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12.4.26

The End of Originality: Why All Art Seems Already Seen - La fine dell’originalità: perché oggi tutta l’arte sembra già vista



There’s a feeling more and more people experience when looking at art today.
It doesn’t matter if it’s a painting, a sculpture, or a digital project: everything seems, in some way, familiar. It’s not boredom. It’s not a lack of attention, but something more subtle.It’s the constant feeling of having seen it all before. You scroll through images, exhibitions, installations. The details change, the colors change, but the impression remains: nothing is truly new. And at that point, an inevitable question arises.
Has art lost its originality? The truth is that perhaps originality, as we imagine it, has never really existed. Already in the last century, artists like Marcel Duchamp challenged this idea. Taking a common object and transforming it into art didn’t mean creating something new, but changing the way we look at it. Shortly thereafter, Andy Warhol constructed an entire visual language from images already present in mass culture, repeating them until they became iconic.Ultimately, art has always worked this way: it doesn’t emerge from a void, but from what already exists.What has changed today is speed and quantity. We live immersed in a constant flow of images. Aesthetics return cyclically; the 1990s and 2000s are continually revisited, reinterpreted, and relaunched. Every artist works within this system, consciously or not.
Michelangelo studia le fortificazioni di S. Miniato di Muzzi

Creating something completely new in such a saturated world is becoming increasingly difficult. And then there’s another element, perhaps the most influential: algorithms. Digital platforms show us content similar to what we’ve already seen, they push what works, and reward what’s recognizable. It’s an effective mechanism, but it has a specific consequence: it tends to make everything more uniform. Thus, without realizing it, we begin to see the same ideas repeat themselves, the same styles emerge, the same visual solutions dominate. It’s not a crisis of talent. It’s a transformation of context. At this point, however, the question changes. It no longer makes sense to ask whether something is truly original. Perhaps it’s more interesting to understand what an artist manages to do with what already exists.Even figures like Pablo Picasso didn’t start from scratch. They absorbed influences, transformed them, and took them elsewhere. Originality didn’t lie in the absence of references, but in the ability to rework them.Perhaps we’re not witnessing the end of art, nor a loss of creativity. Perhaps we’re simply letting go of a romantic idea: that of the artist as an isolated genius who invents from nothing.


Enrico Pollastrini, Michelangelo scopre al pubblico la statua del David, 1863, olio su tela, Viareggio, Istituto Matteucci

In its place, something different is emerging. A more connected and more layered way of creating. In a world where everything seems already seen, the real point is no longer to surprise with something completely new. It’s about taking what exists and transforming it into something that, even for a moment, can still stop us.And then there’s the issue of patrons: they too have changed, and radically. While once upon a time, people invested in young talent by placing their trust in them, today those with money already buy works by famous artists as a safe investment. More and more often, those with tons of money prefer to invest in something that yields additional immediate profits: hotels, restaurants, and other potentially profitable businesses. With the market so radically changed, the way of making art inevitably changes as well.Are the artists of the past gone? Nor are the patrons of the past, willing to invest in the training of very young artists who showed some talent in
sculpture, painting, or even music, anymore.

For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti bids you farewell and says he’ll see you in future posts and on social medi


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C’è una sensazione che sempre più persone provano guardando qualcosa di artistico oggi.
Non importa se si tratta di un quadro, una scultura o un progetto digitale: sembra tutto, in qualche modo, familiare. Non è noia. Non è mancanza di attenzione ma qualcosa di più sottile.                                                                                                                                       È la percezione continua di aver già visto tutto.

Michelangelo studia le fortificazioni di S. Miniato di Muzzi

Scorri immagini, mostre, installazioni. Cambiano i dettagli, cambiano i colori, ma l’impressione resta: niente è davvero nuovo. E a quel punto nasce una domanda inevitabile. 
L’arte ha perso la sua originalità?                                                                                        La verità è che forse l’originalità, così come la immaginiamo, non è mai esistita davvero. Già nel secolo scorso, artisti come Marcel Duchamp avevano messo in crisi questa idea. Prendere un oggetto comune e trasformarlo in arte non significava creare qualcosa di nuovo, ma cambiare il modo in cui lo si guarda. Poco dopo, Andy Warhol ha costruito un intero linguaggio visivo partendo da immagini già presenti nella cultura di massa, ripetendole fino a renderle iconiche.

In fondo, l’arte ha sempre funzionato così: non nasce dal vuoto, ma da ciò che esiste già. Quello che è cambiato oggi è la velocità e la quantità. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini. Le estetiche ritornano ciclicamente, gli anni ’90 e 2000 vengono continuamente ripresi, reinterpretati, rilanciati. Ogni artista lavora dentro questo sistema, consapevolmente o meno. Creare qualcosa di completamente nuovo, in un mondo così saturo, diventa sempre più difficile. E poi c’è un altro elemento, forse il più influente: gli algoritmi. Le piattaforme digitali ci mostrano contenuti simili a quelli che abbiamo già visto, spingono ciò che funziona, premiano ciò che è riconoscibile. È un meccanismo efficace, ma ha una conseguenza precisa: tende a rendere tutto più uniforme. Così, senza accorgercene, iniziamo a vedere le stesse idee ripetersi, gli stessi stili emergere, le stesse soluzioni visive dominare. Non è una crisi di talento. È una trasformazione del contesto.

Michelangelo a Venezia è accolto dai delegati del Doge e del Senato Valerio Marucelli

A questo punto, però, la domanda cambia. Non ha più senso chiedersi se qualcosa è davvero originale. Forse è più interessante capire cosa un artista riesce a fare con ciò che già esiste.

 Anche figure come Pablo Picasso non partivano da zero. Assorbivano influenze, le trasformavano, le portavano altrove. L’originalità non stava nell’assenza di riferimenti, ma nella capacità di rielaborarli. 
Forse non stiamo assistendo alla fine dell’arte, né a una perdita di creatività. Forse stiamo semplicemente lasciando andare un’idea romantica: quella dell’artista come genio isolato che inventa dal nulla.

Al suo posto sta emergendo qualcosa di diverso. Un modo di creare più connesso e più stratificato. In un mondo in cui tutto sembra già visto, il vero punto non è più sorprendere con qualcosa di completamente nuovo. È riuscire a prendere ciò che esiste e trasformarlo in qualcosa che, anche solo per un momento, riesce ancora a fermarci.

Enrico Pollastrini, Michelangelo scopre al pubblico la statua del David, 1863, olio su tela, Viareggio, Istituto Matteucci

E poi c’è la questione dei committenti: anche loro sono cambiati e in modo radicale. Se un tempo si investiva sul giovane talento dandogli fiducia, oggi chi ha soldi compra già opere di artisti celebri come investimento sicuro.  Sempre più spesso poi, chi ha danaro a palate, preferisce investire in qualcosa che gli dia ulteriori profitti immediati: alberghi, ristoranti e altre attività potenzialmente redditizie. Con un mercato è così radicalmente cambiato, anche il modo di fare arte inevitabilmente cambia. Non ci sono più gli artisti di un tempo? Nemmeno ci sono più i committenti di un tempo, disposti a investire nella formazione di giovanissimi ragazzi che mostravano una qualche virtù nella scultura, nella pittura ma anche nella musica. 

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

Sempre più spesso poi, chi ha danaro a palate, preferisce investire in qualcosa che gli dia ulteriori profitti immediati: alberghi, ristoranti e altre attività potenzialmente redditizie. Con un mercato è così radicalmente cambiato, anche il modo di fare arte inevitabilmente cambia.   
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

quando il treno era un salotto con una porta scorrevole.



I giovani di oggi non lo sanno, ma fino agli anni ’80 e ’90, sia sui treni veloci che su quelli lenti, c’erano dei veri e propri salotti con una porta scorrevole. Bisogna. precisare però che non tutti i treni avevano scompartimenti, ma sono stati lo standard predominante nei treni a lunga percorrenza in Italia fino agli anni '80 e '90. Le carrozze erano spesso divise in piccoli salotti chiusi da porte, con corridoio laterale, creando un'atmosfera condivisa e un'esperienza di viaggio tipica.Ecco. da Aimode alcuni dettagli sul loro utilizzo:


Diffusione: Erano comuni su treni a lunga percorrenza ed espressi, mentre i treni locali o regionali avevano spesso configurazioni a sala aperta.
Esperienza: Gli scompartimenti offrivano maggiore privacy o, al contrario, intensa socializzazione tra sconosciuti.
Evoluzione: Con il tempo, le carrozze a scompartimenti sono state sostituite da configurazioni a sala aperta ("open coach") più moderne, funzionali e facili da pulire.
Oggi: Gli scompartimenti sono ormai rari nei treni diurni moderni, rimanendo comuni quasi esclusivamente nei vagoni cuccette o carrozze letto notturne.

Comunque nel caso dei treni   con scompartimento una volta chiusa, ti isolava completamente dal resto del mondo. Questi salotti potevano ospitare sei poltrone o sei poltroncine, a seconda che si viaggiasse in prima o seconda classe.





La cosa bella di quelle carrozze divise in scompartimenti-salotti era che si faceva subito amicizia. Era impossibile non farla. Lo scompartimento era una piccola proiezione di casa propria dove la regola era l’incontro casuale con persone sempre nuove. Chi ti sedeva a fianco o di fronte immancabilmente dopo le prime parole ci si presentava e ci si conosceva. Quel piccolo salotto dotato di una finestra sui panorami più belli e più diversi diventava un vero e proprio confåessionale. Qualcosa di inevitabile spingeva a farlo. Ciascuno, dopo la presentazione, spontaneamente oltre a confidare i motivi del viaggio raccontava esperienze della propria vita. Fatti che nessuno aveva chiesto di raccontare ma che, si vedeva, si provava piacere nel raccontare. Capite? Una persona che minuti prima era un perfetto sconosciuto, diventava così un vecchio amico che con piacere non vedeva l’ora di raccontarsi. Nessuno si sottraeva a quel piacere. Tanto grande era la magia di quel salottino viaggiante.

Dal carcere al lavoro nel convento di clausura, storia di una scelta originale


La  storia  che  trovate  nel post  mi fatto , misteri  della mente umana ,  venire  in mente  la canzone consigliata.  Essa è .... 



Ora dopo  questa premessa   veniamo  al post  vero  e proprio .

Essa è Una scelta, come evidenziato nel titolo,  questa  accaduta in Sicilia dove per un giovane di 17 anni autore di un reato grave, la comunità Comu.Casa che lo aveva in affidamento, d’accordo con i servizi sociali e con il parere positivo del magistrato, ha scelto il lavoro nel monastero delle Clarisse di Biancavilla. Qui, una volta a settimana si occupa di giardinaggio e manutenzione


                          da https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/


Un'immagine tratta dal sito del Monastero delle Clarisse a Biancavilla, Catania

Roberta Barbi – Città del Vaticano

Carcere e clausura: due condizioni che si assomigliano per la presenza delle sbarre e l’estraniamento dal mondo, ma se nel primo caso la privazione della libertà è imposta dall’esterno come una punizione, nel secondo è, all’esatto opposto, una scelta personale di libertà. Da questa riflessione e da un incontro con le clarisse del monastero di Biancavilla, in provincia di Catania, tra le quali vive suor Cristiana Scandura, figura ben nota della Pastorale penitenziaria, è maturata la decisione di mandare ogni sabato mattina un ragazzo di 17 anni, autore di un reato grave, a lavorare in convento. “L’idea all’inizio è stata vista naturalmente con curiosità – racconta ai media vaticani Simona Marciano, l’educatrice della comunità che si occupa del giovane – ma abbiamo ricevuto il sostegno di tutti e si sta rivelando un’esperienza positiva di vita”.


Ascolta l'intervista con Simona Marciano: 
L’istituto della messa alla prova
L'istituto giuridico della "messa alla prova", particolarmente presente nel campo della giustizia minorile e di comunità, è capace di interrompere il processo penale e sostituirlo con un programma riabilitativo che, se portato a termine positivamente, può evitare la condanna, in considerazione anche della giovane età dell’autore del reato. “In genere questi ragazzi vengono arrestati in flagranza di reato e affidati a comunità come la nostra. Vengono improvvisamente privati della libertà e degli affetti e questo genera frustrazioni: da qui l’idea di mettere questi sentimenti a confronto con quelli di chi vive questo ritiro dal mondo volontariamente, per scelta: per questi ragazzi è uno choc”, spiega ancora l’educatrice che ci racconta questa storia a tutela della privacy del ragazzo che, essendo minorenne, non può parlarne direttamente.


LEGGI ANCHE


26/01/2025

Suor Cristiana, la religiosa che dalla clausura "comunica" il Vangelo alle carceri d’Italia
Una scelta che fa bene all’anima

Il primo contatto tra il ragazzo protagonista di questa storia e le religiose in clausura avviene il 26 dicembre, in occasione di un pranzo di Santo Stefano organizzato proprio da suor Cristiana e dalle sue consorelle: “Era un’occasione di festa, dominata dalla meraviglia sia da parte dei nostri giovani che non conoscevano questa realtà, sia delle suore, evidentemente non abituate ad avere ospiti – racconta ancora Marciano – e in questa occasione è stata comunicata la decisione. Certamente il giovane era curioso, affascinato di poter entrare in un luogo dove nessuno entra, inoltre è anche un ragazzo che sta facendo un percorso di fede, sempre presente alla Messa e alle attività che proponiamo con la parrocchia”. Così, per il 17enne, il giardino del convento dove lavora ogni sabato, è pian piano diventato il luogo dell’anima.

  da quel che ho letto 

Carcere e clausura possono parlare .  Infatti 
Il bilancio di questa esperienza è, sempre secondo  l'articolo , molto positivo e secondo l’educatrice è un modello replicabile anche altrove: “Si tratta di un’occasione in cui ci si mette a confronto con la profondità della propria anima – conclude – il ragazzo si sta rendendo conto di riuscire a guardarsi dentro, di riuscire a stare in silenzio, che quel silenzio non pesa, che l’attesa può essere gioia e non perdita di tempo, che il tempo vuoto che abbiamo a disposizione non deve per forza essere riempito. Sta imparando che è bello ‘stare’ e riconoscersi in quello stare, accompagnati da persone che possono arricchirci, anche indipendentemente dal proprio percorso di fede” . E non solo aggiungo io 

11.4.26

«Mi chiamano il mago degli yacht, a 38 anni disegno barche per miliardari». Chi è l'architetto romano e quanto guadagna

da  IL Messaggero 

«Mi chiamano il mago degli yacht, a 38 anni disegno barche per miliardari». Chi è l'architetto romano e quanto guadagna
                                    Alessandro Rosi


Lo chiamano il "mago degli yacht". Lui è Stefano Vafiadis, 38enne romano con madre italiana e padre greco. A soli 25 anni la rivista leader mondiale nel settore della nautica, Boat International, lo ha nominato "Giovane Designer dell'Anno". Chi usa le sue creazioni? «Nel mondo dello sport ci sono atleti che affittano le barche che disegniamo per altri».







Nato a Roma?

«Sì, sono romano doc. Ho studiato al liceo Massimo all'EUR (ndr, lo stesso di Mario Draghi) e poi ho scelto Roma Tre come Università».

Lavora assieme a suo padre?

«Lui è stato il grande maestro, mi ha formato tantissimo. È stata (ed è ancora) una figura fondamentale. Ha iniziato negli Stati Uniti disegnando delle ville per personaggi importanti. Poi uno di questi gli propose di fare una barca di 50 m, che all'epoca era come se oggi fosse di 80, quindi un'imbarcazione per l'epoca molto grande che si chiamava Gran Mother. Questa barca ebbe molto successo e da lì è diventato uno yacht designer. Il suo studio è diventato un punto di riferimento soprattutto negli anni Novanta e Duemila quando il mercato è esploso».







Quando ha iniziato a lavorare con lui?

«Io sono entrato nel 2012, appena mi sono laureato. Dopo una breve esperienza londinese ho deciso di tornare».

Quando è arrivato il successo?

«Nel 2013 ho vinto lo Young Designer of the Year, che ha catapultato la mia carriera in avanti, anche perché non ho partecipato con il nome di famiglia ma con il cognome di mia madre».

E perché?

«Per non essere associato allo studio e avere un giudizio totalmente imparziale».

Dopo quel premio è arrivato il soprannome "mago degli yacht".

«Faccio del mio meglio, a me piace tantissimo disegnare, proprio nel vero senso della parola. Ancora faccio molte cose a mano e ho tutti i miei curvilinei, le righe e sicuramente quello è un valore aggiunto, perché pochi altri lo fanno oggi. Peraltro molte barche le facciamo su misura, e quindi c'è uno stretto contatto con il cliente».







Chi sono i vostri clienti?

«Tutte persone di grandissimo spessore, che hanno delle storie importanti di vita ma anche economiche. E quindi si crea questo legame molto bello e spesso questi clienti sono anche molto creativi, quindi si va a potenziare tutto un processo che poi porta alla realizzazione di questi oggetti unici che rispecchiano la loro personalità».

Prendete le misure agli armatori e poi disegnate l'imbarcazione, come dei "sarti" degli yacht.

«Ci occupiamo anche di dove dormono, arriviamo a un livello di personalizzazione molto elevato. Curiamo qualsiasi loro gesto quotidiano».

E le richieste più strane quali sono state?

«Una molto particolare, sicuramente, è stata quella di avere un simulatore di assenza di gravità. Dentro lo yatch da 150 m abbiamo dovuto inserire quindi un cilindro di quasi 10 m di altezza. È uno strumento che adopera la NASA, che simula qui sulla Terra l'assenza di gravità per avere questa esperienza su una barca».

Voleva stupire gli ospiti, immagino, con un'esperienza particolare.

«Sì, perché lui è un amante degli sport estremi, di tutte queste attività. Fa parte un po' delle sue passioni».

Lavorate per privati o anche per istituzioni?

«I nostri clienti sono gli armatori privati, ma ci chiamano anche i cantieri. E qui in Italia lavoriamo molto con Baglietto, che è uno dei più antichi cantieri d'Italia e si trova a La Spezia. Con loro abbiamo un rapporto molto proficuo».

Che tipo di lavori ha realizzato?

«Ho disegnato per loro un'imbarcazione di 40 m che ha avuto uno straordinario successo, sopra ogni aspettativa onestamente. E di questa imbarcazione ne sono state costruite 14, che per una barca così grande, così speciale, è un traguardo straordinario».

Come si chiama?

«Si chiama Baglietto 133 Dom. E Dom sta appunto per Domus, si ha l'impressione di essere all'interno di una residenza. Ma il progetto è quello di avere una barca con delle linee esterne molto automotive, molto scultorea. Una bella autovettura del mare. Un'imbarcazione contemporanea, molto voluminosa, di 40 m. Ha poi anche una piscina a poppa che è a scomparsa: premendo un bottone compare una piscina».




















Quanto ci vuole per disegnare una nave del genere?

«Quando si ha una piattaforma ingegneristica già sviluppata, in due anni e mezzo si riesce ad avere una barca. Altrimenti si va verso circa tre anni e mezzo. Mentre nei progetti full custom, quindi totalmente su misura, che spesso si fanno per barche più grandi di 80-90 m, i tempi sono di 3 anni, perché bisogna anche sviluppare lo scafo, le compartimentazioni e tutto il resto».

Ma quanto costa farsi disegnare una barca?

«Il costo si valuta in base al volume e poi anche quello che si vuole a bordo, che è fondamentale. Noi siamo uno studio di architettura e non di ingegneria, quindi ci occupiamo dello stile del layout, del rapporto con gli armatori e con i cantieri. Siamo un po' come dei direttori d'orchestra che gestiscono un po' tutte le parti coinvolte».







Per una vostra nostra consulenza, quindi, è lecito immaginare che ci vogliano centinaia di migliaia di euro per grandi imbarcazioni (ad esempio una da 40 m).

«Dipende un po' dagli accordi che si prendono. Comunque sì, il prezzo lo stabiliamo con il cliente di volta in volta a seconda delle richieste».










il. silenzio non è sempre pace ma spessissimo. è un muro costruito per nascondere la verità. 🛑


 IL silenzio non è sempre pace; spesso rappresenta un muro per nascondere la verità, una forma di abuso emotivo, o uno specchio scomodo che amplifica pensieri ed emozioni evitate. Sebbene possa essere forza e presenza, a volte diventa una barriera contro la provocazione o il segnale di un conflitto irrisolto



Ecco i diversi significati del silenzio:
  • Silenzio come Conflitto o Abuso: Può essere uno strumento manipolatorio nelle relazioni tossiche, un muro che crea distacco emotivo e paure.
  • Silenzio come Scontro Interiore: È uno specchio che costringe ad affrontare emozioni scomode, pensieri frenetici e domande in sospeso.
  • Silenzio come Forza (Scelta): Non è sempre una resa, ma una scelta consapevole per proteggere la propria pace interiore, evitando conflitti inutili.
  • Silenzio come Presenza: Può essere una forma di "presenza" profonda e coraggiosa, un momento in cui la mente si calma e ci si connette con se stessi.
In sintesi, il silenzio è un'esperienza soggettiva e di contesto: può essere uno strumento di guarigione o un'arma che separa.

per. approffondire 
https://www.instagram.com/p/DSqEhFyCEHj/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=NTc4MTIwNjQ2YQ==

Hannah Levy è la scultrice newyorkese che pensa attraverso le mani e piega il metallo in oggetti che diventano magiche performance


  da  voque. 

Hannah Levy è la scultrice newyorkese che pensa attraverso le mani e piega il metallo in oggetti che diventano magiche performance
In occasione della prima mostra personale in Italia, Blue Blooded – Sangue blu al Museo Nivola di Orani (Sardegna), la trentacinquenne Hannah Levy ci racconta del suo approccio alla scultura tra acciaio e vetro, e delle nuove sculture che ha immaginato a forma di granchio dal sangue blu


                di Irene Caravita 9 aprile 2026



Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer

Hannah Levy: intervista alla scultrice newyorkese trentacinquenne in occasione della sua prima mostra personale in Italia - al Museo Nivola di Orani in SardegnaUna grande struttura tentacolare in acciaio inox e silicone accoglie – o forse meglio dire intrappola? Lo scopriremo dentro – chi entra nello spazio che il Museo Nivola a Orani, in Sardegna, dedica alle mostre temporanee. Una tenda da spiaggia. Un’architettura leggera. Una cassa toracica, lo scheletro di un dinosauro che abbiamo visto da bambini in un museo di storia naturale. L’azzurro della sua copertina, la sua pelle, lo trasforma ancora, diventa alato, volante, forse un drago. La sua ambiguità è attraente, le sue forme hanno un impatto forte, emozionate. I bambini ridacchiano, gridano. La luce forte della Sardegna trafigge il silicone e ne mostra tutta la similitudine con l'epidermide, rivela improvvisamente l'umanità dell'opera.
Insieme ad altri cinque lavori, compone Blue Blooded – Sangue blu, prima mostra personale istituzionale italiana di Hannah Levy allestita presso il Museo e Fondazione Costantino Nivola di Orani, in provincia di Nuoro. Curata di Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri, Blue blooded - Sangue blu è visitabile fino al 12 luglio ed è un’ottima scusa per esplorare territori meno affollati dell’isola, alla scoperta di un museo speciale, che prima di Levy ha accolto mostre personali di Mona Hatoum e Nathalie Du Pasquier. Hannah Levy (New York, 1991) prosegue dunque la linea di ricerca delle artiste che lavorano nella terza dimensione e che stanno rinnovando il linguaggio della scultura. Trentacinque anni, ha alle spalle un percorso artistico brillante, costellato da prestigiose collaborazioni e costruito su una ricerca formale coerente ma sempre in evoluzione. In Italia è rappresentata dalla galleria MASSIMODECARLO, che ha collaborato alla realizzazione del progetto espositivo, occasione per Levy di produrre sei opere nuove partendo da una riflessione sui curiosissimi limuli, o granchi a ferro di cavallo.Come Costantino Nivola (1911-1988), artista oranese trapiantato a New York, Levy esplora il confine tra arte e architettura e concepisce la scultura come esperienza spaziale e pubblica, quasi sempre una performance in potenza. Il volume rettangolare e la chiarezza dello spazio espositivo, un ex lavatoio di paese, offrono un contrappunto alle linee curve e pulsanti delle sue sculture. L’architettura diventa cassa di risonanza per le questioni e le impressioni sensoriali generate dalle opere in mostra: sei nuove produzioni che nascono da sguardi al passato, da Nivola ad artiste come Meret Oppenheim e Louise Bourgeois, ma si radicano nel presente fisico, nell'hic et nunc, nello spazio e nella tensione tra il corpo del visitatore e il metallo, il silicone, il vetro, le dimensioni e le storie celate in ogni particella di materia.





Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer Spencer Pazer





Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer


Sull'essere artista. Come sei arrivata a sentirti un’artista, a scegliere questo percorso ?
Mia mamma è architetta, sono cresciuta in mezzo all'arte e al design, senza però mai immaginarla come una carriera, una possibilità concreta. All’università non ho scelto una scuola d'arte [ha frequentato la Cornell University, ndr], però continuando a studiare, piano piano è diventato il mio unico interesse, ho capito che poteva essere un lavoro. Ho vinto una borsa di studio in Germania ed è stato lì che ho deciso di dedicarmi esclusivamente all'arte [Städelschule a Francoforte, ndr]. Però il mio starting point è l’arredamento


Cosa ti guida verso gli oggetti?
Volevo creare cose. Semplicemente. La domanda era, come? All’inizio pensavo che avrei potuto essere designer di interni, proprio perché non credevo di poter essere un artista a tutti gli effetti. Il mio approccio alla scultura passa sempre per il concetto di oggetto, qualcosa che usi con il corpo. Mi interessa il rapporto del corpo con vari oggetti e quelli con cui interagiamo di più sono i mobili di casa nostra. È da lì che inizio a ragionare. Quando creo penso anche alla forma di certi strumenti medici o attrezzature da palestra... praticamente tutto ciò con cui si ha interazione regolare, fisica. Il silicone o il vetro nelle mie opere diventano quasi un sostituto di un'interazione corporea con la superficie metallica.



Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer Spencer Pazer


Un corpo a corpo con il metallo e il vetro

Pensando a come lavori in studio, direi che è un processo molto fisico; non ti limiti a progettare le cose, le costruisci proprio. Hai un talento tecnico notevole.

Questo è in parte il motivo per cui il design industriale non faceva del tutto per me: in quel campo di solito non sei tu a costruire fisicamente le cose mentre io volevo davvero farle da sola. Penso molto con le mani, sviluppo le mie idee attraverso la creazione fisica, è un passaggio fondamentale, non saprei lavorare in altro modo.

Inizi a lavorare con il metallo liquido?

Parto dal metallo grezzo, tondo, che piego e modello. Lo saldo e poi smeriglio per creare punte, forme e superfici diverse. Per la maggior parte dei lavori più piccoli inizio direttamente dal metallo, ma per opere di grandi dimensioni faccio dei disegni, dei progetti digitali che posso ingrandire per poi lavorarci sopra.

Hai uno studio pieno di persone o lavori da sola?

Ho un’assistente part-time. Mi aiuta soprattutto con la levigatura e la lucidatura, lo faccio anch'io, ma porta via un sacco di tempo! Questi pezzi grandi sono fatti di parti più piccole che si assemblano, si vedono le viti su ogni gamba.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola Andrea Mignona





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andre Mignona



Soffi anche il vetro?

Ci ho provato ma non sono brava, dovrei studiare soffiatura per dieci anni per riuscire a fare quello che immagino. Però è comunque un processo molto manuale: preparo la parte in metallo e la porto dal soffiatore, lui soffia dentro il metallo e io sto lì con una fiamma in una mano e il carbonchio nell'altra e lo modello. A differenza del metallo, la soffiatura del vetro è un processo incredibilmente collaborativo, non potrei fare comunque da sola, il materiale chiede un rapporto diverso, e ho trovato una persona con cui mi piace tantissimo collaborare, il che è fondamentale. In passato usavo solo metallo e silicone, a volte pietra ma poter aprire il vocabolario dei materiali a qualcosa di nuovo è stato entusiasmante.

È l’opera più grande che tu abbia realizzato?

Ne ho portata una simile alla Biennale di Venezia [59ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Il latte dei sogni (2022), ndr]. Era più bassa, ma credo in realtà un po' più lunga.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Mi guidi nel tuo processo creativo? Disegni? Come passi dall'idea alla realtà?

Di solito quando inizio una scultura ho in mente alcuni riferimenti visivi. Nei mesi scorsi per esempio guardavo una statua Art Nouveau di una donna, pensavo alle reti da pesca, ci sono dei ganci che hanno una forma simile a queste. Sembra una ragnatela specialmente se guardi l'ombra sul pavimento, che cambierà a seconda dell'ora del giorno e della luce. La luce in questo spazio mi piace moltissimo, mi sta svelando cose nuove delle opere.

Come mai tutti i tuoi lavori sono Untitled?

Spero che ci siano abbastanza riferimenti visivi in ogni opera perché chi la guarda la comprenda, ma possa anche aggiungerci le proprie idee, senza essere spaventato da un titolo.



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona


Il sangue blu del granchio a ferro di cavallo

Come è maturato il progetto per il Museo Nivola?

Ho iniziato leggendo di Nivola e facendo ricerche sulla storia del museo. Spesso, quando parlo dell’interazione del corpo con gli oggetti, finisco per toccare temi come l'ansia o la consapevolezza propriocettiva, l’idea di esistere nello spazio di un ambiente costruito o progettato: scoprire il rapporto di Nivola con il design è stato un punto di partenza importante, forte. L’idea di “arte come ambiente”, nell’epoca in cui lavorava lui, era rivoluzionaria. Ho scoperto poi che Nivola ha iniziato a fare i sandcasting giocando in spiaggia di Springs a Long Island, con i suoi figli. La stessa spiaggia in cui io sono stata tante volte e dove ho raccolto i carapaci dei granchi a ferro di cavallo. Mi hanno sempre affascinata perché sembrano dei dinosauri. Sono creature straordinarie che mi hanno sempre interessato, poi nel 2018 ho ascoltato per caso un podcast che spiegava come vengono tolti dall'acqua, viene prelevata una parte del loro sangue e poi vengono rimessi in mare. Questo perché il loro sangue blu è unico: quando entra in contatto con i batteri coagula. Così viene usato per garantire che le attrezzature mediche siano pulite.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Come affronti dal punto di vista etico la questione dei granchi e del loro sangue blu?

In Europa nel 2022 siete passati a una usarne una versione sintetica, negli Stati Uniti per ora usiamo ancora il loro sangue. È un processo molto invasivo, anche se non voglio farne una questione politica. Soprattutto mi ha colpito davvero molto l'idea che il sangue di queste creature, che vedo da tutta la vita, sia letteralmente entrato nel mio corpo in qualche modo, come in quello di tutti noi. In questo senso, ho usato spesso anche l'asparago nel mio lavoro, una verdura che ha uno strano effetto postumo sul corpo, di cui non si parla molto. Mi piacciono gli oggetti che hanno un rapporto profondo e interiore con il corpo umano, che magari sorprende o rimane un po' tabù.

Per l'opera, hai modificato la forma dei granchi?

No, li ho replicati in metallo con la tecnica della fusione a cera persa e ho mantenuto la scala 1:1, ma le code non sono quelle originali dell'animale, avrebbero una codina corta che io ho allungato. Mi piaceva l'idea che si adattassero meglio agli altri lavori, poi volevo dar loro una sorta di potere, un’arma. Sono creature indifese, non hanno modo di contrattaccare. Sono antichissime e sono sopravvissute così a lungo solo perché hanno un guscio forte e questo sangue speciale che coagula subito se si feriscono. Possono subire un danno catastrofico e sopravvivere, ma non hanno modo di difendersi.



Il loro blu segreto, interiore, lega tutte le opere in mostra.

Sì, i granchi sono l’elemento portante di tutti questi lavori, la chiave di lettura. In passato ho usato i rosa, gli arancioni, i gialli, colori che per me richiamano il corpo e la pelle. Ma in questo caso anche il blu è corporeo, no? Mi ha convinta anche aver letto che il paese di Orani è punteggiata da dettagli blu!



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Mi chiedevo, ci sono artisti o designer a cui ti ispiri?

Molti, troppi. Per quanto riguarda i designer, poiché Nivola aveva un profondo rapporto con i modernisti come Le Corbusier, questo è stato anche per me il punto di partenza. Ho iniziato a usare l’acciaio tubolare tondo e lucido per via di tutti i mobili che sfruttano quel materiale, che è un risultato diretto del modernismo. Per alcune opere poi sono stata ispirata dalle spille Art Nouveau e da quell'estetica.

Come ti senti all'idea che le tue opere entrino nella casa di una o un collezionista?

Mi piace vedere le mie opere in una casa, diventano ancora più perturbanti. Vicino a mobili veri mostrano tutta la loro specificità, ma in generale ogni volta che vengono esposte fuori da una galleria o musei è molto emozionante. Anche in questo spazio del Museo Nivola, che era il lavatoio del paese, c'è qualcosa di particolare. Reagisco sempre ai luoghi in cui espongo, non solo concettualmente ma anche fisicamente, se guardi il soffitto e il profilo dell'opera più grande capisci cosa intendo, la seconda si modella sulle campate del primo.

Vivi ancora a New York? Cosa ne pensi della scena artistica newyorkese?



Vivo a Brooklyn. Molta gente ci si trasferisce con idee e sogni, per me New York era semplicemente casa, sono tornata dopo gli studi. Mi sento fortunata, è un luogo ricco, che ispira molto, sono circondata da colleghi fantastici. D'altra parte è anche una città dura perché c'è tanta competizione e non è economica. Però, ecco, io la amo.



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola Andrea Mignona


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La violenza e i giovani il confronto come antidoto. secondo crepet

Finalmente  qualcuno che dice perfettamente   come. affrontare il malessere e la violenza  giovanile. Oltre  a quelle che dovrebberoessere ,ma purtroppo in realtà non sempre lo sono  per tutti , soluzioni\proposte ovvie  e scontate ( ne  ho parlato precedentemente :  I II  ) . Una proposta  non solo a  livello   di educazione.  scolastica 

da la nuova sardegna 11\4\2026


 

10.4.26

UNO SKILIFT DEGLI ANNI CINQUANTA OGGI USATO COME TELEFERICA PER IL LATTE: È L'ULTIMO MODELLO FUNZIONANTE DI "SKI-KULI"

come riusare le vecchie strutture ho letto in google news quest articolo di https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/storie/ del 8 aprile 2026 . Esso  arla del progetto di Tommaso Novaro, un ventitreenne studente e dipendente della Leitner. Il progetto di Novaro mira a censire non solo gli impianti di risalita, ma anche tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento. La sua passione per lo sci va oltre la professione, fondendo lavoro, studio e tempo libero. Nell’articolo, Novaro condivide una delle sue scoperte più recenti.


                                di Samuele Doria


"Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento". È il progetto "sci che fu" di Tommaso Novaro, ventitreenne attualmente studente e dipendente della ditta Leitner. Ben oltre la professione, la sua è una vocazione che sposa lavoro, studio e tempo libero. Qui presenta una delle sue scoperte più recenti



Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto, di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.


Tommaso Novaro è un ventitreenne di Torino, che attualmente vive e lavora a Vipiteno, per l’azienda di impianti a fune Leitner. Nel frattempo, sta inoltre scrivendo una tesi in Estetica del paesaggio, proprio sugli impianti a fune. Il suo è molto più che un lavoro: è una passione e un campo di ricerca sterminato.
Al suo progetto di censimento di ricerca di tutte le località sciistiche abbandonate in Italia ha dedicato il sito web: Lo sci che fu, nel quale si legge: "Gli anni dello sci ‘campanilistico’ sono finiti, a peggiorare la situazione oltre al cambiamento del mondo del turismo e dello sci, ci si aggiungono pure i cambiamenti climaticidurante quest'epoca di transizione ecologica. Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento".
Facendo ricerca per la tesi sulla storia degli impianti a fune in Italia, Novaro è venuto a conoscenza dell’esistenza di un ultimo modello funzionante di "Ski-Kuli", un diffusissimo modello di skilift della Leitner utilizzato dai primi anni Cinquanta, una rarità che negli anni ha trovato un impiego insolito.
La cosa curiosa? Questo impianto non è solo l’unico Ski-Kuli funzionante, ma funziona anche in modo particolare: oggi è utilizzato come teleferica per il trasporto del latte. Siamo in Val Giovo, Alto Adige, dove questo vecchio skilift fa su e giù tutti i giorni, anche la domenica. Alle 9 porta il latte a valle e poi la teleferica risale verso le 11. Si tratta di una teleferica che riutilizza 2 sostegni, stazione motrice e sospensioni con morsetti dei traini Sge.





"La cosa interessante - per Tommaso Novaro che studia questi impianti - è proprio che in origine quella struttura era uno skilift: il portale, i pali, così come la stazione motrice, appartengono al primo modello di skilift prodotto dalla Leitner di Vipiteno".
Seguendone le tracce, il giovane appassionato ha scoperto che originariamente l’impianto si trovava a Corvara, nella località "Pralongià", dove fu inizialmente costruito come skilift. Era uno dei primi modelli di quel tipo. "Dal 1963 al 1974, poi, acquistato dal proprietario dell’Hotel Sonklarhof, lo skilift finì in Val Ridanna, sotto la chiesa di Santa Maddalena. Ma ci vollero ancora tre anni prima che finisse in Val Giovo.
Come è finito lì? "Nel 1974 venne dismesso, perché è stata aperta la sciovia Gasse, che esiste ancora oggi. In quegli anni c’erano molte idee di espansione turistica nella valle: si progettavano nuovi impianti più lunghi e si sognava molto. Alla fine però l’impianto sotto Santa Maddalena fu chiuso e sostituito".
Soltanto nel 1977, l’impianto venne acquistato da alcuni contadini e riposizionato in Val Giovo come teleferica per il latte.
"Anche il sistema di trasporto è interessante - continua Novaro - utilizzano un grande barile che viene trascinato dal maso fino alla teleferica tramite un sistema di corde. Poi viene sollevato con un paranco e agganciato alla linea. È una soluzione semplice ma molto ingegnosa".
"Questo è, in sostanza, quello che sono riuscito a ricostruire", conclude. Tanta dedizione nella ricerca non può che meravigliare da un ragazzo tanto giovane, e la sua curiosità è contagiosa. "A quando risalgono i primi skilift della ditta?" chiediamo allora.
"Da quello che risulta nei documenti interni, il primo skilift Leitner risale al 1952, ed era a Passo Giovo. Tuttavia, impianti a fune erano stati realizzati anche prima, già tra il 1946 e il 1947, anche se non ancora propriamente come Leitner. Uno dei primi impianti in assoluto era a Malga Zirago, sopra Vipiteno. Il modello di skilift a cui appartiene anche quello della teleferica di cui parlavamo è uno dei primi prodotti: una sorta di ‘prima serie’, chiamata Ski-Kuli appunto".
Aziende votate all’evoluzione tecnologica, come la Leitner, non sempre prestano al passato l’attenzione che merita, eppure con i loro prodotti hanno contribuito a plasmare generazioni di sciatori e in generale a dare al paesaggio alpino la sua conformazione attuale.





"Secondo me è fondamentale. Più passa il tempo, più diventa difficile ricostruire la storia di questi impianti. Può essere un valore aggiunto sia dal punto di vista culturale sia economico. Un museo aziendale funzionerebbe molto bene, soprattutto in un contesto come il Tirolo. Inoltre, valorizzare l’eredità aziendale è importante anche per il marketing".
Gran parte del lavoro di ricerca di Tommaso Novaro si concentra anche sugli impianti abbandonati, e qui la questione diventa ancor più complessa. Ogni anno, Legambiente tenta di fare un censimento degli impianti in disuso o abbandonati con il report Nevediversa, che già ci dà un’idea di quanto ormai facciano parte dello scenario montano della penisola. "Tuttavia - svela l’appassionato cercatore di impianti - sono talmente tanti che molti di questi rimangono fuori dai report. A trovarli tutti non basterebbe una vita".
Ma cosa farne poi di queste strutture cadute nell’abbandono? "Alcuni andrebbero demoliti, soprattutto quando non hanno più alcun valore né funzione. Anche se in genere le demolizioni sono incomplete e restano le fondamenta in cemento. Secondo me, più che conservare l’impianto in sé, bisogna valorizzarne la memoria. Ad esempio, si potrebbe lasciare un elemento simbolico, come una targa o delle immagini storiche. È una soluzione semplice ed economica. All’estero, soprattutto in Francia, c’è più attenzione a questo aspetto. In Italia ci sono pochi esempi, ma uno interessante è quello vicino a Carpegna, nelle Marche, dove una vecchia manovia è stata monumentalizzata".
Per quanto riguarda la ricerca sugli impianti abbandonati, il lavoro di ricerca è molto pratico. Per trovare gli impianti Novaro si serve di vere e proprie community di appassionati, forum online e discussioni pubbliche, cui unisce conoscenze personali e l’esplorazione diretta dei luoghi. "Io stesso sto cercando di creare una mappa degli impianti abbandonati, ma è difficilissimo tenerla aggiornata. Una volta individuato un impianto, vado sul posto, faccio foto e video e, soprattutto, cerco di parlare con chi lo ha visto funzionare. Il problema è che molte testimonianze stanno andando perdute".
Questa ricerca, negli anni, lo ha portato a viaggiare molto: oltre all’Italia, anche in Repubblica Ceca, Germania e Francia, visitando spesso impianti abbandonati. "In Italia conosco bene il Piemonte, il Trentino-Alto Adige e gli Appennini romagnoli. Mi piacerebbe esplorare di più il Centro e il Sud, soprattutto la zona del Gran Sasso, che secondo me è una delle più suggestive".






"Questo mondo degli impianti abbandonati è vastissimo e ancora poco conosciuto. Anche solo nella zona di Vipiteno, in un raggio di 15 km, un tempo c’erano circa quindici impianti, mentre oggi ne restano attivi solo quattro. È un ambito di ricerca ancora tutto da esplorare".

9.4.26

«Io, vescovo in curva a tifare la Carrarese I tifosi erano contenti di avermi tra loro» Il prelato: lo stadio di Genova è dedicato al mio prozio


Al derby Monsignor Vaccari lunedì scorso in curva per Carrarese-spezia
Article Name:«Io, vescovo in curva a tifare la Carrarese I tifosi erano contenti di avermi tra loro»
Publication:Corriere della Sera
Section:Cronache
Author:Simone Dinelli
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  • Corriere della Sera
  • Simone Dinelli

  • CARRARA 

    «Ci sono stati momenti di sofferenza: i nostri avversari hanno giocato bene e creato occasioni da gol, ma alla fine è andata bene e mi sono divertito». Parole e musica di monsignor Mario Vaccari, vescovo di Massa Carrara -Pontremoli e, lunedì scorso, in occasione del sentitissimo derby di Serie B fra Carrarese e Spezia, tifoso d’eccezione della formazione apuana che, grazie al successo per 3-1, ha di fatto centrato la salvezza e può adesso addirittura sognare l’accesso ai playoff per la A.

    «In altre occasioni, su invito della società, mi sono seduto in tribuna. Vedendo la passione che arriva dai tifosi, ho espresso a un amico il desiderio di stare in mezzo ai sostenitori più appassionati».

    «Buona: sapevano della mia presenza e già alla vigilia mi hanno fatto vedere chat dove i tifosi scrivevano “adesso ci darà la benedizione, oppure ci assolverà”. Durante la partita un signore accanto a me, non avendomi riconosciuto, si è rivolto ai vicini esclamando “non bestemmiate che c’è il vescovo in curva”. Altri erano contenti di avermi lì, in una partita così sentita. Alla fine ho mandato un messaggio al mister Antonio Calabro per fargli i complimenti e lui mi ha risposto con un vocale simpatico, ringraziando per il sostegno».

    «Gli slogan e i cori sono violenti e offensivi nei confronti dell’avversario, ma rientrano in una consuetudine di questo mondo. A volte leggiamo di episodi violenti,

    tanto che l’incontro Carrarese -Spezia era stato vietato ai tifosi spezzini. E questo non è un bel segno».

    «Fin da piccolo con mio zio e i miei fratelli andavamo alle partite del Genoa, in quanto originari di Genova. Inoltre lo stadio di Marassi è dedicato a Luigi Ferraris, fratello di mio nonno, figura spesso presente nei ricordi e nei racconti di famiglia. Nell’adolescenza mi sono dedicato ad altri sport, il tennis, la vela. Oggi è rimasta

    Alla partita

    Un signore accanto a me, non avendomi riconosciuto, si è rivolto ai vicini esclamando: non bestemmiate, sapete chi c’è oggi con noi!

    la voglia di seguire, più che di praticare».

    «Non condivido il prevalere dell’aspetto economico, che tende a rovinare lo spirito della competizione e la dimensione del gioco di squadra. In provincia ciò è meno evidente, ma pur sempre presente. Se i giovani si appassionano ad altre discipline ben venga, perché lo sport ha aspetti molto importanti per l’educazione e la formazione».

    «Mi ha rattristato, ma al tempo stesso mi ha dato modo di pensare a come potrebbe essere uno spunto per ripensare l’organizzazione del calcio in Italia, ritornando a far prevalere lo spirito agonistico e di squadra sul guadagno e il business, visto che oggi si parla spesso di cifre fuori dalla portata della gente comune»


    Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco cintura nera di karate, 6° dan.puntata. n. LXXIX NON REPRIMETE LA PAURA, PUÒ SALVARVI LA VITA!


    La paura è un'emozione primaria adattiva che, in situazioni di pericolo reale, può attivare 
    Ecco i punti chiave su come la paura influenzi la gestione di un'aggressione: Paura come allarme adattivo: La paura "buona" agisce come segnale di pericolo, innescando l'adrenalina necessaria per mettersi in salvo. È un istinto di difesa che aiuta a riconoscere una minaccia immediata.
    • Risposte all'aggressione (La paura che salva): Di fronte a un'aggressione, la paura può portare a reazioni rapide come la fuga, la richiesta di aiuto o, in casi estremi e proporzionati, la legittima difesa.Il paradosso del "Freezing" (La paura che blocca): Se la paura è paralizzante, può indurre l'effetto freezing (congelamento), un blocco fisico e mentale che impedisce di reagire. Superare questo blocco è fondamentale per la difesa personale. Gestione della situazione: In caso di aggressione verbale, la gestione della paura e l'ascolto calmo possono bloccare l'escalation della violenza. Contesto psicologico: Spesso la paura della violenza e il timore di perdere il controllo (pensieri ossessivi di aggressione) colpiscono chi è più sensibile alla rabbia e alla violenza stessa.La gestione controllata della paura e la capacità di non farsi bloccare sono essenziali per trasformare questa emozione da ostacolo ad alleata per la sicurezza personale
    Infatti  come. dice. Antonio. Bianco.   sulla 'ultimo. n. del settimanale. Giallo. 

    Da sempre siamo abituati a diffidare della paura. La consideriamo come un segnale di debolezza, come. un qualcosa da reprimere o in qualche modo nasconde- re. E così dimentichiamo che esiste una paura che non soltanto è legittima, ma preziosa e necessaria: si chiama paura “utile”. Ci protegge e ci mette in allerta senza paralizzarci e ci spinge a fare un 

    Difesa Personale | Autodifesa | Antiaggressione | Krav Maga | Kapap | Systema | Action Woman Krav Maga | IKMO Genova | GM Marco Morabito | Colpire Punti Vitali | Corso Istruttori Krav Maga

    passo indietro.La paura utile è concreta e pragmatica. 
    Non nasce dal nulla, ma da dettagli che il nostro cervello riesce a percepire: una strada vuota, una  distanza che si accorcia troppo in fretta, un tono di voce che cambia all’improvviso. Questo tipo di paura è un segnale, una sensazione sottile, spesso immediata, che molti descrivono come
    un “campanello” che dobbiamo imparare a non zittire.
    Per educarsi alla paura utile bisogna prima di tutto legittimarla. Non dobbiamo minimizzare e giustificare a tutti i costi quello che ci mette a disagio. Quante volte, per educazione o per pudore, ignoriamo una sensazione chiara? In quel momento il nostro cervello ha già colto qualcosa che non va.
    Educare la paura significa anche allenare lo sguardo.Non si tratta di vivere nel sospetto, ma di sviluppare attenzione: capire dove sono le vie di fuga, chi abbiamo intorno, cosa sta cambiando nell’ambiente che ci circonda. È una forma di presenza, più che di allarme. Non si tratta di vedere pericoli ovunque, ma di non essere ciechi quando il pericolo c’è. C’è poi un passaggio decisivo, che consiste nel trasformare la paura in un’azione semplice mettendo in atto scelte immediate e realistiche come cambiare percorso, entrare in un luogo illuminato, prendere le distanze, usare la voce. La paura utile funziona quando si traduce in movimento. Il paradosso è che chi sa ascoltare la paura appare più calmo, non più ansioso, perché non deve inseguire il controllo totale.

    8.4.26

    Diario. di bordo n 141 anno. IV. portobello di. Marco Bellocchio ., La meloni e la mafia ., cosa. facciamo se. ci. imbattiamo. in una. mezza. verità. ?



    Niente di nuovo per chi conosce la. Vicenda direttamente o indirettamente tramite altre opere  televisive e cinematografiche ( qui su wilìkipedia maggiori  dettagli in particolare il paragrafo l’impatto culturale del «caso Tortora» ) Ma un ottimo modo nel  racconta la  vicenda oltre i processi    concentrandosi sull'aspetto umano di Tortora e descrivendone  benissimo il contesto pre processuale.  Infatti.concordo con https://www.ilpiacenza.it/attualita/il-caso-enzo-tortora-secondo-marco-bellocchio-debutta-portobello.html  Un ottimo cast sia i personaggi principali  a. partire da Gifuni.  sia. quelli secondari. 

    .......

    Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e il seguente testo "esclusiva R REPORT Che ci fa Giorgia Meloni con il refente del clan Senese in Lombardia?"

    Visto che la mafia piace tantissimo visto che. Ci fanno dei selfie e li. si da. dei pass per entrare nei palazzi delle istituzioni. .Se la. Istituzionalizzasse otterrebbe un. Risultato storico che neppure la. Dc ha. ottenuto. Nel. Corso dei. 50 anni di governo

    .......

    Peanuts 2025 aprile 08

    7.4.26

    vietato parlare. di Giulio Regeni troppi. affari. con l'Egitto di Lorenzo Tosa

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    Il silenzio dell’Egitto su Giulio Regeni. La famiglia: «Un fallimento»
    Pensavamo che avessero toccato il fondo della cultura, ma loro si sono superati.Il ministero della Cultura targato Giuli ha ufficialmente negato il riconoscimento di interesse pubblico culturale, e di conseguenza qualunque finanziamento, al documentario su Giulio Regeni “Tutto il male del mondo”, già premiato con il Nastro d’argento della legalità.Questo è uno schiaffo in faccia
     - Potrebbe essere un'immagine raffigurante testol’ennesimo - alla famiglia Regeni, a tutti quelli che in questi dieci anni hanno combattuto per chiedere verità e giustizia, trovando un muro non solo in Egitto ma anche e soprattutto in Italia.E il ministro Giuli ha voluto fornircene l’ennesima dimostrazione.No, non è un caso, non giriamoci intorno.Questa è una scelta politica, una carognata in piena regola.Hanno deciso arbitrariamente e politicamente che la storia di un giovane ricercatore italiano morto ammazzato e torturato in un Paese straniero senza nessuna verità e giustizia non sia d’interesse pubblico o non rispecchi l’”identità nazionale”, altro parametro di valutazione della commissione.È talmente vergognoso da risultare offensivo.Il ministro Giuli si scusi con Paola e Claudio Regeni, con gli italiani, e ci ripensi. In gioco non c’è la dignità di Giulio, che non è mai stata in discussione, ma quella di un Paese ormai fuori dal tempo e oltre il ridicolo.

    Certo bisogna farne di strada per non distinguere tra un illegalità etica ed da criminale [. gli esperti di grazia (ma non di giustizia) il caso della Minetti - REPRISE ]

    canzoni suggerite nella mia ora di libertà ( sia la versione originale di de Andre' sia la cover di Caposela ) Il Figlio del re-Pi...