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20.8.16

esempi di umilta' , d'arroganza e spocchiosità



La prima è di un vip anzi attore molto famoso che rifiuta di passare le vacanze nel jet set della costa Smeralda e preferisce luoghi altrettanto suggestivi della mia sardegna










da la nuova sardegna del 20\8\2016




In taxi con Robert De Niro per le strade della Maddalena

L’attore italoamericano ha pranzato nell’isola con la famiglia e alcuni amici. Giuseppe Meo: «Una persona squisita, si è addirittura scusato del ritardo»







 
 Robert De Niro a bordo del taxi di Giuseppe Acciaro




LA MADDALENA. Farsi un selfie in auto col proprio idolo, scambiare qualche parola con lui, scoprire che è una persona a modo e gentile. Ritrovarsi a fare, insomma, il taxi-driver del taxi-driver per eccellenza, il mito Robert De Niro.Giuseppe Meo, tassista alla Maddalena da quattordici anni, ha sentito un brivido lungo la schiena quando dal tender che era appena attraccato a Cala Gavetta stava scendendo il grande attore italoamericano e a lui sarebbe toccato l’onore di accompagnarlo al ristorante nel quale lo attendevano alcuni amici. «Capita spesso che ci chiamino per riservare il taxi a qualche vip - racconta - e poi invece l’informazione risulta priva di fondamento». Stavolta invece era tutto vero.




De Niro in posa con lo staff del ristorante La Locanda del Mirto




Robert De Niro sta trascorrendo nel mare della Sardegna qualche giorno di vacanza con la famiglia su uno yacht affittato per l’occasione e come al solito ha deciso di tenersi lontano dai riflettori del gossip, evitando la bolgia della Costa Smeralda e dei frequentatissimi locali. Lo yacht è stato ormeggiato a Porto Rafael e da lì la famiglia De Niro si è spostata col tender fino all’isola di La Maddalena, dove l’attore aveva appuntamento con un fotografo amico di vecchia data. Ed è scattata la telefonata al tassista: «Mi hanno chiamato una prima volta per chiedermi la disponibilità, annunciando che stava arrivando un ospite molto importante - racconta Giuseppe Meo -. Dopo un po’ mi hanno richiamato per dirmi che la persona in questione era Robert De Niro. Una notizia che ho preso con un po’ di scetticismo, proprio perché altre volte al posto di qualche vip erano arrivati degli sconosciuti». Invece quel signore con la barba bianca vestito in maniera casual, bermuda e camicia bianca, non poteva essere assolutamente confuso. Specie da uno che ha visto «quasi tutti i suoi film. Quando è salito sul mio taxi, lo ammetto, mi sono emozionato. A parte che è molto bello vedere che uno come lui sceglie La Maddalena e non la Costa Smeralda».
La piccola carovana, composta dalla famiglia De Niro e alcuni membri dell’equipaggio, ha preso la direzione del ristorante La bottega del mirto. E il taxi-driver della Maddalena ha potuto scambiare qualche parola col suo idolo: «Quello che voglio assolutamente dire è che De Niro si è dimostrato molto educato e umile. Quando è arrivato si è subito scusato per il ritardo e per avermi fatto attendere: a causa del mare mosso il tender era infatti arrivato in porto con oltre due ore di ritardo rispetto all’ora, ma non mi aspettavo che si scusasse. Non avevo mai trasportato un divo del suo calibro, devo confessare che in altre occasioni ho avuto come clienti personaggi famosi della televisione italiana o calciatori e qualche volta sono rimasto deluso dal loro comportamento, diciamo che non erano così simpatici come apparivano in tv. Robert De Niro è stato invece di una semplicità quasi disarmante. Non è stato molto loquace, abbiamo scambiato qualche battuta e in italiano ha detto poche parole, poi gli ho detto che anche io, come i suoi nonni sono nato in Abruzzo, lui ha sorriso e mi ha dato una pacca sulla spalla».
Al ristorante si è ripetuta la stessa scena. Il titolare Pino Olivieri aveva avuto bisogno di un paio di telefonate per avere la certezza che l’ospite importante fosse proprio De Niro e aveva preparato il personale per un’accoglienza adeguata. Il locale a quell’ora non era molto affollato, c’erano giusto un paio di famiglie che quando il gruppetto è entrato nel locale non sono riuscite a nascondere la sorpresa. Il menù del pranzo è stato rigorosamente sardo: polpette, ravioli, porcetto. E ovviamente per chiudere, come digestivo il mirto. Specialità che “Bob” De Niro ha gradito particolarmente, tanto da chiedere al titolare di poter acquistare una bottiglia. L’ha avuta, ma in regalo. E fuori dal locale Giuseppe Meo ha atteso con pazienza la fine del pranzo, chiuso “ufficialmente” dall’immancabile foto ricordo dello staff con l’attore.
Nello stesso giardino del locale è stato poi il tassista a chiedere a De Niro di posare per uno scatto, quindi è arrivato il momento del ritorno al porto. Dentro l’auto di servizio di Giuseppe Meo è rimasta la copia del New York Times che Robert De Niro aveva in mano quando è arrivato e che per il tassista diventerà una sorta di reliquia, un ricordo tangibile di una mattinata indelebile: cinque ore dedicate, anzi consacrate, a uno dei suoi attori preferiti. Il quale si è congedato con una bella mancia per il disturbo di cinque ore e mezzo, giusto per confermare l’impressione lasciata all’inizio: «Una persona “normale”. Insomma, quando mai puoi immaginarti che vai a prendere Robert De Niro al
porto e lui per prima cosa ti chiede scusa per il ritardo?».





la seconda è quella de del borgomastro Bastian Rosenau che in passato aveva premiato un suo concittadino che si era distinto per particolari attività sociali, senza sapere che l'uomo era stato un sergente delle Waffen-SS, uno dei reparti più sanguinari e responsabnile dela strage diSan terenzo Monti . Ma poi saputo della strage ammette il su errore visita il luogo e chiede pubblicamente scusa 




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Il presidente Mattarella ha inviato un messaggio: "La memoria di quella tragedia deve vederci tutti impegnati in un'opera di costante rafforzamento delle riconquistate libertà democratiche"















Bastian Rosenau (al centro), borgomastro del paese tedesco di Engelsbrand, parla al microfono a San Terenzo



Parla scandendo il suo tedesco morbido e attendendo con pazienza la traduzione dell'interprete. Ma almeno quattro volte fa fatica ad arrivare in fondo alle frasi che ha costruito con attenzione e che legge da un foglietto. E almeno quattro volte l'applauso di chi lo ascolta, e sono tanti, lo aiuta a controllare la commozione, a lasciare che le lacrime che sente arrivare restino dentro di sé.
Siamo a San Terenzo Monti, nel comune di Fivizzano. Siamo nel luogo dove le SS, settantadue anni fa, uccisero 159 persone: 82 uomini, 63 donne, 14 bambini. È il giorno della commemorazione e del ricordo. Il cimitero, la messa, le corone. Alla fine sul palco, accanto al sindaco di Fivizzano, Paolo Grassi, c'è questo alto e giovane borgomastro di un paese non lontano da Stoccarda, Engelsbrand. Si chiama Bastian Rosenau, ha 36 anni e qualche mese fa ha dato un'onorificenza comunale a un suo concittadino che si era distinto per particolari attività sociali a favore della comunità. Ma non sapeva, nessuno gli aveva detto, nessuno sospettava che quel “bravo cittadino” era stato un soldato delle Waffen-SS, sergente in uno dei reparti più sanguinari, quello comandato da Walter Reder, il battaglione responsabile dei massacri più efferati. Da Marzabotto, a Sant'Anna di Stazzema e, appunto, Fivizzano. Quel sergente delle SS diventato un “bravo cittadino”, di nome Wilhelm Kusterer, ebbe un ruolo attivo nelle stragi compiute dal battaglione. Tanto da essere definitivamente condannato, in Italia, a due ergastoli: per Marzabotto e per Fivizzano (nel territorio del Comune furono più di 400 le persone uccise dai nazisti).

Appena si sa dell'onorificenza, il sindaco Rosenau è travolto da accuse e polemiche. Si appella alla propria buona fede e il consiglio comunale delibera il ritiro della medaglia. Ma al sindaco di Fivizzano non basta. Paolo Grassi, insieme a Roberto Oligeri, responsabile per il Comune della conservazione della Memoria delle Stragi nazifasciste, parte per Engelsbrand. Vuole parlare di memoria e di pace con il suo collega tedesco e vuole invitarlo a San Terenzo per l'anniversario della strage. Vuole che sia lui a tenere l'orazione ufficiale.
Così ieri Bastian Rosenau ha parlato a uomini e donne che da settantadue anni portano dentro di sé il terribile dolore di quei giorni.
«Anche se questi fatti sono accaduti molto tempo prima che io fossi nato e anche se non ho partecipato a questi crimini, è difficile per me rivolgervi la parola oggi come sindaco di Engelsbrand», (applausi).
«Sono andato a leggere i racconti dei testimoni negli atti dei processi. Ne sono rimasto sconvolto e sento una grande vergogna quando penso alle azioni dei soldati tedeschi nei vostri confronti e nei confronti delle vostre famiglie»,(applausi).
«Mi sono chiesto: che cosa si può dire di una cosa così mostruosa? È difficile trovare le parole giuste per parlarne. Io sono padre di tre piccoli bambini e quando penso alle donne, alle madri, ai bambini, a tutti gli innocenti vittime di uccisioni così sadiche e terribili, mi viene un profondo lutto e compatimento»,(applausi).
«Ci tengo davvero tanto a commemorare, con il vostro permesso, le vittime della violenza germanica e a inchinare il capo di fronte ai morti. E oggi sono venuto anche per chiedervi scusa perché noi, con la nostra onorificenza, abbiamo riaperto senza saperlo vecchie piaghe e provocato ferite profonde a voi e ai vostri concittadini. Non era nostra intenzione e ce ne rammarichiamo molto», (applausi).
Prima di essere circondato da chi vuole ringraziarlo e stringergli la mano Bastian Rosenau aveva voluto sottolineare l'eccezionalità della giornata: «All'epoca l'Europa era ridotta a macerie e l'odio era il sentimento prevalente. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe stato possibile incontrarci oggi uniti dall'amicizia e dalla fratellanza in un'Europa unita?».
E insieme a Grassi si è poi avviato verso un altro luogo della memoria, a Vinca, dove, pochi giorni dopo San Terenzo, il 24 agosto 1944, le SS di Reder e Kusterer, insieme a cento brigatisti neri, massacrarono centosessantadue persone: 59 uomini, 58 donne, 14 bambini.







la terza è quella spocchiosa . 

Ora  va  bene che della tua casa , una villa in questo caso , ne fai fai quel che vuoi decidendo tu a chi darla in affitto , per quanto tempo , ecc.  purché ci paghi le tasse. Ma  se poi non le paghi te  ne  assumi le responsabilità non è che inventi scuse banali e poi reagisci in maniera acida e d arrogante . Se te lo fanno notare , meglio ti stai zitto    o  inventi scuse plausibili  che fa più bella figura 




qualche tempo fa a Venezia durante un controllo del fisco 



Venezia, dimora di gran lusso fantasma per il Fisco
Scoperta della Finanza e dei vigili: l’attività frutta dai 13 ai 25 mila euro alla settimana ma è del tutto abusiva. Nel mirino anche affittacamere-tuguridi





VENEZIA. Nel palazzo di Castello sono stati accolti da un maggiordomo in livrea mentre nell’appartamento di Cannaregio da un giovane turista con le gambe mangiate dagli insetti come certificato dal referto del pronto soccorso. Per finanzieri e vigili urbani, che nelle scorse settimane hanno bussato alla porta di entrambe le strutture, almeno un aspetto in comune c’è: l’attività di locazione è abusiva, totalmente sconosciuta al fisco e al Comune. Gestori e proprietari sono stati inoltre segnalati alla procura per la mancata comunicazione degli ospiti alla questura, come imposto alle strutture ricettiva dalla legge sulla pubblica sicurezza. È un nuovo tassello dell’operazione Venice Journey che da mesi finanzieri e vigili urbani stanno portando avanti in centro storico contro i furbetti dei bed&breakfast.
Palazzo “Di Pietro”. Anche se non ha un vero e proprio nome è così che la palazzina viene presentata sui principali siti turisti di lingua inglese dedicati alle vacanze nelle case si lusso. Nell’edificio a fianco della chiesa di San Pietro, a Castello, si può godere di vasca idromassaggio, bagno turco, terrazza panoramica e attracco privato per l’ingresso dal canale, quattro piani incluso il loft per ospitare fino a 15 persone. I controlli di finanzieri e vigili urbani non potevano passare inosservati in una casa entrata nel volume, presentato pochi mesi fa, Vivere a Venezia, un percorso in laguna all’interno delle case e dei palazzi privati più belli.
Proprio come la palazzina di San Pietro, restaurata di recente, dai coniugi Giorgio e Ilaria Miani, offerta a turisti facoltosi di tutto il mondo - dai 13 ai 25 mila euro alla settimana - ma in modo irregolare e senza alcuna comunicazione al fisco, secondo gli accertamenti di vigili urbani e finanzieri che si preparano a comminare una maxi-multa, non ancora quantificata, ma stimata in alcune decine di migliaia di euro. Sia per la violazione delle norme sulla locazione turistiche che per l’impiego, in nero, di almeno tre persone: il maggiordomo e altri due aiutanti che i finanzieri hanno trovato quando hanno suonato alla porta di casa. Tre dipendenti al servizio di una dozzina di turisti inglesi. Di tutti i militari hanno raccolto la testimonianza. La Finanza inoltre, essendo la coppia residente a Roma, ha segnalato ai colleghi della capitale la vicenda, per i necessari approfondimenti anche in virtù dell’esiguo reddito che risulta dichiarato al fisco.
Il tugurio. Non è necessario spendere 13 mila euro a settimana per dormire a Venezia, lo si può fare anche con 140: basta accontentarsi di un appartamento stipato con venti brandine a castello, di cui due alloggiate nel pergolo. Una camerata come nel peggiore degli ostelli, bagno e ambienti comuni in condizioni precarie. Il gestore dell’appartamento è una vecchia conoscenza della polizia municipale, è un iraniano residente in città che già in passato era stato pizzicato, per gli stessi motivi.
Affittacamere. Singolare il controllo partito invece da Strada Nuova. Un pattuglia delle Fiamme gialle ha fermato un cittadino pachistano che faceva foto nei pressi del Ghetto ebraico. Il turista ha spiegato di essere ospite di una struttura trovata online: i controlli hanno verificato che era a casa di una veneziana che solita affittare una delle sue stanze: anche per lei sono scattate multa e denuncia




Ora anziché starsi zitti .o tirare fuori le solite scuse che i ricchi ( vip o non vip ) tirano fuori quando scoprono che hanno evaso hanno risposto in maniera arrogante ed acida 


«La casa a Venezia affittata a 25 mila euro in nero? Facciamo quello che vogliamo»
Parlano i proprietari romani del palazzo: è un palazzo privata, i clienti sono selezionatidi Nadia De Lazzari














VENEZIA. In campo San Pietro di Castello, accanto all’antico e pendente campanile, spicca una palazzina rosa di 500 metri quadrati con un attracco privato sull’omonimo canale. Nei tre piani: tre cucine, otto bagni con vasca idromassaggio e bagno turco e un’altana. L’abitazione è attorniata da un pugno di case abitate da veneziani e da una siepe di oleandri, rose, ibisco. 
"Questa è una casa privata e io e mia moglie Ilaria facciamo quello che vogliamo; a volte l’affittiamo ma alla gente che vogliamo noi. Le persone sono selezionate e qualificate, non sono certo i barboni che vengono a distruggerti la casa. Sono restauratore di immobili, non sono un architetto e mi avvalgo continuamente della loro collaborazione". Esordisce così Giorgio Miani conversando sulla propria abitazione


















"Io e mia moglie non abbiamo la residenza qui, siamo di Roma e a Venezia siamo liberi di vivere come vogliamo e di ospitare chi vogliamo. Abbiamo tanti amici famosi", spiega l’uomo. "Questa casa è stata acquistata e ristrutturata nel 2010. Appare in note riviste francesi, inglesi, americane e in numerosi siti nazionali e internazionali. Siti che né io mia moglie, arredatrice, abbiamo realizzato, e nemmeno le nostre tantissime società. Quei siti appartengono alle agenzie di viaggio che non sono state autorizzate da noi e nemmeno le foto che pubblicano. Sono abusive. La loro non è un’opportunità, è una pubblicità aggressiva; ci stanno creando problemi".
Sulla questione Giorgio Miani aggiunge: "Le agenzie di viaggio attirano clienti e poi ci contattano. Se ci va si concorda un prezzo e si ospitano i clienti. È già successo. Qui arrivano le cuoche delle agenzie ma ne conosciamo anche noi. Non ci sono maggiordomi, viene un signore a spazzare nel piano terra il salso che cade dal muro. È l’umidità della città".Giorgio Miani dichiara che con il Fisco è in regola: «Qui non c’è niente di clandestino e di non trasparente. I pagamenti avvengono in conto corrente». Poi, però, ammette: «Non abbiamo mai pagato la tassa di soggiorno».






disinformazioni e , razzismo e stupide censure facebookiane sul casio del burkini



prima ddel presidente dell'Unione comunità islamiche e imam di Firenze, Izzedin Elzir, la  foto  sempre  su fb   di sette suore, in tonaca e velo, che giocano sulla spiaggia  era  stata  pubblicata  da    https://www.facebook.com/giampietro.vecchiato  più precisamente  qui



ma  nessun media  ha  detto niente  e  facebook    aveva  censurato  \  sospeso  account  .  Non sarà un  altro caso  di razzismo  e  di islamfobia  ?oppure  semplice   disinformazione  ?

BURKINI: ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA. SULLA PELLE DELLE DONNE di © Daniela Tuscano

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 MA BASTA PARLARE DI BURKINI SI O NO CI SONO ALTRE COSE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI PIù IMPORTANTI




Ogni mattina ringrazio d'esser nata in quest'angolo di mondo, in cui le mie libertà sono stabilite per legge, i miei diritti garantiti, la mia umanità riconosciuta. È stato un processo impervio, doloroso, lunghissimo. Ha avuto le sue martiri, che hanno lottato e sono cadute perché le loro figlie e nipoti potessero studiare, lavorare, amare chi volevano senza temere punizioni, vendette e anatemi da parte maschile.
La civiltà d'un popolo, la sua maturità democratica, si misurano dal modo in cui vivono le donne. La storia si declina al femminile. E in periodi tormentati, come l'attuale, sono sempre le donne a rischiare di più.
Pertanto, quando troppe voci di uomini s'arrabattano per decretare il margine di libertà che ci spetta, è naturale insospettirsi. E purtroppo, spesso, è pure giusto.
In quest'agosto declinante le pagine dei principali quotidiani sono occupate dalla polemica sul cosiddetto "burkini", il costume da bagno femminile "islamicamente corretto" (simile a una muta da sub) che alcuni politici europei e italiani vorrebbero bandire in quanto sancirebbe, anche visivamente, l'inferiorità delle donne, la loro riduzione a meri corpi, oggetti del desiderio e della predazione maschile.

Data la risonanza dell'evento, sono costretta a occuparmene anch'io.
QUALI VALORI. "Il burkini contraddice i nostri valori", ha decretato il ministro francese Valls, subito imitato dalla super-attivista italiana Zanardo. Ma di quali valori stiamo parlando?
Il Sessantotto nacque in Francia, e si diffuse poi in tutto l'Occidente, all'insegna (anche) della nudità, anzi, del denudamento - non solo femminile - dall'ipocrisia e dal clericalismo fascista/patriarcale. Ricerca, utopistica e immatura ma non meno significativa, d'una innocenza perduta. Ben più sconvolgente in un'Italia in cui il voto femminile aveva poco più di vent'anni, che ancora non conosceva il divorzio e dove vigevano lo ius corrigendi, il delitto d'onore, le donne in gramaglie (poco dopo la mia nascita mia madre, in vacanza in Calabria, si ritrovò al centro di chiacchiere malevole per aver indossato un pur castigatissimo "due pezzi" dagli slip ascellari).
Non soltanto Sud, comunque: la Chiesa stigmatizzava le spalle scoperte delle ragazze e le suore del collegio m'imponevano la veletta che indossavo peraltro con orgoglio, trovandola un accessorio elegante e un segno di distinzione.
Un paese, l'Italia, dove il venerdì santo la TV non trasmetteva Carosello per rispetto ai dettami religiosi. Il '68 lo sovvertì.
Il consumismo tuttavia, "nuovo fascismo" come lo definì acutamente Pasolini, s'appropriò molto presto delle istanze libertarie mutandone la natura, banalizzando e mercificando quel sesso che si voleva spontanea manifestazione d'amore. I risultati non tardarono a manifestarsi: invece dell'erompere della vitalità un brusco calo del desiderio, con conseguente ricerca di piaceri sempre più trasgressivi ed eccentrici; individualismo esasperato; perdita di significato dell'intera esistenza. Seguita, dopo la fuga nei paradisi artificiali, da un invasivo richiamo all'ordine e dal riemergere d'ataviche fobie, discriminazioni, diffidenze.
DONNE ETERNE SECONDE. La libertà è fragile e ardua. La prima a venir conculcata, soprattutto quando non è entrata nel cuore, non scorre nelle vene, non è, insomma, divenuta una seconda, irrinunciabile natura. E che la donna sia una diversa e complementare declinazione di un'unica umanità non è un dato acquisito nemmeno a queste latitudini.
Le donne non compaiono nei testi scolastici, rafforzando l'idea della loro insignificanza. Ad esse è interdetta l'ordinazione sacerdotale.
Il numero di violenze e assassini di donne è poi aumentato in maniera esponenziale nei paesi europei e i responsabili sono in larghissima parte maschi occidentali non islamici (l'unico a denunciarlo con forza, operando un paragone ardito ma efficace tra Isis e femminicidio, è stato il Papa). Le pene loro inflitte sono estremamente lievi, la riprovazione sociale molto debole; spesso, anzi, si colpevolizzano le vittime. I centri antiviolenza chiudono per mancanza di sovvenzioni statali.
I media giustificano quasi sempre gli aggressori e la pubblicità giunge a esaltare la reificazione, lo stupro e finanche l'uccisione di donne come tratto distintivo del maschio "vero". Risale allo scorso mese la pubblicità d'un paio di scarpe che ritraeva una modella riversa a terra, i calzoni calati e i capelli scomposti, senza volto, palese icona d'una violenza conclusa nel peggiore dei modi. Diffusa a ridosso della barbara esecuzione di due donne, è stata poi ritirata per le vigorose proteste degli internauti.
La maggioranza della popolazione maschile non ha dimostrato alcuna solidarietà nei confronti delle aggredite, né ha sentito il dovere di scendere in piazza scandendo "not in my name" come esigiamo lo facciano i musulmani verso il Daesh.
Anche la politica - la destra neofascista e populista, ma non solo - è rimasta indifferente di fronte a queste odiose violazioni dei diritti umani fondamentali. In alcuni casi le ha anzi tacitamente approvate (molti esponenti c.d. "pro-family" definiscono il femminicidio "una strage inesistente" e addirittura "ideologica"!).
Sono gli stessi che si oppongono fieramente a qualsivoglia integrazione dei musulmani, confinandoli in ghetti, vietando loro la costruzione di luoghi di culto in accordo con lo Stato laico e democratico, ritenendoli potenziali terroristi o cavernicoli senza rimedio.
LE VERITÀ MULTIFORMI. E sono proprio loro a strillare contro il burkini. L'Italia allegramente prosseneta, quella delle cene eleganti, si è scoperta all'improvviso turiferaria dei diritti femminili minacciati dall'insopportabile costume (scarsamente diffuso, poi: al mare, dove mi trovo, non ne ho mai visto mezzo...).
Una donna in topless è necessariamente più emancipata di una col burkini? Sì, forse. Anche. Dipende. In realtà il nudo declinato secondo le esigenze del mercato (che è potere, e quindi maschio) non dimostra apertura e disinibizione ma schiavitù non molto diversa dal velo integrale.
Il burkini simboleggia la sottomissione femminile? Sì, forse. Anche. Dipende. Perché prima bisognerebbe domandarlo alle dirette interessate. Come mai nessuno ci ha pensato? Non sarà che pure i laici ed evoluti occidentali giudicano le musulmane talmente arretrate da non avere nemmeno un'opinione in proposito?
Il burkini è imposto dai maschi? Sì, forse. Anche. Dipende. Vietarlo in Tunisia, come avviene, è probabilmente giusto data la situazione di quel paese. Perseguire gli imam barbuti che in nome d'una democrazia altrimenti esecrata vorrebbero imporre un arcaico sessismo (ivi compreso il "diritto" alla poligamia) è doveroso sempre e ovunque. Ma il costume è solo un oggetto: sta a noi - a noi donne, intendo - conferirgli significato. Alcune lo indossano senza costrizione, proprio come il velo, portato perfino da numerose femministe. Altre vestono all'occidentale, sia al mare sia fuori. Il nodo sta tutto qui: nella libertà, consapevole, matura, piena, rispettosa delle scelte differenti. Per altre, ancora, quella specie di scafandro rappresenta l'unica occasione di godersi il mare. Di venire a contatto con culture diverse, donne di opposta, ma non per questo inconciliabile, sensibilità. Negar loro questo primo, timido affacciarsi alla multiformità delle vite contraddice quei valori di tolleranza di cui andiamo giustamente fieri.
L'ENNESIMA MENZOGNA. La voce più acuta è quella dell'asino, avvertiva il profeta Maometto. Mi permetto di contraddirlo: almeno in un simile frangente, a gridare più forte sono le volpi. Perché la surreale polemica sul burkini permette di oscurare i veri scandali. L'opinione pubblica mondiale, secondo la narrazione mediatica, è rimasta traumatizzata dall'immagine del piccolo Omran scampato alle bombe, coperto di calce e sangue, il terrore esanime negli occhi, derubato fin delle lacrime.
Falso. Omran sbiadirà dai nostri cuori esattamente come Alan Kurdi, Hudea e tanti altri. Non è lecito alcuno shock, poiché la guerra in Siria si protrae da sei anni e di Omran se ne sono visti moltissimi, anche più piccoli e, se mi si passa il termine, meno fortunati di lui. La scorsa settimana è andato in fiamme un ospedale pediatrico (uno dei tanti) e dieci neonati sono morti carbonizzati. In Yemen scuole e nosocomi si sbriciolano come sabbia sotto i bombardamenti, annientando intere generazioni di bambini, donne e uomini; e gli aiuti umanitari sono bloccati. Li abbiamo visti, certo: ma non sui quotidiani, non nei Tg. Questi ultimi erano focalizzati sul burkini. Li conosciamo grazie all'abnegazione di volontari, reporter coraggiosi e indipendenti e firme ignorate dalla grande stampa. Forse perché non conviene far sapere che gli ordigni esplosi in Yemen dai sauditi (nostri alleati notoriamente rispettosi dei diritti femminili...) sono di fabbricazione italiana, così come quelli che hanno devastato Aleppo e l'Iraq. Forse perché è meglio tacere del fatturato dell'industria bellica nazionale, triplicato nel corso dell'ultimo anno; ed è facile intuirne le ragioni. Decisamente più astuto, volpino appunto, occuparsi dei centimetri di pelle femminile, evocando astratti principi, mentre i diritti autentici crollano sotto il peso dell'ennesima menzogna.

© Daniela Tuscano

19.8.16

Nelle batterie dei 5000 donne, la neozelandese Hamblin e la statunitense D'Agostino finiscono a terra: la seconda ha la peggio e la sconosciuta avversaria l'accompagna al traguardo, rinunciando alla qualificazione

A  quasi  cento dieci  anni    dalla  vicenda  di  Dorando Pietri  olimpiadi   di Londra  1908



  alle  olimpiadi  rio  2016  è avvenuto   un  gesto   dallo stesso  valore  simbolico


che  dimostra  che  nonostante :   gli affari  , il  doping   (  in certi periodi anche   di stato  ) ,  la politicizzazione  , i boicottaggi  o iniziative  contrarie come   questa  del  gruppo fb boicottare le olimpiadi è un dovere
Affogati dalla politica, dai midia dalla cultura d'elite. non siamo in grado di vedere ciò che accade davanti ai nostri occhi. Dopo i mondiali di calcio che sappiamo cosa sono costati a livello umano-sociale al Brasile; adesso è l'ora delle olimpiadi è cominciano a trapellare le prime notizie di uccisioni mirate sui ninos de rua. Mi chiedo? Siamo veramentee impotenti davanti a questi massacri, ricordando i paesi in guerra? Io dico no, il risveglio delle coscienze deve avvenire prima o poi ovunque, Vedi Francia e lo stesso Brasile, il Messico.Solo in questo modo possiamo sperare, come in altri tempi di dare una soluzione alla violenza capitalistica-imperialista e ai suoi genocidi programmati. L'orrore è tra noi e solo noi possiamo combatterlo. Non diamo importanza alle situazioni che ci fanno scivolare nel vuoto, BOICOTTIAMO LE OLIMPIADI


i  veri  valori  dello sport   su  chi     sono fondati  anche  le  olimpiadi e  quindi   il vero  sport   non  sono  ancora   morti  completamente  ma  sono come  un fenomeno  carsico    che  dopo anni  di pausa ritorna  a farsi sentire  
Ecco   la  cronaca  di un gesto bellissimo  che senza  internet  sarebbe passato   inosservato o  quasi     o  confuso fra la marea  d'immagini e  fotogrammi di queste olimpiadi  


Nelle batterie dei 5000 donne, la neozelandese Hamblin e la statunitense D'Agostino finiscono a terra: la seconda ha la peggio e la sconosciuta avversaria l'accompagna al traguardo, rinunciando alla qualificazione. La giuria ha riammesso entrambe

16 agosto 2016 - RIO DE JANEIRO (Bra)
Si invoca sempre il fair play e lo spirito olimpico, ma ogni volta che se ne scorge una manciata, ci si accorge poi quanto nei fatti in realtà manchi. E quanto un gesto come una mano tesa per aiutare qualcuno a rialzarsi e una spalla offerta per condividere la fatica, rappresentino per ciascuno di noi. E' capitato questa mattina sulla pista di atletica, durante le batterie dei 5000 metri femminili: verso la fine della gara la neozelandese Nikki Hamblin e poi l'americana Abbey D'Agostino cadono in seguito ad una brusca frenata del gruppo. Il ginocchio della seconda compie una brutta torsione, ma nonostante il dolore si gira e va ad aiutare l'avversaria a rialzarsi.
Ricominciano insieme la corsa, zoppicando. Pochi passi dopo, la statunitense finisce di nuovo a terra e rimedia una distorsione al ginocchio. In questa occasione è la Hamblin a soccorrerla. Le due proseguono a fatica verso il traguardo, insieme e qui si abbracciano in un'atmosfera commovente. Concludono all'ultimo posto, e mancano la qualificazione. «Sono così grata ad Abbey per quello che ha fatto per me», ha commentato la neozelandese. Chiarendo che, prima della gara, lei e l'americana non si conoscevano: «Non l'ho mai incontrata prima, non è una cosa sorprendente? E' una donna straordinaria. Indipendentemente dall'esito della gara, questo è un momento che non ho intenzione di dimenticare per il resto della mia vita. Se, tra vent'anni, qualcuno mi chiederà di Rio 2016 - ha aggiunto - beh, racconterò questa storia». La giuria ha deciso di riammetterle, ma non è certo che entrambe possano essere in condizione di gareggiare.
 






MA BASTA PARLARE DI BURKINI SI O NO CI SONO ALTRE COSE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI PIù IMPORTANTI

molti   di voi  (  sia  fedeli  lettori  che   lettori occasionali  )    mi chiedono   ulteriori  spiegazioni   all'articolo precedente.

Ed  ecco  che mentre mi spremevo le meningi  per  rispondere  loro  che  ho letto  sulle notifiche  dei miei contatti   di  fb   questo post ,  un  anticipazione    di  quello   che  avrei voluto dire  io   ,  del mio  compaesano  




Sergio Pala
Il burqa in spiaggia..ne ho letto e sentito di tutti i colori...favorevoli, contrari...a parte che almeno queste donne non hanno l'assillo della prova costume o... della ceretta perfetta. Scherzi a parte, sta storia che sono "retrograde" vi sta sfuggendo di mano...a me non darebbero fastidio in spiaggia. Ho il pelo sullo stomaco.. e son abituato a ben peggio:
A) balenottere che se non fosse per il perizoma chiameresti "Green peace" segnalandone l'arenaggio;
B) vecchiette in topless, con due fichi secchi ( di quelli che usano per fare i dolci) al posto delle tette e con vene varicose presenti in google maps;
C) maschietti in slippino sulla riva che insistentemente si toccano il pacco, pensando di averlo scordato e lo tastano come si tasta il melone prima di comprarlo;
D) vecchietto seduto sulla sdraio che legge la Gazzetta mentre il suo testicolo esce dalla "tana" a prendere fresco.
E potrei continuare.
Vabbè..io esagero..sdrammatizzo...ma l'abito non fa il monaco... quindi al mare uno vada come vuole.. rispetto hai e rispetto avrai.. e pazienza se un coglione esce dalla mutande...mi preoccupano di più. ..quelli che escono per strada...



Ora mi chiedo   perchè   se  ci sono altri  praticanti  fondamentalisti   \  ortodossi    (  vedi  foto  sotto  )  nessuno\a  s'indegna   e  nessun politicante   calvaca l'onda   malpancista   ?


ebrei ortodossi  che  fanno il bagno   presa  da
  https://www.facebook.com/aldovincentdue?fref=ufi






Ora  concordo  con quanto dice su  Sabika Shah Povia  una giornalista freelance nata a Roma da genitori pakistani.  in questa intervista sul quotidiano http://altoadige.gelocal.it/italia-mondo/ del 18\8\2016    

 Cosa ne pensa della presa di posizione del primo ministro francese Valls a sostegno delle amministrazioni francesi che hanno vietato l’uso del burkini in spiaggia?
«Penso che vietare l’uso di un abito vada contro i valori stessi dell’Occidente. Sono convinta che ognuno debba essere libero di vestirsi come vuole. Non vedo proprio il problema nell’indossare il burkini: non copre il volto e quindi non va contro la legge francese del 2010 che vieta l’uso del velo integrale nei luoghi pubblici. La Francia ha una laicità estrema, pur di ostentarla si arriva anche a frenare le libertà dell’individuo, andando contro gli stessi principi del paese. Vietare il burkini mi sembra quindi una contraddizione».
[... ]
Quali possono essere le conseguenze del divieto?
«Secondo me può solo portare maggior divisione e meno integrazione. Le donne che si vedono vietata la libertà di andare in spiaggia in burkini possono sentirsi frustrate, marginalizzate, prese di mira. Sentire di non poter vivere la propria identità ed esprimere la propria personalità nel paese in cui ci si trova può solo aumentare il rischio di radicalizzazione.
Il dibattito sull'uso del burkini in spiaggia è arrivato anche in Italia.
«La nostra situazione è diversa. Numericamente ci sono molti meno musulmani che in Francia. Non ho mai visto nessuna donna in burkini sulle spiagge italiane, a Roma è anche difficile trovarlo nei negozi. Mi capita di vedere delle ragazze fare il bagno in leggings e maglia larga, ma nessuno ci fa mai troppo caso, forse sembrano ragazze che si fanno un bagno non programmato».
Quale sarebbe l’atteggiamento giusto da tenere se l’uso del burkini si diffondesse nel nostro paese?
«Si dovrebbe accettarne l’uso con naturalezza e tolleranza. Il burkini non è poi così diverso da una muta con una cuffia. Se una ragazza bianca indossa una muta e una cuffia per farsi il bagno non ci sono problemi, se lo fa una ragazza “marrone” è polemica. Pensare di vietarlo a me sembra discriminatorio. Queste leggi sono simbolo di paura verso il “diverso” e ostacolano la convivenza tra diverse culture.

 Infatti   

Nowhere Man
Nowhere Man Se è senza senso il divieto di indossare il burkini nelle nostre spiagge perchè nelle spiagge di molti paesi islamici le donne che mettono il bikini vengono arrestate? (se non di peggio)
Giuseppe Scano
Giuseppe Scano perché come da noi sono fondamentalisti
Daniela Rossi
Daniela Rossi Esatto il nostro divieto di burkini è il loro divieto di bikini
Giuseppe Scano

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Daniela Rossi
Daniela Rossi C'è chi fa il bagno rivestiti di lardo ....
Bell'articolo
Fausto Podda
Fausto Podda Il problema secondo me non è tanto che facciamo il bagno al mare vestite, Il problema nasce se vengono costrette. Ma vai e dimostralo...




Lorena Shanon Darkrose
non è corretto che se noi andiamo la dobbiamo adeguarci a loro e che se loro vengono qua loro non si adeguino a noi. come non è altrettanto bello sentire di guerre..ma tanto parliamoci chiaro ...le guerre tra noi umani sono tuttavia presenti e fa schifo uguale
Giuseppe Scano
Giuseppe Scano vero . però la proibizione non è modo giusto e si trasforma in imposizione , abbassandoci al loro stesso livello Lorena Shanon Darkrose
Lorena Shanon Darkrose
Lorena Shanon Darkrose non abbassandoci al loro livello non abbiamo ottenuto che il loro apprendimento andiamo in altro continente e facciamo quello che vogliamo. vanno fermati
Giuseppe Scano
Giuseppe Scano Lorena Shanon Darkrose vero ma con il buon senso e senza generalizzazioni


Antonella Pirina
Antonella Pirina Io dico una cosa, se vado in spiaggia vestita, nessuno mi dice nulla, se entro in acqua vestita, al massimo qualcuno può pensare che io sia strana...come a me pare strano vedere gente,a tempio, vestita con addosso qualcosa poco più grande di un costume da bagno!!! Ma una persona, se non offende nessuno, sarà libera di vestirsi come le pare???
Ora  come ho già detto all'inizio di questo post   il  velo anzi  i vari tipi di velo  islamico  e non solo 
in quanto anche  le nostre  suore ed  in alcune regioni  (  anche  se  sta  scompareendo  visto che a portarlo sono le  anziane  odurante le  manifestazioni religiose  e  folkoristiche   )     del sud   d'italia  (  sardegna compresa )   a  me  , se  è  spontaneo e  non si  è costrette    non mi distuba  ,eccetto il burquaperchè sia   che  sia  spontaneo  sia  il  cointrartio  vedi afganistan  viola  la  dignità delle  donne    .  La  penso  come Gianfranco bettin  cioè  usare  il  buon senso
 per  gentile  concessione  dell'autore
da   la nuova  sardegna del  18\8\2016
Meno editti  e     maggiore  equilibrio  
Nessuna donna dev’essere  obbligata a indossare  il burkini. Nessuna donna dev’essere obbligata a non indossarlo. Sembra facile, no?  Sono le basi del nostro diritto,delle  libertà personali inviolabili.Nessun  uomo dev’essere obbligato a farsi crescere la barba. Nessun  uomodev’essere obbligato a tagliarsela. Facile anche questo.
A  volte, più che alla sfera del diritto,
sembra di alludere a quella del buonsenso. Perché dunque siamo in una
tempesta culturale, ideologica e  politica? Perché una  discussione che dovrebbe essere certo difficile ma aperta, ricca, complessa,diventa unilaterale, gli argomenti  si tagliano con l’accetta, i  dogmi sostituiscono la ragionevolezza e il confronto? Perché, con ogni evidenza, questa è diventata una discussione  sul potere. Anzi,uno scontro  di potere. Dibattere sul burkini  (o sulla barba, o sulla poligamia,o l’omosessualità e così via,
con una predilezione per quanto  attiene al corpo, alla sessualità)  significa toccare punti nevralgici sia dei rapporti di potere interni  al mondo che esprime l’obbligo (o il forte condizionamento)  a indossarlo sia interni al
mondo che vorrebbe vietarlo (o anche solo superare quei tali condizionamenti ). Il premier  francese Valls che dà ragione a chi vieta il burkini non esprime  solo un tradizionale giacobinismo istituzionale francese sulle  questioni di laicità, ma anche la più contingente volontà politica di enfatizzare lo scontro concerte  correnti dell’Islam e, ben s’intende, di mandare un messaggio  ai propri elettori (e a quelli  che vede a rischio di seduzione  da parte dei Sarkozy e Le Pen).
Potremmo fare discorsi analoghi  per il caso italiano e anche  per l’Europa e l’Occidente, magari sostituendo la questione degli stili di vita con il tema davvero  epocale, la questione delle questioni: i movimenti migratori  e il rimescolamento prodotti  dalla globalizzazione.Vietare per consentire più libertà non sempre  è un paradosso.
In certi casi la necessità del divieto appare inequivocabile. Pensiamo alle atroci mutilazioni genitali,o ai matrimoni forzati.
La gioia di chi si toglie il velo o si taglia la barba nelle città liberate dall’occupazione dell’Is - o anche in tante vicende che si incistano  nelle nostre società e  che vengono felicemente risolte imponendo lo stato di diritto - ce lo dice nel modo più lampante.
In altri casi il limite tra la tutela  da un arbitrio e l’imposizione  di una sorta di contro arbitrio rischia
di essere più sfumato, speciequando il divieto non sia dettato da ragioni di sicurezza (che  impongono di essere identificabili,se necessario) ma, esplicitamente,da scelte di “valore”. Per questo servirebbero meno editti,e soprattutto un minor grado  di inquinamento politico nel  confronto delle idee e degli stili di vita. E anche, da parte di chi  parla dall’interno delle nostre società,una maggiore  consapevolezza  di quanto i nostri stessi  comportamenti, anche quelli in  apparenza più autonomi, disinvolti  e disinibiti (l’opposto di ciò  che fa indossare il burkini e tutte  le varianti di abbigliamento che  nascondonoo“soffocano” il corpo),siano spesso condizionati,addirittura stimolati, da sofisticati
apparati di manipolazione,dallo“sciame digitale” (il cui più  fine analista, Byung-Chul Han  ha di recente approfondito e intrecciato  i due concetti, età della  rete e condizionamenti, in  “Psicopolitica”, edito da nottetempo, acutissimo saggio sul  nesso tra libertà e costrizione oggi).Sia,dunque,l’equilibrio del legislatore, che decide per tutte e  tutti, a mitigare le forzature dei  leader politici e/oreligiosi,combattendo senza tregua,con leggi e strategia operative, chi conculca  la libertà, chi sottomette  chiunque, sapendo che la misura  fondamentale per valutare il grado di civiltà è,  ancora e più  che mai oggi, il grado di libertà  delle donne. In spiaggia e ovunque altrove.In tutti imondi,reali  e virtuali, di cui è composto l’unico mondo in cui tutti viviamo.

16.8.16

UNO STRANO CRISTO © Daniela Tuscano


Avanza uno strano Cristo, veste da rapper, gambe da calciatore , o contadino, o entrambi. Sguardo basso e lento, persino un’aureola a incorniciare il volto immancabilmente barbuto. Alle sue spalle, avanzi di Bronx su una luce cieca. Al suo fianco, un fucile. Un Cristo armato, come in certi dipinti sudamericani.
Solo i benpensanti ne rimangono scandalizzati. Quell’arma non spara,... si difende. È una fionda, pur se uccide. Vi è costretta. Lo strano Cristo si chiama Massoud, la lotta ce l’ha nel nome. Musulmano, 28 anni, non lavora la terra ma fa l’ingegnere e ora si trova lì, in un Bronx libico chiamato Sirte. Combatte contro Daesh, “i falsi musulmani che distorcono l’Islam”. Continuerà a combattere finché non li avrà respinti. Suoi compagni sono altri giovani, ben più giovani di lui, ragazzi che cercano un futuro, già veterani di guerra. Chi ha una paura fottuta di morire, altri che se la sono fatta passare. Pensano al dopo, a quando torneranno agli studi, al lavoro. Esausti ma tenaci.
Forse non li capiremo mai del tutto. Dei loro occhi, qualche lampo c’inquieterà. Ma calpestano questa vita. Sono giovani e soli. Possiamo voltarci altrove? Un giorno, reduci, percorreranno le nostre strade. E lo faranno da cittadini.

dichiarazioni parte II

  colonna  sonora
Simonetta Spiri, Greta Manuzi, Verdiana Zangaro, Roberta Pompa - L'amore merita


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chi lo   dice che  per  amore  bisogna  fare  outing o coming out.  ?   si  può amore  e  stare  bene  lo stesso  .  la  storia  di Rachele  Brtuni medaglia  d'argento, dedicata  alla sua  compagna  Diletta  ,  nella  10 km  nuoto    a  rio nel  2016  lo   dimostrano .
Infatti  : <<  (  ...  ) non sarà solo una bandiera a portare il colore a raccontare di un'altra libertà che muore perché l'amore ne legge ne pretesa  (  ...  )  >>  (   dalla  canzone  l'amore  merita  vedere    sopra  il post    )


  da  la stampa  del 16\8\2016 


Rachele Bruni e la medaglia per la compagna Diletta: “Non penso ai pregiudizi”
“Non ho mai fatto outing o coming out. Vivo per me stessa, per la mia passione per il nuoto e per le persone che mi vogliono bene”




Una ragazza solare, forse un po’ troppo spontanea: i genitori di Rachele Bruni, argento nei 10km di nuoto a Rio de Janeiro, la descrivono così. «Dedico questa vittoria alla mia famiglia, all’esercito, al mio allenatore e a Diletta, che mi hanno seguito e sostenuto», ha detto l’azzurra a Casa Italia. La dedica alla sua compagna ha suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica, anche se lei racconta: «L’ho sempre vissuta naturalmente, senza problemi. Non ho mai fatto outing o coming out. Indubbiamente ci sono persone che hanno troppi pregiudizi, però io vivo serena e tranquilla. Non penso ai pregiudizi, vivo per me stessa, per la mia passione per il nuoto e per le persone che mi vogliono bene», ha detto dopo la vittoria. Simona e Bruno, i genitori, ne raccontano un po’ il lato nascosto.
Rachele Bruni e la compagna Diletta


«È stata coraggiosa a dare un segnale al mondo dello Sport? Per noi è del tutto normale, la colpa semmai è dell’ipocrisia delle persone». Rachele dice di «essere difficile da gestire», ma secondo mamma Simona «non si comporta diversamente da tutti gli altri giovani». «Il punto di svolta - svela il papà - è stato l’incontro con l’allenatore (Fabrizio Antonelli), che l’ha saputa prendere per il verso giusto. Il vero cambiamento della sua carriera». I sacrifici sono stati necessari nella sua vita. Uno su tutti: il trasferimento da Carmignano, provincia di Prato, a Roma per gli allenamenti. «Ne abbiamo sentito tanto la mancanza, è una presenza positiva», racconta la famiglia, composta anche dalla sorella Rebecca, la più grande, e Gherardo, il più piccolo. La gara della Bruni è stata concitata nel finale e segnata dalla squalifica della francese Muller, che le ha permesso di passare dal bronzo all’argento. I genitori, però, avevano subito notato la scorrettezza dalla rivale: «Eravamo insieme al Presidente Malagò e ci siamo detti “ma questo è un colpo da pallanuoto”», raccontano alleviati dopo la decisione finale. «Ora è tempo di festeggiare», come dice la stessa Bruni.

dichiarazioni © Daniela Tuscano [ parte I ]



Lui è un antico cavaliere. Lei una giovane principessa. La fiaba si compie, nella richiesta di matrimonio di Qin Kai alla sua campionessa He Zi, sullo sfondo dei giochi olimpici. L’uomo che sta per cogliere la sua rosa è giustamente intimidito. Un timore stilnovista. Che non venga meno neppur dopo; che permetta alla sposa di sprizzare sempre gioia, una gioia senza sesso, vitale, crea...tiva. Sarebbe quello, il più bel dono d’amore. Il miglior giorno è l’ultimo. 

Per Isabella Cerullo e Marjorie Enya è invece il primo, almeno pubblicamente. È l’amore che non si vergogna più di sé. E per questo ha una forza orizzontale, impensata. Gioiscono come adolescenti, quasi incredule. Un tempo non lontano c’erano le Navratilova, le Mauresmo, i Louganis. Pioniera la prima, con un’innocenza d’uomo ma sofferta e ansante, glaciale e complessa l’altra. Louganis il più fragile, un Apollo smarrito. Altri e altre, poi, continueranno a celarsi, confondersi e abbassare gli occhi. Tempi umani, linee oblique.

Mario Sotgiu e i suoi mille racconti: «Arzachena, una storia straordinaria»Il creatore del museo più piccolo d’Italia è il custode della memoria della sua città

Arzachena È più forte di lui. Anche quando dovrebbe essere il protagonista del racconto, Mario Sotgiu, il presidente dell’associazione “La ...