Ne ho la certezza . La. Vita. È. Imprevedibile e che << la vita non è perfetta; le vite nei film sono perfette! Belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, mai! >> cit. film. radio freccia di Ligabue. .
Infatti come. dice anche. la. stessa poesia ed la discussione cita. sotto. La vita è un concetto straordinariamente complesso che può essere definito attraverso diverse lenti: biologica, fisica, filosofica e personale. Non esiste una singola definizione universalmente accettata, ma piuttosto una serie di prospettive che cercano di catturarne l’essenza.
Infatti. La vita è un concetto straordinariamente complesso che può essere definito attraverso diverse lenti: biologica, fisica, filosofica e personale. Non esiste una singola definizione universalmente accettata, ma piuttosto una serie di prospettive che cercano di catturarne l'essenza. Ecco quali con degli url suggeritimi. della. IA
1. La prospettiva Biologica In biologia, la vita è intesa come la condizione propria degli organismi che manifestano caratteristiche specifiche: Metabolismo: La capacità di trasformare energia e nutrienti dall'ambiente per mantenere la propria struttura. Riproduzione ed Ereditarietà: La capacità di generare nuovi individui trasmettendo informazioni genetiche tramite il DNA. Omeostasi: Il mantenimento di un equilibrio interno stabile nonostante i cambiamenti esterni. Evoluzione: La NASA definisce sinteticamente la vita come un "sistema chimico autosufficiente capace di evoluzione darwiniana".
2. La prospettiva Fisica e Termodinamica I fisici, come Erwin Schrödinger nel suo celebre saggio "Che cos'è la vita?", vedono la vita come un sistema che contrasta l'entropia (il disordine). Mentre l'universo tende naturalmente al caos, gli esseri viventi mantengono un alto grado di ordine interno nutrendosi di "entropia negativa" dall'ambiente circostante.
3. La prospettiva Filosofica ed Esistenziale La filosofia distingue spesso tra diversi modi di intendere l'esistere Zoé: Il principio biologico della vita comune a tutti i viventi. Bíos: La vita vissuta, ovvero il modo in cui un individuo o una società trascorre il proprio tempo (es. vita politica, contemplativa). Senso della vita: Molte correnti filosofiche e spirituali vedono la vita come un dono, un progetto di realizzazione individuale o una costante ricerca di significato.
4. La prospettiva Comune Nel linguaggio quotidiano, la vita è semplicemente lo spazio temporale compreso tra la nascita e la morte, caratterizzato dall'insieme delle esperienze e dei fatti che formano l'esistenza di un individuo. In sintesi, la vita è un fenomeno che emerge dalla materia ma che sembra andare oltre la semplice somma delle sue parti chimiche, manifestandosi come un sistema organizzato, dinamico e in continua evoluzione.
La. discussione. avuta. con IA e il mio grillo parlante. mi fa. nuovamente porre la. domanda. che. avevo smesso. credendo di avere trovato in maniera definitiva la risposta : << a che serve vivere se poi dobbiamo morire ? >>
domanda delle domande", quella che i più grandi pensatori si pongono da millenni. Se la fine è certa, che senso ha il percorso? Non c’è una risposta unica, ma diverse prospettive che possono aiutare a cambiare il modo di guardare la questione:
1. La bellezza del "Finito" Pensiamo a a un concerto, a un tramonto o a una cena con gli amici , ecc : hanno valore proprio perché non durano per sempre. Se un film o in lib non finisse mai, diventerebbe noioso e perderebbe di significato. La finitezza è ciò che rende ogni momento prezioso e ci spinge a dare importanza alle nostre scelte.
2. La prospettiva del "Contributo" Molti trovano, a volte,anch'io , un senso nel lasciare un'impronta. Non deve essere per forza un'opera d'arte famosa; può essere l'educazione data a un figlio, un gesto gentile verso uno sconosciuto o il modo in cui abbiamo influenzato chi ci sta intorno. Viviamo attraverso l'impatto che abbiamo sugli altri.
3. L'Esistenzialismo: il senso lo crei tu Filosofi come Jean-Paul Sartre sostenevano che la vita non ha un senso "preconfezionato". Siamo noi gli architetti della nostra esistenza. Se la vita di per sé è un foglio bianco, il fatto che finisca non rende inutile il disegno; al contrario, ci dà la libertà (e la responsabilità) di scriverci sopra ciò che vogliamo.
4. Il piacere dell'Esperienza
Dal punto di vista biologico e sensoriale, vivere serve a... vivere. Provare emozioni, sentire il calore del sole, gustare un cibo, imparare qualcosa di nuovo. La vita non è un problema da risolvere, ma un'esperienza da attraversare. Il "fine" della vita è il viaggio stesso, non il traguardo.
5. La prospettiva Scientifica
Siamo un modo in cui l'universo osserva se stesso. Per un brevissimo istante cosmico, degli atomi si sono uniti per formare te, permettendoti di essere cosciente della vastità dello spazio e del tempo. È un privilegio raro e incredibile, a prescindere dalla sua durata.
In breve: vivere non serve a "raggiungere" la morte, ma a dare un significato al tempo che c'è nel mezzo.
Infatti ancora non ho risposta precisa e definitiva e
Voglio trovare un senso a questa situazione
Anche se questa situazione un senso non ce l'ha
Voglio trovare un senso a questa condizione
Anche se questa condizione un senso non ce l'ha
[...]
Domani arriverà
Domani è un altro giorno: arriverà
e qui concludo con questa famosissima. canzone di Vasco Rossi. un classico nella canzone. italiana
There’s a feeling more and more people experience when looking at art today.
It doesn’t matter if it’s a painting, a sculpture, or a digital project: everything seems, in some way, familiar. It’s not boredom. It’s not a lack of attention, but something more subtle.It’s the constant feeling of having seen it all before. You scroll through images, exhibitions, installations. The details change, the colors change, but the impression remains: nothing is truly new. And at that point, an inevitable question arises.
Has art lost its originality? The truth is that perhaps originality, as we imagine it, has never really existed. Already in the last century, artists like Marcel Duchamp challenged this idea. Taking a common object and transforming it into art didn’t mean creating something new, but changing the way we look at it. Shortly thereafter, Andy Warhol constructed an entire visual language from images already present in mass culture, repeating them until they became iconic.Ultimately, art has always worked this way: it doesn’t emerge from a void, but from what already exists.What has changed today is speed and quantity. We live immersed in a constant flow of images. Aesthetics return cyclically; the 1990s and 2000s are continually revisited, reinterpreted, and relaunched. Every artist works within this system, consciously or not.
Michelangelo studia le fortificazioni di S. Miniato di Muzzi
Creating something completely new in such a saturated world is becoming increasingly difficult. And then there’s another element, perhaps the most influential: algorithms. Digital platforms show us content similar to what we’ve already seen, they push what works, and reward what’s recognizable. It’s an effective mechanism, but it has a specific consequence: it tends to make everything more uniform. Thus, without realizing it, we begin to see the same ideas repeat themselves, the same styles emerge, the same visual solutions dominate. It’s not a crisis of talent. It’s a transformation of context. At this point, however, the question changes. It no longer makes sense to ask whether something is truly original. Perhaps it’s more interesting to understand what an artist manages to do with what already exists.Even figures like Pablo Picasso didn’t start from scratch. They absorbed influences, transformed them, and took them elsewhere. Originality didn’t lie in the absence of references, but in the ability to rework them.Perhaps we’re not witnessing the end of art, nor a loss of creativity. Perhaps we’re simply letting go of a romantic idea: that of the artist as an isolated genius who invents from nothing.
Enrico Pollastrini, Michelangelo scopre al pubblico la statua del David, 1863, olio su tela, Viareggio, Istituto Matteucci
In its place, something different is emerging. A more connected and more layered way of creating. In a world where everything seems already seen, the real point is no longer to surprise with something completely new. It’s about taking what exists and transforming it into something that, even for a moment, can still stop us.And then there’s the issue of patrons: they too have changed, and radically. While once upon a time, people invested in young talent by placing their trust in them, today those with money already buy works by famous artists as a safe investment. More and more often, those with tons of money prefer to invest in something that yields additional immediate profits: hotels, restaurants, and other potentially profitable businesses. With the market so radically changed, the way of making art inevitably changes as well.Are the artists of the past gone? Nor are the patrons of the past, willing to invest in the training of very young artists who showed some talent in
sculpture, painting, or even music, anymore.
For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti bids you farewell and says he’ll see you in future posts and on social medi
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C’è una sensazione che sempre più persone provano guardando qualcosa di artistico oggi. Non importa se si tratta di un quadro, una scultura o un progetto digitale: sembra tutto, in qualche modo, familiare. Non è noia. Non è mancanza di attenzione ma qualcosa di più sottile. È la percezione continua di aver già visto tutto.
Michelangelo studia le fortificazioni di S. Miniato di Muzzi
Scorri immagini, mostre, installazioni. Cambiano i dettagli, cambiano i colori, ma l’impressione resta: niente è davvero nuovo. E a quel punto nasce una domanda inevitabile. L’arte ha perso la sua originalità? La verità è che forse l’originalità, così come la immaginiamo, non è mai esistita davvero. Già nel secolo scorso, artisti come Marcel Duchamp avevano messo in crisi questa idea. Prendere un oggetto comune e trasformarlo in arte non significava creare qualcosa di nuovo, ma cambiare il modo in cui lo si guarda. Poco dopo, Andy Warhol ha costruito un intero linguaggio visivo partendo da immagini già presenti nella cultura di massa, ripetendole fino a renderle iconiche.
In fondo, l’arte ha sempre funzionato così: non nasce dal vuoto, ma da ciò che esiste già. Quello che è cambiato oggi è la velocità e la quantità. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini. Le estetiche ritornano ciclicamente, gli anni ’90 e 2000 vengono continuamente ripresi, reinterpretati, rilanciati. Ogni artista lavora dentro questo sistema, consapevolmente o meno. Creare qualcosa di completamente nuovo, in un mondo così saturo, diventa sempre più difficile. E poi c’è un altro elemento, forse il più influente: gli algoritmi. Le piattaforme digitali ci mostrano contenuti simili a quelli che abbiamo già visto, spingono ciò che funziona, premiano ciò che è riconoscibile. È un meccanismo efficace, ma ha una conseguenza precisa: tende a rendere tutto più uniforme. Così, senza accorgercene, iniziamo a vedere le stesse idee ripetersi, gli stessi stili emergere, le stesse soluzioni visive dominare. Non è una crisi di talento. È una trasformazione del contesto.
Michelangelo a Venezia è accolto dai delegati del Doge e del Senato Valerio Marucelli
A questo punto, però, la domanda cambia. Non ha più senso chiedersi se qualcosa è davvero originale. Forse è più interessante capire cosa un artista riesce a fare con ciò che già esiste.
Anche figure come Pablo Picasso non partivano da zero. Assorbivano influenze, le trasformavano, le portavano altrove. L’originalità non stava nell’assenza di riferimenti, ma nella capacità di rielaborarli.
Forse non stiamo assistendo alla fine dell’arte, né a una perdita di creatività. Forse stiamo semplicemente lasciando andare un’idea romantica: quella dell’artista come genio isolato che inventa dal nulla.
Al suo posto sta emergendo qualcosa di diverso. Un modo di creare più connesso e più stratificato. In un mondo in cui tutto sembra già visto, il vero punto non è più sorprendere con qualcosa di completamente nuovo. È riuscire a prendere ciò che esiste e trasformarlo in qualcosa che, anche solo per un momento, riesce ancora a fermarci.
Enrico Pollastrini, Michelangelo scopre al pubblico la statua del David, 1863, olio su tela, Viareggio, Istituto Matteucci
E poi c’è la questione dei committenti: anche loro sono cambiati e in modo radicale. Se un tempo si investiva sul giovane talento dandogli fiducia, oggi chi ha soldi compra già opere di artisti celebri come investimento sicuro. Sempre più spesso poi, chi ha danaro a palate, preferisce investire in qualcosa che gli dia ulteriori profitti immediati: alberghi, ristoranti e altre attività potenzialmente redditizie. Con un mercato è così radicalmente cambiato, anche il modo di fare arte inevitabilmente cambia. Non ci sono più gli artisti di un tempo?Nemmeno ci sono più i committenti di un tempo, disposti a investire nella formazione di giovanissimi ragazzi che mostravano una qualche virtù nella scultura, nella pittura ma anche nella musica.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
Sempre più spesso poi, chi ha danaro a palate, preferisce investire in qualcosa che gli dia ulteriori profitti immediati: alberghi, ristoranti e altre attività potenzialmente redditizie. Con un mercato è così radicalmente cambiato, anche il modo di fare arte inevitabilmente cambia.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
I giovani di oggi non lo sanno, ma fino agli anni ’80 e ’90, sia sui treni veloci che su quelli lenti, c’erano dei veri e propri salotti con una porta scorrevole. Bisogna. precisare però che non tutti i treni avevano scompartimenti, ma sono stati lo standard predominante nei treni a lunga percorrenza in Italia fino agli anni '80 e '90. Le carrozze erano spesso divise in piccoli salotti chiusi da porte, con corridoio laterale, creando un'atmosfera condivisa e un'esperienza di viaggio tipica.Ecco. da Aimode alcuni dettagli sul loro utilizzo:
Diffusione: Erano comuni su treni a lunga percorrenza ed espressi, mentre i treni locali o regionali avevano spesso configurazioni a sala aperta. Esperienza: Gli scompartimenti offrivano maggiore privacy o, al contrario, intensa socializzazione tra sconosciuti. Evoluzione: Con il tempo, le carrozze a scompartimenti sono state sostituite da configurazioni a sala aperta ("open coach") più moderne, funzionali e facili da pulire. Oggi: Gli scompartimenti sono ormai rari nei treni diurni moderni, rimanendo comuni quasi esclusivamente nei vagoni cuccette o carrozze letto notturne.
Comunque nel caso dei treni con scompartimento una volta chiusa, ti isolava completamente dal resto del mondo. Questi salotti potevano ospitare sei poltrone o sei poltroncine, a seconda che si viaggiasse in prima o seconda classe.
La cosa bella di quelle carrozze divise in scompartimenti-salotti era che si faceva subito amicizia. Era impossibile non farla. Lo scompartimento era una piccola proiezione di casa propria dove la regola era l’incontro casuale con persone sempre nuove. Chi ti sedeva a fianco o di fronte immancabilmente dopo le prime parole ci si presentava e ci si conosceva. Quel piccolo salotto dotato di una finestra sui panorami più belli e più diversi diventava un vero e proprio confåessionale. Qualcosa di inevitabile spingeva a farlo. Ciascuno, dopo la presentazione, spontaneamente oltre a confidare i motivi del viaggio raccontava esperienze della propria vita. Fatti che nessuno aveva chiesto di raccontare ma che, si vedeva, si provava piacere nel raccontare. Capite? Una persona che minuti prima era un perfetto sconosciuto, diventava così un vecchio amico che con piacere non vedeva l’ora di raccontarsi. Nessuno si sottraeva a quel piacere. Tanto grande era la magia di quel salottino viaggiante.
Ora dopo questa premessa veniamo al post vero e proprio .
Essa è Una scelta, come evidenziato nel titolo, questa accaduta in Sicilia dove per un giovane di 17 anni autore di un reato grave, la comunità Comu.Casa che lo aveva in affidamento, d’accordo con i servizi sociali e con il parere positivo del magistrato, ha scelto il lavoro nel monastero delle Clarisse di Biancavilla. Qui, una volta a settimana si occupa di giardinaggio e manutenzione
Carcere e clausura: due condizioni che si assomigliano per la presenza delle sbarre e l’estraniamento dal mondo, ma se nel primo caso la privazione della libertà è imposta dall’esterno come una punizione, nel secondo è, all’esatto opposto, una scelta personale di libertà. Da questa riflessione e da un incontro con le clarisse del monastero di Biancavilla, in provincia di Catania, tra le quali vive suor Cristiana Scandura, figura ben nota della Pastorale penitenziaria, è maturata la decisione di mandare ogni sabato mattina un ragazzo di 17 anni, autore di un reato grave, a lavorare in convento. “L’idea all’inizio è stata vista naturalmente con curiosità – racconta ai media vaticani Simona Marciano, l’educatrice della comunità che si occupa del giovane – ma abbiamo ricevuto il sostegno di tutti e si sta rivelando un’esperienza positiva di vita”.
Ascolta l'intervista con Simona Marciano:
L’istituto della messa alla prova L'istituto giuridico della "messa alla prova", particolarmente presente nel campo della giustizia minorile e di comunità, è capace di interrompere il processo penale e sostituirlo con un programma riabilitativo che, se portato a termine positivamente, può evitare la condanna, in considerazione anche della giovane età dell’autore del reato. “In genere questi ragazzi vengono arrestati in flagranza di reato e affidati a comunità come la nostra. Vengono improvvisamente privati della libertà e degli affetti e questo genera frustrazioni: da qui l’idea di mettere questi sentimenti a confronto con quelli di chi vive questo ritiro dal mondo volontariamente, per scelta: per questi ragazzi è uno choc”, spiega ancora l’educatrice che ci racconta questa storia a tutela della privacy del ragazzo che, essendo minorenne, non può parlarne direttamente.
Il primo contatto tra il ragazzo protagonista di questa storia e le religiose in clausura avviene il 26 dicembre, in occasione di un pranzo di Santo Stefano organizzato proprio da suor Cristiana e dalle sue consorelle: “Era un’occasione di festa, dominata dalla meraviglia sia da parte dei nostri giovani che non conoscevano questa realtà, sia delle suore, evidentemente non abituate ad avere ospiti – racconta ancora Marciano – e in questa occasione è stata comunicata la decisione. Certamente il giovane era curioso, affascinato di poter entrare in un luogo dove nessuno entra, inoltre è anche un ragazzo che sta facendo un percorso di fede, sempre presente alla Messa e alle attività che proponiamo con la parrocchia”. Così, per il 17enne, il giardino del convento dove lavora ogni sabato, è pian piano diventato il luogo dell’anima.
da quel che ho letto
Carcere e clausura possono parlare . Infatti Il bilancio di questa esperienza è, sempre secondo l'articolo , molto positivo e secondo l’educatrice è un modello replicabile anche altrove: “Si tratta di un’occasione in cui ci si mette a confronto con la profondità della propria anima – conclude – il ragazzo si sta rendendo conto di riuscire a guardarsi dentro, di riuscire a stare in silenzio, che quel silenzio non pesa, che l’attesa può essere gioia e non perdita di tempo, che il tempo vuoto che abbiamo a disposizione non deve per forza essere riempito. Sta imparando che è bello ‘stare’ e riconoscersi in quello stare, accompagnati da persone che possono arricchirci, anche indipendentemente dal proprio percorso di fede” . E non solo aggiungo io
«Mi chiamano il mago degli yacht, a 38 anni disegno barche per miliardari». Chi è l'architetto romano e quanto guadagna Alessandro Rosi
Lo chiamano il "mago degli yacht". Lui è Stefano Vafiadis, 38enne romano con madre italiana e padre greco. A soli 25 anni la rivista leader mondiale nel settore della nautica, Boat International, lo ha nominato "Giovane Designer dell'Anno". Chi usa le sue creazioni? «Nel mondo dello sport ci sono atleti che affittano le barche che disegniamo per altri».
Nato a Roma?
«Sì, sono romano doc. Ho studiato al liceo Massimo all'EUR (ndr, lo stesso di Mario Draghi) e poi ho scelto Roma Tre come Università».
Lavora assieme a suo padre?
«Lui è stato il grande maestro, mi ha formato tantissimo. È stata (ed è ancora) una figura fondamentale. Ha iniziato negli Stati Uniti disegnando delle ville per personaggi importanti. Poi uno di questi gli propose di fare una barca di 50 m, che all'epoca era come se oggi fosse di 80, quindi un'imbarcazione per l'epoca molto grande che si chiamava Gran Mother. Questa barca ebbe molto successo e da lì è diventato uno yacht designer. Il suo studio è diventato un punto di riferimento soprattutto negli anni Novanta e Duemila quando il mercato è esploso».
Quando ha iniziato a lavorare con lui?
«Io sono entrato nel 2012, appena mi sono laureato. Dopo una breve esperienza londinese ho deciso di tornare».
Quando è arrivato il successo?
«Nel 2013 ho vinto lo Young Designer of the Year, che ha catapultato la mia carriera in avanti, anche perché non ho partecipato con il nome di famiglia ma con il cognome di mia madre».
E perché?
«Per non essere associato allo studio e avere un giudizio totalmente imparziale».
Dopo quel premio è arrivato il soprannome "mago degli yacht".
«Faccio del mio meglio, a me piace tantissimo disegnare, proprio nel vero senso della parola. Ancora faccio molte cose a mano e ho tutti i miei curvilinei, le righe e sicuramente quello è un valore aggiunto, perché pochi altri lo fanno oggi. Peraltro molte barche le facciamo su misura, e quindi c'è uno stretto contatto con il cliente».
Chi sono i vostri clienti?
«Tutte persone di grandissimo spessore, che hanno delle storie importanti di vita ma anche economiche. E quindi si crea questo legame molto bello e spesso questi clienti sono anche molto creativi, quindi si va a potenziare tutto un processo che poi porta alla realizzazione di questi oggetti unici che rispecchiano la loro personalità».
Prendete le misure agli armatori e poi disegnate l'imbarcazione, come dei "sarti" degli yacht.
«Ci occupiamo anche di dove dormono, arriviamo a un livello di personalizzazione molto elevato. Curiamo qualsiasi loro gesto quotidiano».
E le richieste più strane quali sono state?
«Una molto particolare, sicuramente, è stata quella di avere un simulatore di assenza di gravità. Dentro lo yatch da 150 m abbiamo dovuto inserire quindi un cilindro di quasi 10 m di altezza. È uno strumento che adopera la NASA, che simula qui sulla Terra l'assenza di gravità per avere questa esperienza su una barca».
Voleva stupire gli ospiti, immagino, con un'esperienza particolare.
«Sì, perché lui è un amante degli sport estremi, di tutte queste attività. Fa parte un po' delle sue passioni».
Lavorate per privati o anche per istituzioni?
«I nostri clienti sono gli armatori privati, ma ci chiamano anche i cantieri. E qui in Italia lavoriamo molto con Baglietto, che è uno dei più antichi cantieri d'Italia e si trova a La Spezia. Con loro abbiamo un rapporto molto proficuo».
Che tipo di lavori ha realizzato?
«Ho disegnato per loro un'imbarcazione di 40 m che ha avuto uno straordinario successo, sopra ogni aspettativa onestamente. E di questa imbarcazione ne sono state costruite 14, che per una barca così grande, così speciale, è un traguardo straordinario».
Come si chiama?
«Si chiama Baglietto 133 Dom. E Dom sta appunto per Domus, si ha l'impressione di essere all'interno di una residenza. Ma il progetto è quello di avere una barca con delle linee esterne molto automotive, molto scultorea. Una bella autovettura del mare. Un'imbarcazione contemporanea, molto voluminosa, di 40 m. Ha poi anche una piscina a poppa che è a scomparsa: premendo un bottone compare una piscina».
Quanto ci vuole per disegnare una nave del genere?
«Quando si ha una piattaforma ingegneristica già sviluppata, in due anni e mezzo si riesce ad avere una barca. Altrimenti si va verso circa tre anni e mezzo. Mentre nei progetti full custom, quindi totalmente su misura, che spesso si fanno per barche più grandi di 80-90 m, i tempi sono di 3 anni, perché bisogna anche sviluppare lo scafo, le compartimentazioni e tutto il resto».
Ma quanto costa farsi disegnare una barca?
«Il costo si valuta in base al volume e poi anche quello che si vuole a bordo, che è fondamentale. Noi siamo uno studio di architettura e non di ingegneria, quindi ci occupiamo dello stile del layout, del rapporto con gli armatori e con i cantieri. Siamo un po' come dei direttori d'orchestra che gestiscono un po' tutte le parti coinvolte».
Per una vostra nostra consulenza, quindi, è lecito immaginare che ci vogliano centinaia di migliaia di euro per grandi imbarcazioni (ad esempio una da 40 m).
«Dipende un po' dagli accordi che si prendono. Comunque sì, il prezzo lo stabiliamo con il cliente di volta in volta a seconda delle richieste».