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22.4.23

Una lettera chiusa in una bottiglia racconta la storia di Franco Cesana 13 anni il più giovane partigiano nella lotta di Liberazione

In  risposta ad  Ignazio  la  Russa  ed  ai  suoi seguaci  che  dicono  chhe  la  costituzione  italiana   è  antifascista   :    “I giovani non sanno abbastanza per essere prudenti, e quindi tentano l'impossibile e lo ottengono, generazione dopo generazione”

                                                            Pearl S. Buck



ed è  proprio     partendo  da     questa  citazione    che   riprendo   la  storia   riporta  dalla  News Letters  di     Mario  Calabresi  


Alle otto di mattina del 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, che coordinava le operazioni militari delle formazioni partigiane, manda ai milanesi un messaggio che passerà alla storia. La voce di Sandro Pertini, che nel 1978 diventerà Presidente della Repubblica, incita dalla radio all’insurrezione generale contro i nazifascisti. Quel giorno Milano viene liberata e quella sera Benito Mussolini fugge dalla città, travestito da soldato tedesco, ma due giorni dopo viene catturato dalla 52esima Brigata Garibaldi all’uscita di Musso, a un chilometro da Dongo, sul Lago di Como, dove sarà processato e fucilato il 28 aprile.

La copertina del podcast "Hai presente il 25 aprile?" prodotto da Chora Media. È possibile ascoltarlo gratuitamente online da questa mattina cliccando qui


Perché proprio la data del 25 aprile è stata scelta come Anniversario della Liberazione? Cosa è successo nelle settimane precedenti? Chi erano e quanti erano i partigiani? C’erano anche donne tra loro? Cosa era successo nei due lunghi inverni di occupazione nazista? A tutte queste domande, che sono   di  Altre/Storie di Mario Calabresi  ma, immagino, anche di molti di voi,  << ho cercato di dare risposte interrogando Chiara Colombini, ricercatrice presso l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e autrice del libro “Anche i partigiani però…” e Paolo Pezzino, che ha insegnato Storia contemporanea a Pisa, è uno studioso delle stragi nazifasciste e presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Ne è nato un podcast realizzato proprio in collaborazione con l’Istituto Parri, che con lo stesso formato del precedente “Hai presente la Marcia su Roma?” dà vita a una collana di divulgazione storica di Chora Media, curata da Davide Savelli. L’idea è quella di cercare risposte competenti ma comprensibili a tutti, capaci di fare memoria e di combattere oblio e qualunquismo. >>

 Ed   è  per  questo  che  riporto    dalla  stessa  fonte      la storia del più giovane partigiano italiano, Franco Cesana  (  foto  a  sinistra   )  , che a soli dodici anni scappò di casa, dopo aver detto che usciva a prendere il latte, per raggiungere il fratello e unirsi alla Resistenza. Solo due mesi dopo, a giugno del 1944, la mamma ricevette una meravigliosa lettera in cui Franco le raccontava la sua avventura. È una storia dolorosa e commovente, che ho scoperto grazie alla storica Liliana Picciotto che da anni alimenta il portale Resistenti ebrei d'Italia nel quale raccoglie testimonianze sul contributo ebraico alla Resistenza.
Liliana Picciotto, che è responsabile per la ricerca storica del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), ha appena presentato una nuova parte della sua ricerca, fatta di storie e podcast, da cui condivido una parte del racconto su Franco Cesana, che era nato a Mantova il 20 settembre del 1931, si era trasferito con la famiglia a Bologna ed era rimasto orfano del padre quando aveva otto anni. All’inizio del 1944, il fratello maggiore Lelio si era arruolato con i partigiani nella formazione Scarabelli, creata in provincia di Modena, e Franco sognava di raggiungerlo come racconterà la mamma Ada Basevi: «Era parecchio tempo che questo benedetto bambino mi chiedeva sempre, alla sera: “Mamma, lasciami andare, voglio andare con i partigiani, dammi il permesso”. Gli rispondevo sempre di no: “Sei troppo piccolo, lascia fare a tuo fratello che è più grande”». Il primo aprile Franco fugge e riesce a trovare i partigiani, ma per poter essere accettato mente sulla sua età, dichiarando di avere 16 anni, e così gli viene affidato il compito di staffetta portaordini con il nome di battaglia di “Balilla”. La madre per lunghe settimane non saprà nulla del destino del figlio, anche se lo conosceva come un ragazzino responsabile e più maturo della sua età: «Mio figlio, era molto indipendente, non si lasciava sottomettere dalla paura dei castighi ed era molto religioso, tanto che studiava da rabbino». Finalmente, il 7 giugno 1944, a casa arriva una lettera rassicurante, scritta con una calligrafia da bambino. “Carissima mamma, dopo la mia scappata non ho potuto darti mie notizie per motivi che tu immagini. Ti do ora un dettagliato resoconto della mia avventura: partii così all’improvviso senza sapere io stesso che cosa stavo facendo. Camminai finché potevo poi mi fermai a dormire in un fienile in località Osteria Matteazzi. Al mattino, svegliandomi con la fame, ripresi a camminare in direzione di Gombola, sfamandomi con le more. Arrivai a Gombola verso le nove e di lì cercai i partigiani, deciso a entrare a far parte di qualche formazione. Riuscii a trovare patrioti che mi insegnarono la strada per andare al Comando che si trovava a Maranello di Gombola. Arrivai nella detta località stanco morto, ma mi feci coraggio e mi presentai. Dopo un po’ mi si presentò l’occasione di entrare a far parte della formazione Marcello. Sei contenta? Presentandomi a Marcello, fui assunto e siccome ho studiato, fui dislocato al Comando e attualmente mi trovo stabile relativamente sicuro in una località sopra a Gombola. Così non ti devi impensierirti per me che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire. Per chiarire un increscioso incidente, ti avverto che non ho detto quella cosa che mi hai fatto giurare. Così, chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, che ormai abbiamo finito. Affettuosamente ti bacia e ti pensa il tuo tesoro. Ti raccomando, appena ricevi la mia bruciala. Ancora ti saluto e ti abbraccio”.


Lettera di Franco Cesana alla madre, 7 agosto 1944. © Archivio Fondazione CDEC


Ciò che la mamma aveva fatto giurare a Franco, era di non dire mai, in nessuna occasione, di essere ebreo, essendo per lui doppio il pericolo: l’appartenere al movimento partigiano e l’essere ebreo. La lettera non fu bruciata ma chiusa in una bottiglia di vetro e seppellita, affidata dalla mamma alla terra, futura testimonianza su quanto avvenuto alla famiglia Cesana. Dopo alcuni mesi di silenzio, il 14 settembre 1944, Ada Basevi si vede comparire davanti il figlio, cresciuto, bello, sicuro di sé. “Non piangere, mamma – gli dice, nel salutarla – ritornerò per il mio compleanno”. Il 20 settembre, infatti, Franco avrebbe compiuto 13 anni. La sera dopo, nel corso di una missione con il fratello Lelio e altri partigiani, incontra un gruppo di tedeschi che, allertati da una spia, non esitano a sparare uccidendo Franco e altri quattro ragazzi. Mancavano sei giorni ai suoi tredici anni. Il comandante della formazione partigiana riuscirà a recuperare il corpo di Franco per portarlo alla madre proprio il 20 settembre, il giorno del compleanno.
Il portale web “Resistenti ebrei d’Italia” della Fondazione CDEC, con le illustrazioni di Sara Radice


La ricerca sul contributo ebraico alla Resistenza riprende uno dei primi progetti avviati dal CDEC che ne ha caratterizzato l’attività fin dalle origini (1955) e che in tutti questi anni, pur non essendo mai stato portato a termine, ha costituito uno dei principali nuclei del patrimonio di documenti della Fondazione.
La ricerca viene resa pubblica tramite l’aggiornamento del portale online con un database di oltre trecento profili di resistenti e con la narrazione di cinque vicende particolari – tra cui quella di Franco – presentate anche sotto forma di podcast. La ricerca esplora vicende per lo più sconosciute e indispensabili per ricostruire il ruolo degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, non solo vittime ma anche protagonisti della resistenza al nazifascismo.

ho incominciato a ridere e a vivere forte proprio andando incontro alla morte

 colonna  sonora  

Quando la morte avrà - Claudio Lolli
Aspettando Godot  -  "

     


21.4.23

Cesena, le negano lo smart working e va al lavoro a cavallo

   da     repubblica  

Tabita Gurioli ha percorso a cavallo circa 13 chilometri per andare a lavorare. E così spiega la provocazione: "Ho l'auto in officina, era mio diritto poter lavorare da casa, l'azienda lo permette. Un abuso negarmelo"




Da Mensa Matellica, una frazione del comune di Ravenna, fino a Cesena. A cavallo. Il motivo? Le hanno negato lo smart working. "Avevo l'auto a riparare in officina dopo un incidente stradale, ho chiesto di lavorare da casa" ha raccontato Tabita Gurioli ai giornali locali. Una protesta, non verso l'istituto di credito dove lavora, tiene a precisare, ma piuttosto la poca flessibilità di chi, incaricato di
gestire l’organizzazione dei turni di lavoro, non avrebbe preso in considerazione la sua difficoltà a raggiungere l’ufficio a causa di un imprevisto difficile da risolvere.
Non avendo altri mezzi, Tabita Gurioli ha deciso di recarsi da dove abita alla sede cesenate di Credit Agricole, dove lavora, a cavallo percorrendo circa 13 chilometri. "La mia capufficio me lo ha negato dicendo che si trattava di una questione domestica ha spiegato al Corriere di Romagna una votla arrivata davanti alla sede di lavoro con il suo cavallo - e quindi avrei dovuto usare dei giorni di ferie. Ho scelto questo gesto per protestare perchè non è giusto restare zitti di frotne a un abuso visto che l'azienda permette in questi casi lo smart working".

20.4.23

Ci voleva l'uscita del ministro Lollobrigida per capire il significato di sostituzione etnica ?

 Il mio dubbio   espresso nel titolo trova risposta nel fatto che  due filosofi opposti 

 Daniele carbini 

Questa cosa   un ministro della repubblica italiana allora assale prepotente il senso del disgusto. Non esiste un’etnia italiana, la nostra straordinaria cultura (al pari di molte altre) è la naturale conseguenza di scambi, incontri e condivisione, di genti di ogni dove che hanno portato in queste terre un pezzo di ricchezza inestimabile, di un’umanità varia pregna di stimoli creativi, figli di molteplici influenze.

Questa “purezza” italiana, questa supremazia bianca, mascherata con giustificazioni ridicole, certifica il persistere di un razzismo lascivo e profondo, fa schifo.         
Invece di decantare l’orrore discriminatorio i ministri di un governo dovrebbero preoccuparsi di creare le condizioni per cui una coppia possa permettersi di avere dei figli, se lo desiderano. In troppi casi avere un figlio significa che una donna deve rinunciare al lavoro e alla carriera, oppure affidare il figlio a babysitter, asili e scuole per tutto il giorno, non crescendolo e non vedendolo mai. Ci si dovrebbe preoccupare di creare una società dove gli esseri umani hanno una vita dignitosa, non subire uno schiavismo di massa, dove sei obbligato a correre a perdifiato per sopravvivere oppure a non fare un cazzo e vivere di tristi elemosine di stato.


Diego Fusaro

Ha fatto molto discutere l'infelice uscita del ministro della destra neo-liberale Lollobrigida sulla cosiddetta "sostituzione etnica". Ovviamente l'opposizione non aspettava altro per poter attaccare il governo, accusandolo di posizioni non distanti dal razzismo. La verità, comunque, è che la tesi della sostituzione etnica è una solenne idiozia: uno dei tanti modi per non spiegare la realtà, in questo caso quella della immigrazione di massa. O, meglio, uno dei tanti modi per sostituire al pensiero razionale la suggestione irrazionale. Che sia in atto una sostituzione è vero, ma non è una sostituzione etnica. È la sostituzione di una classe lavoratrice con diritti conquistati e con un tenore di vita più o meno dignitoso con una nuova classe lavoratrice migrante, senza coscienza di classe e senza diritti, sottoposta alle forme più radicali di sfruttamento. Di "immigrazione di sostituzione" parlano perfino le Nazioni Unite. Non per questioni etniche, come ancora crede qualche irriducibile della destra neoliberale: ma per questioni di sfruttamento del lavoro (tema di cui la destra, come peraltro la sinistra, si guarda bene dal parlare). Il lavoro dei migranti costa meno; permette di abbassare i costi generali del lavoro; infine, permette al potere di favorire conflitti tra migranti e non migranti, mentre abbassa a tutti le condizioni di vita e mentre fa prosperare la lotta di classe nella stessa classe. Occorre ribadire l'ovvio: i nemici non sono i migranti, ma il capitale che usa l'immigrazione per sfruttare i lavoratori, tutti i lavoratori. Questo è il punto che ovviamente la sciagurata tesi della sostituzione etnica non vuole vedere.       [..... ] La tesi della sostituzione etnica è demenziale, perché oltretutto astrae completamente dal quadro concreto dei rapporti di forza. Al capitale non importa nulla del colore della pelle delle persone: gli importa soltanto di poter trovare braccia a basso costo, con le quali abbassare i costi della forza lavoro e produrre sempre nuovo sfruttamento. Per questo, e non per altro, l'immigrazione di massa è un'arma nelle mani del capitale e delle classi dominanti: un'arma contro la classe lavoratrice, sia migrante, sia autoctona.


 Agli antipodi arrivano alla stessa conclusione  vuol dire che l'espressione sostituzione  etnica usata  d'anni  da esponenti  politici e seguaci di questa becera destra e   scopetta  solo ora 

Cara sinistra istituzionale e cara opinione pubblica " moderata " . Ben svegliati .  Sono anni che il termine  orribile  erede di teorie condannate  dalla storia  è ritornato in auge e Ve ne accorgete ora  che è questa  destra  è  al  governo   .? Ma prima  dormiva te o eravate impegnati o ridere dietro a chi Ve lo faceva notare ? 

È oltre che  razzista   e da vecchio  spacciato per nuovo è una  


già  condannata  dalla  storia    del  secolo   scorso  

19.4.23

rispondo con Gianmaria Testa - Lasciami Andare a chi mi dice che non saluto

Tamara De Fazio e la sua famiglia. non sono più soli. «Inondati da un affetto meraviglioso»

 

di cosa stiano parlando
 Mariano ha nove anni e a causa di una malattia rarissima pesa 138 chili. Con i propri genitori, il piccolo viaggia per le cure necessarie, ma in Calabria non ha diritti e sua madre deve combattere ogni giorno perché gli siano riconosciuti.   segue  👇
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2023/04/lodissea-di-tamara-de-fazio-e-della-sua.html


Mariano e la sua famiglia non sono più soli. «Inondati da un affetto meraviglioso»

La Regione, il Garante della salute, l’ortopedico Misiti e alcuni consiglieri regionali pronti ad aiutare il bimbo affetto da una malattia rara

 Pubblicato il: 19/04/2023 – 6:42
di Emiliano Morrone
Mariano e la sua famiglia non sono più soli. «Inondati da un affetto meraviglioso»

LAMEZIA TERME Ha smosso le acque la recente intervista del Corriere della Calabria con Tamara De Fazio, la mamma di Mariano, il bimbo calabrese affetto da una malattia rara che l’ha portato a pesare 138 chili all’età di nove anni. 

Anna Maria Stanganelli, Garante regionale della salute, ha contattato subito i genitori del bambino, assicurando il sostegno diretto del proprio ufficio. 
La Regione Calabria si è attivata per gli ausili protesici del caso, «sul presupposto – ci ha chiarito un dirigente del dipartimento Tutela della salute – che le famiglie dei bambini con tali problemi non debbano pagare un centesimo e che agli interessati si debba garantire la massima vicinanza, sicché nessuno può lavarsi le mani davanti a situazioni del genere». La Regione è all’opera per assicurare a tutti i bambini disabili gli ausili gratuiti cui hanno diritto e per l’acquisto della speciale sedia a rotelle di cui Mariano necessita, nello specifico con la collaborazione del distretto sanitario di Lamezia Terme.

Una legge per i minori disabili e l’offerta di Misiti

Inoltre, alcuni consiglieri regionali stanno pensando ad un’apposita legge per aiutare i minori disabili e l’ortopedico Massimo Misiti, già deputato della Repubblica, ha dato la propria disponibilità a vedere il piccolo Mariano, che ha una gamba deformata dal peso, e a contribuire in concreto ad una migliore assistenza dei bambini calabresi con disabilità riconosciuta. «Tutto ciò che è necessario – afferma Misiti, sensibile al tema della salute dei bambini – dobbiamo farlo insieme. Bisogna alimentare reti di solidarietà e di intervento a favore dei piccoli e delle loro famiglie, senza pregiudizi e tentennamenti».

«Mariano andrà in gita con i suoi compagni di scuola»

«Non è stato vano raccontare la nostra storia», dice commossa la signora De Fazio, che anticipa: «Giovedì (domani, nda) Mariano andrà in gita insieme ai suoi compagni di classe. Significa che la scuola ha confermato grande attenzione nei suoi confronti, perciò ha trovato un bus idoneo, con accesso facilitato, che gli consentirà di viaggiare senza problemi e di vivere un’esperienza fondamentale. Si tratta di un pulmino di circa dieci posti col quale una ditta privata si occupa del trasporto di persone disabili. Ho chiesto ai genitori dei compagni di Mariano se fosse stato un problema salire su quella sorta di ambulanza assieme al piccolo. I genitori sono stati solidali e i bambini non hanno esitato un attimo ad esprimere la loro volontà di stare con Mariano. Non c’è speranza più grande in una società che combatte con bullismo e cyberbullismo. È un segnale limpido alle altre istituzioni, che devono preoccuparsi degli spostamenti dei bambini come mio figlio, di cui non possono ignorare i diritti. Lottiamo ogni giorno per cambiare la mentalità e il metodo delle amministrazioni pubbliche».

Stanganelli: «Una battaglia che ci chiama a moltiplicare gli sforzi»

La vicenda di Mariano è diventata simbolica. Ed è significativo l’attaccamento alla vita di questo bimbo, che vede poco ma sa leggere e scrivere benissimo; che a quattro anni ha imparato a camminare benché all’ospedale Gaslini di Genova lo avessero escluso in modo categorico; che, come sua madre e suo padre, non si ferma davanti agli ostacoli della burocrazia, della sanità e della società, spesso lontana dalla comprensione dei problemi altrui. «La battaglia dei genitori del bambino – sottolinea Stanganelli – ci chiama a partecipare in prima persona, a moltiplicare gli sforzi, a coordinarci ad ogni livello istituzionale per abbattere tutte le barriere che impediscono l’assistenza piena dei minori in condizioni di disabilità. Questa battaglia è ora collettiva e generale. Come Garante della salute, continuerò ad impegnarmi, anche insieme al Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, Antonio Marziale, perché i bambini e i ragazzi siano al centro dell’assistenza sanitaria e sociale». 

«Abbiamo capito che non siamo soli»

«Dopo l’uscita della mia intervista al Corriere della Calabria, nella nostra piccola comunità di Vena di Maida (Catanzaro) – dice De Fazio – siamo stati inondati da un amore, un affetto, una solidarietà meravigliosi. Sapevamo di essere benvoluti; sapevamo che Mariano era conosciuto e considerato in ambito locale. Tuttavia, ci hanno confortato le condivisioni dell’articolo, i commenti e i messaggi di vicinanza di migliaia di persone. Questo ci ha fatto sentire forti, ci ha fatto capire che non siamo da soli. Sono stata contattata dalla Garante regionale della salute, la quale mi ha riferito di essere rimasta particolarmente colpita dall’articolo, soprattutto in veste di mamma. La professoressa Stanganelli si è resa disponibile, soprattutto per gestire al meglio la problematica della sedia a rotelle che avevo chiesto all’Asp di Catanzaro per mio figlio. Sono stata contattata anche da un dirigente della Regione Calabria, che ha capito immediatamente la situazione e si è già messo all’opera». 

«La Regione vuole evitarci di spendere troppo»

«Ad ogni cambio di stagione – precisa la madre di Mariano – investiamo dai 400 ai 500 euro, perché i piedi di nostro figlio sono particolari. Non sapevamo che l’Asp di Catanzaro poteva anche intervenire per le scarpe, l’abbiamo scoperto dopo nove anni. Le scarpe di nostro figlio vanno realizzate su misura. Lo racconto soltanto per rendere l’idea delle spese che abbiamo dovuto affrontare come famiglia, oltre a quelle per i viaggi della speranza fuori regione. In quanto alla sedia a rotelle, la ditta interpellata ha da ultimo sentito cinque potenziali fornitori e ci ha parlato di una sedia ultraleggera che può sopportare il peso del nostro bambino. I relativi costi si aggirano intorno ai 5mila euro. Si tratta di una somma che non è coperta per intero dall’Azienda sanitaria, che ci ha richiesto di partecipare per l’importo di 1.600 euro. Ma adesso la Regione vuole vederci chiaro ed evitarci di sborsare questi soldi». 

«Abbiamo dovuto combattere anche contro l’ignoranza»

«Quando Mariano era più piccolo e la sua obesità era ancora più evidente e disarmante, ho dovuto combattere – prosegue la signora De Fazio, che di professione fa l’avvocato – con gli ignoranti, con gente che lo fotografava stupita dal suo peso e dal fatto che usasse un passeggino su misura. Eravamo arrivati a limitare le uscite, anche perché l’altro nostro figlio reagiva male alle manifestazioni di stupidità di chi fotografava Mariano. Confesso che avevo perso la fede. A Dio chiedevo perché mi avesse messo alla prova e punito così tanto, perché avesse avuto tanta crudeltà nei nostri confronti. Poi andai a San Giovanni Rotondo, da padre Pio, su insistenza del dottore Saullo, il primario della Pediatria di Lamezia Terme che per primo si era preso cura del nostro bambino. Partii arrabbiata, mortificata, depressa e rassegnata al fatto che avrei cresciuto un figlio su una sedia a rotelle. Ero avvelenata e ritenevo che il nostro viaggio fosse solo un teatro, una buona pagliacciata, perché ormai i giochi erano fatti. Andammo lì con una coppia di amici e caricammo in macchina casse di acqua, pannoloni, il passeggino enorme di Mariano e tutto l’occorrente. Mi presentai davanti a padre Pio con questo bambinone, che oltretutto era come una bambola, fermo, attonito finché i farmaci non facevano effetto. In quel santuario chiesi di avere gli strumenti e la forza mentale necessaria per cavarmela, per sopportare la croce che portavamo da anni. Tornai a casa sempre più avvelenata e angosciata, passarono delle settimane. Una mattina, mentre ero in cucina, sentii dei passetti. Mai avrei potuto immaginare che era il rumore delle scarpe di mio figlio. Credevo che i miei suoceri stessero facendo qualcosa al piano di sopra. Mi girai e vidi Mariano che si era alzato ed era andato ad attaccare al forno della cucina le formine di dolci che avevamo comprato a San Giovanni Rotondo. Restai senza parole per diversi minuti. Mariano mi disse: “Mamma, vedi, le ho attaccate, non bisognava attaccarle qua?”. Poi andò di nuovo alla sua sedia. Mi ripresi e chiamai i nonni, il papà e il dottore Saullo, che commentò: “Io lo sapevo, questo è stato l’amico mio”. L’amico suo era padre Pio». 

«Desidero pedane nei lidi calabresi per i bambini che non possono camminare sulla sabbia»

«Da quel giorno – prosegue la signora De Fazio – credo di essere tornata finalmente serena, pur non avendo trovato un epilogo a questa avventura. Da quel giorno tutto è davvero cambiato. Oggi ho ripreso in mano la mia professione ma sono anche una catechista. Non posso fare a meno di rendermi utile in parrocchia e sono contenta perché Mariano cresce e noi cresciamo con lui. Il bambino si è legato alla parrocchia e quindi ha cominciato le lezioni del catechismo, si è appassionato ai canti e alla musica che ascolta in chiesa, ha voluto servire messa e vuole continuare a farlo da quando ha visto che, senza chiedere nulla, hanno realizzato per lui delle pedane che gli consentono di raggiungere l’altare. Sono dunque molto devota e capisco che non era vero che mi era stato tolto tutto con l’arrivo di Mariano. Mi hanno mandato Mariano ed è venuto meno il superfluo. Adesso ho tutto». 
«Ora desidero – conclude De Fazio – che nei lidi calabresi ci siano delle pedane per i bambini che, come Mariano, non possono camminare sulla sabbia perché hanno la sensazione di muoversi sull’orlo di un precipizio. I bambini vanno portati al mare, che è un luogo di salute della mente, del corpo e dello spirito. E spero che qualche medico ci aiuti per la gamba colpita di Mariano e per ridurre il peso di nostro figlio, magari con degli interventi chirurgici». Il Corriere della Calabria seguirà gli sviluppi della vicenda. La storia di Mariano e la voce di sua madre sono già uscite dal dalla dimensione virtuale del web. (redazione@corrierecal.it)

18.4.23

come desponsabilizzarsi dalle accuse di razzismo Per i dirigenti Juve gli insulti razzistici erano “catartici”: scritto nero su bianco nel 2015

Ma  come  si  fa    a sostenere  cose  del genere  ?  Anche  se    come  dice  dossier presentato dalla Juventus nell’autunno del 2015   dovesse  essere  vero   ciò non   una  giustificazione  per  evitare  di prendersi  le  proprie  responsabilità   di mancato  controllo    di tale teppaglia  . Infatti    da  

Ma come si permettono l’europa e il mondo di additare il nostro calcio come il più razzista e discriminatorio del “globo terracqueo” (cit. Meloni)? Ma che ne sanno loro degli sforzi profusi dai nostri club nell’impavido tentativo di sradicare dai nostri stadi razzismo e discriminazione? E dire che basterebbe andare in Google, scrivere “Colour? What colour? Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”: e ci si troverebbe davanti alle 84 pagine del dossier presentato dalla Juventus nell’autunno del 2015. E sì, dopo averlo letto magari qualcuno potrebbe restare perplesso rispetto al tipo di riflessione suggerita sul tema dal club guidato fino a ieri da Andrea Agnelli: risolvere

il problema è impossibile: non per niente la squalifica della curva dell’allianz Stadium per i cori razzisti rivolti a Lukaku è stata subito tolta. E poi perché? Un po’ di sano razzismo e di sana discriminazione non ha mai fatto male a nessuno.
State pensando a uno scherzo? Beh, cambiate idea. Perché la conclusione cui gli esperti della Juventus giungono, a conclusione del loro ponderoso studio, è una e una sola: l’importante è non fare drammi. “Un approccio pragmatico – si legge a fine dossier, a pag. 73 – suggerisce che l’insulto collettivo basato sull’origine territoriale sia difficilmente sradicabile con l’applicazione di veti e sanzioni. Secondo il timore espresso da un noto esperto e attivista i tifosi, semplicemente, non capiranno e diventeranno meno ricettivi sulla necessità di disciplinarsi nell’uso di un vocabolario discriminatorio, sessista o razzista”. E dunque: “In conclusione, la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico (…) Le sanzioni collettive non sono ammesse nei sistemi giudiziari ed educativi delle democrazie progredite. Sono infatti considerate eticamente scorrette, illegali e controproducenti. È quindi difficile capire perché dovrebbero rivelarsi efficaci nel mondo del calcio” Avete capito bene: l’insulto razziale o discriminatorio viene definito “catartico”, e cioè da vocabolario “liberatorio, purificatore”. E chi siamo noi per impedire un tale processo di purificazione interiore delle masse? Ma non è tutto. Se l’insulto razzista assume connotazioni particolarmente odiose (vedi il verso della scimmia rivolto dall’intera curva juventina, 5 mila persone, all’indirizzo di Lukaku due settimane fa), “la correttezza politica ha storicamente dimostrato – si legge – che lo humour costituisce una risposta di grande efficacia agli atti discriminatori. Le reazioni spiritose, come quella di Dani Alves riportata nel paragrafo 2-4 (al lancio di una banana il giocatore brasiliano rispose, ai tempi del Barça, sbucciandola e mangiandola, ndr) hanno un impatto positivo sotto diverse angolazioni (…) l’umorismo raggiunge un esteso gruppo di persone, attira l’attenzione, si diffonde rapidamente e resta impresso nella memoria”. Insomma brutto piagnone di un Lukaku che ti ribelli se 5 mila spettatori fanno al tuo indirizzo il verso della scimmia: perché vuoi farne un dramma? Non potresti umoristicamente stare al gioco e che ne so, picchiettare in testa Onana proprio come fanno gli scimpanzé, o balzare in groppa a Dumfries o strofinarti ripetutamente il pelo sul petto per divertire la platea e irradiare così un messaggio subliminale di grande efficacia? Invece di lamentarti, fai anche tu qualcosa di utile per battere il razzismo. Fai l’orango.


  Quindi se  tale  problema   secondo  loro  non si  risolve  in tale  modo   , lor  signori  , cosa  propongono per   risolverlo ? 

16.4.23

La storia di Giuseppe Cabras: il 95enne che proiettava i film nel cinema di Selargius ., Partorisce con cuore e polmoni schiacciati da un tumore: mamma e piccolo stanno bene




La storia di Giuseppe Cabras: il 95enne che proiettava i film nel cinema di SelargiusAppesa al chiodo l’uniforme militare, a 20 anni ha iniziato a lavorare nelle sale cinematografiche

                                                   Giuseppe Cabras, ieri e oggi (foto Serreli)



Tutto è iniziato negli anni Quaranta. C’era da aprire il cinema Astoria, nella via Rossini, a Selargius, vicino alla torre della Piazza. Serviva un operatore patentato, uno insomma addetto alle proiezioni ma anche all’acquisto dei film. Un uomo con “patente” e di fiducia. Giuseppe Cabras, allora 20enne, oggi 95enne, questo patentino l’aveva conseguito dopo aver fatto il militare, superando un esame mica facile con una giuria composta anche da un vigile del fuoco, visto che le pellicole, allora, erano a forte rischio incendio. All’appuntamento con i proprietari si presentarono i cinque. La scelta cadde su Giuseppe Cabras. Non se ne sono di certo pentiti. Lui non solo proiettava i film ma andava in bici a Cagliari anche a comprarli e pure a pagare. Stipendio 28mila lire mensili.
«L’ho fatto per 16 anni – racconta Cabras con orgoglio –. Allora le sale cinematografiche facevano il pienone soprattutto nei giorni festivi. Io proiettavo dalle 14 all’una del giorno successivo. Sceglievo anche i film: li compravo io su incarico dei proprietari della sala cinematografica, i fratelli Rundeddu, titolari di una grande falegnameria. Mi spostavo con una bici con una cabinetta destinata proprio alla custodia delle pellicole. E in bici andavo anche i banca a versare gli incassi. Durante la proiezione capitava anche di spostarmi in un altro locale cinematografico, a Quartucciu, a poche centinaia di metri di distanza. Succedeva nelle emergenze. Io ero sempre pronto con la bicicletta, mio unico mezzo di locomozione. Dormivo al cinema in una branda. Raramente rientravo a casa. Selargius era allora collegato a Settimo da una strada sterrata. I guasti più frequenti? La rottura della pellicola. In un attimo facevo la riparazione usando l’acetone. La proiezione riprendeva quasi subito, limitando al massimo i disagi e a volte anche il rumoreggiare degli spettatori. Succedeva anche questo. Bei tempi».
«Un lavoro faticoso ma gratificate – racconta oggi l’operatore di Settimo San Pietro –. Ci è capitato di avere in una giornata anche 1200 spettatori paganti: I film più gettonati? quello con Charlot, Gary Cooper, Anna Magnani, Gina Lollobrigida. Allora non si parlava ancora di porno. Mi sono immedesimati nella storia del film “Paradiso” di Tornatore. Il pubblico? Frequentavano intere famiglie, ragazzi, fidanzatini: tutti insomma. Allora non c’era la Tv e le sale cagliaritane erano lontane». Dopo 16 anni, Giuseppe Cabras cambia mestiere. Gestisce un bar della allora via Nuova a Settimo e poi se lo costruisce in periferia: una sfida, visto che allora, li, c’erano ancora terreni coltivati. Oggi è la via San Salvatore. Il bar dello sport, di proprietà di Efisio Deiana, lo gestisce sino al 1994, prima di trasferirsi nella via San Salvatore dove reaizza e apre il Bar dello sport, oggi Gil bar, gestito dalla figlia Paola.
Lui, signor Giuseppe, fa ora la vita da pensionato: la solita sgambatura giornaliera nelle campagne di Settimo dopo aver lasciato la bici. È stato poi uno storico donatore di sangue, super premiato da Avis con la croce d’oro. «Un nostro orgoglio – dice di lui il sindaco Gigi Puddu: il signor Giuseppe è ancora un esempio per tutti: di donazioni ne ha fatto addirittura 180, con chiamate di emergenza anche dagli ospedali».

Raffaele Serreli

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Partorisce con cuore e polmoni schiacciati da un tumore: mamma e piccolo stanno bene La massa è stata rimossa al termine della gravidanza. L’intervento era stato posticipato perché molto invasivo e pericoloso



                                                        Operazione chirurgica (foto Ansa)



È riuscita a portare a termine la gravidanza, dando alla luce il suo piccolo, nonostante un tumore – grosso quanto un melone – le schiacciasse cuore e polmoni. La rimozione della massa però era troppo rischiosa, tanto da essere posticipata. Ma nonostante l’ostacolo il parto è andato bene. Protagonista dell’impresa a lieto fine una giovane mamma torinese di 22 anni che alla fine, dopo qualche mese dalla nascita del piccolo, si è sottoposta a un lungo e delicatissimo intervento per l'esportazione del tumore.
L’operazione, durata ben 6 ore, è stata eseguita alle Molinette della Città della Salute di Torino.
La diagnosi di tumore era arrivata quattro anni fa: un sarcoma del torace, diffuso alle ossa, curato per due anni con cicli di chemioterapia e radioterapia che hanno eliminato le metastasi ma non quel
macigno sul cuore, la cui rimozione era altamente sconsigliata perché troppo vicino a organi vitali. Con il tempo però la ragazza non riusciva più a vivere normalmente, perennemente affaticata e dolorante. E la “missione salva-vita” dei chirurghi si è resa necessaria.
L’esito dell’operazione è stato buono, con l’esportazione del tumore e il ripristino della piena funzionalità del polmone sinistro. Ora mamma e figlioletto stanno bene, pronti a godersi questo nuovo capitolo della loro nuova vita, insieme.

Nulvi Quella targa ritrovata in soffitta e la Lancia di Claretta Petacci ?


da la  nuova  Sardegna  del  16\4\2023 

 
«Difficile ricostruire tutte le prove ma in  famiglia si è sempre  detto che  apparteneva a lei» Forse quel cimelio apparteneva all’automobile dell’amante del Duce Dopo Piazzale Loreto l’acquisto all’asta e lo sbarco della vettura in Sardegna



Si è arrampicato su una scala, ha fatto un buco nel controsoffitto e poi ha cominciato a infilarci la testa e le mani. Giovanni Buscarinu, forte del suo passato da muratore, è un tipo abituato a farsi le cose da solo. «L’idea era quella di creare una piccola soffitta dove conservare alcuni attrezzi – racconta –. Ma a un certo punto ho trovato una lastra di ferro arrugginito. L’ho tirata fuori e mi sono reso conto che si trattava di una vecchia targa di auto. Quindi ho preso il telefono e ho chiamato la persona che, qualche tempo fa, mi aveva venduto la casa». Dall’altra parte della cornetta la risposta che mai si sarebbe aspettato: «Ma quella è di Claretta Petacci! Stai a vedere che, alla fine, quella vecchia storia era vera». Certo, sembra assurdo: un pezzo dell’auto dell’amante di Benito Mussolini finito chissà per quale motivo nel buio soffitto di una casa nel centro di Nulvi. Roba da non credere. Ma forse qualcosa di vero c’è, anche se per ora resta ancora tutto avvolto nel mistero. Sono i vecchi ricordi e le testimonianze orali 
un immagine  di  claretta   petacci 
 durante  una  vacanza 
ad alimentare un piccolo giallo storico che sembrava ormai essersi perso come un fantasma tra le mura di una vecchia casa. «Nella nostra famiglia si è sempre parlato della presenza di una Lancia appartenuta a Claretta Petacci – racconta Antonina Tedde, la donna che ha venduto la casa a Giovanni Buscarinu –. La acquistarono mio padre e mio zio subito dopo la guerra. Poi venne venduta e non so che fine abbia fatto. Quando morì mio padre ero molto piccola e non ho neanche mai visto quell’auto. E nemmeno la targa, che adesso è invece spuntata fuori dal nulla. A dir la verità non posso dire con certezza che quella Lancia appartenesse in precedenza proprio alla Petacci, ma sicuramente in famiglia se n’è sempre parlato. È una storia che è stata tramandata. Ora sarebbe bello se qualcuno riuscisse a scoprire la verità». Il numero di targa trovato a Nulvi è questo: GE 18323. E l’epoca è quella fascista. Sulla lastra di ferro, infatti, c’è ancora il simbolo del fascio littorio. Il ritrovamento Il tesoro in una soffitta: quasi come accade nei film. Giovanni Buscarinu, nulvese, ha da poco acquistato da Antonina Tedde una signorile abitazione che si trova in via Vittorio Veneto, proprio accanto al municipio del paese. Così si è messo a fare un po’ di lavori per adattare gli spazi della casa alle sue esigenze. Alcuni giorni fa, dunque, il momento di fare un bel buco in un controsoffitto realizzato parecchi anni fa, comunque successivamente alla costruzione della casa. Esattamente nell’angolo dove un tempo passava la canna fumaria di un caminetto e dove i vecchi proprietari avevano creato un affumicatoio per salumi, formaggi e ricotte. «È lì che ho trovato la targa, piegata e arrugginita. È stato un caso – racconta ancora incredulo Giovanni Buscarinu –. Era stata sistemata chissà quanti anni fa come paratia, un modo per evitare che i topi raggiungessero i prodotti conservati nell’affumicatoio». Appassionato di ogni oggetto che abbia una storia da raccontare, Buscarinu ha quindi avvisato Antonina Tedde per annunciare il ritrovamento e anche per soddisfare la sua curiosità. «Ho pensato che potesse significare qualcosa per la sua famiglia – racconta –. E così mi ha raccontato della storia di Claretta Petacci. Ci tengo a sottolineare che non terrò la targa per me, la restituirò a lei». Una vecchia storia Antonina Tedde, 66enne, che oggi
non vive più a Nulvi, quando il padre Damiano morì aveva soltanto 4 anni. «So che lui, insieme al fratello Giovanni Tommaso, acquistò una Lancia dopo la guerra. Forse all’asta o comunque in una fiera in continente» racconta la donna. I fratelli Tedde erano dei commercianti e non se la passavano male. Però, non sapevano guidare. «Infatti per un periodo hanno anche avuto un autista – dice Antonina –. Credo che acquistarono l’auto un po’ per sfizio, quasi uno schiribizzo. Poi la Lancia venne presto rivenduta, io infatti non l’ho mai vista e oggi non è rimasto nessun documento. La targa, invece, evidentemente è rimasta a casa ed è stata quindi messa in quella soffitta. Non se sapevo nulla. In famiglia, comunque, alcuni parenti mi hanno sempre detto che quella vecchia Lancia era appartenuta a Claretta Petacci. Ma non ho mai avuto la certezza di ciò. A dir la verità ci ridevo su, mi sembrava una fantasia. Allo stesso tempo, però, potrebbe anche essere vero. Chissà. Ora che nella nostra vecchia casa è stata trovata una targa, per giunta con il simbolo del fascio, si riaccende la mia curiosità». Almeno sul web non sembra esserci traccia di una Lancia con il numero della targa trovata a Nulvi. Ma non è da escludere il fatto che l’auto acquistata negli anni Quaranta dai fratelli Tedde fosse stata in qualche modo utilizzata dai Petacci, magari negli anni Trenta, magari per un breve periodo, per poi finire all’asta dopo la caduta del fascismo. È abbastanza nota, invece, la storia che riguarda una fiammante Lancia modello Astura, però con targa vaticana e quindi non con alle spalle quella trovata a Nulvi. Un’auto su cui si trovava a bordo tutta la famiglia Petacci quando, nell’aprile del 1932, lungo la strada che da Roma porta a Ostia, venne sorpassata da una Alfa Romeo 6C1750 Gran Turismo rossa con al volante lo stesso Benito Mussolini. Dopo qualche scambio di occhiate e sorrisi, Claretta Petacci sarebbe riuscita ad attirare l’attenzione del dittatore italiano, che aveva già tempestato di lettere di ammirazione. Dopodiché i due si incontrarono e Claretta Petacci divenne presto la giovane amante di Mussolini, che
un  altra  foto  della  Petacci   


era da un pezzo sposato con Rachele Guidi. Era una delle tante relazioni portate avanti dal capo del fascismo: una storia comunque duratura e profonda che si concluse con una raffica di mitra nel 1945.Claretta Petacci, classe 1912, aveva 29 anni in meno di Mussolini. E seguì il fondatore del fascismo fino all’ultimo dei suoi giorni. Furono infatti fucilati dai partigiani il 28 aprile del 1945, a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como. E questo dopo una ultima notte passata insieme, piantonati dai partigiani che, solo qualche ora prima, avevano catturato Mussolini mentre cercava di fuggire in Svizzera travestito da soldato tedesco. Si dice che Claretta Petacci sia stata colpita dal fuoco nel tentativo di proteggere l’ormai ex Duce dai proiettili. I loro corpi vennero infine trasportati a Milano per essere esposti in piazzale Loreto, insieme a quelli di altri gerarchi fascisti. Esattamente nello stesso punto in cui, neanche un anno prima, vennero fucilati ed esposti al pubblico quindici partigiani

14.4.23

LAICITA' QUESTA SCONOSCIUTA E PARAGONI ..... IMPROPRI



i seguaci della famosa professoressa d'Oristano cazziata anche dal ministro dell'istruzione Valditara
https://bit.ly/3Kxs761 non sapendo come difenderla ed giustificarsi fann paragoni ..... insulsi ed fuorvianti vedere slide   sopra  Ignorando che : 1) in italia da quarant'anni cioè dal rinnovo nel 1985 dei patti lateranensi la religione cattolica non è più religione di stato è c'è libertà di culto anche a scuola purchè questo non sia in contrato con le leggi dello stato . 2) che la maestra sospesa ha violato la legge perchè non avevi i titoli per insegnare religione e faceva dire le preghiere fuori dall'ora di religione 3) se prima di scrivere tli boiate andassero ad informarsi vedrebbero che tale concessione è avenuta nel rispetto della legge . Infatti : << (.... ) abbiamo trovato una mediazione. Consentiremo a loro e agli altri studenti di fede musulmana di pregare in uno spazio della scuola durante la ricreazione, in modo da accogliere la richiesta senza togliere tempo alla didattica. (.... ) da https://corrierefiorentino.corriere.it/notizie/ del 24\3\2023 qui https://bit.ly/3KFSMh5 l'articolo completo

13.4.23

nonostante il saggio comportamento del ministro Valditara i fans della maestra di Oristano continuano la disinformazione e la tiritera inesistente della persecuzione religiosa





Continua ancora la tiritera di esponenti politici e di movimenti di cattolici reazionari sulla sospensione della maestra sarda . Tutto ciò Nonostante Sulla vicenda, ormai più che rafferma, della maestra di Oristano sia intervenuto salomonico ( visto che ha inviato gli ispettori , in modo d a dare in contentino a chi si lamentava che le procedure non siano state corrette ) a mettere una pietra tombale ( ? ) il ministro dell’Istruzione Valditara, che precisa che avrebbe dovuto fare il suo mestiere, non fare la propagandista religiosa in luoghi istituzionali , cioè «Anziché insegnare geografia, storia e matematica, la maestra avrebbe fatto cantare inni religiosi o pregare. È quindi una violazione di un obbligo previsto dalla legge. Se poi si tratti di canzoni religiose, di Bandiera rossa o di leggere Repubblica durante l'ora di matematica, non cambia » afferma il ministro. Ora la misura della sospensione non è dunque affatto “esagerata” come in tanti , sottoscritto compreso , avevamo creduto dalle prime frammentarie informazioni, visto che la maestra aveva ricevuto diversi richiami bonari da parte del dirigente, nel corso di diversi mesi, ma lei era evidentemente era troppo ossessionata dall’utilizzare l’innocenza dei bambini per inculcare le sue interpretazioni religiose, anziché fare il lavoro per cui tutti noi la paghiamo. A margine di questa vicenda, in cui tutta la destra bigotta e oltranzista non ha perso occasione ed continua tutt'ora a strumentalizzare la vicenda per strillare al cristianesimo perseguitato, scavalcando organi competenti e stimati professionisti per tuffarsi in considerazioni su argomenti che non conoscono o conoscono appena perchè

Maestra sospesa per le preghiere, «il Ministro non ha alcun potere di revocare provvedimenti disciplinari»

La nota del Ministero dell'Istruzione sul caso di Marisa Francescangeli di Oristano

Maestra sospesa per le preghiere, il «il Ministro non ha alcun potere di revocare provvedimenti disciplinari»

Sul caso di Marisa Francescangeli, «il Ministro non ha alcun potere di revocare provvedimenti disciplinari, può invece disporre ispezioni per verificare la correttezza dei procedimenti medesimi. La competenza disciplinare è esclusiva dell'amministrazione, non degli organi politici»



12.4.23

"Cara Maria, sto bene": nel 1943 scrisse alla moglie dal campo di prigionia, la lettera arriva a casa 80 anni dopo

Una  storia questa    interessante   perché  anche  a  distanza  d'anno    fa capire il valore del messaggio scritto per lettera, ci dice che la carta ha ancora un valore inestimabile. Una comunicazione di ottant’anni fa è giunta oggi fino a noi” 


repubblica  12 APRILE 2023


"Cara Maria, sto bene": nel 1943 scrisse alla moglie dal campo di prigionia, la lettera arriva a casa 80 anni dopo                         
                                         di Raffaella Capriglia

A Mottola la figlia del soldato Pasquale e di Maria ha ricevuto commossa il messaggio. Il padre poi tornò a casa incolume, ma di quella lettera, con gli auguri di Natale e i baci per la compagna lontana, si erano smarrite le tracce finché un uomo a Firenze non l'ha trovata e spedita in Comune. Il sindaco: "C'è un filo che lega e riannoda tutto"
Nel novembre del 1943 scrisse a sua moglie da un campo di prigionia nei pressi di Berlino, ma la lettera non giunse mai a destinazione. Quella stessa missiva, di cui si erano perse le tracce, è stata recapitata nei giorni scorsi, dopo 80 anni. La storia arriva da Mottola, nel Tarantino, ed è il sindaco della cittadina, Giampiero Barulli, a raccontarla con un post su Facebook, allegando l'immagine della lettera.






"È il 1943. C'è la guerra - afferma il primo cittadino - e tutti i ragazzi sono al fronte a combattere. Tra di loro c'è Pasquale, soldato mottolese. È in un campo di prigionia nei pressi di Berlino e scrive una lettera a sua moglie Maria, rassicurandola sulle sue condizioni di salute. La lettera, però, non arriva a destinazione". Pasquale, invece, "torna incolume dalla guerra e vive serenamente con la moglie crescendo tre figli". "Passano 80 anni - aggiunge Barulli - e incredibilmente qualche giorno fa quella lettera arriva in Comune. Spedita da un signore di Firenze e subito consegnata alla figlia di Pasquale, che legge con grande commozione le dolci parole del padre. Altri tempi, altre vite". "Ma un filo, quello del destino - commenta il primo cittadino - che lega e riannoda tutto, persone, storie e ricordi".
La lettera fu spedita da uno dei campi di prigionia tedeschi Kriegsgefangenenlager (Kgfl). "Cara Maria, la mia salute è buona, perciò - si legge nella missiva postata dal sindaco - non devi essere in pensiero per me. Spero di poter avere presto tue notizie che spero siano buone. Con l'occasione ti invio gli auguri per il Natale. Baci affettuosi". Il timbro porta la data del 21 novembre 1943.
Il sindaco ha consegnato la lettera a casa della primogenita di Pasquale, Giuseppina Aloisio. La nipote Sonia Baiocco, figlia di Giuseppina, racconta il momento. “È stata una grande emozione, per me, per la mamma e per i miei familiari - dichiara Sonia, 44 anni -. Ritrovarsi in mano questa lettera è stata una sorpresa, sembra strano che sia giunta dopo tanti anni. Cercherò di contattare questo signore di Firenze e di portare i nostri ringraziamenti”. Pasquale Aloisio era “partito per la guerra quando era appena sposato e la nonna dovrebbe essere stata in attesa della sua prima figlia. mia madre”. Il ragazzo di Mottola, divenuto soldato e poi finito in un campo di prigionia tedesco, dovette quindi allontanarsi dalla famiglia.
“Tornò quando mia mamma aveva tre anni, aveva una lunga barba, che rasò poco dopo”, racconta la nipote. Intanto, “che io ricordi – spiega Sonia –, il nonno non era in grado di scrivere di suo pugno, quindi, evidentemente, qualcuno a lui vicino ha scritto la missiva, riportando i suoi pensieri. La mia mamma è stata felice di ritrovare un messaggio del suo papà dopo ben ottant’anni. Era emozionatissima…a distanza di tutti questi anni non si aspettava una cosa del genere. Il nonno rassicurava sulla sua salute, ma è commovente che si preoccupasse anche della salute dei suoi familiari e augurava, per tempo, buon Natale. Sarebbe stato bello che anche la nonna l’avesse potuta leggere, ma per lei l’abbiamo letta noi nipoti e i figli”. Pasquale Aloisio, tornato a Mottola, ha condotto una vita serena. Ha avuto tre figli, è stato nonno di 5 nipoti. È stato “bracciante agricolo, coltivava le sue campagne di cui si prendeva cura”. È morto 26 anni fa, a 75 anni. Sonia lo ricorda bene. Era un uomo “serio, ma anche molto ironico. Pur essendo apparentemente un po’ burbero con i figli, con noi nipoti era giocoso e scherzoso. Mi ha trasmesso il valore della vita, del sacrificio, l’essere semplici. Per esempio, da piccola guardavo la tv con i nonni.
C’era l’ora del telegiornale e ‘L’Almanacco’ e giocavo con una palla di stoffa, fatta dalla nonna da una manica della camicia del nonno”. Sonia custodisce dei ricordi particolari di quegli anni di prigionia del nonno, raccontati da Pasquale quando lei era bambina. “Raccontava che i tedeschi, quando gli ordinavano di fare qualcosa, si rivolgevano in modo imperativo - spiega Sonia - e che lui si sarebbe dovuto sbrigare per assolvere al compito richiesto. Dicevano: “Raus!” (tradotto “fuori!”, “via!”, oppure “andiamo”, ndr)”. Anni di difficoltà e sofferenza alleviati dal ricordo e dall’amore per i familiari, ma Pasquale “non entrava molto nei particolari. Molto probabilmente, i tedeschi lo avevano preso a simpatia, forse perché era ironico ma anche molto serio. Perciò, è riuscito a cavarsela nel campo di prigionia, mi diceva di essere molto fortunato per questo, perché altrimenti anche lui, come altri, sarebbe stato destinato ad essere fucilato”. Inoltre, “mi cantava la canzone che cantava con i commilitoni, dal titolo ‘Cara biondina’”. La famiglia di Pasquale Aloisio scriverà al signore fiorentino che ha ritrovato la lettera. “Lo contatteremo al suo indirizzo postale, per ringraziarlo e scoprire qualcosa in più sulla storia di questo biglietto - conclude la nipote -. Lo faremo per via epistolare, perché questo episodio fa capire il valore del messaggio scritto per lettera, ci dice che la carta ha ancora un valore inestimabile. Una comunicazione di ottant’anni fa è giunta oggi fino a noi”

10.4.23

La compagna disabile compie 18 anni, la classe rinuncia alla gita per andare alla sua festa: "Non resterà senza i suoi amici"

 da  repubblica  del  10\4\2023


Inizialmente la data di partenza era un'altra ma per problemi organizzativi è stato necessario posticiparla ad un periodo che andava a coincidere con il compleanno

 che era stato già organizzato: "O partiamo tutti o nessuno". La preside: "Sono da encomio" Sarebbe stato il primo viaggio dopo gli anni di stop della pandemia. Ma gli studenti della IV Sezione C del liceo Scientifico Michelangelo Buonarroti di Pontecorvo, in provincia di Frosinone, hanno rinunciato al viaggio per andare alla festa di compleanno della loro compagna di classe che avrebbe compiuto gli anni proprio nei 5 giorni in cui tutti sarebbero stati in Sicilia.  
"Preside, noi preferiamo andare al compleanno. Rinunciamo alla gita. O partiamo tutti, o nessuno": hanno detto gli studenti alla preside Lucia Cipriano spiegandogli di voler stare vicini alla loro compagna di classe costretta su una sedia a rotelle.
Colpa di un problema organizzativo. L'agenzia alla quale l'istituto si era rivolto per organizzare il viaggio aveva dovuto spostare all'ultimo momento la data di partenza: pochi giorni. Ma così il periodo della gita sarebbe andato a coincidere con il giorno in cui la loro compagna avrebbe festeggiato i suoi 18 anni. E tra la gita ed il compleanno non hanno avuto dubbi. "Sono stati eccezionali, hanno deciso tutto da soli. Si sono riuniti, hanno parlato e stabilito che quella era la cosa più giusta da fare": Lucia Cipriano è preside da anni, un episodio così non le era mai capitato. Guida un polo che conta quest'anno 562 alunni allo Scientifico più altri 237 all'Itis. "È il segnale che il nostro lavoro di educatori sta funzionando, i ragazzi hanno dimostrato uno spiccato senso della maturità. Questo come scuola ci rende orgogliosi". Una classe affiatata, composta da allievi tra i 17 ed i 18 anni: tutti del circondario, condividono i banchi ed i professori da quattro anni, quasi tutti stanno insieme dall'inizio dell'esperienza con le Superiori. Si vedono e si frequentano anche fuori dall'orario scolastico, festeggiano insieme tutte le occasioni importanti. Ricorda la preside che poco prima delle vacanze di Pasqua le hanno detto "Non vogliamo lasciare sola la nostra compagna. Lei è una di noi. Sono quattro anni che la conosciamo e le vogliamo bene".La liceale avrebbe fatto parte della comitiva per la Sicilia se la data fosse rimasta quella prevista all'inizio. In questi anni la sua disabilità non è mai stata un problema, l'integrazione è stata perfetta. "Questa scelta - evidenzia la preside - ha un valore ancora maggiore se si considera che per i ragazzi sarebbe stato il primo viaggio d'istruzione dopo i due anni di stop imposti dalle restrizioni anti covid. È per questo che segnaleremo l'episodio alla Presidenza della Repubblica, affinché valuti se riconoscere alla IV C il premio che viene attribuito agli alfieri della Repubblica".Commossa la mamma della liceale: "Sono ragazzi eccezionali, da loro abbiamo tanto da imparare. Non possiamo che dire grazie di cuore".




Di lui non si è parlato sui giornali. Non era un caso da prima pagina. Non rientrava nelle storie che fanno rumore .eppure Giovanni Putelli aveva 39 anni. è morto a #CransMontana

  Di lui non si è parlato sui giornali. Non era un caso da prima pagina. Non rientrava nelle storie che fanno rumore. Eppure era un padre di...