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25.3.26

violenza giovanile a Bergamo





Mi ha colpito moltissimo la storia di Chiara Mocchi, l’insegnante di 57 anni accoltellata a gola e addome da uno studente di 13 anni nel corridoio della scuola di Trescore (Bergamo), dove insegna francese.
Tutti, da. quel. che. si legge. online , la descrivono come un’ottima insegnante molto apprezzata dai suoi studenti, una di quei professori che non si limitano alle lezioni, ma che considerano il proprio lavoro una vocazione culturale e divulgativa da portare avanti sempre.La buona notizia è che non è in pericolo di vita,
e si salverà. Ma resta lo strazio per eventuali. strumentalizzazioni da parte. dei calvinisti e. vannacisti. Un fatto di una gravità inaudita che scuote uno dei luoghi più importanti del nostro Paese: la scuola.E no, non può essere velocemente derubricato a mero fatto di cronaca, a raptus, a episodio isolato. Ma ci ricorda quanto spesso gli insegnanti siano lasciati soli a gestire casi disciplinari e situazioni psicologiche che richiederebbero supporto e cure specializzate, e su cui loro, i docenti, non hanno il minimo potere di intervento. Non si può lasciare gli insegnanti in prima linea a occuparsi di qualcosa che non rientra nelle loro competenze e di fronte a cui non hanno neppure alcun potere, esposte ed esposti a rischi personali e di sicurezza non accettabili nella scuola pubblica italiana.
E tutto questo ha a che fare, eccome, con la politica, con l’istruzione, con le scelte di chi si occupa di scuola.
Che il caso di Chiara Mocchi accenda un campanello d’allarme e serva a fare in modo che altri suoi colleghi non si ritrovino a vivere lo stesso incubo.
Il pensiero va a lei, a una pronta guarigione, a tornare presto a fare il mestiere che ama, ai colleghi, alla scuola e alle famiglie coinvolte.
Che sia, per una volta, un momento non di polemiche o di odio ulteriore, ma di riflessione profonda.
Ma soprattutto  finiamola ogni volta  che  avvengono  fatti  di  cronaca  di cercare  capri espiatori negli immigrati   senza. distinguere  tra quelli veri o di seconda generazione.  

Gino Paoli un altro pezzo della storia della musica italiana che se ne va

 


Che dire d'originale. ,oltre. i. vari. coccodrilli mediatici , sulla. morte di. un. grande. cantautore l'ultimo della scuola Genovese. ? Forse ho. trovato. Come. ho. gi già detto. nel. titolo. Una delle colonne della mia infanzia e degli assi portanti della musica italiana pre 68-88 . Un esempio di qualità cosa che sta scomparendo, salvo eccezioni, che sta scomparendo per mancanza di eredi. Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno con i loro pregi ( esaltati. dai coccodrilli dei media e non solo ) ed i loro difetti o magagne ( ignorati o minimizzati ). Infatti ha. ragione


Morto Gino Paoli.
Ed abbiamo le prove che dopo morti tutti diventano santi.
Anche se si è processato per evasione fiscale portando milioni di euro all' estero, e la causa è finita in prescrizione perché decaduti i termini di legge (cosa che non significa che il reato non esiste, significa solo che la giustizia è troppo lenta, STRANAMENTE )Riposi in pace l' ex presidente della SIAE che distribuiva in maniera proporzionale i proventi dei diritti d'autore solo ai musicisti ricchi.Purtroppo dire la verità fa diventare impopolari

Musicista. e. giornalista. la mia prima. compagna. di viaggio\ di strada concludo con una delle sue , a mio avviso , più belle canzoni 


              
  con. questo. è tuttio.  "
Per aspera ad astra"  Ndr è una celebre locuzione latina che significa letteralmente attraverso le asperità (le difficoltà) fino alle stelle".




lo sport non ha età le storie di Emma mazzenga , Zaynab Dosso , Mattia Marchesetti

 

«Libri, Osho e pilates per fermare i troppi pensieri Ora corro libera»

L’italiana più veloce del mondo «Prima reprimevo le emozioni condizionata da famiglia e cultura Anche l’amore mi ha cambiata»

Fulmine Zaynab Dosso, 26 anni: prima azzurra a vincere un titolo internazionale assoluto nello sprint (Ap)

TORUN La donna più veloce del mondo è italiana, si chiama Zaynab Dosso, ha un fidanzato, due gatti e tanti sogni sotto i ricci. A Torun ha vinto i 60 metri in 7” netti, ma è già scesa sotto la barriera (6”99). Tra le cinque medaglie del Mondiale indoor, Za è in volto da copertina di un’italia senza limiti.

Ha capito cosa fa fatto, campionessa?

«Ripensando al percorso per arrivare fino a qui ho realizzato quanta strada ho fatto. Sentire l’inno mi ha emozionata tanto: l’ho cantato a occhi chiusi sennò si apriva il rubinetto…».

Il clic nella testa assistendo ai cinque ori olimpici di Tokyo è spiegabile?

«È stato un momento rivelatorio: se ce l’ha fatta Jacobs, perché io no? È il pensiero che, credo, abbiamo avuto un po’ tutti in squadra. Oh ragazzi, diamoci una svegliata, abbiamo cominciato a dirci: quell’oro è stata la dimostrazione che i sacrifici e il lavoro pagano. Da lì in poi mi sono messa di più in gioco. È partito un effetto domino. Prima l’obiettivo era fare il minimo per i Mondiali, poi è diventato vincerli, i Mondiali».

Una rivoluzione mentale. «Comunque gli alti e bassi non sono mancati. Ho dovuto capire cosa fare per mettere in moto il mio potenziale. Sapevo di voler dimostrare quanto valgo, ma come? Mi sono spostata da Rubiera a Roma da Giorgio Frinolli, che è il coach più bravo del mondo: il mio oro è dedicato anche a lui. I bronzi iridati indoor e europeo a Roma mi hanno fatto capire che ero sulla strada giusta, poi ai Giochi di Parigi è andata male, sono entrata in crisi: fare un viaggio in Costa d’avorio, dove sono nata, mi ha permesso di ritrovarmi come persona. Mi arrovellavo troppo, ho iniziato a fare pilates anche per fermare i pensieri. E sono arrivati gli ori di Apeldoorn e Torun».

Oltre al pilates, cosa le è servito?

«Leggere, leggere tanto. I libri di Osho, per esempio: in particolare i testi sulla religione e sul vivere. Ho capito che reprimevo le mie emozioni, per condizionamento famigliare e culturale. Oggi, invece, mi voglio libera».

Tanti ori al femminile tra Milano Cortina e Torun. Il senso di libertà delle atlete italiane sta dilagando?

«Le donne sono sempre state forti, ma prima erano messe in un angolino da energie maschili forti. Che stiano emergendo adesso non è un caso. Ora si nota la nostra grandezza: ci permettiamo di esprimerci, di prenderci quello che vogliamo. È un urlo: ci siamo anche noi!».

La sua azione di corsa è cambiata, è più efficace.

«Quest’inverno mi sono fatta un paiolo così con tanto lavoro aerobico: oggi riesco a fare venti volte i cento mantenendo il livello alto. Sono felice di essere riuscita a trasferire nei tre turni di Torun i cambiamenti. Frinolli studia dati e video, io cerco di analizzare il meno possibile: il mio lavoro è correre. A Torun in partenza mi scivolava il piede da un blocco, ho dovuto cambiarlo. È stata una dimostrazione a me stessa: so superare anche gli imprevisti».

Il gesto della corsa, oggi, le restituisce sensazioni diverse?

«Sì. Già dopo due-tre mesi avevo la percezione di essere più padrona del mio gesto. Prima ero più in balia di una corsa di forza, per dimostrare non so cosa. Adesso ogni movimento è consapevole, fosse anche un piccolo spostamento del braccio».

Dosso e Battocletti, due ori mondiali: che rapporto c’è?

«Nadia è una grande capitana. Ha vinto la sua gara e il giorno dopo è tornata al palazzetto per sostenere Sveva Gerevini nell’eptathlon. Ci spingiamo a vicenda, non solo io e Nadia: nel gruppo azzurro è tutto un osservarci senza invidia per cercare di motivarci l’uno con l’altro. Ma l’ispirazione arriva anche da fuori: da Sinner che fa cose incredibili a Brignone e Goggia».

Lei è d’ispirazione per Kelly Doualla.

«Kelly è aria fresca, con lei si possono fare grandi cose anche in chiave staffetta. A Torun è entrata nella giungla: ho pensato avesse bisogno di un’amica».

Un oro mondiale nei 60 metri cambia la vita?

«Me lo auguro ma non è la popolarità che sto cercando, il mio scopo è fare al meglio il mio sport. Se arriva, ben venga. Torno dalla Polonia da campionessa del mondo e mi rimetto a fare la mia vita: il trasloco insieme al fidanzato martellista portoghese, i gatti da accudire. La mia maggiore serenità coincide anche con il suo arrivo nella mia vita. Mi chiama farfalla, ma lo fa per incrementare il mio stress!».

Come reagirà al confronto con il mondo allargato all’aperto della Diamond League e di Los Angeles 2028?

«Già testarmi sui 200, oltre che sui 100, dimostra che le mie ambizioni sono cresciute. Come reagirò? Sono curiosa di scoprirlo anch’io».

” Sono uscita da un momento di crisi tornando in Costa D’avorio dove sono nata: lì mi sono ritrovata

” Battocletti è un esempio Ma tanti modelli ci spingono da fuori: Sinner, Brignone e Goggia fanno cose incredibili

” Kelly Doualla è aria fresca A Torun è entrata nella giungla: ho pensato avesse bisogno di un’amica


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Emma Mazzenga, l’atleta dei record a 92 anni racconta sul palco i segreti della sua longevità sportiva

di Caterina Barone

Al Teatro Maddalene di Padova due serate dedicate alla sua storia: ​«Per me correre è una necessità, lo faccio tre volte a settimana»

anna maria mazzenga
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È un fenomeno della natura, oggetto di ammirazione e anche di studio da parte della comunità scientifica, Emma Mazzenga, l’atleta padovana che a 92 anni - è nata nel 1933 - è capace di vincere nella corsa gare di atletica master mondiale. La sua carriera leggendaria è cominciata tardi: aveva 56 anni ed era andata in pensione dopo anni di insegnamento. Ha il tempo e la voglia di tornare in pista con lo sport che aveva praticato tra i 19 e i 28 anni. Si appassiona e decide di competere nelle categorie master, distinte per fasce di età. Conquista così oltre cento titoli italiani, 31 europei, 11 mondiali e quattro record del mondo nelle categorie W80 W90 (over 80 e over 90 anni).

Le serate

Quali sono i segreti del suo successo e soprattutto della sua longevità sportiva? Emma Mazzega li racconterà al pubblico con il piglio deciso e ironico che la caratterizza, mercoledì e giovedì al Teatro Maddalene di Padova, alle ore 19.30, nell’ambito della rassegna Sport on Stage, organizzata dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale con il supporto di TEDx Padova nell’anno delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali per unire lo sport e il teatro.

Il talk show

Lo spirito olimpico sale così sul palcoscenico in una serata che ha la forma di un talk leggero e divertente sul modello del late show americano, giocato tra comicità, intrattenimento e informazione. A condurre la conversazione sono due giovani attori, Giulia Briata e Cristiano Parolin, guidati dalla regia di Sonia Soro sulla base dei testi di Nicolò Targhetta, per far emergere i successi e le difficoltà che si celano dietro la pratica sportiva. E anche il pubblico è chiamato in causa e invitato a partecipare con domande, quiz scherzosi e medaglie d’oro, argento e bronzo.

Passione e stile di vita

Disciplina, passione e uno stile di vita attivo: sembra alla portata di tutti il segreto di Emma, quello che l’ha resa un simbolo universale di energia, resilienza e amore per lo sport. Ce lo spiega con semplicità: «Per me correre è una necessità, lo faccio tre volte a settimana al Palaindoor di Padova. Ho bisogno di muovermi per scaricare le tensioni e superare i momenti di malinconia. Corro perché è un’attività che mi consente di uscire di casa, di incontrare persone e frequentare ambienti diversi. Continuerò a correre finché potrò, non so per quanto riuscirò a fare le gare ma continuerò a correre finché sono in grado di farlo». E noi glielo auguriamo di cuore. Continua così, Emma!


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Il record di Mattia, gol in tutte le categorie: «Un sogno realizzato»

Dal Chievo al Trescore Cremasco: ora posso lasciare

L’elenco Ecco la maglia indossata ieri da Marchesetti, sotto la casacca del Trescore Cremasco, con i nomi di tutte le squadre per le quali ha segnato

Al 20’ del secondo tempo di Trescore cremasco-oratorio Sabbioni, derby lombardo di Seconda categoria, quel pensiero folle gli è saettato in testa mentre sistemava il pallone sul dischetto: «Tra me e me ho proprio scandito quelle parole, “adesso gli faccio il cucchiaio...”. Certo, sono le stesse pronunciate da Francesco Totti in Italia-olanda, Europei del 2000. Ma lui era un campione stratosferico. Io no. Dunque ho rimosso l’idea: niente cucchiaio, se sbaglio i compagni mi falciano».

Mattia Marchesetti ha così calciato quel rigore andando sul sicuro: «Botta secca all’angolino sinistro», tiro imparabile. Un gol che ha portato l’ala destra del Trescore nella storia del calcio italiano. Infatti adesso fa parte del dream team di quattro calciatori — gli altri sono Marcello Diomedi, Denis Godeas e Antonio Martorella — che hanno segnato in tutte le dieci categorie del nostro pallone, dalla Serie A alla Terza, passando per Eccellenza e Promozione. «Loro però ci sono riusciti quando veleggiavano sui 45 anni, io con i miei 42 sono il più giovane», assicura Mattia, originario di Crema, maestro

di sostegno alla primaria, sposato con Elisabet, infermiera, e papà di Giulia, 16 anni, e Riccardo, 12enne centrocampista della Cremonese. «Che emozione, vederlo in campo. Noi Marchesetti siamo nati con il pallone: è stato in D anche mio padre, Domenico, operaio in pensione e il mio primo “mister” quando ero tra gli “under 12”».
Quella segnata domenica costituisce una rete «spartiacque» nella vita del giocatore: «L’ho fortemente voluta, inseguita da quando, dopo un gol che misi a segno con il Crema in Seconda categoria, sognai di poter entrare nell’albo dei primati. Un istante prima di calciare, con la famiglia nella tribunetta, mi è passata davanti l’intera carriera, i sacrifici, lo studio la sera dopo gli allenamenti. Sì, è stata l’ultima partita, ora smetto. Forse sarò in campo un’altra volta per salutare la squadra. Poi, stop». Si commuove nel raccontare l’ultima stagione «in cui, partecipando al ritiro quest’estate e allenandomi due volte a settimana, ho giocato 14 partite. Quando l’arbitro ha fischiato il rigore, i miei compagni, tutti molto più giovani, mi hanno detto: “tocca a te”, sapevano quanto ci tenessi. Persino gli avversari del Sabbioni mi hanno abbracciato».La carriera di Mattia sta in un «album» che comprende 24 squadre. «Ho fatto tutta la trafila nelle giovanili della Cremonese» e poi casacche mica male come Chievo, Samp, Triestina, Vicenza. Snocciola le presenze: «25 in A, 100 in B, 120 in C1». Prosegue ricordando «quando ho smesso di entrare nei grandi stadi per giocare nei campi del Pizzighettone, dell’olginatese e della Rivoltana».

Ogni gol segnato — a proposito: in totale sono più di 100 — è scolpito nella memoria: «L’unico in A? Fu in Chievo-parma nel 2005, assist di Zanchetta dalla metà campo, io faccio un taglio alle spalle dei difensori, la palla rimbalza davanti a Frey, insacco di destro: un sogno...». La rete più importante? «Quella nel 2004 con la Cremonese durante la finale di ritorno contro il Südtirol, valsa la promozione in C1».

Quanto al futuro, Mattia è prossimo alla laurea in Scienze Motorie, «potrei insegnare a scuola. Ho già il patentino “Uefa B”, attendo di sostenere l’esame per quello “A”. Certo,

La speranza «Mio figlio Riccardo non ha mai visto l’italia ai Mondiali: spero sia l’anno buono»

mi vedo su una panchina: mi piace allenare e insegnare il calcio, come ho fatto sino all’anno scorso, soprattutto con i bambini. Sono delle spugne, assorbono tutto: spiego loro che devono semplicemente divertirsi, non li rimprovero mai e nemmeno dico che hanno sbagliato, semmai mostro cosa fare per migliorarsi. Poi se vedo che fanno un’azione proprio come gliel’ho spiegata ne sono felice». Infine, un sogno nel cassetto «molto ravvicinato: mio figlio Riccardo è del 2013, non ha mai visto l’italia ai Mondiali. Spero che questo sia l’anno buono».

Cholitas Escaladoras «Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta» .,Antonio Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi., ed altre storie

 

Cholitas Escaladoras

«Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta»

Un gruppo di Cholitas Escaladoras, donne di origine Aymara che scalano le montagne con la caratteristica gonna «pollera»: tra le loro conquiste ll’huayna Potosí (6.088 m), l’illimani (6.438 m) e l’aconcagua (6.961 m), la più alta del Sud America

Dora Magueño Gonzales sfida i pregiudizi guidando alpiniste a seimila metri La gonna della tradizione, i ramponi, il coraggio: un documentario le racconta

Sfidare perfino il buon senso, per un nobile motivo. «Tutte le guide ci ripetevano: non potete salire in cima con la pollera, rischiate di inciampare con i ramponi». La pollera è la gonna, ampia e colorata, che indossavano le donne indigene della Bolivia, diventata un simbolo contro le discriminazioni etniche, sociali e di genere. «Abbiamo deciso di ribellarci, dimostrare che anche noi donne potevamo arrivare fino in vetta e abbiamo deciso di farlo indossando i nostri abiti tradizionali» rivendica con orgoglio Dora Magueño Gonzales. Così nel 2015 ha guidato un gruppo di donne di etnia Aymara sullo Huayna Potosì, 6.088 metri sopra La Paz. Un primato che è entrato nella storia dell’alpinismo non per il risultato sportivo ma per la conquista di un traguardo forse più alto, quello contro i pregiudizi e le cattive consuetudini. Da allora non si sono più fermate. Hanno scelto di chiamarsi «Cholitas Escaladoras», perché cholita era in origine il dispregiativo con cui venivano chiamate le donne meticce, e invece è diventato motivo di vanto e di lotta.

Dora è adesso venuta in Italia per presentare Ascensio, il documentario sulla loro storia prodotto da Scarpa e da Gore-tex, che le hanno scelte come ambasciatrici di «inclusione, sostenibilità e rispetto della natura». Accanto alla figlia Lia (anche lei scalatrice sin da quella prima ascesa), ripercorre la sua vita: l’infanzia di orfana a La Paz («Non ho conosciuto né mio padre né mia madre»), i tre fratelli a cui ha dovuto badare («Bisognava dar loro da mangiare, abbiamo sofferto tanto, mancava tutto»), il sogno di sposarsi per trovare tranquillità economica («Però mia nonna mi aveva avvertito, la tua vita finirà quando diventerai moglie perché dovrai pensare solo a tuo marito»). A 16 anni sposa Agustin, una guida

in montagna, e inizia a fare la cuoca in un rifugio a Campo Alto, 5.300 metri, il punto dal quale partono le spedizioni verso il Potosì. «Non avevo fatto nessun corso, mi sentivo impreparata», ricorda Dora.
«Arrivavano scalatori da tutto il mondo, temevo che mi avrebbero chiesto piatti particolari che io non avrei saputo cucinare. Io sapevo fare solo la zuppa», prosegue Dora. È proprio la zuppa invece a darle fiducia nei propri mezzi: «Tutti mi dicevano che era buonissima, che arrivavano disidratati e stavano meglio. Ho capito che potevo essere all’altezza». Gli uomini però salivano, e lei e le altre restavano al campo base. «Guardavo la cima e sognavo di andare anche io. Chiedevo a mio marito e alle altre guide, tutti mi rispondevano allo stesso modo: le donne non possono salire».

La figlia Lia annuisce e prosegue: «Io sono cresciuta in montagna, ho iniziato a sciare sulle piste del Chacaltaya (le più alte al mondo prima che chiudessero per lo scioglimento del ghiaccio, ndr). Ho sempre pensato che prima o poi sarei salita in vetta, ma non sapevo quando». L’occasione si presenta il 6 dicembre 2015. «Un fotografo ci dice che se avessimo trovato il coraggio era pronto a seguirci». Dora coinvolge la figlia e altre donne, tutte portatrici o cuoche come lei. «Partiamo in undici, mio marito si convince e ci fa da guida» prosegue Dora. Salgono come hanno sempre immaginato, con le polleras e gli aguayos, gli scialli colorati a mo’ di zaini. «All’inizio - ammette Lia non avevamo l’attrezzatura adeguata. I caschi ce li hanno prestati, non c’erano scarponi adatti ai nostri piedi piccoli, indossavamo stivaloni di plastica, io camminavo come un robot. Ricordo che faceva molto freddo, in compenso avevamo tanta forza». Aggiunge Dora: «Scalare per la prima volta è stata un’emozione fortissima. Mi è venuta voglia di piangere».

Non è stato un punto d’arrivo, ma di partenza. Sono salite su tutte le principali vette della Bolivia, hanno conquistano anche l’aconcagua (6.967 metri), la più alta del Sudamerica, e l’anno scorso sono state anche sul Monte Bianco. «Adesso - dice Dora - ho 60 anni ma mi sento ancora giovane. Mi piacerebbe scalare tante altre montagne. Un sogno è l’everest, ma non so se lo faremo perché si scontra con i nostri principi. Abbiamo un fortissimo rispetto della natura, non vogliamo né inquinarla né contaminarla». Prima di ogni salita invocano la protezione delle Achachilitas, le divinità delle vette, e bruciano foglie di coca, tabacco, cannella, copale e anche del glitter «per rendere il fuoco più bello». «Se non salirò sull’everest - confessa Dora mi piacerebbe almeno vederlo da lontano. Soprattutto vorrei che i miei nipoti e le nuove generazioni continuassero sulla strada che abbiamo tracciato noi». La figlia Lia assicura: «Anche se è la più anziana è sempre la più motivata e la più resistente nel gruppo. A volte qualcuna rinuncia, lei va sempre avanti».

La forza non sta nelle gambe ma nella volontà. «A tutte le donne - conclude - ripeto che non devono farsi sconfiggere o lasciarsi maltrattare, devono perseverare per realizzare i loro sogni, così come ho fatto io. Dobbiamo lottare, perché noi donne siamo coraggiose, molto coraggiose. E possiamo ottenere tutto quello che vogliamo».


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Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi

Ora anche gli allievi della formazione fiorentina diventano «insegnanti solidali» nelle periferie Il contributo del celebre direttore, il mutuo scambio di conoscenza nei quartieri Piagge e Sorgane Il racconto di Pietro: «Il primo corso gratuito a 8 anni,

Un gruppo di giovani musicisti dell’orchestra di Fiesole al quartiere Le Piagge (foto di Marco Borrelli)

L’overture del progetto (pedagogico e inclusivo) inizierà con la bacchetta di Sir Antonio Pappano. Concerto numero 1 di Brahms, Sinfonia numero 5 di Šostakovi e un seminario di studi che il grande direttore d’orchestra dedicherà ai «ragazzi» dell’orchestra Giovanile Italiana, (con sede a Fiesole), una tra le più straordinarie iniziative musicali rivolte ai giovani talenti. Dopodiché accadrà per la prima volta qualcosa di sublime. Un’armonia molto particolare che trasformerà i concertisti, anche loro studenti, in insegnanti solidali che si prenderanno cura di bambini e ragazzi svantaggiati. Con i loro strumenti, raggiungeranno il quartiere periferico delle Piagge a Firenze per iniziare un corso di lezioni musicali. E si partirà proprio dall’insegnamento di Pappano e dalla sua visione della musica, facendo ascoltare ai discenti i capolavori della musica classica e raccontando loro, strumento alla mano, che cosa significa entrare nel mondo delle vibrazioni di Brahms e Shostakovich.

Sarà anche un’occasione per mettere in pratica il metodo che l’antico pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi chiamò «mutuo insegnamento». Perché se i musicisti della Giovanile sveleranno ai compagni delle Piagge i segreti delle note, questi ultimi racconteranno loro (con gesti e parole) cosa significa amare la musica e avere la possibilità di studiarla senza aggravi economici.

Da anni infatti i docenti della Scuola di Musica di Fiesole, un’istituzione di eccellenza fondata dal violista Piero Farulli, uniscono ai normali studi di perfezionamento di livello universitario che si svolgono nella bellissima villa medicea sulla collina panoramica di Fiesole corsi solidali

Inclusione

C’è pure il coro: ragazzi sordi cantano con altri studenti indossando guanti bianchi

nei quartieri svantaggiati di Firenze.

«Alle Piagge, all’isolotto, a Sorgane e alle Cure - spiega Anna Maria Meo, la sovrintendente della scuola fiesolana - ogni anno si organizzano corsi gratuiti e molto frequentati. E ci sono molti esempi di ragazzi che dimostrano talento e possono ambire a diventare professori d’orchestra. Le lezioni sono dedicate a minori dai 9 ai 14 anni e sono molto seguite. A fine corso si esibiscono in concerti, durante la Festa della musica nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Ma è la prima volta che i nostri studenti “tradizionali” si trasformano in insegnanti. E sono convinta, grazie anche agli stimoli che avranno con il maestro Pappano, che daranno il meglio di loro stessi e avranno anche un grande arricchimento».

Ruben Have, violinista, padre danese e madre fiorentina, sarà uno degli studentidocenti. «Andrò a questa iniziativa con un quartetto d’archi dell’orchestra giovanile conferma Ruben con entusiasmo - e insieme cercheremo di trasmettere a questi ragazzi non solo le emozioni ma la ricchezza della nostra disciplina. E racconteremo anche la nostra esperienza con il grande direttore Antonio Pappano. Speriamo di contribuire anche in questo modo a far nascere talenti».

Già, i talenti. Pietro Gandolfo, 19 anni, è uno degli esempi di come la gratuità e la presenza di scuole di musica nei quartieri può creare ottimi musicisti. «Avevo 8 anni quando ho iniziato a frequentare i corsi gratuiti alle Piagge - racconta - ed è stata una scoperta continua. Ho capito che era la mia strada. Adesso dopo aver vinto una borsa di studio mi sto laureando in violoncello e ho un sogno grandioso: suonare in un’orchestra che però per scaramanzia non svelo».

Nel quartiere delle Cure i corsi gratuiti dei docenti di Fiesole (ma chissà, anche qui potrebbero arrivare gli studenti) sono dedicati ai ragazzi con disabilità. Ci sono anche studenti sordi. Imparano la musica non soltanto con il solfeggio, apprendendo i valori e il ritmo delle crome e delle biscrome, ma anche con le vibrazioni. «Abbiamo organizzato un coro . I ragazzi sordi - conferma Anna Maria Meo - cantano con altri studenti indossando guanti bianchi. Sono straordinari».

Pappano arriverà a Firenze il 19 maggio e sino a domenica 24 dirigerà l’orchestra Giovanile (si esibirà anche il direttore della scuola, il famoso pianista tedesco Alexander Lonquich). Sul podio negli anni sono succeduti Muti, Abbado, Gatti, Mehta, Sinopoli e Giulini.


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«Lo sport mi ha ripulito, ora corro contro la droga»

Alejandro Metzger durante la Ironman 2024 a Cervia

Alejandro Metzger e la scoperta della corsa per uscire dalla coca e salvare la famiglia Il Cavana Run Club e l’impegno per aiutare gli altri a capire che smettere è possibile «Eravamo dieci, oggi siamo mille per una vita sana». In settembre la sfida di Ironman

Un chilometro e mezzo di corsa: sudore, fatica, malessere. Lo sforzo lo piega. Ma in fondo è la prima azione positiva dopo anni di negatività. Accade nell’immensa Los Angeles, lì dove basta un fischio e la droga arriva su un vassoio d’argento. Era il 2019. Alejandro Metzger, che oggi ha 38 anni, una moglie, Eva, e una bimba, se non fa più uso di cocaina lo deve alla corsa. La pillola che lo ha salvato quando stava sprofondando negli abissi più tetri. «Sono “clean” (pulito) da quattro anni». E

” Sacrifici distrutti

Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita, mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva

ora è pronto a raccontare la sua storia. Perché oggi il suo obiettivo è mantenersi pulito, ma anche aiutare gli altri: non solo con il Cavana Run Club, nato proprio in questo periodo di rinascita, ma anche con la sua voce. Per dire che uscirne si può.

È vero, ha avuto attorno chi lo ha spronato, con le buone o le cattive. Ma, soprattutto, Alejandro ha avuto la voglia di rialzarsi. Poche storie: «Se non parte da te, gli altri non possono obbligarti». E questo vale per qualsiasi dipendenza. «Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita. Pesavo 63 kg, non mangiavo più, non dormivo più. Raccontavo bugie a tante persone. Mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva. Lei aveva deciso, giustamente, di lasciarmi. Allo stesso tempo avevo perso il lavoro nella società che avevo costruito con due amici. Il motivo? Rubavo soldi per comprare la droga: 20 mila euro in sei mesi. Avevo distrutto tutti i sacrifici fatti per creare due negozi e un ristorante con i miei soci. E avevo iniziato a fumare anche crack. Decisi quindi di lasciare Trieste».

Alejandro allora raggiunge il padre in America, che lì si era trasferito anni prima. «Arrivo a Los Angeles e 24 ore dofronti. po trovo già il modo di procurarmi la droga. Ma è proprio mio papà, con cui nel tempo ho riallacciato un rapporto bellissimo, a spronarmi a fare sport. E ancora prima mi aveva ispirato un podcast di Rich Roll, ex tossicodipendente e oggi atleta di extra endurance». Com’è stata allora quella prima corsa a Los Angeles? «Difficile. Ma il giorno seguente ci ho riprovato facendo due chilometri. Dopo due settimane di fila, ne feci otto. Questo mi permise di acquisire sempre più autostima: più correvo e meno pensavo alla mia vita passata». Succede poi che nel periodo del Covid Alejandro torni a Trieste. Si rimbocca le maniche. La vita torna a sorridergli, ma l’ambiente dove tutto è iniziato porta anche a qualche ricaduta. «Però non ero più il bugiardo di prima. Tanto che mi sono confidato con Eva, con cui nel frattempo ero tornato insieme, e lei mi ha consigliato: vai da uno psicoterapeuta».

Due anni di introspezione in cui riesce a capire anche da dove era nato quel bisogno di essere dipendente da qualcosa. «Sono ripartito da quando ero bambino. Per arrivare a 15 anni quando mio padre partì per gli Usa. Lì si era rotto qualcosa, era subentrato un senso di ribellione nei suoi conMa mi sentivo anche poco realizzato, nonostante avessi fatto mille cose. La prima striscia di cocaina? Sempre a 15 anni, ma il consumo si era fatto più insistente quando ho cominciato a lavorare nel mondo della ristorazione».

E oggi? «Mi focalizzo su quanto bene sto senza la droga e questo è merito di una routine fatta di abitudini sane, come la corsa». L’allenamento è sei giorni su sette, in totale 150 chilometri al mese. E poi ci sono le sfide continue. «Mi do obiettivi fuori dalla mia portata, ma che so di poter provare a raggiungere solo mettendomi nelle

” La nuova vita

Con mio papà ho ripreso un rapporto bellissimo, è stato lui a spronarmi e ho smesso di mentire

condizioni di vincere». Prossimo appuntamento la gara di Ironman a settembre: 3,8 km di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa in 17 ore. E poi le testimonianze in alcune scuole, per raccontare la sua storia. Senza dimenticare il Cavana Run Club. «L’idea è nata per caso. Ho voluto lanciare un invito con il mio ex socio e amico Teo: “Venite a correre, poi ci beviamo una birretta”. Aderirono dieci persone, che in un mese diventarono cento, oggi siamo in mille, di tutte le età e l’obiettivo non è la performance».

E se la vita può essere anche un film, Alejandro ha già chi sulla sua ha intenzione di fare un documentario: il filmmaker triestino Daniel Baxa. Per riavvolgere la pellicola e raccontare le cadute ma soprattutto una rinascita.



Obliquo Presente”: a Misterbianco il dissenso diventa dialogo e resilienza

Da il filosofo impertinente   mercoledì 25 marzo 2026 “Obliquo Presente”: a Misterbianco il dissenso diventa dialogo e resilienza Il 24 mar...