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12.1.11

ipocroisia politica la sinistra dice vede la pagliuzza nelll'occhio del vicino ma non la trave nel proprio parentopoli a venezia ed ipocrisia dei giornali prima tti emarginano e poi da morto ti osannano . Il caso di lietta Tornabuoni


Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"
GIORGIO ORSONI
Le giustificazioni, quelle fanno davvero cadere le braccia. «In una grande azienda con tremila dipendenti può capitare che ci siano parenti», ha risposto ad Alda Vanzan del Gazzettino il presidente della municipalizzata dei trasporti di Venezia Actv, Marcello Panettoni.
Sarà pure. Ma se i parenti, come ha denunciato il sindacato autonomo Usb, sono una trentina, e congiunti di sindacalisti e dipendenti, allora può sorgere il sospetto che non sia «capitato» per caso. E ad allontanarlo non vale nemmeno l'argomentazione che tutti, ma proprio tutti, sarebbero entrati dopo una selezione e un test psicoattitudinale fatto da una società specializzata.
7 MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI
Scusa simile a quella con cui si è difeso l'ex amministratore delegato dell'Atac: un'azienda che nei due anni della giunta capitolina guidata da Gianni Alemanno si è «irrobustita» con un certo numero, pare 854, di assunzioni pilotate. «Non sono chiamate dirette - ha detto Adalberto Bertucci - ma attraverso concorsi eseguiti attraverso una società, la Praxi».
Già. È stato così che un alto dirigente dell'azienda di trasporto romana si è ritrovata come assistente personale una ex cubista, Giulia Pellegrino, ritratta sorridente in una foto con il coordinatore del Pdl romano Gianni Sammarco?
Ed è stato così che l'Atac ha ingaggiato il figlio del caposcorta di Alemanno, Giancarlo Marinelli, mentre l'Ama, la municipalizzata dei rifiuti assumeva invece la figlia? E ancora così è entrato Francesco Bianco, ex militante dei Nar, organizzazione paramilitare fascista, assunto anch'egli per chiamata diretta e poi sospeso dall'azienda per le frasi antisemite apparse sulla sua pagina di Facebook? Difficile da spiegare a quei giovani che prima si spaccano la schiena sui libri, senza uno straccio di prospettiva, e poi disseminano inutilmente i loro curricula in giro per l'Italia. Per riuscire a conquistare, se va bene, un precariato da 800 euro al mese.

GIANNI ALEMANNO
Andateglielo a dire, che le municipalizzate, anche quelle come l'Atac che l'anno scorso ha perso 92 milioni di euro, o come l'Ama, che ha archiviato il 2008 con una voragine di 257 milioni, assumono «solo per selezione». Ma che però la lotteria Italia del posto fisso, a tempo indeterminato, la vinceranno quelli che sono parenti dei sindacalisti, amanti o amici di qualche politico, oppure chi ha una tessera di partito in tasca, o magari può contare sulla benemerenza di qualche sprangata assestata in gioventù. E loro, invece, quella selezione non la passeranno mai.
Per carità, l'Italia è il Paese nel quale esistevano (e in qualche caso esistono ancora) regole che offrono una corsia preferenziale ai figli dei dipendenti di alcune aziende pubbliche. Funzionava così, per esempio, al Banco di Napoli, dove i padri potevano liberare il posto per i figli. Ma questa storia è diversa. E fa ribollire il sangue pensare a quanto il fenomeno può essere esteso.
Certo, il caso di Venezia non può essere paragonato a quello di Roma. Dove non desterebbe sorpresa scoprire che le assunzioni clientelari hanno funzionato a tappeto nel sistema delle municipalizzate. La verità è che ormai in Italia la politica è l'unico ufficio di collocamento che funziona.
RICCARDO BOSSI
Al centro come in periferia. A settembre scorso Elsa Muschella ha raccontato sul Corriere che alla Regione Piemonte l'opposizione di centrosinistra aveva denunciato una piccola «parentopoli» locale, denunciando le assunzioni a tempo determinato di «mogli, figlie, fratelli e sorelle di assessori e consiglieri», grazie a «risorse messe a disposizione di ogni gruppo e nella più completa discrezionalità» .
Una denuncia nella quale il Pd ha coinvolto anche il governatore Roberto Cota, che ha reagito così: «Ovvio che ho portato con me persone di cui da anni mi fido, e tra queste una segretaria che già lavorava per il Movimento e che è militante della Lega. La sua unica colpa è quella di essere figlia di un altro militante della Lega che dopo diversi anni di mandato in Consiglio Comunale, è stato eletto in Consiglio Regionale» .
FRANCESCO BOSSI
Giustissimo: un politico ha diritto a farsi affiancare da persone di fiducia. Ma qual è il limite fra la fiducia e il favoritismo? Sarebbe lecito domandarsi se è per una pura questione di fiducia che Franco e Riccardo Bossi, rispettivamente fratello e figlio del leader della Lega vennero ingaggiati a Bruxelles da due eurodeputati leghisti come assistenti accreditati (12.750 euro al mese). E se per lo stesso motivo la parlamentare del Pdl Maria Elisabetta Alberti Casellati, quando era sottosegretario alla Salute, nominò capo della sua segreteria la figlia Ludovica.
Si potrebbero fare decine di altri casi: basterebbe dare uno sguardo nei gabinetti, negli staff e negli uffici stampa dei ministeri per scoprire quanto siano diffuse le omonimie. E se vale il detto che il pesce puzza sempre dalla testa... Fa bene perciò il Partito democratico a pretendere spiegazioni dalla giunta di centrodestra della Capitale, come fa bene il Pdl a chiedere chiarezza sulle assunzioni delle municipalizzate di Venezia, città amministrata dal centrosinistra. Anche se farebbero meglio prima di tutto a dare un'occhiata in casa propria.


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IN MORTE DI LIETTA - "LA STAMPA" POTEVA AVERE IL BUON GUSTO DI EVITARE DI SCODELLARE I SOLITI NECROLOGI LACRIMOGENI IN GLORIA DELLA "GRANDE GIORNALISTA" - LA TORNABUONI FU COSÌ "GRANDE" CHE PER LE SUE IDEE POLITICHE DI SINISTRA, SGRADEVOLI AL POTERE PARA-DEMOCRISTIANO DEL LINGOTTO, LE FU NEGATA, ANNO DOPO ANNO, ARTICOLO DOPO ARTICOLO, L’"AGIBILITÀ" DI EDITORIALI PER FINIRE EMARGINATA IN UNA SALETTA BUIA A RECENSIRE FILM....


Natalia Aspesi per "la Repubblica"
LIETTA TORNABUONI
È morta ieri al Policlinico Umberto I di Roma, dove era ricoverata da diversi giorni, la giornalista Lietta Tornabuoni. Aveva 79 anni. Domani la camera ardente alla Casa del Cinema di Roma.

Lietta Tornabuoni ed io eravamo una strana coppia; amiche, colleghe, sorelle: abitando in città diverse, ci trovavamo solo in occasioni professionali, per esempio ai Festival, da quello canoro di Sanremo nei suoi anni gloriosi, ai cinefestival di Cannes e di Venezia. Inseparabili, scansate, forse temute, certamente prese in giro dagli altri colleghi, ci divertivamo moltissimo: a vedere film, incontrare divi, parlarne tra noi. Come due adolescenti, ridevamo di tutto, il lavoro, insieme, era puro divertimento, anche se scrivevamo per giornali diversi, o forse proprio per quello.
LIETTA TORNABUONI
Quando ci siamo conosciute, io ero una tipica giornalista donna, disordinata e poco affidabile, della terribile categoria definita di costume; Lietta era già una grande giornalista, anzi, come si diceva allora per esaltarne la bravura, un grande giornalista; generosa come raramente sono i colleghi, apriva i suoi quadernini di appunti, che erano sempre quelli cinesi neri con gli angoli rossi, e mi passava preziose informazioni, numeri di telefono segreti,
Fu lei che rimproverandomi l´eccesso di leggerezza, mi insegnò che il giornalismo è una cosa seria, anche se mi occupavo di Claudio Villa o degli amori della Callas, dovevo essere precisa, rigorosa: controllando ogni nome, ogni notizia, circondandomi di dizionari, intervistando più persone possibile, leggendo libri: soprattutto restando lontana dai fatti e dalle persone, imparziale, e pensando solo ai lettori.
LIETTA TORNABUONI
Aveva cominciato giovanissima a Noi donne, il settimanale dell´Udi, era passata a Novella, poi all´Europeo e a L´Espresso di cui era tuttora il cinecritico (il suo ultimo articolo sul film Kill me please esce nel numero di dopodomani). Collaborava a La Stampa, negli ultimi anni come critico ma non solo, e, assunta nel 1970, con un breve periodo al Corriere della Sera, era stata uno dei più autorevoli e brillanti inviati del quotidiano torinese.
Scriveva di tutto, articoli sempre esemplari che si leggevano avidamente, memorabili pezzi sul cavallo Ribot o su Pasolini, interviste a Cossiga o a Fellini, inchieste sulle pantere nere negli Usa o in Cina sulla terribile vedova Mao, sull´attentato terroristico alle Olimpiadi di Monaco del ´72 e sul rapimento e omicidio di Aldo Moro nel ´78.
Insieme eravamo un po´ mascalzone: e per esempio a Cannes nel ´75 non avvertimmo i colleghi che il film La recita di Angelopulos, scansato da tutti perché greco e lunghissimo, doveva essere visto perché era un capolavoro, e nel ´89 scrivemmo meraviglie di Sweetie di Jane Campion che aveva orripilato i maestri della critica, in seguito pentiti.
LIETTA TORNABUONI
Quando muore un grande professionista, lo si ricorda come una persona che al lavoro ha dedicato tutta la sua vita. Lietta aveva molto amato il giornalismo, e lo amava ancora, malgrado le tante delusioni che negli anni capita sempre di subire. Ma aveva dedicato molto di sé stessa agli affetti, con una silenziosa generosità che faceva parte del suo stile di vita rigoroso e appartato.
Di sé non parlava mai: era stata una bella ragazza dal sorriso incantevole, ma degli uomini, sempre intellettuali, che avevano attraversato la sua vita, non erano rimaste tracce. Vagamente gli amici sapevano della sua nobile e colta famiglia, di una sorella suicida, di un matrimonio, giovanissima, con un compagno di partito, matrimonio pochi anni dopo annullato (il divorzio non c´era ancora) in quanto contratto tra due comunisti, cioè diabolici peccatori.
LIETTA TORNABUONI
Era stata molto vicina a sua madre, donna di grande cultura e aveva assistito il fratello Lorenzo, pittore di talento, per anni confinato a letto. Lo ricordo perché questo lato della sua vita, in nome di un senso segreto dell´eleganza e della discrezione, era solo suo, come lo fu la sua dedizione assoluta al compagno, il geniale scrittore Oreste Del Buono, nei lunghi anni di una sua drammatica malattia.
NATALIA ASPESI E LIETTA TORNABUONI AL FESTIVAL DI VENEZIA DEL 73
Lietta ha cominciato a staccarsi dal mondo quando, morte le persone che più amava, si è ritrovata senza più nessuno da accudire, cui dedicare i pensieri, le cure, le attenzioni, l´amore. Lei che era una grande cronista, un´opinionista severa, un´implacabile intervistatrice, una giornalista ironica, puntigliosa, acuta e generosa, una persona anticonformista, di profonda moralità laica, senza padroni, ha preferito appartarsi nei limiti inoffensivi della critica cinematografica perché la politica, che era stata una sua passione e che aveva settimanalmente raccontato nella sua rubrica "Persone", svelandone i peccati e i peccatori, si era ormai troppo insquallidita, criminalizzata, attorcigliata attorno a personaggi troppo privi di glamour, che era ciò che lei cercava in tutto.
ORESTE DEL BUONO
La sala buia era diventata un rifugio a stanchezza e delusioni, i film non disturbavano il suo bisogno di solitudine, scriverne nella sua casa silenziosa, invasa da migliaia di libri che alimentavano la sua instancabile cultura, era un modo per proteggere il suo orgoglio, la sua dignità, per non mostrarsi più e diventare finalmente invisibile.

 


11.1.11

Calendario Sarah Scazzi, Ripa di Meana ne chiede il ritiro

Non è  che mi stia  molto simpatica  però  a differenza  delle  altre    persone  coinvolte   in questa operazione   che   è (   è diventata  se  dovesse risultare  vera  la  loro notizia , ma  allora perchè  caspita  non la  si è sospesa  o rinviata )  un operazione      di business   della peggior  qualità,  concordo anche se  lo st  facendo per opportunismo e non perchè lo sente  realmente  

Continua a scatenare polemiche 
il calendario in memoria di Sarah Scazzirealizzato dall’associazione milanese Chiliamacisegua e i cui proventi, in accordo con il sindaco di Avetrana e con Claudio Scazzi, andranno a sostegno della costruzione del canile tanto voluto da Sarah per i randagi del suo paese. A rinfocolare il caso ci pensa Marina Ripa di Meana, tra i personaggi che hanno posato per il calendario: non sapeva che avrebbe avuto a che fare con il caso Scazzi e ora ne chiede il ritiro immediato dalla vendita. Le si scaglia contro Giovanni Conversano. Risultato? Una bella rissa a favore diPomeriggio Cinque.Sia L’Arena di Massimo Giletti che Stasera Che Sera, nuovo programma di Barbara d’Urso, si sono occupati ieri del caso del calendario in memoria di Sarah Scazzi, presentato lo scorso 4 gennaio ad Avetrana, i cui incassi saranno devoluti all’associazione Sarah Per Sempre, istituita dal fratello Claudio, per costruire un canile che accolga i randagi del piccolo centro pugliese, come desiderato da Sarah.
 L’Arena di Massimo Giletti che Stasera Che Sera, nuovo programma di Barbara d’Urso, si sono occupati ieri del caso del calendario in memoria di Sarah Scazzi, presentato lo scorso 4 gennaio ad Avetrana, i cui incassi saranno devoluti all’associazione Sarah Per Sempre, istituita dal fratello Claudio, per costruire un canile che accolga i randagi del piccolo centro pugliese, come desiderato da Sarah. 
Le polemiche scatenatesi alla notizia dell’iniziativa si sono arricchite di un nuovo capitolo, ovvero della protesta di Marina Ripa di Meana, tra i personaggi immortalati nel calendario, che ha attivato i suoi legali affinchè il calendario venga ritirato dal mercato. La motivazione? Non ha mai firmato alcuna liberatoria per la pubblicazione della sua foto, che non immaginava sarebbe stata legata a un’operazione che definisce puro sfruttamento e sciacallaggio di un drammatico caso di omicidio. 
Marina Ripa di Meana ha avuto modo di esprimere le sue ragioni nella puntata di oggi di Pomeriggio Cinque e come sempre lo ha fatto nei suoi ‘educati’ e ‘pacati’ modi da nobildonna. “Non sapevo che la mia foto sarebbe stata usata per un’operazione così bieca – dice la contessa – mi avevano detto che i proventi sarebbero dovuti servire alla costruzione di un canile al Nord. Se avessi saputo che si trattava di Avetrana avrei detto di no e in ogni caso non ho firmato alcuna liberatoria“. E sin qui la protesta e i modi ci sembrano legittimi. Poi si scivola nella rissa: “Vergognatevi - dice rivolgendosi a Giovanni Conversano, strenuo difensore dell’iniziativa e presente in studio, e alla presidentessa dell’associazione Chiliamacisegua - E’ una campagna infame che sfrutta e strumentalizza una ragazza uccisa! Vergognatevi! Avete fatto la conferenza stampa nella sua camera mortuaria… cialtroni!” e conclude con una sfilza di “Bestie, bestie, bestie…” sul modello dell’ormai noto ‘Capra, capra’ di Vittorio Sgarbi. 
I legali di Marina Ripa di Meana hanno già inviato una lettera all’associazione milanese, facendo presente che la loro assistita ha saputo dell’uso della sua foto solo alla vigilia della presentazione del calendario. Una cosa non improbabile, visto che la presidente di Chiliamacisegua ha spiegato che le adesioni sono state raccolte a settembre e il calendario è stato realizzato prima che si sapesse del tragico destino di Sarah; la decisione di girare il progetto, inizialmente dedicato a un canile del nord Italia, su Avetrana pare sia venuta, quindi, solo dopo, su pressione dei simpatizzanti dell’associazione. Da lì la decisione di contattare il sindaco di Avetrana e Claudio Scazzi. 
La sostanza non cambia, Marina Ripa di Meana sostiene di non voler legare la sua immagine a una campagna che ritiene squallida, un mero tentativo di strumentalizzare e monetizzare una tragedia. A sua volta Giovanni Conversano trova la tardiva reazione della nobildonna come un modo per cavalcare l’onda e tornare sulle prime pagine. Ne nasce una sapida semirissa tv dai toni come sempre poco adatti al pomeriggio: lui le dà della bugiarda e dell’apporfittatrice, lei minaccia querela anche nei suoi confronti e lo epiteta con ‘letame’. Le vacanze natalizie sono decisamente finite…

usanze che vengono riscoperte e rivalorizzate ecco uno degli effetti positivi della crisi

La prima storia  è stata scelta     spronato  da  questo  commento    : << 
L'idea di nazioni legate a un popolo e a un territorio ha finito con l'essere prevalente nell'Ottocento. Gli stati nazionali dovevano, nella concezione liberale e massonica propria dell'epoca, costituire un insieme di forze che si sarebbero equilibrate e che avrebbero dato vita a stati affratellati da ideali comuni. Si è visto che cosa ha prodotto quel tragico errore di prospettiva: una serie di guerre intereuropee e due guerre mondiali. Naturalmente, i miti sono duri a morire e pertanto il mito della patria persiste, anche se in una nazione composita e relativamente recente come l'Italia non mi risulta particolarmente sentito. I limiti di quell'ideologia sono rivelati soprattutto dalla realizzazione parziale di un sistema di patrie che corrispondessero ai singoli popoli. Infatti molto spesso le aggregazioni nazionali sono state realizzate spesso a spese delle nazioni negate. Questo sin dalle origini: la Francia ha di fatto represso Aquitania e Provenza a Sud e Bretagna a Nord. Il Belgio ha unificato due popoli che stanno insieme a fatica. La Spagna ha messo insieme Castiglia e Catalogna, diverse per cultura, lingua e tradizioni, e ha tenuto ai margini il popolo basco. L'Inghilterra ha represso per anni l'Irlanda e ha cancellato la Scozia. L'Italia si è costituita reprimendo culture locali e lingue diverse: la Sardegna, il Friuli, i tedeschi del cosiddetto Alto Adige, lo stesso variopinto mondo del Sud. In Jugoslavia si è visto come è andata a finire, In Cecoslovacchia pure. Non è strano che si levino ogni tanto voci non esattamente entusiaste di questa realtà, anche se di una realtà si tratta e come realtà deve essere accettata, solo che l'entusiasmo non può essere obbligatorio. La stessa realtà mostra come le Nazioni cambino, mentre i popoli restano. Magari, fra cento anni, i nostri trisnipoti rideranno di un mondo in cui c'erano tanti stati, ognuno con una bandiera e un esercito pronto a sparare sugli eserciti degli altri, degli stranieri.  (  Diaktoros )  >>   nell'ultimo post  dell'amica  e utente  daniela


Migrazioni, oltre i confini delle lingue

Ricercatrice cagliaritana coordina l'ambizioso progetto del Cnr

Martedì 11 gennaio 2011
 

CARLO FIGARI

ROMA In Italia vivono quasi cinque milioni di stranieri, un immigrato ogni dodici residenti. La maggior parte parla italiano e lo usa come lingua per comunicare tra diverse nazionalità. Molti vanno a scuola per impararlo, i bambini frequentano regolarmente tanto che non c'è più classe senza almeno un extracomunitario. Ma quali sono i loro livelli di apprendimento? Quali difficoltà incontrano per studiare una grammatica che mette in crisi gli stessi italiani? Quali tecnologie e programmi adotta ciascuna regione? I NUMERI Oggi, grazie alle statistiche di Istat e Caritas, alle indagini di Questure e Prefetture, conosciamo i numeri e l'entità della presenza straniera. Abbiamo la fotografia del grande cambiamento demografico e sociale in atto nel paese, ma ancora ci sfuggono aspetti fondamentali come l'alfabetizzazione e i livelli culturali dei nuovi "italiani". Sì, piaccia o no, l'Italia multietnica è una realtà in costante crescita e l'integrazione uno dei problemi più scottanti dell'attuale governo e di chi seguirà. Per questo il Centro nazionale delle ricerche, il massimo organo scientifico italiano, dal 2008 ha avviato il progetto "Migrazioni" con sessanta specialisti al lavoro in tutta Italia. Ieri nella sede romana ha presentato i primi risultati.
LO STUDIO L'imponente ricerca che coinvolge tredici istituti nazionali di varie discipline (c'è anche l'istituto di storia dell'Europa Mediterranea di Cagliari) si concluderà quest'anno e nel 2012 verrà resa pubblica. Solo allora avremo un quadro completo ed esauriente di un fenomeno sociale e culturale in continua evoluzione. «Ma non finirà con la chiusura della ricerca» anticipa Maria Eugenia Cadeddu, coordinatrice del progetto "Migrazioni": «Questo è un lavoro multidisciplinare e internazionale che mette insieme tanti studiosi italiani e stranieri. Rappresenta la base di partenza per future indagini perché si muove su numerosi filoni di ricerca che potranno continuare nel tempo». COORDINATRICE SARDA Maria Eugenia Cadeddu, cagliaritana, (  foto in alto  a  sinistra  ) fa parte dello staff dirigenziale guidato dal primo direttore del dipartimento "Identità culturale" Andrea Di Porto (ha insegnato anche a Sassari) e dal grande filosofo di etica moderna Tullio Gregory. Una pesante responsabilità per la ricercatrice sarda che proviene dal Cnr di Cagliari e da una scuola di giovani studiosi plasmati dallo storico medievista Francesco Cesare Casula. «Sì, la mia specializzazione è la storia medievale, poi mi hanno chiamato a Roma per partecipare a questa nuova esperienza interdisciplinare che nasce sulla scia della riforma del Cnr». Al progetto collabora un'altra cagliaritana, Cristina Marras, con esperienze di studio in Germania e in Israele e ora a Strasburgo per curare le relazioni internazionali.
Maria Eugenia Cadeddu a 46 anni non è più una giovane ricercatrice anche se l'età anagrafica oggi non corrisponde alla società e al mondo del lavoro. «È vero. I giovani del Cnr hanno tra i trenta e quarant'anni, ed anche oltre. Diciamo che siamo la giovane generazione di ricercatori perché sopra di noi c'è il fior fiore degli scienziati e studiosi italiani».
È ancora possibile fare ricerca per un giovane?
«Personalmente mi sento fortunata perché ho avuto questa opportunità alla sede centrale di Roma. Una nuova esperienza che mi mette in contatto con colleghi di campi diversissimi dal mio. Il progetto coinvolge sessanta esperti attraverso contratti e borse di studio. Quest'anno, dopo tanto tempo, è stato bandito un concorso per 500 posti al Cnr. Qualcosa finalmente si muove».
Ancora brucia la protesta contro la ministra Gelmini, accusata di voler colpire proprio la ricerca con pesanti tagli ai fondi e una chiusura di carriera per molti ricercatori. Che ne pensa?
«Le riforme dell'Università come del Cnr, al di là delle valutazioni di merito, lasciano aperto il problema della mancanza di investimenti nella ricerca. È come se questo paese non credesse nella potenzialità delle sue risorse intellettuali e scientifiche».
Inevitabile che i migliori se ne vadano.
«Si deve distinguere tra "fuga dei cervelli" e "circolazione dei cervelli" fenomeno assolutamente positivo e anzi auspicabile. Spostamenti ed esperienze diverse sono fondamentali per la carriera scientifica di un ricercatore».
All'estero la ricerca è più avanzata?
«No, anche in Italia si svolge ricerca di primissima qualità. Per questo i nostri specialisti che emigrano vengono molto apprezzati e si impongono subito. Di certo, restringendosi le opportunità, questo fenomeno della "fuga dei cervelli" potrebbe aumentare».
La Sardegna partecipa in qualche modo al progetto?
«Certo. L'istituto di Cagliari guidato dal professor Luca Codignola Bo, che è uno storico, si occupa del settore storiografico con l'analisi della bibliografia moderna e contemporanea riguardante le migrazioni tra Francia, Spagna, Portogallo e Italia. Una collega ligure, Francesca Dannino, invece si occupa di analizzare i dati forniti dalle scuole della Sardegna per conoscere gli strumenti informatici e i programmi utilizzati per favorire l'insegnamento della lingua agli stranieri».
Con quale obiettivo?
«Ogni regione adotta programmi e metodi diversi, mentre si dovrebbero pensare modelli validi per tutto il territorio nazionale. Dobbiamo capire quali siano le principali difficoltà che gli stranieri incontrano nell'apprendimento dell'italiano, verificare gli errori più comuni e frequenti, studiare metodologie didattiche e pedagogiche utilizzando le tecnologie dell'informatica. È una grande sfida scientifica mentre si discute tanto di integrazione, spesso senza tenere conto della realtà». 
ecco le  altre  due   sempre tratte  dall'unione sarda  del 10  1e  11  gennaio 2011

Gonnosfanadiga. 

Un giovane scopre il vecchio mestiere e un'antica forma di scambio

Il ragioniere che spazza i camini Diplomato ripropone «S'aggiudu torrau»: boom di richieste

Lunedì 10 gennaio 2011
Ha iniziato 5 anni fa per caso snobbando il diploma di ragioniere. Lo chiamano in tutte le case, in cambio non vuole soldi ma baratta la pulizia con ciò che ciascuno può dare: «S'aggiudu torrau»
Valerio Lecca, 34 anni, di Gonnosfanadiga, (  foto a  destra  )  snobba il diploma di ragioniere e sogna di diventare spazzacamino. La gavetta è già cominciata. Dal 2006 pulisce gli impianti fumari ma non si fa pagare mettendo in pratica « S'aggiudu torrau» , una forma di baratto conosciuta dagli anziani.
«Per ora la lotta alla fuliggine è solo un hobby», spiega Valerio Lecca. «Ho rinverdito il concetto di " aiuto reciproco",concordato con le famiglie in base a quello che ciascuno può dare: vestiario, alimenti, legna, anche pezzi per la macchina che mi servono. Accetto anche un'offerta, ma non ho di certo un tariffario».         
Ma nel 2011 il baratto non è superato?
«In un momento di crisi così pesante penso che abbia senso tornare allo scambio di beni e servizi senza moneta. Per fronteggiare il crollo dei consumi bisogna mettere a disposizione saperi e risorse e darci una mano l'uno con l'altro. Anche per questo ho deciso di pulire camini»
Come ha cominciato?
«Quasi per caso. Ho acquistato gli attrezzi per pulire l'impianto fumario di casa. Sono salito sul tetto per scrostare la canna fumaria con l'ausilio di tubi flessibili e di uno scovolo. Poco tempo dopo ho pulito i camini delle case di anziani soli che me lo chiedevano perché non avevano nessuno che potesse farlo»
Ha mai avuto paura di salire sui tetti?
«No. Sono piuttosto agile, ma devo stare attento. Lo faccio solo quando il tempo è buono, altrimenti, con la pioggia rischierei di farmi male o danneggiare le tegole. Un problema che sto cercando di ovviare con l'acquisto del macchinario che mi permetterà di pulire il camino dal basso, all'interno dell'abitazione».
Non crede che lo spazzacamino sia un mestiere "fuori moda"?
E' una figura romantica e antica, ancora indispensabile nei tempi moderni grazie anche all'impiego di nuove tecnologie. Il mio obiettivo è acquistare macchinari più all'avanguardia e iscrivermi all'associazione nazionale fumisti per fare di un hobby un lavoro. Vorrei diventare fumista per realizzare impianti fumari efficienti e scongiurare conseguenze negative sull'ambiente, sulla sicurezza e sulla salute».
Non ha pensato che sarebbe stato più semplice fare l' impiegato?
«Preferisco vivere con entrate incerte per fare quello che voglio. Per avere il denaro che mi occorre per pagare le spese della macchina mi impegno anche in altri lavoretti».
Cosa la spinge a fare lo spazzacamino?
«Sentirmi utile. Arrivo nelle case piene di fumi e risolvo i problemi. Non saprei svolgere un lavoro nel quale non vedo subito i frutti».
Gli anziani non hanno paura di farla entrare in casa?
«Ispiro fiducia alle persone e poi mi conoscono tutti. Quando un anziano mi chiede di pulire il camino e non ha niente da regalarmi io lo faccio comunque volentieri, e se per sdebitarsi insiste per invitarmi a pranzo, accetto di fare l'ospite e di tenergli un po' di compagnia».
Cosa le hanno insegnato le persone di una certa età?
«Ad avere coraggio, a non fermarmi anche se il lavoro è pesante cercando le forze per continuare e arrivare lontano».
C'è una buona richiesta di questi servizi?
«Molti mi chiamano per il controllo del camino da anni. C'è un rapporto amichevole: appena arrivo stringo la mano e facciamo due chiacchiere. Di solito, quando vado da una famiglia il giorno dopo mi chiama qualcun altro al quale hanno fatto il mio nome».
STEFANIA PUSCEDDU
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Lunamatrona. 

Cittadini protagonisti del documentario del regista di Villanovaforru  L'uccisione del maiale diventa un filmTatti: l'opera punta a favorire il rispetto per le culture locali

Martedì 11 gennaio 2011
"Custu est su procu" dura 59 minuti ed è stato presentato a Lunamatrona. Tanti i cittadini che hanno assistito alla nuova fatica di Piero Tatti.
 Fno a qualche decennio fa era un rito per tante famiglie. Un cerimoniale che coinvolgeva un rione. Oggi l'uccisione del maiale è un lontano ricordo anche in Marmilla. 
Piero Tatti, di Villanovaforru, sposato a Lunamatrona, ha raccontato questo rito in un documentario con protagonisti gli abitanti del suo "secondo" paese. "Custu est su procu" dura 59 minuti ed è stato presentato nel "Tre Campane" di Lunamatrona. Tanti i cittadini che hanno assistito alla nuova fatica di Tatti, da anni impegnato nel racconto del territorio con filmati e cortometraggi.
IL MAIALE Già i nuragici si nutrivano della carne di maiale. Nel periodo romano e medioevale il suo allevamento rustico è stato esteso a tutta l'isola. Oggi in Sardegna ci sono 230 mila capi. «Fino a quarant'anni fa il maiale si allevava in casa con granaglie, fave, fichi d'india e ghiande», ha spiegato Tatti, «ad un mese dalla macellazione si aggiungevano ceci e piselli che arrossavano le carni ed aumentavano di spessore il grasso dell'animale».
IL LAVORO Il mese migliore per ucciderlo era dicembre. Tatti, sostenuto dal figlio Tomas, ha girato le fasi della macellazione a Lunamatrona nell'inverno 2007. Poi tre anni di lavoro per completare il documentario. Del maiale non si buttava via niente: lardo e strutto per i cibi, le ossa per il minestrone di ceci, la gerda per un pane speciale, il sangue per il sanguinaccio, le setole vendute al ciabattino. «Spero che questo lavoro stimoli i giovani alla ricerca e favorisca il rispetto per le culture locali», ha concluso Tatti.
PROTAGONISTI Ecco i cittadini protagonisti de sa boccimenta de su procu: Maria Mancosu, Maria Grazia Melis, Ercole Setzu, Fausto Matzeu, Alberto Orrù, Carlo Orrù, Luigi Orrù, Efisio Murru, Nuccio Garau, Ettore Setzu, Ottavio Setzu, Zeno Cancedda, Giancarlo Setzu, Giulio Mancosu, Mario Setzu e Paolo Lilliu. 

ANTONIO PINTORI
 
 

12 anni senza il tuo sorriso ...Grazie de Andrè

Faber, non riesco a mettere insieme delle parole 


per descrivere il grande amore che provo per te, qualsiasi cosa io dica non riuscirò mai a raccogliere il tuo splendore che per me è più di quello del sole. Con il tuo meraviglioso sorriso ci hai regalato momenti di pura gioia. E' difficile pensare che tu non ci sei più, che i tuoi occhi non guarderanno più il cielo da qua giù eppure sono 12 anni oramai che te ne sai andato, 12 anni in tua assenza che sembrano davvero un'eternità, il solo pensiero che ce ne saranno 12 ancora e ancora e ancora mi fa paura mi fa paura un'esistenza senza te. Ancora più difficile è accettare che non riuscirò mai a incontrarti non qui, non concretamente, eri eccezionale e ti prometto, anche se come promessa non conta molto, che non uscirai mai dal mio cuore che può sembrare irrilevante dal momento che di persone ce ne sono così tante, però non lo è, non lo è perchè ognuno di noi copre il proprio ruolo, perchè ogni uomo ha qualcosa da dare al mondo, anche i "deboli" che tu tanto difendevi, abbiamo ancora bisogno di te anche se infondo anche tu eri un uomo come noi, ma forse questa è la cosa più meravigliosa che si possa dire di te: eri umano.

La tragedia di Bologna . Devid è morto anche per causa nostra


Sia che  devid  sia morto  perché i genitori vivevano in strada  sia   perché vivevano in stato  d'indigenza  o quasi  devid  è  morto per mancanza  di cordinamento , per la  cattiva  disorganizzazione di quello che dovrebbero essere servizi  sociali  e la burocrazia  , ma  soprattutto per  l'indifferenza .
Infatti ad  averlo ucciso non è solo il freddo  è  la mancanza di soidarietà , l'indifferenza ( infatti al funerale   non c'era quasi nessuno )    o scaricabarile   perchè tutti  vedevano   o facevano finta  di non vedere    o    non se  ne preoccupavano prchè  <<  è già stata segnalata  , ci pensano i  servizi sociali , ecc >> . Ma  la storia   della  sua vicenda   dei suoi ventitre giorni   nella  città degli invisibili   è talmente triste  che preferisco  far  parlare l'articolo e  i link  in esso  riportato da repubblica  



LA STORIA
I ventitré giorni di Devid
nella città degli invisibili
Il caso del neonato morto di freddo e stenti: nella cappella dell'ospedale meno di dieci persone a salutarlo. A fine novembre l'assistente sociale non si era neanche accorto che la donna era incinta. Oggi il padre dice: avevamo paura che i servizi sociali ci portassero via i bambinidi MICHELE SMARGIASSI

Due suore, due volontari, pochi senzatetto, il padre, la nonna, il prete. Meno di dieci persone ieri mattina nella gelida cappella dell'ospedale per dire addio a Devid, che ha vissuto solo ventitré giorni ed è morto di freddo nel centro più centro di Bologna alla vigilia della Befana, giorno dei bambini.


Poche ore più tardi la città ufficiale si "vergogna", ormai troppo tardi. Si vergogna di che? Dell'"indifferenza". Indifferenza di chi? "Non la mia, non degli altri che erano lì per caso come me": Viviana Melchiorre, impiegata, è ancora sconvolta. Quattro gennaio, quattro del pomeriggio, portici del municipio davanti alla farmacia comunale. "Lei, un pianto disumano, incapace di dire nulla; il padre, con quel fagotto in braccio vaga in piazza Maggiore, il bimbo ha un colorito terribile". "È morto!", rabbrividisce il gruppetto che si è raccolto, qualcuno (forse il padre) ha già chiamato il 118. L'uomo si scuote, entra in farmacia, poggia il bimbo sul bancone come fosse una scatola (ricorda scosso il farmacista): "Sta male, non respira, non so cos'ha, stamattina ha preso il latte...". Fuori, una passante nota un passeggino incustodito, gonfio di coperte. Le solleva. "Ma qui ce n'è un altro!". Vivo. In salute. Per fortuna. È il gemellino.
Nella Bologna esausta di shopping natalizio l'ambulanza corre via. Devid muore la mattina dopo (il direttore di Pediatria Mario Lima coglie la situazione al volo e mette al sicuro il gemello e una sorellina ricoverandoli). L'autopsia dirà com'è successo, ma già si sa che è crisi respiratoria. È una storia di ghiaccio, la storia di un bambino nato prematuro, passato in poche ore dal tepore dell'incubatrice al sottozero della piazza. Non ce l'hanno una casa, Claudia e Sergio? Lui, toscano che vive di lavoretti, giura di sì, s'infuria col cronista, "non siamo barboni", dà l'indirizzo, il capocondominio conferma ma i vicini dicono: "Non si vedono da mesi", e in quella casa vive un maghrebino: risulta marito di Claudia, forse sposato per avere il permesso di soggiorno. Di fatto lei non abita lì. Allora dove? "Dalla madre", suggerisce il tam-tam dei senzatetto, "no, in roulotte". I volontari di Piazza Grande li incontrano distribuendo viveri in stazione, e il padre che ha già abitato per un po' in un dormitorio chiede la residenza in "via Tuccella", la strada di fantasia inventata per dare un documento di identità ai clochard di Bologna.
Comunque è vero, nessuno li vede di notte in strada. Ma di giorno sì, per ore sotto il portico del Podestà e nel bell'atrio caldo della biblioteca Salaborsa. Claudia che cambia i pannolini ai gemelli neonati, stretti nel passeggino regalato da una barista della piazza, a fianco la sorellina di venti mesi. Impossibili da ignorare. E i bolognesi non li ignorano, "chi passava le diceva qualcosa, "non può tenere dei bimbi così piccoli al freddo"", racconta un clochard. Ma poi passano oltre, perché a Bologna, pensano i bolognesi, qualcuno provvede sempre, perché a Bologna certe cose non succedono. Perché "nel centro di Bologna / non si perde neanche un bambino", canta Lucio Dalla.
Invece ne abbiamo perso uno. Il welfare più famoso d'Italia non l'ha salvato. Eppure sapeva tutto di sua madre. Trentasei anni, cinque figli avuti da almeno tre padri, i primi due finiti in affidamento alla nascita, nel 2001 e 2003, per "incapacità genitoriale". Nessuno sa che è di nuovo incinta? L'assistente sociale che la incontra a fine novembre non se ne accorge. Il 13 dicembre partorisce al Sant'Orsola, il giorno stesso la segnalano ai servizi sociali di quartiere, che prendono atto. Dimessa regolarmente il 29, è già in strada coi gemellini. Il giorno dopo la notano in Salaborsa gli impiegati, "non siamo ciechi", e chiamano gli assistenti sociali. Rapporto dei medesimi: "Sembra una famiglia felice". La notte di San Silvestro eccoli al cenone di solidarietà per i senzatetto, "un uccellino caduto dal nido" ricordano i volontari, "le abbiamo chiesto se voleva un posto per la notte, ha risposto che tornava a casa sua". Insomma, in quei cinque giorni tra l'ospedale e la tragedia, la rete della tutela sociale la intercetta più volte. Ma nessuno s'allarma, forse proprio per l'eccessiva sicurezza che "qualcuno ci sta già pensando", che la cosa sia "già segnalata". Infatti lo è, più volte. I pezzi del mosaico di una potenziale tragedia ci sono tutti. Ma nessuno li mette assieme. Disattenzione? Disorganizzazione? È già il momento delle domande scomode. "A questa città manca un padre di famiglia", lamenta Paolo Mengoli direttore della Caritas. Punta il dito sul decentramento dei servizi nei quartieri, riforma che deve qualcosa ai tagli di bilancio: "senza un centro le cose sfuggono". 
"Lavoriamo per pezzetti e non c'è comunicazione", ammette Monica Brandoli del settore affari sociali del Comune.
Adesso tutti si "vergognano" nei comunicati, ma molti hanno una giustificazione. Ed è quella giustificazione lì: è la madre che non ha chiesto, che ha rifiutato, che si è sottratta. "Una povera donna, le è stato offerto un tetto, ha detto no, in questi casi ci vuole un po' di partecipazione", dice a caldo la commissaria Annamaria Cancellieri (perché Bologna da un anno è senza sindaco, e chissà che anche questo non conti). "Ci avrebbero tolto anche questi bambini", risponde il padre Sergio, che anche lui aveva una figlia che non è più sua. Chi ha bisogno e figli, non "partecipa" mai spontaneamente al rischio di restare col bisogno e senza figli. Rimane il fatto bruto e duro: le maglie della rete di protezione di una delle città più protettive d'Italia non sono riuscite a trattenere l'esistenza sottile di un bambino di tre settimane.

L'unica  cosa  che mi sento dire  è questa  . Cazzarola  va bene  che , specie  in tempi  di crisi non possiamo aiutare  tutti , ma  i casi più gravi  almeno un aiuto lo possiamo dare . Ce  fine hano fatto per parafrasare   la sigla di questo famoso  cartoon    scusandomi per l'aaudio , ma non ho trovato di emglio in italiano


 i valori della solidarietà  , dell'aaiuto reciproco ?  Soprattutto da noi che  cantiamo  (  anche se    secondo molti sondaggi non ne  conosciamo le parole  se  non l'ultima strofa  ) il nostro inno nazionale   : <<  >> e poi non siamo neppure  in grado ne  in silenzio  lontano da  rifletori ne   esibendoa   d'aiutare   il nstro vicino  e dargli aiuto concreto  una casa  o un  ocale  ,  nonostante  ne  abbiamo molti  sfitti o  un lavoro anche  il più  piccolo per  garantire sia aglimItalaini e  agli stranieri di priam e di seconda generazione presenti nel  nostro paese   la  sopravvivenza  o una vita  dignitosa  .ed  evitare  che succedonos torie  come   questa


Alghero, il dramma di una madre costretta a vivere in auto con due figli

Sotto la patina a uso turistico della città delle vacanze si nascondono terribili situazioni di ordine sociale. È il caso di una giovane madre algherese con due bambini, uno di 9 anni e l’altro di soli 7 mesi, costretti a passare la notte dentro un'auto, in un garage, a due passi dalla celebrata passeggiata del Lungomare Barcellona. È stata abbandonata dal compagno ed è rimasta senza casa
di Gianni Olandi
La giovane mamma con i figli davanti al garage
La giovane mamma con i figli davanti al garage
ALGHERO.

È la storia di Giovanna e dei suoi piccoli. Abbandonata dal compagno, senza parenti, i genitori sono entrambi deceduti, riesce a malapena a sbarcare il lunario stando al servizio di qualche famiglia. Quando è rimasta completamente sola una casa l'aveva ma 500 euro di affitto, con due bambini da mandare avanti, non sono sopportabili se non si hanno altre entrate. Dall'assistenza sociale riceve 300 euro al mese, neanche sufficienti per la pigione, e così ha dovuto lasciare la casa. Come soluzione di fortuna ha trovato un amico che per la notte le consente di utilizzare l'auto parcheggiata in garage. La mattina riesce a portare i due bambini a casa di una signora che le mette a disposizione i servizi igienici.
Una vicenda terribile, drammatica, che comunque non scoraggia Giovanna. «Vorrei soltanto poter lavorare di più di quanto non riesco a fare oggi per far crescere i bambini - sostiene - se avessi una occupazione potrei lasciare il piccolo all'asilo e dedicarmi con maggiore impegno a trovare opportunità di lavoro. Oggi per fare le pulizie nelle case, nei condomini, qualcosa si trova, è una questione di buona volontà e a me non manca».
Le domanda da fare a questa giovane madre sono tante ed è lei stessa che toglie da ogni difficoltà. «Ci arrangiamo - dice - da una nonna, da qualche amica, ci arrangiamo e comunque non possiamo fare diversamente. Il bambino di nove anni fa il tempo pieno, quindi pranza a scuola ed esce nel pomeriggio, per il piccolo, come ho già detto, ci arrangiamo».
Difficile non chiedere come risolve il problema nel garage-cantina se al piccolo viene fame durante la notte e ha bisogno di qualcosa di caldo. «Porto sempre con me un thermos con la sua pappa - risponde subito - tiene il calore quasi fino al mattino». Viene in mente il mercato dell'abbigliamento per bambini, abitini ormai firmati, le griffe sono arrivate da tempo anche nella primissima infanzia e se non c'è la marca alla moda sullo zaino c'è il rischio perfino che il piccolo si vergogni di andare a scuola.
A Giovanna basta un thermos che tenga la pappa in caldo. «Comunque con il lavoro che riesco a trovare - aggiunge - ai miei bambini non manca niente, soltanto una casa, non voglio più che trascorrano la notte nel buio di un garage».

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