per il curling in Italia? E cosa ti aspetti per il futuro del movimento dopo Milano-Cortina?
Si, un piccolo cambiamento c'è stato. Prima delle Olimpiadi, quando viaggiavamo con la divisa della nazionale, la gente ci chiedeva che sport facessimo e spesso non sapeva nemmeno cosa fosse il curling. Dopo l'oro c'è stato un vero "scoppio di conoscenza": molte persone hanno guardato le nostre partite durante i Giochi Olimpici e ora tutti sanno cos'è.
Per il futuro, la mia speranza è che queste Olimpiadi in casa portino una "seconda ondata", ma diversa, vorrei che la gente non si limitasse a guardarlo, ma venisse a provarlo. Il nostro movimento è ancora piccolo e ha bisogno di crescere.
Mi auguro che ci sia più attenzione mediatica anche durante i 4 anni tra un'Olimpiade e l'altra, perché per appassionarsi davvero bisogna poter seguire lo sport con continuità, non solo ogni quattro anni.
Hai un consiglio ai ragazzi che sognano un futuro nello sport e magari alle Olimpiadi?
Prima di tutto di credere fortemente in quello che si fa. Secondo me la chiave nello sport è anche quella di definire un obiettivo. Capire dove vuoi arrivare rende concreto il percorso e ti aiuta a capire come lavorarci. E non spaventatevi dei fallimenti: sono solo momenti per rianalizzare cosa non ha funzionato e riprovarci con più determinazione.