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6.4.26

La speranza deve essere il motore del malato»





Se fossero destinati alla ricerca i 10 miliardi all anno (ogni anno )in piu' ( in piu!) che Giorgia si e impegnata a spendere in armi per servaggio a Trump , quanti malati di cancro potremmo salvare?  Idem.  come risponde. un mio. compaesano Meloniano 
Se fossero destinati alla ricerca i 20 miliardi all’anno [(ogni anno )in piu' ( in piu!)] di interessi sul debito che ci sono costati i Superbonus edilizi per il 4% spesso di non proprio non abbienti proprietari di ville, villette, castelli, quanti malati di cancro potremmo salvare…..
Invece “Giorgia” si è impegnata a spendere in armi, oltretutto per “servaggio a Trump” non per rendere l’Europa autonoma e indipendente e in grado quindi resistere ad un “criminale e fascista” amichetto di Trump…

«La speranza deve essere il motore del malato»

L’oncologo Giuseppe Curigliano: «Per prevenire oggi bisogna vivere più lentamente»

a Berlino, al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo), dove è stato eletto presidente

«Un malato non deve mai perdere la speranza. Mai. Sconfiggeremo il cancro e scopriremo il codice della vita. Ci vorranno cent’anni, ma già adesso abbiamo nuove cure». Parla Giuseppe Curigliano, presidente degli oncologi europei.

Giuseppe Curigliano, 58 anni a maggio, è il presidente degli oncologi europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dell’ieo di Milano. Con lui il Corriere comincia una serie di interviste ai grandi medici, coloro che padroneggiano i segreti della longevità e della malattia, della vita e della morte.

Professor Curigliano, qual è il suo primo ricordo?

«Vivevo a Noranda, un centro siderurgico in Canada, pieno di italiani, polacchi, francesi che lavoravano come metalmeccanici. Tutti immigrati. Abitavamo in un seminterrato. Le finestre si alzavano spingendo verso l’alto. Quel giorno mi cadde la finestra sul braccio. Era il 1971. Mamma chiamò il pronto soccorso, arrivarono questi medici, verificarono che non mi fossi rotto nulla...».

Non sembra una scena della sanità italiana.

«In Canada i bambini hanno una grande importanza sociale. Vige lo ius soli. Per i canadesi è importante avere persone di prima generazione, nate lì».

Ma voi Curigliano siete calabresi.

«Calabresi di Monterosso, piccolo paese in provincia di Vibo. Generazioni di emigranti. Anche il padre di mio padre era emigrato in America. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno».

Come si chiamava?

«Ovviamente Giuseppe, come me. Tornò dagli Usa a sessant’anni, con il gruzzolo per comprare un terreno e costruire la casa. Si sposò con Caterina, molto più giovane di lui. Mio padre Vincenzo nacque in Calabria. Ma alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Così partì per cercare lavoro in Canada, con mia madre Rosina. Sono cresciuto bilingue. Siamo tornati che avevo dieci anni».

Quando decise di fare il medico?

«Fin da bambino. Fu decisiva quell’esperienza al pronto soccorso: i camici, il trauma, lo stress, la guarigione. Giocavo al piccolo medico, cliccavi sull’organo e si accendeva la luce».

Laurea in medicina a Roma.

«Alla Cattolica che offriva borse di studi ed alloggio agli studenti meritevoli. Fu un’esperienza bellissima. La Roma a cavallo tra gli anni 80 e 90 era una città dinamica e tollerante, che migliorò ancora quando divennero sindaci Rutelli e Veltroni. Si parlava di tutto, e si sognava. La mia generazione ha sognato moltissimo».

Qual era il suo sogno?

«Aiutare i malati grazie a una conoscenza migliore del cancro, di cui non si sapeva quasi nulla. L’unica cura era la chemioterapia. Il mio professore di medicina interna, Gasbarrini, che ora ha due nipoti medici importanti, definiva l’oncologia la branca “ignorante” della medicina interna. L’unico vero oncologo era il chirurgo».

Così lei andò in America.

«A specializzarmi a Charleston, Sud Carolina, con Mariano La Via, italoamericano di origine napoletana, che si occupava di una tecnica nuova: la citofluorimetria».

Può tradurre?

«Un modo rivoluzionario di studiare le cellule tumorali. Fu

Il digiuno intermittente ha senso. L’AI è un grande alleato. Sarei obiettore di coscienza sull’eutanasia

una grande esperienza. Imparai il metodo scientifico: generare ipotesi, avere strumenti per confermarle, e traslarle nella pratica clinica».

Cioè?

«Fare in modo che la tua idea di laboratorio possa rispondere a un quesito clinico: di cosa ha bisogno il paziente? Come gestire, ad esempio, gli effetti collaterali di una terapia ormonale? Come trovare una soluzione ad un bisogno clinico? Come curare quando non esiste una terapia disponibile?».

Qual è la risposta esatta?

«Fare il meno possibile quando si può, ovvero il minimo indispensabile. Chirurgia conservativa o durata più breve per terapie mediche. Parlare ogni giorno con il paziente. Ascoltare la sua domanda di salute».

Nel 2003 Umberto Veronesi mi disse: «Nessun malato mi ha mai chiesto di morire. Tutti mi hanno sempre chiesto di guarire».

«Lo confermo in pieno. La prima domanda che fanno sempre è: cosa posso fare per sopravvivere?».

Ma quando non si può guarire, lei cosa risponde?

«Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura».

Ripeto: ma quando non si può guarire?

«Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia».

Quando sarà quel giorno?

«Non lo so. Ma arriverà. Per tante altre malattie la risposta definitiva è arrivata. Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita».

Perché?

«Perché, come diceva Oriana Fallaci, il cancro è un alieno che ti cresce nel corpo e vuole essere immortale».

Quando scopriremo la cura

definitiva?

«Temo non nei prossimi cento anni».

Allora continueremo a morire.

«Sempre meno. Perché molte nuove cure specifiche stanno nascendo».

Ci faccia un esempio.

«Con le tecnologie di oggi si può intercettare il cancro. Scoprirlo prima significa identificarlo in uno stadio precoce e guarirlo. Oggi utilizziamo la biopsia liquida, troviamo tracce del Dna tumorale nel sangue periferico. Oggi per vedere il tumore noi abbiamo la Tac, la Risonanza magnetica, la Pet con glucosio. Per la Pet inietti zucchero, la cellula tumorale se lo mangia, e si illumina. Ma lo zucchero è aspecifico, non riesce sempre ad identificare bene le cellule tumorali. Con le nuove tecnologie inietti peptìdi, piccoli frammenti di proteine che raggiungono selettivamente le cellule tumorali e le illuminano, ci permettono di capire dove sono. Si chiama diagnostica nucleare».

Fin qui la diagnostica. Ma la cura?

«Lo stesso peptìde che svela le cellule tumorali lo puoi caricare di più per ucciderle».

Come funziona?

«Il peptìde porta una piccola carica nucleare: sono piccole particelle che emettono radiazioni. È una cosa che avrà un grande futuro, già si usa per la prostata e i tumori neuro-endocrini, forme rare che colpiscono il polmone o il tratto gastrointestinale. Ed è una scoperta italiana, la si deve a un fisico nucleare torinese, Stefano Buono. Dicono che Steve Jobs sia venuto in Italia a chiedere una seconda opinione. Ora avremo l’accelerazione dell’intelligenza artificiale».

In che modo L’IA ci aiuterà? «Noi ragioniamo su tre dimensioni. L’analisi multidimensionale dell’ia elaborerà molti più dati e svilupperà algoritmi per conoscere meglio la malattia. Un’alleanza enorme».

Già la usate?

«Sì. Quando sequenziamo il genoma di un tumore, vengono fuori 70 o 80 mutazioni del Dna. Qual è la più importante? Qual è quella da bersagliare per prima? L’IA te lo dice. E ti suggerisce il farmaco».

Quali sono i suoi consigli per la prevenzione?

«Uno stile di vita sano. Più rallentato, meno stressante. Non a caso i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna: ultracentenari che fanno sempre le stesse cose, sono metodici».

E poi?

«L’attività fisica. Almeno trenta minuti al giorno allungano la vita, riducono il rischio di tumori e il rischio cardiovascolare».

Perché?

«Perché il moto riduce lo stato infiammatorio del corpo e gli consente di recuperare il suo equilibrio. Stress, intossicazione alimentare, inquinamento ambientale sono tutti fattori di rischio. Poi servono gli screening».

Quali?

«Ricerca di sangue occulto nelle feci e colonscopia dopo i 50 anni. Per le donne, mammografia e Pap test ogni anno. Per gli uomini, visita urologica. Per grandi fumatori, Tac ad alta risoluzione, che scopre tu

mori ancora molto piccoli».

E i marker?

«Oggi ci sono marker che ti dicono se hai un tumore; domani ci saranno marker che ci segnalano un pericolo. La novità più interessante è la biopsia liquida: la ricerca del Dna di cellule tumorali nel sangue. Adesso serve a correggere la terapia per migliorare la possibilità di guarigione; in futuro ci permetterà di scoprire il cancro prima che si manifesti. Si chiama “interception”: intercetti la malattia».

E il cibo?

«È sbagliata l’idea che il cibo sia una cura. Certo, puoi usare vitamine, prodotti antiossidanti, ma devi farlo in modo scientifico, per ridurre gli effetti collaterali e farlo sempre nell’ambito di studi».

E per prevenire?

Veronesi ti guardava dritto negli occhi, ti faceva sentire importante e sapeva convincerti di poter cambiare il mondo

«Bisogna mangiare di meno. Penso che il digiuno intermittente abbia molto senso. Mio nonno saltava la cena, o mangiava molto poco e molto presto, ed è arrivato a quasi cento anni».

Perché funziona?

«Perché stimola il sistema immunitario e riduce l’infiammazione».

Cosa va evitato?

«Il fumo, eccedere con carni rosse, insaccati ed alcool».

Veronesi era vegetariano, ma un po’ di vino lo beveva.

«Anch’io lo bevo, ma non più di mezzo bicchiere a pasto. Al ristorante con mia moglie ordiniamo una bottiglia, ma non la beviamo mai tutta. Purtroppo l’alcol, in quantità importanti, è cancerogeno ed aumenta il rischio per i tumori del fegato e della mammella». I cibi da preferire? «Frutta, verdura. Una dieta ipocalorica, povera di calorie».

E il caffè?

«Quello si può bere. Anzi, due caffè al giorno abbassano il rischio ed accendono il cervello».

Il suo incontro con Veronesi

come andò?

«Dopo tre anni e mezzo negli Usa, tornai per fare il servizio militare a Cameri, in aeronautica. Stava nascendo l’ieo, l’istituto Europeo di Oncologia. Chiesi di fare un colloquio, c’erano due borse di studio disponibili. Così incontrai Veronesi, che per noi oncologi era una divinità in terra».

Cosa la colpì in lui?

«Che ti guardava sempre negli occhi. Non tanti hanno questa attenzione. Veronesi ti faceva sentire la persona più importante al mondo. Mi disse: “Tu devi venire a lavorare qui, nascerà un istituto nuovo, davvero internazionale”. E in effetti vennero primari da tutta Europa».

Chi arrivò?

«Dalla Francia Jean Yves Petit, uno dei migliori chirurgi plastici al mondo. Dall’irlanda Peter Boyle, il grande epidemiologo. Dalla Svizzera Aron Goldhirsch, ebreo nato in un campo di concentramento dove il padre era morto, apolide, cresciuto in Israele. Veronesi aveva questa capacità di convincerti che si poteva cambiare il mondo. Del resto a settant’anni aveva fondato un istituto, aveva cominciato una nuova vita».

Cosa pensa dell’eutanasia? «Credo che ogni paziente abbia il diritto di scegliere. Io sarei un obiettore di coscienza: se un paziente mi chiedesse di praticargli l’eutanasia, cercherei di fare di tutto per legarlo alla vita».

In che modo?

«Migliorando la sua condizione di vita. Alleviando il dolore fisico e la paura di morire. Serve quello che gli americani chiamano “human touch”. L’empatia. Dare sempre una speranza. Ci sono alcuni giovani oncologi che non vogliono vedere il paziente. Ma allora cosa fai il medico a fare? Non si può valutare tutto dalla cartella clinica. Non esiste solo la medicina scientifica, ma anche la medicina empatica».

Che ricordo ha di Oriana Fallaci?

«Una donna durissima. Piccolina, ma tutta d’un pezzo. Non amava vedere gente nella sua stanza: molti bussavano, per fare gli amiconi, ma lei aveva una malattia complessa, aveva gravi sintomi. Io ero l’ultimo arrivato. Lei ascoltava tanto, e amava anche raccontare: quando si tolse il velo davanti a Khomeini, quando si finse morta a Città del Messico sotto cumuli di cadaveri, e più prosaicamente quando Arafat sputacchiava mentre parlava. Quando la dimisero, le portavo le medicine a casa, aveva un appartamento nella parallela di via Solferino, si cercava di alleviarle le sue sofferenze. Era una personalità enorme: difficile tenerle testa».

Lei crede in Dio? «Sì».

Ha paura della morte?

«No. È soltanto l’inizio di una vita diversa».

Come immagina l’aldilà? «Un luogo dove potrò rincontrare tutte le persone che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita: mio padre, mia madre, il professor Veronesi e il mio primario Aron Goldhirsch».



5.4.26

lo stato italiano si dice sovranista però degli italiani uccisi all'estero non gli ne frega niente. Negati i contributi pubblici per opere che si siano distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”al documentario su Regeni:


E' di questi giorni  la notizia che Il documentario che indaga sull’omicidio del ricercatore Giulio Regeni in Egitto e sulla lotta per svelare la verità sulla sua morte è stato escluso dai finanziamenti della commissione del ministero della Cultura, che assegna contributi a opere che si distinguono per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”. Questa decisione è stata ampiamente criticata e molti chiedono che venga revocata. Infatti leggo su repubblica



Il documentario sul ricercatore assassinato in Egitto e sulla battaglia per la verità sulla sua morte non ha ricevuto un euro dalla commissione del ministero della Cultura per opere che si siano distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”

                                         di Carlo Bonini











Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, Nastro d’argento della legalità, non merita dunque uno solo dei 14 milioni di euro di “contributi selettivi” distribuiti dai quindici esperti della commissione del ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche che si siano segnalate per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale italiana”. E dobbiamo dunque intendere che alla rappresentazione della storia di questo giovane ricercatore italiano, sequestrato, torturato, assassinato e vilipeso dagli apparati di sicurezza del regime militare egiziano facciano difetto sia l’uno (“l’interesse artistico e culturale”), che l’altro (“l’identità nazionale italiana”).



Regeni, 10 anni dalla scomparsa. Mattarella: “Vita ignobilmente spezzata, luce sulle responsabilità”
25 Gennaio 2026



Dobbiamo insomma prendere atto che ci sbagliavamo nel pensare che l’ottusità ideologica con cui la destra di governo ha maneggiato in questi anni il tema del sostegno all’industria culturale cinematografica del nostro Paese avesse già espresso il peggio di sé. Si poteva e si è fatto di più. Si è ritenuto, evidentemente, che la storia di Giulio Regeni e la battaglia di giustizia e verità sulle responsabilità della sua morte, la loro rappresentazione, non siano patrimonio e memoria condivisa dell’intero Paese, ma di una sua parte. Non un atto di sovranità politica e di testimonianza civile. Ma, evidentemente, un capitolo di deteriore narrazione sinistrorsa da cui purificare l’arte cinematografica e documentaristica nazionale.



L’INTERVISTA
Paola e Claudio Regeni: “Dieci anni senza Giulio, ma siamo rimasti umani e lui fa ancora cose”di Giuliano Foschini
25 Gennaio 2026



È un’offesa alla memoria di Giulio Regeni, all’Italia di cui è stato cittadino, alle 76 università che quel documentario proietteranno nelle loro aule magne. Che qualcuno tra i sovranisti di casa nostra recuperi un briciolo di decenza per scusarsene di fronte “alla nazione” e cancellare la scelta sciagurata di quella commissione.

pasqua per. un laico


  due interessanti. riflessioni  sul.significato della pasqua .  La. prima una poesia  dell'utente. 

L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort





La. seconda il post  :  La Pietra Rotolata Via sul Il coraggio di lasciar andare i pesi del passato nel giorno universale della rinascita.  tratto dalla Newsletters  APRI LA MENTE







Oggi è Pasqua. Al di là del profondo significato religioso per chi crede, questa festività incarna l’archetipo psicologico più potente dell’esperienza umana: la rinascita dopo il buio. Arriva un momento nella vita in cui ci accorgiamo di esserci rinchiusi da soli in una caverna.
Ci siamo abituati all’oscurità delle nostre paure, alla freddezza delle abitudini limitanti e al peso delle storie negative che ci raccontiamo ogni giorno. Abbiamo persino spinto una grossa pietra davanti all’ingresso, convinti che isolarci dal mondo, dal rischio e dalle novità fosse l’unico modo per proteggerci dalle delusioni. Ma la primavera, che oggi esplode in tutta la sua forza, ci insegna che non siamo fatti per restare al buio.
Oggi è il giorno perfetto per guardare quella pietra pesante che blocca la tua gioia e decidere di spostarla. Non hai bisogno di una forza sovrumana; hai solo bisogno della volontà di far entrare uno spiraglio di luce. Quando smetti di trattenere il passato e le tue vecchie ferite, il presente irrompe con una freschezza inaudita, chiamandoti fuori dalla caverna per tornare a vivere a pieni polmoni.

“Ogni mattina noi nasciamo nuovamente. Ciò che facciamo oggi è ciò che conta di più.”
- Buddha

La Neuroscienza del Ricominciare
La tendenza a restare bloccati nelle nostre “caverne” psicologiche è stata studiata a fondo dallo psicologo Martin Seligman, pioniere della Psicologia Positiva, che ha coniato il termine “Learned Helplessness” (Impotenza Appresa).
Quando affrontiamo stress ripetuti, lutti o fallimenti, il nostro cervello può creare circuiti neurali che ci convincono che nessuna nostra azione potrà mai cambiare la situazione, spegnendo la motivazione e mantenendoci nell’apatia. Tuttavia, Seligman ha dimostrato anche il rovescio della medaglia: l’”Ottimismo Appreso”.
Scegliere coscientemente di “rotolare via la pietra” e ricominciare attiva la corteccia prefrontale ventromediale, un’area che sopprime i segnali di paura dell’amigdala e stimola i centri della ricompensa.
Creare un “nuovo inizio” simbolico, proprio come la festività di oggi ci invita a fare, innesca il “Fresh Start Effect” (Effetto del Nuovo Inizio), che sfrutta i marcatori temporali collettivi per distaccare la nostra identità presente dai fallimenti passati, inondando il cervello di dopamina e ripristinando la neuroplasticità necessaria per cambiare rotta.

Strategie per Coltivare la Rinascita Interiore
La prima strategia è l’identificazione esatta della tua pietra personale in questo giorno di festa; prenditi un momento oggi per ammettere con te stesso qual è la convinzione limitante, la paura del giudizio o il rancore specifico che ti sta tenendo al buio, portandolo alla luce della coscienza per potergli finalmente togliere potere.
Il secondo passo consiste nel compiere un atto di perdono radicale verso la tua versione passata, sfruttando l’energia di questa domenica per smettere di punirti per gli errori che hai commesso quando non avevi la consapevolezza che possiedi oggi, e dichiarando ufficialmente chiuso il capitolo dell’autocritica severa.
La terza mossa richiede di esporti fisicamente e metaforicamente alla novità, uscendo all’aperto, respirando l’aria di primavera e costringendo il tuo cervello a processare stimoli visivi e olfattivi di fioritura che spezzano la routine dell’apatia invernale e segnalano al corpo che la stagione del freddo è finita.
La quarta strategia è la potatura delle narrazioni vittimistiche durante le conversazioni a tavola; imponiti, mentre festeggi con i tuoi cari, di non pronunciare frasi che iniziano con “mi succede sempre così” o lamentele sul passato, sostituendole con descrizioni neutre, grate e aperte alle possibilità future.
Il quinto approccio riguarda la purificazione dello spazio simbolico che ti circonda, decidendo oggi di lasciar andare un oggetto, un ricordo o un’abitudine che appartiene a un periodo doloroso, creando un vuoto fisico che rispecchi il vuoto fertile e pronto ad accogliere la novità della tua mente.
L’ultima pratica è la semina di una piccola e immediata azione di vitalità; compi oggi stesso un gesto puramente gioioso e gratuito, come fare una risata sincera, perdonare una vecchia incomprensione familiare o assaporare il cibo con gratitudine, celebrando la sensazione del sangue che torna a scorrere caldo nelle vene.

Pratica della Mattina: Il Rituale della Luce Nuova
Siediti davanti a una finestra da cui entra la luce naturale, o esci all’aperto. Tieni gli occhi chiusi e visualizza te stesso seduto in una stanza buia e soffocante. Immagina ora di alzarti e di spingere via con decisione una porta pesante, venendo immediatamente investito da un calore dorato e da un’aria purissima.
Apri gli occhi, fissa la luce del giorno e fai un respiro vastissimo, riempiendo totalmente i polmoni.
Afferma interiormente: “Io lascio le ombre al passato. Rotolo via il peso che mi teneva fermo. Oggi scelgo la luce, la vitalità e la mia rinascita.”

L’Arte del Ricominciare

Non importa per quanto tempo sei rimasto bloccato o quanto la tua caverna interiore ti sembrasse un rifugio rassicurante. C’è sempre un mattino in cui la vita ti chiama fuori con prepotenza. Abbi il coraggio di lasciare alle spalle ciò che è morto e fai un passo nel giardino della tua nuova esistenza. Buona Pasqua di vero risveglio

chi. lo ha detto che per essere importante devi avere un premio o un onorificenza il caso di Giuseppe Levi che. ebbe non ebbe nessun titolo. ma. tre. allievi da premio nobel





















IN BREVE 



                                                                                              



Giuseppe Levi. (Trieste, 14 ottobre 1872 – Torino, 3 febbraio 1965) è stato uno scienziato, medico e anatomista italiano. È ricordato anche per essere stato insegnante dei tre premi Nobel Rita Levi-Montalcini 1986, Renato Dulbecco 1975 e Salvatore Luria.1969 Legandosi alla famiglia Tanzi, fu parente di diverse importanti personalità del Novecento italiano: sua figlia è la scrittrice Natalia Ginzburg, suo fratello è il critico teatrale Cesare Levi, la sorella di sua moglie era Drusilla Tanzi - moglie di Eugenio Montale.Lui stesso non vinse mai il Nobel, e nel 1938 le leggi razziali lo cacciarono dall'università





  da.  
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "CoamcpapHoи Quelche Quel Quelchenonsapevi® che non sapevi® Giuseppe Levi, Torino: un solo professore, tre allievi Nobel in Medicina. Lui non ne vinse mai uno. Uno di quegli allievi era la studentessa a cui aveva detto che non aveva talento."
Ha detto a una sua studentessa che non aveva talento per la ricerca. Quella studentessa si chiama Rita Levi-Montalcini, e nel 1986 vinse il Nobel per la Medicina.Il professore si chiamava Giuseppe Levi. Anatomista, torinese d'adozione, nato a Trieste nel 1872. Un tipo burbero, esigente, famoso per rendere le ore in laboratorio un'esperienza al limite dell'insostenibile.Eppure l'Università di Torino, sotto la sua guida, diventò qualcosa che non si è più ripetuto nella storia della medicina mondiale.Da quel laboratorio passarono tre studenti. Tre. Tutti e tre vinsero il Nobel per la Medicina in anni diversi: Salvador Luria nel 1969, Renato Dulbecco nel 1975, Rita Levi-Montalcini nel 1986. Nessun altro professore nella storia ha mai fatto altrettanto.                                                                Aspetta.                                                                                                                                                               Lui invece — il professore che li aveva formati, che aveva costruito quella scuola pezzo per pezzo, che era stato il primo in Italia a lavorare sulle culture cellulari già negli anni '10 — non vinse mai il Nobel. Non una candidatura ufficiale, non un riconoscimento equivalente. Niente.E poi arriva il 1938. Le leggi razziali fasciste lo cacciano dall'Università di Torino. Ebreo, socialista, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti: Levi era il bersaglio perfetto del regime. Mentre i suoi tre allievi costruivano le carriere che li avrebbero portati a Stoccolma, lui sopravviveva in semi-clandestinità a Torino. Tornò alla cattedra solo nel 1945, dopo la Liberazione.Spoiler: era anche il padre di Natalia Ginzburg. La casa dei Levi a Torino era un crocevia di intellettuali, scrittori, scienziati. Un laboratorio di idee che andava ben oltre l'anatomia.Ma il dato che non si riesce a metabolizzare è questo: tre Nobel formati dallo stesso uomo, nella stessa università, nella stessa città. Una concentrazione di genio che non appartiene alla statistica — appartiene alla storia.L'uomo che disse a Rita Levi-Montalcini che non aveva talento per la ricerca aveva già intuito, a modo suo, quanto quella ragazza fosse capace di sorprendere.

3.4.26

L’uovo di Pasqua da discount che sta sfidando i più famosi e costa solo 7 euro

da. gambero rosso


Questa Pasqua 2026 ci sta riservando una sorpresa del tutto inaspettata. Un’azienda dolciaria della provincia di Avellino ha lanciato sul mercato – sia a marchio proprio che in private label con Eurospin – un uovo di cioccolato bigusto che s’ispira alle più note uova pasquali a doppio strato. L’uovo sta letteralmente spopolando tra gli scaffali del discount e tra i social, riscontrando un successo clamoroso (per chi ama le colombe, invece, qui la nostra classifica). Abbiamo intervistato Martina Oliviero, responsabile commerciale della Oliviero Dolciaria di Monteforte Irpino che produce l’uovo di cioccolato più desiderato del momento.





                                         Martina e Annachiara Oliviero


Quando il private label viene fatto con serietà


C’è sempre un po’ di titubanza quando entrando nei discount troviamo tra gli scaffali prodotti che imitano quelli originali delle grandi marche. Nulla di più normale, considerando che seppure la produzione in private label segue criteri rigidissimi, non è raro in fase di assaggio restare delusi. Questo accade per diverse ragioni, la prima è che spesso le aziende alimentari che producono per conto terzi, scelgono di destinare specifiche linee produttive a queste commesse nelle quali vengono utilizzate materie prime diverse, spesso di qualità inferiore proprio per rispondere all’esigenza che sta alla base dell’offerta dei discount: vendere prodotti a costi più bassi. Ecco, nel caso dell’uovo bigusto prodotto da Oliviero e distribuito da Eurospin sfatiamo subito questo mito: no, non nasce da linee dedicate e men che meno viene prodotto con materia prima diversa da quella utilizzata nella produzione delle uova Olviero “autentiche”. La dottoressa Martina Oliviero su questo aspetto è chiarissima e perentoria «Prendiamo il cioccolato da un’azienda della provincia di Perugia ed è lo stesso che utilizziamo per tutte le referenze che escono dai nostri poli produttivi».





Semplicemente – si fa per dire – la Oliviero Dolciaria ha fatto una scelta molto chiara che è quella di puntare sempre e solo alla qualità a prescindere da quale sia il nome che finisce sugli scaffali. E nel caso specifico dell’uovo pasquale, in un mercato dominato da icone intoccabili il bigusto di Oliviero compie l’impresa più difficile: non solo non fa rimpiangere l’originale, ma lo sfida sul piano della struttura. Se il prodotto più noto punta tutto sulla cremosità, qui a colpire è la croccantezza del cioccolato, una consistenza tenace che convince sin dal primo assaggio.
Il doppio strato – esternamente cioccolato al latte e internamente cioccolato bianco – è molto compatto e questo si percepisce sin dalla rottura dell’uovo. Passando all’assaggio, il cioccolato non cede ad una eccessiva scioglievolezza e restituisce una buona tenacità strutturale fino al momento della masticazione. La ragione di questa croccantezza persistente che noi abbiamo particolarmente gradito, ce lo spiega nel dettaglio la dottoressa Oliviero «usiamo solo vero cioccolato, niente oli vegetali, niente surrogati,niente creme nel rivestimento interno. E questo non solo determina quella croccantezza, ma anche una pulizia di gusto in fase di degustazione». Lo diciamo fuori dai denti: chi gradisce una dolcezza misurata potrebbe addirittura preferire l’uovo di Monteforte Irpino a quello più noto!






Chiarita la questione della qualità, un altro nodo che chiediamo a Martina Oliviero di sciogliere è quello del costo. Com’è possibile che un prodotto di qualità come il loro uovo di cioccolato bigusto sia in vendita a € 6.99 nel formato da 340 grammi? Ed anche qua, la dottoressa Oliviero ci fornisce delle spiegazioni chiare ed inconfutabili “abbiamo fatto delle scelte strategiche molto nette, quindi investimenti minimi in marketing e comunicazione. Non abbiamo un ufficio marketing interno”, ammette la Oliviero, «facciamo tutto noi.
Preferiamo investire nelle tecnologie produttive e nella materia prima». Un altro costo ammortizzato per dare priorità assoluta alla qualità della materia prima è quello relativo alle sorprese, all’interno si trovano piccoli gadget come calamite o gomme per cancellare colorate: nulla di particolarmente esaltante, lo riconosciamo. Ma del resto, capita spesso di restare delusi dal cadeau anche scartando le uova più blasonate, qua almeno ci si consola con il cioccolato




Oltre 100 anni di storia
L’azienda Oliviero, sebbene in questi giorni per qualcuno possa rappresentare una scoperta, ha in realtà ha una storia molto lunga iniziata nel 1910. Nasce infatti come una piccolissima attività artigianale grazie all’intraprendenza di Fortunato Oliviero, che fondò un primo laboratorio nei pressi del santuario di Montevergine dove produceva per lo più il torrone che spesso acquistavano i pellegrini lungo il cammino. La svolta definitiva ci sarà nel 1985, quando Filippo Oliviero – papà di Martina e di Annachiara, lei tecnologa alimentare che in azienda si occupa di ricerca, sviluppo e qualità – rileva l’azienda insieme ai fratelli e la potenzia dal punto di vista tecnologico e strutturale. Attualmente l’azienda ha due stabilimenti produttivi, sfiora i 30 milioni di euro di fatturato annuo ed ha un organico composto da oltre 180 dipendenti.

Basta parlare della disfatta della nazionale e della nostalgia calcistica ed andiamo avanti


 e ora di guardare avanti perché alla lunga. tutto annoia. Infatti bisognerebbe  fare  come dice ©  Gioele Salvadori   Preparatore Atletico in < < La delusione per la mancata , la 3 consecutiva , qualificazione spiegata  alle nuove generazioni > > e di finirla , capisco il primo giorno, ma ormai la nostalgia in questo caso è piangersi addosso e rimanere legato al passato e non guardare solo al passato . Bisogna fare come suggerisce questo pezzo ( il bellissimo monologo )  di un famosissimo. film fra. i minuti. 1:08-1:145



 allora si che un po' di nostalgia ci può stare e costruttiva ed accettabile .
Purtroppo è andata come è andata facciamo viste le dimissioni del poco competente e ...🤬🖊️Gravina e di : Buffon  e Gattuso tesoro degli errori fatti e della cattiva gestione ed il voler fare di testa propria ( vedi le proposte  rifiutate dai vertici di Roberto Biaggio    ) ci servirà (chissà ) per le prossime competizioni europee ed internazionali e forse per il prossimi campionati di calcio nazionali e locali per fare di che no resti solo il tempo delle riflessioni e di una ricostruzione che appare, mai come oggi, una scalata ripida e piena di incertezze.
Altrimenti finirà come dice questo post di Patrizia cadau che riporto sotto

con questo è tutto Per aspera ad astra come dicevano gli antichi ( i nostri nonni e bis e pro )

2.4.26

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie? Sì, certo, ce ne deve importare - Patrizia. cada

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie?








Perché se fai parte di una compagine politica che si appella a Dio, Patria e Famiglia, se hai il vezzo di imporre i costumi sociali, sessuali, affettivi e famigliari agli altri salvo poi fare quello che ti pare, peraltro affidando incarichi istituzionali alla più giovane che confessa, in un'intervista, che sì ha una relazione con il capo del Viminale, ecco se imponi una morale agli altri, tra cui pure la meritocrazia, ma sei il primo a farti i cazzi tuoi e a piazzare i tuoi cortigiani* dove ti pare, allora me ne importa.
Sì, certo, ce ne deve importare.
Perché hai un ruolo istituzionale, e non solo devi essere intellettualmente onesto, ma devi anche apparire onesto, integro, aderente ai principi che ispirano la tua azione politica. Altrimenti sei un'ipocrita da due lire e non hai titolo per gestire un apparato delicato dello stato.
Io non sono una moralista.
Non sono una bacchettona.
E non sono un'ipocrita.
Detesto se mai l'ipocrisia come la peggiore delle attitudini umane.
(ma poi, a quale oliveto si riferisce?)


*Cortigiani: gente che sta a corte. Senza altro riferimento semantico.

IL TREDICENNE DI BERGAMO ERA SOLO E IL SISTEMA È TUTTO SBAGLIATO

Fra le tante @ che ho ricevuto ai precedenti post   ( in particolare questi  I II  ) sul   13 enne e sull'insegnante accoltellata questa a  cui ho risposto  è una di quelle che mi  ha colpito  di più 



Caro   Giuseppe. 
sono la mamma di una ragazza di 13 anni  anni con problemi d'apprendimento. Quello che
è successo a Trescore Balneario è la conseguenza di un sistema che non si è mai
realmente preparato  ad accogliere e gestire i ragazzi con Adhd, disturbo da deficit di attenzione, e Dsa, disturbi di apprendimento. Quando non si è preparati a gestire la complessità, si tende a semplificare. E in questi casi, semplificare significa punire. Parliamo di ragazzi con
disturbi specifici, che non hanno bisogno di essere“corretti”, ma capiti e accompagnati con strumenti adeguati, previsti dalla legge. La scuola deve adattarsi allo studente, non il contrario. Ma cosa succede? Questi strumenti vengono negati e considerati
“facilitazioni”. Si interpreta il comportamento come svogliatezza, la difficoltà come disinteresse e il blocco come mancanza di
impegno. E da lì si passa alla sanzione: note, voti punitivi, pressione e umiliazioni. Non per cattiveria, ma per incompetenza. Ma quando l’incompetenza si combina con
un ruolo educativo, diventa danno. E quel danno ha unvolto preciso: sono ragazzi che iniziano a spegnersi, che non parlano più, si bloccano. Il caso di questi giorni ha scosso tutti, si è appena scoperchiato un vaso di Pandora e dentro ci sono migliaia di storie identiche. Migliaia di
ragazzi invisibili e famiglie lasciate sole...

                          Una Mamma (Via mail)






Carissima , i ragazzi con queste diagnosi sono una novità nella scuola di oggi. Ai miei tempi c’erano quelli bravi e quelli, come dici tu, svogliati, irrequieti, vivaci. Chi nonriusciva a leggere o a fare di conto veniva messo dietro lalavagna, chi disturbava veniva allontanato dalla classe e tuttierano considerati somari., solo. in. rati. casi. venivano. considerati. con tali. problemi. e. avevano. l'insegnante. di sostegni. Ai miei tempi i professori erano severi e poco attenti al disagio dei ragazzi. Oggi forse sono ancora o. quasi.


impreparati,come. dimostrano. i  video emozionali. riportati sopra. e. sotto.  che. affrontano tali problematiche





Difficile capire che ci possono essere problemi indipendenti dalla buona volontà dei ragazzini. Ma ci sono anche tanti genitori esagerati, che cercano di giustificare e di creare scorciatoie per i più piccoli, pensando di agevolarli, e anche questo non si puònegare. Detto ciò, non penso proprio che il caso del ragazzino di 13 anni di Trescore che ha accoltellatola prof abbia, almeno. fin quello. che è stato qualcosa a che fare con il deficit di attenzione che pure gli era statodiagnosticato.
Temo che la situazione di questo ragazzino sia ben più complessa e sottovalutata. I disturbi mentali purtroppo non sono ancora così facili da individuare. E spesso le famiglie di questimalati gravi sono lasciate sole. Il deficit di. attenzione in. molti casi a mio avviso è proprio qui, e non è dei ragazzi, ma tutto nostro...

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco. puntata. n LXXVIII SMARTPHONE E CUFFIETTE FANNO AUMENTARE I RISCHI

La distrazione da iPhone e smartphone è un fenomeno crescente, spesso legato alla dipendenza da notifiche e social media, che impatta la vita quotidiana, la sicurezza stradale e la produttività. 
Ecco i punti chiave basati sulle informazioni disponibili:
Rischi e incidenti: L'uso dello smartphone mentre si cammina è una causa in aumento di infortuni dal 2007, anno di lancio del primo iPhone. Le distrazioni digitali contribuiscono in modo significativo agli incidenti stradali, con stime che variano notevolmente tra i dati ACI (fino al 75% dei sinistri) e quelli Istat (circa 15-20%).
Impatto sul cervello: L'uso costante del telefono provoca picchi di dopamina legati ai "like" e
gratificazioni artificiali, che possono portare a una diminuzione della capacità di concentrazione e a un rallentamento dei processi cognitivi.
Frammentazione del lavoro: Le abitudini digitali portano a giornate lavorative o di studio composte da compiti frammentati, rendendo difficile il completamento di progetti complessi che richiedono tempo ininterrotto.
Digital Detox e Soluzioni: 
Tenere il cellulare in un'altra stanza durante il lavoro o lo studio.
Utilizzare app o impostazioni del telefono per limitare il tempo di utilizzo.
Sperimentare dispositivi minimali, come il "Metaphone", un esperimento sociale volto a far riflettere sulla dipendenza.
Per combattere la dipendenza, si consiglia il "digital detox", un periodo di astensione volontaria dai dispositivi. Strategie pratiche includono:Tenere il cellulare in un'altra stanza durante il lavoro o lo studio.Utilizzare app o impostazioni del telefono per limitare il tempo di utilizzo.
Sperimentare dispositivi minimali, come il "Metaphone", un esperimento sociale volto a far riflettere sulla dipendenza.Utilizzare launcher minimali come Blloc Ratio per ridurre le distrazioni. 


In sintesi, la distrazione da smartphone rappresenta una sfida moderna alla gestione del tempo e alla sicurezza personale, che richiede una consapevolezza maggiore dell'uso dei dispositivi e, talvolta, una disconnessione programmata. 
Distrazioni digitali - Società Italiana di Neurologia12 set 2020 — Negli habitué delle distrazio- ni digitali le giornate si compongono di compiti frammentati, abbandonati e rincorsi, che magari po...
Incidenti da cellulare, così l'Aci arriva al dato "3 incidenti su 4 ...3 ott 2016 — Secondo l'Automobile club arrivano al 75 per cento dei sinistri, secondo l'Istat tutta la distrazione (smartphone compresi) non va...

Oltre  agli effetti accennati  sopra un uso  distratto e non consapevole  rende più vulnerabili  alle. aggressioni.    Infatti Antonio Bianco  nella. sua. rubrica.   sul. settimanale  Giallo 


Quando si parla di difesa personale, si pensa a tecniche fisiche, a corsi di arti marziali o a strumenti di autodifesa. In realtà, la prima forma di protezione è più semplice e passa dall’eliminare le distrazioni. Gran parte delle aggressioni avviene quando la vittima è impegnata in altre attività e non percepisce ciò che sta accadendo attorno a sé.
La principale fonte di distrazione è lo smartphone.
Camminare con lo sguardo fisso sullo schermo riduce la percezione dell’ambiente circostante. Questo fa sì che nonsi notino le persone che si avvicinano, non si percepiscanoi cambiamenti nel contesto e si trasmetta un segnale di vulnerabilità. Purtroppo chi cerca una vittima ha una certa scaltrezza e tende a scegliere proprio chi appare meno at-tento e più isolato dal contesto in cui si trova. Anche l’uso delle cuffie rappresenta un fattore di rischio. Ascoltare musica a volume alto impedisce di percepire suoni importanti come passi che si avvicinano, una persona che chiama,un veicolo che rallenta. In situazioni di potenziale pericolo, l’udito è decisamente uno dei sensi più utili per anticipare ciò che potrebbe accadere attorno a noi.
Un’altra distrazione frequente è la ricerca di oggettinella borsa o nello zaino mentre si cammina. Se dovetefermarvi, fatelo in un punto illuminato e visibile. Sarà deci-samente più sicuro che frugare mentre si sta camminando,con l’attenzione catturata da quello che stiamo facendo.
Anche lo stato mentale conta. Camminare immersi nei pensieri, magari leggendo i messaggi che abbiamo ricevuto, riduce la capacità di osservare segnali d’allarme come una persona che cambia direzione, qualcuno che si avvicina troppo, un’auto che rallenta. Tenere la testa alta, osservare l’ambiente, incrociare lo sguardo delle persone e mantene-re un 'andatura sicura comunica attenzione e presenza. Non è garanzia di protezione, ma vi permetterà di guardare ilmondo attorno a voi con maggiore attenzione.


 

come racconteranno i media della presunta. amante di Piantedosi. ? come gossip o come scambio sessuale di favori. ?


Nessuno credo vuole sapere con chi va a letto Piantedosi. Davvero. ci dovrebbe interessare quanto ci interessa la vita sentimentale del nostro commercialista.
Il punto è se il letto porta a una consulenza parlamentare, a una madrinata alla Festa della Polizia, a convegni dei Vigili del Fuoco, a presentazioni di libri con le prefetture di mezza Italia, a un programma su Rai Radio 1 sulla "cultura della legalità". Oppure come si vocifera. consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città alla Camera.Tutto, sempre, invariabilmente, nell'orbita del Viminale. Cioè del ministero presieduto dal fidanzato-amante di Claudia Conte.E poi, solo poi, c'è l'altra faccenda. Quella che ormai è diventata una barzelletta: questo è il governo di Dio, Patria e Famiglia.
Quello del rosario in piazza, della famiglia tradizionale in Costituzione e che ogni giorno, da ogni palco, da ogni pulpito, salotto tv e web. ci spiega come dobbiamo vivere, chi dobbiamo amare e in quale formato familiare dobbiamo rientrare.
E poi Giambruno ci provava con le colleghe in diretta. Sangiuliano portava l'amante ai sopralluoghi col servizio d'ordine. Salvini ha figli sparsi qua e là. Meloni non si è nemmeno mai sposata e ha avuto una figlia fuori dal matrimonio, roba che nella "famiglia tradizionale" di un tempo l'avrebbero portata dall'esorcista e alla. pubblica. gogna. E ora Piantedosi.
Allora facciamo un patto: o la smettete di fare la morale a come vivono gli altri, oppure la morale applicatela a voi stessi. Una delle due, grazie.
Che come. dice. una mia. amica. a predicare l'acqua mentre ci si scola una damigiana di prosecco siam bravi tutti.....

la delusione per la mancata , la 3 consecutiva , qualificazione spiegata alle nuove generazioni di © Gioele Salvadori Preparatore Atletico

da  https://www.threads.com/@gioelesalvadori

gioelesalvadori
12 h


Per tornare grandi non basta cambiare qualche nome. Bisogna cambiare visione.












P.s
Mentre. finivo.   di. mettere. le. immagini.  ho. trovato  sempre. su. thread   questi. due post.  di risposta. alla. battuta (?) infelice.  di. Gravina. 


e questa. dell'ex medaglia. d'oro. a. Tokyo 2020 posticipata nel. 2021 per. covid19   Ma


Potrebbe essere un'immagine raffigurante ‎calcio, football e ‎il seguente testo "‎gianmarcotamberi အ Checco Zalone· Siamo Una Squadra Fortissimi … 25 72" 72 29 18 20 7 S.o 158mila 158 mila 4115 18,5mila 18,5 mila م 7521 gianmarcotamberi Dilettanti allo sbaraglio!‎"‎‎


1.4.26

perché l'Italia da quasi 15 anni che non va ai mondiali il. perché ? la. risposta nel. dossier. di Roberto Baggio rifiutato dalla. Figc altro. che. nelle. boiate. di. Bocchino. e company




IL calcio Italiano , almeno. come lo. abbiamo conosciuto fino alla vittoria del mondiale 2006 è finito . 
Se pensavate di aver già sentito i soliti piagnistei da bar e non solo forse. non avete ancora letto e ascoltato le dichiarazioni deliranti di Italo Bocchino sulla disfatta dell’Italia con la Bosnia.
Colpa della mediocrità tecnica dei giocatori? Nooooo. Colpa di Gattuso?Acqua.Colpa di Gravina
Figuriamoci .Del sistema calcio malato? Ma neanche per sogno!
No, la colpa della Waterloo dell’Italia con la Bosnia è secondo Bocchino. , tenetevi. tenetevi. forte e.trattenete le risate se ci riuscite nientemeno che… della sinistra.Giuro, come lo sentite:
"La Nazionale italiana è stata rovinata dalla sinistra. Dalla cultura della sinistra. L'esclusione per la terza volta di seguito dai mondiali conferma questo: oggi la maglia azzurra non è più il sogno dei ragazzi che giocano a calcio, il loro sogno è solo fare soldi, comprare una nuova Ferrari, farsi le fotografie in posti fighi con le modelle. E la cultura che ha ucciso l'identità nazionale è la cultura della sinistra”.
Soldi, Ferrari, modelle: i classici valori della sinistra, come no … Siamo a un grado di faziosità e paranoia patologici, da seguire, da curare.Bocchino è riuscito a dare alla sinistra anche la colpa del terzo mondiale di fila saltato. L’aveva come dice. Lorenzo Tosa già fatto dopo la Norvegia.Si è ripetuto oggi.
Caro Bocchino e. Company , non avete senso della realtà, del decoro, del ridicolo.Ma voi continuate così, continuate a spararne una dietro l’altra, pur di distrarci dalla. realtà del paese Avanti così, fino alle prossime elezioni.
Come diceva Flaiano ( https://it.wikipedia.org/wiki/Ennio_Flaiano, ) “ la situazione è grave, ma non seria”.E non aveva ancora sentito Bocchino.
Quindi il calcio italiano va ricostruito da zero anzi no un elemento ci sarebbe. Esso era stato redatto ben. 15. Una rivoluzione gentile ma profonda, cominciando dalle basi per mirare in alto: etica e innovazione, invenzione e calcolo, libertà e osservazione. Idee astratte ma che l’allora presidente del Settore Tecnico federale argomentava in un piano concreto, dettagliato, fattuale. Del dossier Baggio rimase un faldone nel cassetto, l’aura da Santo Graal a cui ripensare in ogni occasione in cui il calcio italiano sembra sempre più lontano dal suo passato, e soprattutto dal suo futuro. Roberto Baggio lanciò un allarme molto tempo fa, quasi mille pagine di idee, progetti e ispirazioni. Cinque anni prima, nella finale di Berlino, l’Italia con la zuccata di Marco Materazzi alla Francia aveva segnato il suo ultimo gol in una partita della fase a eliminazione diretta ai Mondiali, anche se non lo sospettavamo. Se dovesse farne ai Mondiali del 2030, se dovessimo esserci, se dovessimo superare il girone, se dovessimo segnare di nuovo, da quel gol saranno passati ventiquattro anni.Anni fa. Ed aveva previsto questo . Si tratta. Delprogetto. Presentatoda. Roberto Baggio. […. da wired : ≤< italia-mondiali-baggio-riforma ≥> ] era piuttosto lungo e decisamente articolato anche il documento redatto proprio dall'ex calciatore BaggioRoberto Baggio, quindici anni fa. Era il lontano 2011 e a ogni dramma sportivo azzurro torna d'attualità la rievocazione, come uno spettro dei Natali passati, del dossier firmato dal Divin Codino. Ritiratosi dal calcio giocato da appena sei anni, allora era stato voluto a da Giancarlo Abete nel ruolo di presidente del Settore Tecnico della FIGC (Federazione italiana giuoco calcio). E in quella manciata di mesi, meno di tre anni, alla guida di un progetto di rifondazione del calcio italiano a livello federale e soprattutto giovanile, in una approfondita relazione rimasta inascoltata dava le indicazioni per le necessarie riforme, sottolineando le criticità di un sistema già in via di auto-implosione. Tra digitalizzazione, scouting e dedizione formativa, 900 pagine che rimasero lettera morta, per citare le sue stesse parole: l'ex Pallone d'Oro si dimise (ai tempi succedeva) nel disinteresse generale. Ma cosa dicevano quelle pagine ?

L’odio non è solo quello che si urla di © Cristian.A. Porcino Ferrara alias. ilfilosofoimpertinente



Io non avrei saputo scriverlo meglio.


Ho provato a offrire il mio contributo a chi, a livello nazionale, dice di combattere le discriminazioni. Il risultato? Silenzi e visualizzazioni senza risposta. Dietro questa facciata da paladini dei diritti si nasconde spesso una mera strategia di branding. È paradossale pretendere di cambiare il mondo quando si ignora l’ABC della coerenza: l’ascolto e il dialogo con chi vive il territorio.
Spesso si nasconde dietro parole apparentemente innocue, si normalizza nei gesti quotidiani e nelle relazioni.
È da questa inquietudine che nasce il mio ultimo libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio.
Ho scelto deliberatamente di non fare i nomi di queste associazioni e di questi progetti di ispirazione cristiana: non intendo regalare loro, nemmeno indirettamente, una pubblicità che non meritano.
Ed è proprio questo che mi ha spinto a riflettere ancora di più: non possiamo combattere l’odio se prima non impariamo ad ascoltare davvero. Per rispondere all’odio non bisogna necessariamente percorrere la via del politicamente corretto e assecondarne gli eccessi. Esiste una terza via, quella che punta sull’empatia.
In Italia, se non si appartiene a circoletti e cerchi magici si è esclusi da tutto, per definizione, con tanti saluti all’apertura e all’inclusione tanto sbandierate.
Questo libro nasce per provocare domande, per mettere in discussione certezze e per ricordare che la lotta al pregiudizio non può esistere senza educazione, responsabilità e coraggio culturale.
Se credete che oggi sia necessario fermarsi a pensare, a capire e a costruire un modo diverso di stare insieme, vi invito a leggere questo libro.

Se i liberali come proposta. contro le violenze. giovanili chiudono le chat ed i social siamo alla frutta. o. non sanno. che. pesci. pigliare.

Ogni volta. che. sia verificano episodi  di violenza  giovanile le proposte  che  vengono fatte per.da  qui il titolo del post ,  per porvi rimedio c'è quella  di vietare i social ai minori . Ora invece di educare  e aiutare i genitori a farlo  alla responsabilità ed a un uso consapevole / critico verso l'uso  : del web , dei social  e dei media ingenerale ma soprattutto una comunicazione non violenta . 
Proprio una proposta scatologica  oltre  che  censoria . 
Infatti tale proposta, se pur faziosamente ,  viene bocciata  anche da  Destra (vedere articolo sotto ).
Ora  la  fonte.  sarà pure lontana. anzi lontanissima  dalla mia formazione culturale ma  a  volte  capita  che  .....    fra ” poli opposti “   ci siano  delle  cose comuni come parzialmente in questo caso. 


da CAFFÈ AVVELENATO   rubrica  di Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale whatsapp ed essere sempre aggiornati (gratis).

 Il barista 31 Marzo 2026, 8:30








Qui al bar inorridiamo di fronte a certe derive che stanno rovinando la nostra gioventù. La storiaccia di Bergamo, col tredicenne che ha accoltellato l’insegnante perché lo avrebbe umiliato, snobbando la sua neurodivergenza, ha dell’incredibile, soprattutto dinanzi all’assenza di pentimento del ragazzo. Ma se il problema è serio, devono esserlo anche le soluzioni che vengono proposte.
Ieri, invece, da Carlo Calenda, liberale prêt-à-porter, abbiamo ascoltato proprio quella ricetta populista che, quando la sente in bocca ad altri politici, l’ex ministro bacchetta: “Telegram”, la piattaforma usata dall’aggressore, “è da molto tempo un ricettacolo di odio e illegalità che andrebbe chiuso”, ha commentato. E dunque, per risolvere la piaga della violenza giovanile, basta oscurare le piattaforme? In Australia ci hanno provato, col divieto di social agli under 16, ma sembra che la grande trovata si stia già rivelando un mezzo flop: la norma è difficilmente applicabile e i nativi digitali la aggirano con una certa facilità. Dove sono i genitori? Le famiglie? Ci devono pensare loro ai social del figli, oppure il Parlamento? Meno male che la repressione non serve…
Guarda un po’, noi crediamo che anche quella sia utile, insieme all’educazione. Ma un’educazione alla responsabilità, non un continuo mea culpa degli adulti, che si accusano di non essere stati abbastanza buoni e comprensivi con dei figli i quali sembrano gridare loro il contrario: noi ci comportiamo sempre peggio affinché, a un certo punto, voi ci rimproveriate. Perché se ci rimproverate significa che ci siete, che vi accorgete di noi.
Perciò ci colpiva – visto che al bar leggiamo i giornali – l’accostamento su Repubblica di ieri: da un lato, un pezzo che spiegava che da parte del ragazzo non c’era stato “nessun pentimento”; dall’altro lato, il predicozzo di Massimo Recalcati contro la “pedagogia dell’odio”, frutto nientemeno che dei toni della campagna elettorale referendaria. Specie di quelli usati da chi invitava a votare Sì, scommettiamo. Certo, ricette semplici non ce ne sono. Ma i mali dei nostri figli non li cureremo né con i liberali per la censura né con gli psicanalisti per la propaganda.

prof di Latina reagisce violentemente alle derisioni. di un alunno

Davanti alla palestra di un liceo di Latina un ragazzo di 17 anni pesta un piede al suo professore. Sorride. Dice agli amici che "era s...