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16.2.15

Messa? Sì, grazie. Non è un Paese per atei

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Va bene  che il nosro paese   ha radici cristiane   , cattoliche in particolare  ,  ma    ultimanente    ci stiamo   traformando da paladini per le libertà   e tolleranza  religiosa  , in cui era ben distinta  (   anche  se  poi  il  potere politico   e poi le  dittature  populiste  e fasciste   facevano a gara  nel concedere privilegi ed  invasione    della  chiesa   nella  vita  pubblica  e  privata  )   ma  soprattutto   lotta per  separare    il potere  temporale   ( quello  politico  )  da  quello religioso ,  in uno stato confessionale  .   ottenuto  dopo  quasi un milenio di roghi , crociate  , guerre di religione  . Se  prima tale  fenomeno   era  contenuto  o quanto  meno   ristretto  adesso   sta  dfiventando  sempre più massiccio . E sono ben pochi     queli che si ribellano  .
Ho  già spiegato che   non sono ateo  , ma credente  anche  se    non in maniera   ufficiale  , ma  un paese  che si dica realmente democratico dovrebbe   garantire  anche il diritto di chi non crede    oltre che quello delle minoranze religiose  Ma soprattutto  non dovrebbe imporre a  forza  e discriminare   chi non crede  . Come sta  avvendendo secondo    questo articolo del settimanale  l'espresso

Messa? Sì, grazie. Non è un Paese per atei

Sono centinaia le segnalazioni dell’associazione Uaar di intrusioni e sconfinamenti confessionali nella vita degli italiani: funzioni in orario di lavoro, celebrazioni obbligatorie per i militari e il “bollino di buon cattolico” in caso di affidamento e adozioni. E nella scuola, laica sulla carta, nessuna alternativa all’ora di religione

di Michele Sass 


Sono piccoli gesti quotidiani, interferenze nella vita delle persone che passano quasi per scontate: la messa in orario di lavoro per società pubbliche e imprese private, cerimonie e picchetti obbligatori per gli uomini e le donne delle forze armate, la celebrazione annuale della municipalizzata capitolina Ama della Madonna della strada, “patrona presso Dio dei netturbini romani”.
Un lungo elenco di intrusioni che non risparmiano neppure i viaggi: sui voli charter con destinazioni sensibili come Fatima e Lourdes gli equipaggi sono costretti dalle comitive di pellegrini presenti a bordo a sorbirsi  preghiere ad alta quota.
Anche fare il volontario non è esente da interferenze confessionali, se decidi di dedicare il tuo tempo in associazioni come l’Avis.
Sconfinamenti che, a volte, possono prendere la forma di domande imbarazzanti: gli assistenti sociali incaricati dell’affido chiedono ad una coppia il battesimo obbligatorio per la bambina.
Sono centinaia le segnalazioni arrivate allo sportello laicità dell’ Uaar , l’unione degli atei e degli agnostici razionalisti.
Attacchi alla laicità sono all’ordine del giorno anche dove dovrebbe essere un valore condiviso: nelle scuole.
Lo scontro è aperto tra il cardinale Angelo Bagnasco e l’ufficio della presidenza del Consiglio antidiscriminazioni razziali, che la scorsa primavera ha diffuso tre libretti per “Educare alla diversità" con le linee-guida per combattere l’omofobia in classe. Apriti cielo. Bagnasco ha attaccatto a testa bassa: «Quei libretti instillano concetti contro la famiglia e la fede religiosa» Concetto ribadito anche nell’ultimo consiglio della Cei, la Comunità episcopale italiana, l’assemblea permanente dei vescovi che decide i rapporti da tenere con lo Stato italiano.
Così mentre i vescovi continuano a pensare che l’educazione sia una cosa loro, tra i banchi l’assenza di alternative a l’ora di religione è la normalità. Chi si oppone, in nome della libertà di insegnamento, della libertà religiosa, della laicità dello Stato e toglie il crocefisso in aula, viene punito .
Da Bolzano a Palermo si celebrano senza problemi messe durante l’orario scolastico, benedizioni Urbi et Orbi e feste di fine anno organizzate tra le mura dell’oratorio. A nessuna latitudine si è al riparo: a Bologna il prete di una parrocchia ha avuto l’ok dal consiglio scolastico per entrare nell’istituto comprensivo Venti e benedire studenti, insegnanti e genitori prima delle prossime vacanze pasquali.

NESSUNA ALTERNATIVA ALL’ORA DI RELIGIONE

La scelta di non frequentare durante l’ora settimanale di religione non dovrebbe essere un problema, e neppure essere discriminante per chi decide di fare altro. Sono parole ripetute in leggi, sentenze della Corte costituzionale, circolari ministeriali, ma rimaste inapplicate. Negli istituti con il simbolo della Repubblica il diritto all’ora alternativa è spesso negato, o soggetto a limitazioni arbitrarie, con disagi per le famiglie e gli studenti.
Significativo il racconto di una madre con il proprio figlio iscritto in una scuola elementare del Ravennate: «Dall’inizio dell’anno ad oggi hanno fatto l’ora alternativa una sola volta. Troppo spesso l’insegnante che doveva seguirli è stata chiamata a fare supplenze e loro sono rimasti in classe a fare dei disegni, in fondo all’aula».
Le testimonianze dei genitori per la cosiddetta “ora alternativa”, che per legge dovrebbe avere pari dignità, è un cahier de doleance. «Ho deciso di non farne una battaglia, per non mettere in mezzo mia figlia - racconta una mamma - ma so per certo che l’ora alternativa non viene quasi mai rispettata. Certo, è stato molto peggio alla materna, quando mi accorsi che nonostante avessi chiesto l’esonero la bimba rimaneva a fare religione. Me ne sono accorta quando ho visto i disegni di madonnine con il bambinello e, sopra, Dio in aereo. Protestai, ma non abbastanza, consapevole di rinunciare a un mio diritto».
Tante storie fotocopia, come racconta Massimo, un padre di Ragusa: «Ho dovuto minacciare un’azione legale alla preside per fare in modo che mio figlio non fosse parcheggiato in una “classe parallela” e gli fosse garantita un’attività. I motivi del rifiuto erano imbarazzanti: non ci sono soldi e i pochi che abbiamo sono destinati al sostegno per i ragazzi disabili. Mi sembrò una cosa meschina. La preside stava cercando di addebitare a me la responsabilità di mettere a repentaglio altri servizi indispensabili e solo con le spalle al muro trovò una soluzione».
Tanti genitori, sfiniti da questa situazione, per evitare problemi decidono di iscrivere i propri figli a l’ora di dottrina cattolica pagata dallo Stato.

SE VUOI ADOTTARE MEGLIO PRATICANTE

Anche per le delicate pratiche di adozione e affido il terreno è minato: nel colloquio con gli assistenti sociali viene chiesto espressamente come requisito necessario (anche se a livello informale) una solida educazione religiosa. Come è successo a una coppia alle prese con la possibilità di affido di una bambina: «Gli assistenti sociali hanno posto come condizione, per espresso desiderio della madre che l'ha abbandonata, l’impegno a battezzarla. Anche se il servizio dell’affido è laico, il gesto è stato valutato positivamente, perché ritengono che la bambina ne possa trarre giovamento dato che anche i quattro fratelli sono stati battezzati dalle nuove famiglie. Ci siamo rifiutati categoricamente: non possiamo iniziare un rapporto con una persona che ha bisogno di affetto, stabilità e sicurezza, con una menzogna colossale».
È assurdo che per aiutare una minorenne ad uscire da una situazione disastrata lo Stato italiano ponga come condizione che due persone, considerate idonee a gestire situazioni difficili quale è un affido, debbano snaturarsi e sottostare ad una condizione di questo genere.

VIETATO ESSERE ATEO E MILITARE

Le lettere dei militari e appartenenti alle forze armate raccontato come gli ufficiali non siano gentiluomini sul terreno delle libertà personali. «Oggi il capitano che comanda la mia compagnia ha affisso in bacheca un documento con la lista dei nominativi che dovranno partecipare alla messa natalizia tra cui compare il mio nome», scrive un militare anonimo. «Io sono ateo e non me la sento di assistere a una funzione religiosa perché ritengo che non si possa agire sulla coscienza delle persone, soprattutto su decisioni che appartengono alla sfera spirituale, ma la lettera è firmata in calce e ha valore di comando che non posso non eseguire».
Tutti i militari sono sottoposti a dosi massicce di messe, picchetti e rappresentanze in funzioni civili e religiose. Il motto “Dio, patria e famiglia” sotto le armi è considerato inappellabile. «Anni di scuole e cerimonie mi hanno mostrato le indigeribili ingerenze legalmente contemplate che la religione cattolica nelle sue svariate forme istituzionali sfoggia all’interno delle istituzioni, proprio quelle Repubblicane che io difendo», racconta un ufficiale di carriera. «La mia prima reazione, per quanto fermamente “non credente”, fu di comprensione che presto mutò in rancore quando il mio desiderio pur fermo di non partecipare alle cerimonie fu autoritariamente osteggiato e ignorato. E al primo accenno di lamentela, quando ho fatto notare che sulla mia scheda personale era scritto sotto la voce “religione” la parola “ateo”, la risposta era sempre la stessa: “È un ordine”».

LA MADONNA DEI NETTURBINI

Dalle caserme alla società a controllo statale o comunale il copione non cambia. Ecco il caso dell’Enav, la società del ministero dell’Economia incaricata della gestione del traffico aereo civile in Italia, un colosso con oltre quattromila dipendenti.
«In Enav in ogni periodo festivo c’è l’abitudine di organizzare funzioni religiose nella sala conferenze dove, col benestare della direzione, si riunisce buona parte del personale per assistere alle funzioni con conseguente perdita di ore lavorative e senza nessun obbligo di recupero. Fatto salvo il naturale diritto di credere in ciò che più si ritiene adatto da parte di ogni lavoratore, un’abitudine può essere considerata un’attività lecita e liberamente praticabile dalla direzione? È legittimo che in un ente che svolge servizio pubblico vengano organizzate tali cerimonie?», si chiede sconsolato questo anonimo dipendente.
Anche per la municipalizzata Ama, la società capitolina che si occupa di igiene urbana, al centro dello scandalo di Mafia Capitale, la linea da seguire è dettata da Oltretevere più che dal Comune.
Basta leggere questo documento, un atto d’amore per la fede cattolica: «Quello tra gli operatori Ama e la Madonna della strada è un rapporto di straordinaria devozione, consolidato progressivamente nel corso del Novecento e rimasto intenso fino ai nostri giorni. Un sentimento che ha trovato un suggello ufficiale nel 2003, quando con il decreto emesso dalla Congregazione per il Culto Divino veniva concesso di celebrare e venerare la Beata Vergine Maria con il titolo Madonna della strada, “patrona presso Dio dei netturbini romani”».
E anche la visita annuale di Papa Giovanni Paolo II alla statua di Maria (nello stabilimento aziendale di Rocca Cencia) e al presepe dei netturbini sotto Natale per ventiquattro anni di fila diventa la normalità. Da posto di lavoro a luogo di culto.


Ora  molti voi  ma  non è vero  c'è  l'articolo  7  della costituzione italiana  . Balle  l'articolo  7    dice   in particolare  il primo comma  : << Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.>>
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi.
Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

E poi c sono  anche  sentenze  costituzionali    che  dicono    che  quello  che si sta  facendo , vedi articolo  sopra    è  al limite della legalità , se  non addirittura   illegale  .  Infatti  la  libertà di scegliere  o meno se  avvalersi   dell'ora  di religione   è anche accettata    dalla riforma   dei patti lateranensi . Ora   chiedo  ai veri  credenti  o ai credenti  per opportunismo \  convenienza    se   nel nostro paese  ci fosse  unaltra religione   tradizionale  e  vi  vietano e   ve la  impongono  a  scapito della  vostra     vi farebbe piacere ?

«Pianterò un milione di alberi nell’isola» L’avventura del giovane Giovanni Atzeni membro del consiglio direttivo di un’associazione ambientalista globale

  da  la  nuova  sardegna del 15\2 \2015  «Pianterò un milione di alberi nell’isola»
L’avventura del giovane Giovanni Atzeni membro del consiglio direttivo di un’associazione ambientalista globale
                    di Gabriella Grimaldi



                        Giovanni Atzeni a una manifestazione promossa da "Plant for the Planet"

SASSARI.
Il sogno più ambizioso è piantare un milione di alberi in Sardegna. Sulle orme del suo amico e guru Felix Finkbeiner che di alberi ne ha già piantati altrettanti in Germania. Felix oggi ha 17 anni ed è presidente mondiale dell’associazione ambientalista Plant for the Planet, Giovanni Atzeni, sassarese, anni ne ha 14 e fa parte, unico italiano, del consiglio direttivo di quella stessa associazione.
Insieme ad altri 28 più o meno coetanei di tutti i Paesi del mondo decide le strategie per salvare la terra dall’aggressione dell’inquinamento e dall’irresponsabilità dei governanti.
Giovanni ha sempre avuto il pallino dell’ecologia da quando era piccolo. Alla fine delle elementari ha letto un articolo che raccontava dell’avventura del tedesco Felix che quando piantò il milionesimo albero a Monaco di Baviera venne contattatto dai primi ministri di mezzo mondo. Da allora questo ragazzino tedesco ha parlato all’Onu, alla conferenza mondiale sull’ambiente a Copenhagen e si è confrontato in più occasioni con i potenti della terra. Attraverso il suo sito Giovanni si è iscritto all’associazione e ha cominciato la sua militanza... piantando alberi, naturalmente, ma anche andando nelle scuole per presentare l’associazione e raccontare dei problemi delle emissioni di CO2 che stanno avvelenando il pianeta.
«Assieme ad altri miei compagni - racconta mentre sta tornando a casa dalla solita uscita del sabato pomeriggio con gli amici - abbiamo chiesto aiuto all’assessore comunale all’Ambiente di Sassari che ci ha dato la disponibilità di uno spazio verde dove piantare i primi alberi. Dieci ne abbiamo messo a dimora in un boschetto in via Repubblica Romana, poi ne abbiamo piantato in via Luna e Sole, a Bunnari e in altre zone».
Fino ad ora Giovanni, che oggi studia al liceo classico Azuni, di alberi ne ha piantato 325 ma i suoi progetti sono molto più grandi. «Voglio fare qualcosa per il mondo, e per questo assieme agli altri del consiglio direttivo abbiamo deciso di scrivere una lettera aperta, ognuno nel suo Paese, ai principali quotidiani per far sentire la nostra voce anche ai Governi». In famiglia, Giovanni ha due sorelle più grandi, il suo impegno è visto con entusiasmo.
Il papà, che fa il ricercatore nel Dipartimento di Economia, lo ha accompagnato per due volte a Monaco dove si tiene il raduno annuale dell’associazione, gli amici lo seguono a fasi alterne («ogni tanto penso che i miei compagni mi vedano un po’ strano») gli adulti non sempre lo prendono sul serio («una sensazione che ho avuto più in Italia che in altri Paesi») nella scuola media che ha frequentato la sua attività veniva più o meno ignorata ma sono elementi che evidentemente non bastano a scoraggiare un adolescente determinato a non camminare invano sulla terra e ad arrivare anche lui a piantare, magari in Sardegna, un milione di alberi per assicurarsi un futuro meno grigio e molto molto più verde

La storia di Uno Stagista e di Una Checercadilavorare Manoncelafa


da http://it.paperblog.com/
Creato il 14 ottobre 2014 da Giovanecarinaedisoccupata

Primo fra tutti può fingere davvero di non avere certe capacità e di volersele coltivare, di voler imparare cose nuove e bla bla. Non si sentirà sminuito nelle proprie competenze e non vedrà come buttati nel cesso le manciate di anni passate inutilmente ad accumulare esperienze con cui in ogni caso non potrà rivendersi sul mercato del lavoro.
uno-stagista

Questa riflessione (semiseria solo nell’affibbiare nomi fittizi a quelli che potrebbero essere – anzi SONO – i prototipi di ciascuno di noi) nasce da recenti esperienze, mie e di alcuni cari amici disoccupati, conosciuti durante la mia gavetta nel magico mondo della disoccupazione. Gavetta che, per come stanno le cose, temo non finirà mai.
Per quanto le situazioni possano sembrare esasperate, lo sono forse nella forma, ma di certo non nella sostanza, e questo lo potete testimoniare anche voi, che sicuramente almeno 1 volta nella vita vi siete sentiti recitare le tipiche frasi che si dicono a chi è in cerca di un lavoro (oltre a “le faremo sapere”):
“Mi dispiace ma…” (iniziano tutti con un bel mi dispiace lavacoscienza)
    Fencesitter
  1. Per questo lavoro non ho budget, (e se c’è l’ho sono quei quattro soldi che ti faccio il favore di darti)
  2. Per questo lavoro non ho posizioni aperte in azienda = non ti posso assumere, nemmeno con un contratto a progetto
  3. Si, tu hai fatto un ottimo lavoro Una (di nome ) Checercadilavorare (di cognome), ma non possiamo rinnovarti l’ennesima collaborazione occasionale dopo più di (tot) mesi (persino noi ci arriviamo a capire che la definizione “occasionale” non ti si può più affibbiare)
  4. Assumerti mi costerebbe troppo in contributi da versarti, questa azienda non si può assumere anche questo costo, ci arrangeremo con i dipendenti che abbiamo (e faremo fare loro lavori che non li competono, oppure forniremo un servizio da schifo ma tanto i clienti capiranno: sono nella stessa situazione, dobbiamo tirare tutti la cinghia, e in fondo in fondo, nemmeno a noi ce ne frega più di tanto.)
  5. Ci arrangeremo con i dipendenti che abbiamo, tanto in settimana ci arriva Uno Stagista che ci aiuta (il salvatore della patria, anzi dell’azienda in difficoltà).
Di solito, chi ti fa questo discorso è pagato per farlo. Ovvero è un dipendente assunto a tempo indeterminato illo tempore, eoni ed eoni fa, da quella azienda, che:
  1. Non capisce la tua situazione perché non ci si è mai trovato
  2. Pensa che le difficoltà in cui versa l’azienda e di cui si fa scudo per dirti che non ti assumerà non lo toccheranno minimamente, lui e il suo posto fisso.
Il più delle volte, ha ragione.
Le difficoltà valgono solo per noi disoccupati, come scudo o giustificazione dietro cui andare a pararsi.
Finora, però, ho sentito dire solo “poveri stagisti”. E la cosa mi fa incazzare.
Badate bene, non è che Uno Stagista non sia un poveraccio tanto quanto me, Una Disoccupata alias Una Checercadilavorare, anzi: nuotiamo nella stessa m..marea, abbiamo a che fare con gli stessi interlocutori, ci affibbiano gli stessi lavori (non ditemi di no perché state dicendo una cazzata) e ci pagano pure la stessa miseria, ma… Uno Stagista ha un paio di marce in più. Quali?
E in secondo luogo, cosa più importante: l’azienda guarda al portafoglio, e Uno Stagista “costa” effettivamente di meno.
Ebbene si: Uno Stagista se la passa anche bene a conti fatti, grazie alla legislazione italiana che regola il mercato del lavoro! Il compenso che gli viene versato, netto, arriva nelle tasche sue ed è finita lì. Basso si, e non commisurato a quello che poi si ritrova a fare – ovvero il lavoro che dovrebbe svolgere una risorsa umana completamente formata ma che però non si può o non si vuole assumere – ma pur sempre esentasse, esente dichiarazioni varie, esente da iscrizione alla Gestione Separata INPS e ai relativi importi contributivi, esente dalla (diolastramaledica) apertura di partita IVA e relativo regime contributivo strozza cristiani. Anzi all’azienda danno pure degli incentivi per farlo lavorare, cioè… vegnono pagati per dargli un lavoro!
Non ci sono limiti a quanti “stage” può accettare uno stagista, non ci sono limiti di tempo, e se ci sono possono essere facilmente mascherati, così come le descrizioni delle mansioni e del percorso formativo possono essere abilmente reinterpretate in infiniti modi, tutti volti a dichiarare “ehi, gli sto insegnando un lavoro e lo sto arricchendo” invece che “ehi, lo sto facendo sgobbare come un mulo su mansioni da risorsa umana fatta e finita e MI sto arricchendo”.
Eddai come fai a non preferire il caro vecchio Uno Stagista?
Quanto alla nostra amica Una Checercadilavorare, il suo passato è nero come l’onta che subisce ogni giorno, e nemmeno il suo futuro è tanto roseo: è passata da un lavoro sicuro e retribuito con tutti i contro crismi ad una situazione di “flessibilità” che non le dà alcuna garanzia, nemmeno il pane in tavola oggi. Figuriamoci domani.

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È una precaria, che di mese in mese si è fatta, casse integrazioni, mobilità, indennità di disoccupazione (che poi è finita e su cui ha dovuto o dovrà pagare tasse), è in cerca di lavoro ma ne trova solo di saltuari e “occasionali”, e dopo un po’ li deve mollare perché non trova aziende disposte ad accollarsi i suoi “costi”, a corrisponderle quanto per legge dovrebbe esserle corrisposto (contributi e varie, oltre ad  uno stipendio commisurato a capacità e mansioni svolte). Lei deve continuare ad accollarsi “costi” come tasse e contribuzioni varie (dall’Irpef a parte dei della Gestione Separata INPS – se supera una certa soglia annuale di compensi – o i costi della Partita Iva) oltre al costo della vita giornaliero che nessuno la aiuta a pagare e su cui nessuno le fa credito.

Deve lavorare attrezzandosi di tasca sua,  ed ha poco o nullo margine di contrattazione in sede di discussioni contrattuali: il più delle volte si sente rispondere “se ti va bene è così, dopotutto anche questi pochi spiccioli sono meglio di niente no?” come se stesse facendo quella dalle pretese milionarie.
Qualche volta si sente dire che bisogna ridurre anche quegli spiccioli perché si rende necessario versarle contributi “che poi vanno a vantaggio suo” (e che quindi vanno detratti dal suo compenso netto già risicatissimo). Come se i contributi avesse insistito lei per versarli, cascasse il mondo, cacchio.
Come se a ciascun dipendente fisso l’azienda fosse andata a dire: caro mio, tu mi costi troppo di contributi, adesso ti riduco un po’ lo stipendio di base perché in fondo li sto versando a vantaggio tuo. Magari lo facessero! Qualcuno comincerebbe a capire cosa si prova a stare da questa parte della barricata!
E infine, ultimo ma non ultimo, la nostra precaria amica Una Checercadilavorare Manoncelafa (il secondo cognome è preso da questo matrimonio che non s’aveva da fare con la disoccupazione), si deve arrendere all’evidenza che tutto sommato e prima o poi a lei l’azienda tornerà a preferire Uno Stagista, che gli costa di meno.
Meglio ancora se Uno Uomo Stagista (che queste donne sono lagnose e pretendono la luna ohi!)
E io che posso dirvi se non che a 35 anni suonati sto seriamente considerando l’idea di presentarmi sul mercato del lavoro senza passato e senza  capacità (colta da amnesia retrograda postraumatica? Rapita dagli alieni e appena riconsegnata?), ma soprattutto senza dignità e con l’unica velleità di accettare solamente contratti da stagista?
Ebbene si, oramai sogno di essere Una Stagista.

finalmente Una storia di ordinaria buona sanità in ospedali e struttuire saitarie sempere più allo sfascio

Prima di  iniziare  questo post  , vorrei chiedere scusa   per le  generalizzazioni dei post precedenti  , a  tutti  quelli  che nele strutture  ospedaliere  e di pronto soccorso  coraggiosamente   lottano  contro  tagli assurdi , malaburocrazia  , per  salvare   vite  e garantirci la minor sofferenza possibile  .

Finalmente  dopo   news mala sanità  cattiva sanità e    dopo 

" Tre Angeli volati in cielo", pietoso eufemismo per un dolore troppo grande da sopportare, perchè non si può accettare che tre bimbi muoiano, uno dietro l'altro, Catania, Trapani, Napoli, accomunati "dall'inefficienza" delle strutture sanitarie pubbliche, che avrebbero dovuto curarli e salvarli! Ma quando la sanità funziona, a ben guardare, è soprattutto grazie all'impegno, alla professionalità e allo spirito di sacrificio di tanti operatori sanitari, oltre le carenze anche gravi del settore, a tutti i livelli! E' giusto darne atto!
da Carmìna Conte


capita    che  

  da   http://www.sardiniapost.it/cronaca/

 un signore ultrasettantenne arrivi al Pronto Soccorso del SS.Trinità di Cagliari, il più vicino a casa, un mercoledì mattina, alle 11,10: ha problemi di memoria, non ricorda cosa ha fatto nelle due ore precedenti, ma non accusa altri disturbi, cammina con le sue gambe, non ha né mal di testa né capogiri. Nella saletta di attesa una ventina di persone, giovani, anziani, donne, uomini. Il signore suona alla guardiola per prendere il codice: chissà quale gli attribuiranno.




 “Verde, rosso, bianco…chissà a che ora la finisco!”, pensa, mentre la moglie va a parcheggiare la macchina. Giornata fortunata, parcheggio trovato quasi subito, la moglie torna dopo pochi minuti, ma il marito non c’è: gli astanti la rassicurano, è già entrato. La moglie si tranquillizza, si aspetta di vederlo ricomparire con il codice. Dalla porta entrano ed escono persone, già visitate o con il codice e con la specifica di visita. Sul piazzale antistante c’è un via vai di ambulanze, e gente che arriva con i mezzi propri. La saletta si riempie, come sempre. Passano i minuti e non succede niente, il marito ancora non torna con il codice. La moglie comincia a preoccuparsi, suona alla guardiola, si affaccia un’infermiere, gli chiede del marito: la rassicurano, lo stanno già visitando, la chiameranno a breve. “Che strano – pensa la moglie – e il codice? Mah, speriamo bene”. Non resta che attendere. Dopo tre quarti d’ora la chiama una gentilissima e giovane infermiera. La rassicura, il marito è già stato preso in carico: pressione cardiaca a 240/124, a rischio di ictus, è già sottoterapia e gli stanno completando gli esami del caso, a breve farà anche la tac al cranio. “Può stare con lui, in attesa della TAC”.
Alle 14, il signore ha completato tutti gli esami, di routine e specialistici, compresa la TAC, lo convoca il medico di turno, una dottoressa. Con gentilezza gli comunica che ha già predisposto il ricovero, indispensabile per monitorare l’attività cardiaca e l’andamento della pressione arteriosa, che nonostante la terapia continua ad essere alta. La buona notizia è che al momento non appaiono lesioni cerebrali da ischemia o altro, ma che occorrerà ripetere la tac. Dopo il primo momento di panico (“un ricovero? E chi se l’aspettava!”), ci si rassegna e pensa che forse è meglio così. “Piuttosto, per il letto dovrà aspettare, dovrebbe liberarsene uno verso le 15/16, c’è già un paziente in dimissione e sta aspettando che lo vengano a prendere”. Va bè, non c’è problema, aspettiamo.
Si fanno le 17, ma il signore è ancora al Pronto Soccorso, nel frattempo gli continuano la terapia: tutto sotto controllo, per fortuna il pericolo è stato sventato. Riacciuffato per i capelli, è il caso di dirlo dalla sollecitudine, professionalità e impegno del personale medico e infermieristico. La “signora con la falce” dovrà aspettare ancora, speriamo per un bel po’. Ma il letto? “Guardi, ormai è questione di minuti, il suo letto si sta liberando”, lo rassicura un altro medico del Pronto Soccorso: “Sa, noi qui vediamo un sacco di gente, ci arriva di tutto, siamo praticamente sempre in emergenza, e riusciamo anche a fare i miracoli, qualche volta, nonostante la carenza di personale e tanti disservizi. Ma poi tutto si inceppa nell’imbuto della carenza di posti letto: non sappiamo dove far ricoverare la gente che ne ha necessità. È così, tutti i giorni”. Finalmente il signore viene accompagnato in reparto, il letto è libero. Si sono fatte le 18,30: un sospiro di sollievo, il reparto è confortevole, totalmente ristrutturato, dotato di servizi in camera. Sembra quasi una clinica privata! Il massimo per un ospedale pubblico. Al Pronto Soccorso, c’è ancora la gente che aspetta il letto. E già, taglia di qua e taglia di là, nella migliore delle ipotesi la gente viene salvata al Pronto Soccorso, ma poi non si sa dove ricoverarla… Già, il SS.Trinità, altrimenti noto come Ospedale di Is Mirrionis, con 343 posti letto e 37 in day hospital, ha un tasso di occupazione dei posti letto di oltre il 90% con 15.600 ricoveri nel 2014.
Si capisce: è un ospedale generale, l’unico ormai in centro città, in un quartiere popolare e popoloso, dove ci si può recare a piedi anche per fare la dialisi, visto che c’è la struttura compessa di Urologia; e poi c’è l’Ortopedia-traumatologia, la Chirurgia generale, la Gastroenterologia, la cardiologia, la ginecologia-ostetricia, l’otorinolaringoiatria-maxillo facciale e ben due reparti di psichiatria, gli unici della città, che “sopportano” il peso di patologie legate alla sfera psico-comportamentale in aumento esponenziale, purtroppo, come quelle da dipendenza, e non solo da “sostanze”, e come la cronaca, purtroppo, riporta quasi quotidianamente. Eppure qui ci sono reparti che hanno livelli di eccellenza come l’Otorinolaringoiatria, “centro di riferimento nazionale per il trattamento dei tumori del cavo orale, certificato IEO”, come recita il sito istituzionale della ASL 8; e la Maxillo-facciale, dove, oltre alle infinite traumatologie, si fanno anche gli interventi sui bambini affetti da labbro leporini; o come la Dermatologia, uno dei quattro Centri di riferimento nazionale per il Morbo di Hansen, l’unico in Sardegna; o il servizio di Cardiologia, dove è stato effettuato uno dei primi interventi di ablazione transcatetere, mediante radiofrequenza per una grave aritmia cardiaca, senza l’ausilio di raggi X, in una giovane donna alla 27° settimana di gravidanza… e adesso è “capofila” nella campagna regionale “Questioni di cuore”, per le malattie cardiovascolari. E non dimentichiamoci di Geriatria, con il Centro di coordinamento regionale delle Unità Valutative Alzheimer per il progetto Cronos. Si potrebbe continuare, ma si sa, le buone notizie non fanno “notizia”, non più di tanto.
Così come non fa notizia il fatto che medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari, lavorino spesso in condizioni estreme: il personale infermieristico, nello specifico, è “al limite”… sempre per la storia dei tagli, pare che da anni quelli che vanno in pensione non vengano “rimpiazzati”, e si fatica anche semplicemente a fare i turni, con conseguenze facilmente immaginabili: sovraccarico di lavoro, limiti nell’assistenza…per fermarci qui. Eppure in questo ospedale ci sono delle ottime équipe di medici e chirurghi: se ci fosse un numero adeguato di anestesisti e infermieri, si potrebbe fare un numero decisamente più elevato di interventi e al massimo livello. E poi, la questione cruciale della sicurezza: il SS. Trinità è un ospedale “aperto”, in tutti i sensi, con molteplici ingressi, alla struttura, ai padiglioni, ai reparti, e il Pronto Soccorso, aperto, ovviamente 24h su 24h. Difficile garantire il controllo, in condizioni normali, doppiamente difficile, se anche i servizi di guardiania sono stati ridotti, già da tempo, sempre per la questione dei tagli. Adesso, alla luce dei fatti incresciosi degli ultimi giorni, Prefettura e Direzione sanitaria annunciano interventi appropriati, per garantire la sicurezza: ma non si poteva intervenire prima, visto che la storia si ripete da tempo? Sempre per la cronaca, il signore ultrasettantenne, e se la cosa interessa, sta bene, dopo tre giorni di ricovero è tornato a casa, grato ai medici del pronto soccorso e di Medicina. “Miracolato” per la seconda volta: 5 anni fa gli hanno salvato la vita, asportandogli un micidiale carcinoma dal collo, con un intervento di alta chirurgia nel reparto di otorinoaringoiatria, ad opera del dr. Giorgio Tore, il responsabile della struttura, senza dover andare “in pellegrinaggio” in altre strutture ospedaliere del “continente” più titolate, come purtroppo spesso capita a molti “isolani”.
Ma si sa, le buone notizie non fanno notizia  o  hanno  vita breve rispetto ad altre magari  meno importanti  e\o significative 
 

15.2.15

Stefano Cusin, insegnare calcio a Hebron: “Qui il lato umano non è un dettaglio”

Ogni   tanto  il calcio sa' essere quedllo che  è realmente  sport  e non solo 




Infatti 
E' il primo allenatore italiano in Palestina dopo una vita da globetrotter del pallone. Prima della Cisgiordania era il secondo di Zenga a Dubai: "Un giorno il presidente mi ha detto: mister prima lavoravi per gli sceicchi, ora lo sceicco sei tu"
di | 14 febbraio 2015
 

Stefano Cusin, insegnare calcio a Hebron: “Qui il lato umano non è un dettaglio”

Stefano Cusin, insegnare calcio a Hebron: “Qui il lato umano non è un dettaglio”

E' il primo allenatore italiano in Palestina dopo una vita da globetrotter del pallone. Prima della Cisgiordania era il secondo di Zenga a Dubai: "Un giorno il presidente mi ha detto: mister prima lavoravi per gli sceicchi, ora lo sceicco sei tu"
Stefano Cusin non è un mafioso e sbuffa ogni volta che in tavola arriva la pizza. L’ultima tappa di una vita contro gli stereotipi è Hebron, Cisgiordania. La firma sul contratto con l’Ahli Al Khalil ha fatto di lui il primo allenatore italiano in Palestina. “Hebron è una città stupenda – racconta – Popoli e architetture diverse convivono tra loro, un mix che mi ricorda Tripoli qualche anno fa. Sono città complesse, di certo non basta la tv per capire simili posti: qua non sono tutti terroristi”.
Cusin è nato in Canada 47 anni fa, ha giocato tra la Svizzera e la Guadalupa, ha allenato ovunque. Il Camerun dopo Montevarchi e poi Congo, Bulgaria, Libia e tanto Medio Oriente. Le esperienze più significative della sua carriera da globetrotter sono state al fianco di Walter Zenga a Dubai e Abu Dhabi. Ora è tornato in proprio e, nonostante tre lingue fluenti e un curriculum ormai in grado di dare garanzie, ha di nuovo dato retta alla sua curiosità. “Mi trovo bene qua, la gente è generosa: la differenza tra gli Emirati e la Palestina è il lato umano” spiega. Rispetto ai grattacieli e alla “vita al top” Cusin ha scelto “un paese di contenuti”, nonostante uno stipendio di gran lunga inferiore.
“Io vivo per le soddisfazioni. Amo conoscere cose nuove e insegnare il pallone, ogni allenamento è un momento di scambio e confronto. I soldi spariscono, i semi che pianti in simili terreni a distanza di anni danno frutti: le esperienze africane mi hanno insegnato questo”. Stefano Cusin si gode il trattamento riservato dai khalili, gli abitanti di Hebron. Ogni pomeriggio uno o più inviti per bere il the, al campo la sua parola è legge. “Un giorno il presidente mi ha detto: mister prima lavoravi per gli sceicchi, ora lo sceicco sei tu. Altrove l’allenatore è diventato un comprimario, non qui”.
Una stima destinata a crescere in fretta: l’ex vice coach dell’Al Jazira è a Hebron da metà gennaio e ha già messo un trofeo in bacheca. É accaduto negli scorsi giorni, quando l’Ahli Al Khalil ha vinto la coppa di Lega. Nei 42 anni di storia della società è il primo successo. Prossimo obiettivo la West Bank League, il campionato a 12 squadre della Cisgiordania, dove il club è quinto. Gaza è a 50 chilometri di distanza, irraggiungibile. “I territori che fanno parte dello stato palestinese ospitano due tornei distinti, il nostro è più attrezzato e competitivo. La Striscia è isolata, mentre noi abbiamo tutto sommato libertà di movimento. A Hebron mi sposto tranquillamente, fuori capita di essere fermati e controllati ai posti di blocco israeliani”.
La quotidianità procede, ma il ricordo di guerra e bombardamenti è vivo come la paura che possa accadere di nuovo. Fuori dallo stadio Hussein Bin Ali di Hebron, dove i ragazzi di Cusin giocano le loro partite, uno striscione ricorda il sacrificio di Jawhar, 19 anni, e Adam, 17 anni, la cui carriera è stata interrotta a colpi di fucile in un check point in Cisgiordania. Vicende drammatiche, come quella di Mahmoud Sarsak, che dalla nazionale palestinese finì nelle carceri di Israele senza alcun processo. Il pallone può fare molto per questa terra, pensa Cusin. “In squadra ho tre ragazzi che provengono dal campionato israeliano, non tutti sono musulmani – racconta – Sei giocatori sono laureati, quasi tutti parlano inglese, viaggiano, vanno su internet: sono avanti. Dovremmo tentare di trovare nella vita di tutti i giorni l’integrazione che si realizza sul campo da calcio”.
Intanto ci si deve accontentare delle immagini di un paese unito e festoso per la storica prima volta alla Coppa d’Asia. Non è andata bene alla Palestina, tre sconfitte in altrettante sfide, ma poco conta. “Alla terza partita, nonostante l’eliminazione già certa tutti erano ancora davanti alla tv. La partecipazione alla massima manifestazione continentale è di per sé un successo, ma a Gerusalemme come a Gaza City sono consapevoli che in futuro servirà una nuova organizzazione e mezzi maggiori per andare avanti”. L’esperienza e le conoscenze tattiche di mister Stefano Cusin potranno favorire questo processo. Per quanto riguarda la prossima stagione “del doman non c’è certezza”. “Non valuto mai il passo successivo, vivo la vita con intensità giorno per giorno – conclude – Sono felice così: se pensi troppo al futuro rischi di non goderti il presente”.

.Chi lo dice che le autogestioni delle scuole siano solo vandalismi ignora il cadso di Torino, studenti in autogestione ristrutturano la scuola: “Qui cascano i muri”


 


Stiamo restaurando la nostra scuola, giusto per starci qualche altro mese e non ritrovarci sotto le macerie”. Gli studenti dell’istituto per geometri Alvar Aalto di Torino hanno iniziato lunedì un’autogestione molto particolare: fra un’assemblea e un’altra hanno iniziato a fare manutenzione “Le istituzioni non sono presenti, i muri ci cadono addosso – racconta Stefano, uno dei rappresentati degli studenti – Quest’anno ci siamo voluti mettere in campo per dare una mano alla scuola”. Ovviamente i fondi non bastano nemmeno per comprare i materiale “Quindi- spiega il prof. Eugenio Chiambretto – studenti e docenti si sono autotassati per comprare i materiali” 

                                        di Cosimo Caridi

14.2.15

Londra piange "lady Chiswick" La pianista diventata barbona


Aveva abbandonato di colpo ogni convenzione, rinunciando a tutto... solo la determinazione che discende da una lucida follia e dall'improvvisa impavidità che viene generata da una nuova condizione interiore a cui si approda può consentire di farlo. Il contrario di quello che accade oggi a tutti noi: disposti a tutto pur di mantenere le nostre comodità. Una Grande .  La  sua  storia  e  la sua  morte   d  sfatano il mit  di san valentino come  gionata   dell'amore   appiccicoso  e caramelloso     . L'amore  può  anche     fare  male  Smiley
Infatti   Pierluigi Catellani ha   riprtato     questo post  


Festa degli innamorati, se siete innamorati tornate in voi stessi, innamorarsi vuol dire disconnettere il cervello, abbiamo bisogno di amare non di innamorarci, per amare ci vuole presenza della mente. Io voglio amare consapevolmente non perdere la testa

 potrebbero interessare    per  conoscere la storia    sotto     riortata     i seguenti link 


questo il breve  flash  dell'unione sarda


E' morta Anne Naysmith, la famosa pianista che si era ridotta a vivere per strada.
Una volta era una famosa pianista, poi aveva abbandonato la carriera in seguito a una grande delusione d'amore. Anne Naysmith, che tutti a Londra Chiswick conoscevano come la "lady della macchina", perché una Ford era diventata la sua casa, è morta la notte scorsa, travolta da un camion.
Aveva studiato alla Royal Academy of Music e poi suonato i concerti di Beethoven, Debussy e Bach accanto al celebre direttore d'orchestra sir Adrian Boult. Arrivata a Chiswick, insegnava musica nelle scuole. Negli anni Settanta, però, il baratro: una storia con un corista finisce male, e lei non riesce a farsene una ragione. Non vuole più insegnare, resta senza soldi e cade in depressione. Non può più pagare l'affitto di casa e non le resta che andare a dormire nella sua macchina, rovistando nei cestini della spazzatura per trovare qualcosa da mangiare. Nel 2002, però, l'auto viene rimossa dal Comune dopo le proteste di un residente. Anne quindi resta anche senza quel giaciglio e cerca riparo nelle stazioni o negli androni dei palazzi. La notte scorsa è avvenuto l'incidente: un camion l'ha presa in pieno, uccidendola sul colpo. A darne notizia è stato un tweet della Royal Academy.


invece cercando news  in rete  per  sapere  che tipo di musica  aveva fatto  o saperne di  più sul perchè di questa  dura scelta   ecco  , oltre i sitoi inglesi  e tedeschi  che  riporto  sopra  cosa dicono  gli unici in italiani che  ho trovato

il  primo
http://donna.fanpage.it/distrutta-da-una-delusione-d-amore-vive-in-strada-per-dimenticare/


Distrutta da una delusione d’amore, vive in strada per dimenticare
Anne Naysmith era una musicista di successo, ma a causa di una delusione amorosa e di problemi finanziari è stata sfrattata ed ha abbandonato la sua passione. Ha vissuto in un relitto di una vecchia auto fino a qualche giorno fa, quando è morta sul colpo, investita da un camion.











Anne Naysmith aveva 77 anni ed è stata una delle più grandi pianiste della sua generazione. Ha studiato alla Royal Academy of Music, ha insegnato al Trinity College of Music di Londra ed è stata celebre per le sue riproduzioni di Beethoven, Bach e Debussy. Nel 1977, però, la sua vita è cambiata. Dopo aver avuto dei problemi finanziari e dopo essere stata lasciata da un uomo che le ha spezzato il cuore, è stata sfrattata dal suo appartamento e da allora non ha più avuto una casa.
Per 26 anni ha vissuto nel relitto di una vecchia ord Consul, tanto che tutti hanno cominciato a chiamarla la “car lady di Chiswick”. La delusione amorosa le ha fatto abbandonare la musica e l’ha fatta cadere in depressione. Pochi giorni fa, Anne è morta sul colpo, investita da un camion sulla High Road. Amici e vicini sono rimasti scossi alla notizia della sua scomparsa, finanzieranno il suo funerale ed hanno acceso delle candele nel posto in cui ha vissuto per molti anni. Ai negozi e alle case di Chiswick è stato chiesto di esporre sulle finestre delle rose rosse in suo onore. Nonostante l’esistenza poco convenzionale di Anne, chi la conosceva ha detto che ha mantenuto la sua dignità fino alla fine.
David Smith, un ragazzo di 31 anni di Chiswick, ha raccontato: “Era un personaggio meraviglioso. Tutti la conoscevano. Aveva l’abitudine di camminare in mezzo alla strada. Ricordo due occasioni in cui ho girato l’angolo e lei era in mezzo alla strada, sono stato costretto a fermarmi ed aspettare che attraversasse”. Anne non accettava nessun tipo di aiuto economico dai suoi amici, la sua scelta di vita era voluta e consapevole, camminava per intere giornate, come se in quel modo potesse allontanarsi dalla tristezza che la pervadeva e che non l’ha mai abbandonata dopo che quell’uomo le aveva spezzato il cuore.



Daily Mail
Media/notizie/editoria · Piace a 2.469.259 persone ·12 febbraio alle ore 16.30 ·


She lived for decades in the wreck of a 1950s Ford Consul after a man 'broke her heart'
Visualizza traduzione


Celebrated concert pianist known as Car Lady of Chiswick killed by a lorry
Anne Naysmith, 77, became known as the 'car lady of Chiswick' after being evicted from her flat in 1977 and lived in the streets around the home she missed so badly for the rest of her...
DAILYM.AI

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http://www.londonita.com/londrablog/2015/02/13/anne-naysmith-lady-chiswick/

Anne Naysmith, Lady Chiswick

Anne Naysmith by Colin Davey
Anne Naysmith by Colin Davey
‘I’ve had so many hardships in my life, so many disappointments and failures. You wouldn’t call me one of life’s successes. But life goes on. You do what you can.” ( “La vita deve andare avanti, nonostante tutto: Fai quello che puoi.”  )  Vorrei dedicare San Valentino a questo affascinante personaggio londinese dei nostri tempi. Anne Naysmith, meglio conosciuta come    “lady Chiswick“, o la Lady della macchina o degli stracci.I sopranomi si sprecavano per indicare una donna che per amore ha abbandonato tutto, la sua stessa esistenza, creandosi una vita “altra” lontano da tutto e da tutti,  sotto lo sguardo di chiunque ogni giorno poteva vederla immersa nella sua immensa povertà.Vivrà per tanti anni girovagando nel suo quartiere Chiswick, a sud ovest di Londra, come una vera barbona. Come casa utilizza la sua vecchia ford prima di venire “sfrattata” con suo grande dolore.Aveva studiato alla Royal Academy of Music, una delle scuole di musica più importanti al Mondo, e poi suonato i concerti di Beethoven, Debussy e Bachaccanto al celebre direttore d’orchestra sir Adrian Boult. Teneva concerti e insegnava musica e la sua vita era perfetta.Incontra poi, quello che per il suo cuore era l’ amore della sua vita, la sua stessa ragione di esistere. Si tratta però di uno dei tanti amori non corrisposti che lasciano solo ferite non sempre rimarginabili.Anne non se ne fa una ragione e ricolma di quell’ amore malato abbandona quella vita che tanto l’ aveva delusa.Allora aveva solo 39 anni e quindi tutto un mondo davanti. Però non era più la ragione a guidare le sue scelte: non trovava più un senso nella vita di tutti i giorni così come la intendiamo noi e decide di lasciare tutto ciò che era
apparentemente normale per vivere un’ altra esistenza, la sua , particolare, probabilmente densa di incertezze e paure ma ugualmente  dignitosa e nel suo piccolo elegante, come sempre lei era stata.Un brutto colpo in questo mondo che non capiva più . Ma la nostra Lady è un po’ come la più famosa “Lady di ferro”: quando prende una decisione non c’è niente e nessuno che può farle cambiare idea.Cambia ” abitazione” ritagliandosi dei posti che in quel momento ritiene degni di essere casa sua. Si costruisce delle specie di capanne fatte di frasche, giornali e qualsiasi cosa possa essere utile per ripararsi dal freddo delle giornate invernali.E’ ricoperta di vecchi abiti e lunghe coperte che addosso a lei assumono quasi una eleganza di altri tempi. Le scarpe sono anch’ esse fatte di stracci, giornali e  buste dell’ immondezza ma ai suoi piedi sembrano qualcosa di più di semplici ciabatte.Riesce ogni giorno a lavarsi nei bagni pubblici perchè Anne tiene alla pulizia; i vestiti e le coperte, ogni volta che può le lava in una vicina stazione di benzina.Qualche volta si ripara sotto i ponti o nelle stazioni. Mangia quello che trova tra i rifiuti e la spazzatura, insieme ai suoi amici piccioni. Non si lamenta mai perchè la provvidenza l’ ha sempre aiutata e perchè la sua è stata una scelta di vita Vive la sua vita come può ma sempre con la testa alta. Ha preso la via degli “invisibili” abbandonando il mondo così come noi lo intendiamo, per abbracciarne uno diverso ma per lei probabilmente migliore.I suoi vecchi amici giurano che da qualche parte ha parecchi soldi. Ogni tanto la vedono tra i banconi di libri e di spartiti musicali del Barbican. Solo questo spiraglio di passato, come un filo sottile, la lega al suo mondo fatto di note , di concerti, di pubblico plaudente, di bella vita mondana. Solo questo. Del vecchio mondo Lei non vuole parlare; ancora fa male quella ferita d’ Amore. Non passa mai.Ha sempre rifiutato ogni tipo di aiuto, da parte di privati o da parte dello stato che certamente non fa mancare sussidi ai bisognosi..
anneNaysmith-Londra
Avrebbe potuto avere tutto dalla vita: soldi e fama, forse anche uomini e una famiglia.
Però aveva perso quello che lei considerava la cosa più importante del mondo senza la quale la vita, quella vita, non aveva più senso di essere vissuta.
Chissà quanti San Valentino aveva immaginato e in quanti sogni rosa aveva vagato lasciandosi trasportare dalla fantasia che solo gli innamorati riescono a raggiungere.
Mi chiedo se, nonostante tutto, nella nuova vita che aveva scelto di vivere ci sia mai stato spazio per l’ amore, quello immaginato e tante volte sognato.
Mi piace credere che Anne si sia legata a un Amore più grande, fatto di Altro, un Amore per sempre che va oltre la morte per diventare qualcosa di eterno.
E’ di questi giorni la notizia che Anne Naysmith, all’ età di 78 anni, è morta, investita da un auto mentre percorreva le strade del suo meraviglioso mondo.

San Valentino, la festa degli innamorati,  lo dedico a Lei e a tutte le persone che hanno vissuto o vivono un amore non corrisposto e un Amore Diverso.Vi Lascio con queste due bellissime poesie di Percy Bysshe Shelley, uno dei poeti romantici inglesi per eccellenza, idealista, anticonformista, spesso denigrato dai suoi stessi contemporanei per la sua visione di un Amore Universale.

Le dedico a Anne, al mio amore Francesca e a tutti gli Innamorati di qualcuno, di qualcosa, della Vita, del Creato …..
Le fonti si confondono col fiume
i fiumi con l’Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo è celibe
e tutto per divina
legge in una forza
si incontra e si confonde.
Perché non io con te?
Vedi che le montagne baciano l’alto
del Cielo, e che le onde una per una
si abbracciano. Nessun fiore-sorella
vivrebbe più ritroso
verso il fratello-fiore.
E il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della Luna baciano il mare.
Per che cosa tutto questo lavoro tenero
se tu non vuoi baciarmi?
non sono  più      che altro dire     se  non buon san valentino a tutti\e 

  

18 magistrati impegnati per il piccione ucciso Già sei gradi di giudizio per la vicenda del volatile colpito col fucile ad aria compressa da un lega

Se oltre a lamentarci di quella  che ormai è diventata  una ciampanella\e   della  giustizia  italiana  , eviteremo di fare   come la storia  che riporto  li sotto ,  cause  per  questioni di lana  caprina o   quanto meno  di cercare  cavilli o azzeccagarbugli  anziché pur  di non  accettare regole e  pene  , forse la  giustizia    inizierà a migliorare 

da  oknews  che  riporta  un articolo del corriere del sera  del 13\2\2015 


di Giuseppe Guastella 
Il                                      Tribunale di Milano(Fotogramma)

Per quasi 5 anni 18 magistrati si sono occupati della morte di un piccione in un andirivieni di processi che è la dimostrazione lampante di come la giustizia italiana possa riuscire a perdere tempo pestando acqua in assurdi bizantinismi. E non è ancora finita. Tutto comincia il 6 giugno 2010 quando un avvocato di 50 anni si affaccia ad una finestra della sua villetta nella zona est di Milano e con un colpo di fucile ad aria compressa centra un piccione che cade morto nel cortile del palazzo a fianco. I vicini, secondo i quali da due anni l’avvocato sparava agli uccelli, chiamano i Carabinieri. 
Ai militari che bussano alla villetta si presenta un uomo «in palese stato di ebbrezza alcolica», scrivono nel verbale firmato in quattro, che dice di avere sparato perché anni prima suo figlio si era ammalato ed era «entrato in coma a causa di uno di questi volatili». Per rimuovere la carcassa dell’animale deve intervenire un mezzo speciale del Comune. Uccisione di animali con crudeltà e «getto pericoloso di cose» (il proiettile) in luogo privato di uso altrui, recita l’accusa formulata dal pm della Procura al gip Bruno Giordano, che quattro mesi e mezzo dopo il fatto emette un decreto penale condannando il reo confesso a ottomila euro di multa. L’imputato non ci sta, si oppone e chiede di essere giudicato con il rito abbreviato. Per quei reati la prescrizione è di cinque anni. I primi due vanno via ancor prima che il fascicolo arrivi sul tavolo del giudice Andrea Ghinetti che il 6 marzo 2012, su richiesta di un secondo pm, condanna l’avvocato a un mese e 20 giorni di arresto con la condizionale. 
La cosa potrebbe finire qui, ma anche stavolta lo sparatore non si ferma e, avvalendosi di ogni suo diritto, fa appello perché, sostengono i suoi due difensori, le prove erano insufficienti, nessuno ha
visto sparare, i Carabinieri non hanno «redatto un verbale per constatare lo stato del piccione» e, poi, chi l’ha detto che l’uccello è stato ucciso dal proiettile? Non potrebbe essere che si è fatto male da solo andando a sbattere contro un ramo? E «se fosse davvero morto per cause naturali?». E la confessione? «Inutilizzabile» perché resa senza la presenza di un avvocato. 
Il processo d’appello (tre giudici e un sostituto procuratore generale per l’accusa) l’ 8 ottobre 2012 conferma la condanna dopo aver analizzato il caso da capo a piedi. Neppure questo basta a far desistere gli avvocati che spostano la battaglia in Cassazione. La prescrizione continua a correre. 
Bisognerà aspettare 16 mesi prima di sapere cosa 5 giudici della terza sezione penale rispondono al pm che, manco a dirlo, chiede la conferma della condanna. Gli ermellini approfondiscono anche loro il caso, quasi ci si appassionano. Vergano tre pagine di motivazioni che confermano come al solito la condanna. Ma attenzione, solo per l’uccisione dell’animale rimandando indietro la questione del «getto pericoloso» perché non era stata sufficientemente motivata dall’Appello. Si torna a Milano il 30 gennaio 2015, Corte d’appello, sezione quarta. Il ricordo del piccione continua a vivere solo nelle aule di giustizia. Tre giudici e il sostituto pg Gaetano Amato Santamaria, che con tutti gli altri che li hanno preceduti fanno la bellezza di 18 magistrati con i quali hanno lavorato qualche decina di cancellieri e impiegati, per l’ennesima volta analizzano la sorte dell’animale finendo perfino a disquisire se il «getto» potesse riguardare la caduta «del corpo stesso del piccione ferito e agonizzante precipitato tra le persone» e non il pallino che lo ha trapassato ad un’ala. Sentenza confermata di nuovo anche per il secondo reato. Ci vorrebbero 30 giorni per le motivazioni, ma il presidente Francesca Marcelli le deposita il 10 febbraio. 
Il gong finale della prescrizione suonerà a giugno 2015, ma c’è ancora la possibilità di un ricorso in Cassazione: altri sei magistrati. Resta la condanna definitiva per il primo reato, ammesso che ci sia un magistrato dell’esecuzione che tra i fascicoli che gli sommergono l’ufficio abbia anche lui tempo da dedicare al povero piccione e al suo uccisore.


Ti mettono i bastoni tra le ruota pure se vuoi fare del bene al prossimo specie se non sei di quelle filo governative


Ti mettono i bastoni tra le ruota pure se vuoi fare del bene al prossimo

da Redazione di Romaeasy sezione  Salute

Se oggi vi raccontassimo che 2 persone hanno ideato una grande iniziativa di solidarietà che vuole dare un tetto a chi non ce l’ha, senza gravare di un solo centesimo né sulle Istituzioni, né sulla collettività, voi come reagireste? No, non si tratta di una burla, ma di qualcosa di reale, pronto in realtà già da un anno, ma che per le lungaggini burocratiche del nostro Paese ancora non ha potuto vedere la luce.
Strano Paese il nostro, dove le truffe e le illegalità trovano vita facile, mentre la burocrazia “s’impegna” al 100% a rallentare involontariamente progetti benefici come quello messo in piedi da Fernando Barone e Fernando Ragazzoni, e che porta il nome di Associazione Pro Tetto. Attraverso il recupero di locali e palazzine in disuso appartenenti a enti pubblici o a normali privati, l’Associazione Pro Tetto s’impegna a ristrutturale tali spazi, e ad offrirli gratuitamente ai poveri, alle famiglie a reddito 0, ai clochard, ed a tutti i senza tetto del nostro Paese, partendo da quelli di Milano, città di nascita dei due fondatori del progetto, che vorrebbero sfruttare l’Expo 2015 per far ricordare per una volta l’Italia come protagonista di qualcosa di positivo, in concomitanza con un evento di tale importanza.
Non solo, allo Stato, agli enti locali ed ai soggetti privati proprietari di questi siti, verrebbe corrisposto, sempre dall’associazione, un regolare affitto. E cosa stiamo aspettando ancora? I tempi della burocrazia italiana, nonostante l’iniziativa sia sostenuta dal Comune di Milano, Amsa, Caritas, Curia (nelle persone del Cardinale Scola e del Monsignor Bressan), associazioni varie, aziende e privati.
Un’iniziativa del genere creerebbe poi solo a Milano 250 nuovi posti di lavoro, con l’auspicio di aumentarne il numero via via che questo progetto si espanderà nel resto dello Stivale.
AIUTIAMOLI nel farli partire! Non chiedono soldi, ma solo la possibilità di iniziare ad aiutare gli altri! E’ questo il secondo inverno che molti senza tetto avrebbero potuto passare al caldo, senza la lentezza della nostra macchina burocratica.
http://www.comunicareilsociale.it/author/pro-tetto/

COSE DA VEDERE IN SARDEGNA: REBECCU, IL PAESE FANTASMA

da http://sardegnaremix.com



Rebeccu_(1)

Rebeccu è una frazione del comune di Bonorva, in provincia di Sassari da cui dista circa sei chilometri. Il centro abitato è situato a metà del costone del monte Cuccuru de Pischinas, a circa 408 metri di altezza, quasi a dominare dall’alto la piana di Santa Lucia

RebeccuIn passato, durante l’epoca giudicale,Rebeccu fu un centro importante del Meilogu, poi pestilenze e carestie ne causarono la decadenza. Oggi fa parte di quei suggestivi luoghi abbandonati della Sardegna ma ricchi di fascino: antico, misterioso, disabitato … e con una maledizione che lo condanna in eterno.Rebeccu è un paese che si può definire fantasma. O quasi, visto che un abitante c’è ancora. Uno solo, però Un paese che venne maledetto, secondo una leggenda, quella delle trenta case, lanciata dalla principessa Donoria, figlia del Re Beccu, che viveva nel castello, cacciata dal paese perché ritenuta una strega. Dopo aver lanciato la maledizione secondo cui il paese non avrebbe mai più superato le 30 case, sul centro abitato arrivò il flagello della malaria e la fuga dei suoi abitanti. La maggioranza fondò Bonorva, i pochi rimasti riedificarono Rebeccu sul ripiano del monte, senza osare costruire mai più di 30 abitazioni, temendo che in caso contrario crollasse tutto il paese. Sono diverse le leggende che riguardano Rebeccu. Una narra che proprio qui ci fosse il castello dove si sposò Eleonora d’Arborea con Brancaleone Doria.Oggi Rebeccu è un piccolissimo borgo, affascinante e suggestivo, che merita una visita . Le stradine sono state restaurate e c’è persino un ristorante tipico che quasi sembra prendere vita di notte e si riempie di clienti. Oggi è sede di alcune manifestazioni, tra cui il Rebeccu Film Festival. Per il resto del tempo è proprio un paesino abbandonato, dove si respira però l’odore affascinante del mistero. A solo 300 metri metri dal borgo si può anche visitare la fonte sacra prenuragica di Su Lumarzu, ben conservata, e i ruderi del cimitero sconsacrato.Insomma, se vi piacciono i luoghi abbandonati, misteriosi ma allo stesso tempo decisamente suggestivi e ricchi di fascino, Rebeccu è un paesino che dovete assolutamente andare a vedere.


autunno

C’è un momento in cui tutto riparte, ma senza effetti speciali. Niente fuochi d’artificio, niente musica in sottofondo, nessun countdown, ne...