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31.3.26

Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani



  da ilDolomiti.it. 29 marzo 2026 | 18:00

Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani

dalla.   rubricaPista Battuta


La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po', poi la dimentichi: di sola montagna turistica non si vive. Con l'inverno termina anche la rubrica Pista Battuta, che negli ultimi mesi ci ha accompagnati tra le infinite dinamiche del mondo dello sci alpino




Ho passato l’inverno là dove tutto è cominciato: all’Alpe di Mera. Ogni mattina, all’alba, ho preso la seggiovia che porta alle piste da sci. È lenta, vecchia, ma bellissima, con i seggiolini dipinti di un rosso brillante. Sabato scorso l’ho presa per l’ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto, più moderno, più veloce. Erano in molti a essere dispiaciuti, qualcuno è salito apposta per salutarla. Quella seggiovia anziana è la nonna degli sciatori valsesiani.
Insieme a me, sabato, è salito Fiorenzo, un allevatore con una piccola azienda agricola. Ci siamo seduti senza pensarci troppo e solo al quinto pilone abbiamo realizzato che, con ogni probabilità, quella sarebbe stata l’ultima volta per entrambi. Io e Fiorenzo non ci conoscevamo, ma abbiamo iniziato a parlare come si fa in montagna: senza preamboli.



Abbiamo parlato della neve, troppa per essere marzo. Del fieno e dei prati, delle stagioni che cambiano, di estati troppo secche e di inverni sempre più corti. Di lupi con cui convivere, di capre da proteggere, di figli che restano e di quelli che vanno. E poi, inevitabilmente, siamo finiti a parlare di lei: di quella seggiovia che per me è infanzia, lavoro, identità.
Fiorenzo mi ha regalato una chiacchierata preziosa, ricordandomi che la montagna, ogni giorno, offre in modo inaspettato occasioni di crescita. Il suo lavoro lo impegna dall’alba al tramonto: quella mattina, dopo aver dato fieno alle capre, è salito apposta per salutare quei seggiolini rossi. Ama lo sci, ma teme che la direzione intrapresa sia pericolosa.



Teme, come me, la montagna‑cartolina: ha paura che contadini e allevatori diventino scenografia, il pastore per la foto e le mucche per il dépliant. Fuori dall’inquadratura restano redditi bassi, burocrazia alta e poca tutela. Se chi produce cibo in montagna non riesce a vivere dignitosamente, lentamente smette. E senza agricoltura e allevamento la montagna diventa davvero un parco a tema, con tutte le sue finzioni, le sue mascotte, i suoi divertissement.
In questi mesi, con la rubrica Pista Battuta, ho provato a fare proprio questo: vedere la montagna oltre la cartolina. Abitiamo un mondo che spesso si racconta per quello che non è, e la montagna non fa eccezione: cieli sempre azzurri, prati perfetti, una bella frisona da latte senza neanche una mosca a ronzarle intorno, un casaro che sembra uscito dal set di un film. In questa versione edulcorata resta fuori quasi tutto ciò che è vero: odore di stalla, un trattore che passa, la neve che manca, il fango, il letame, la puzza di capra. Così prepariamo turisti poco o per nulla informati, che arrivano con aspettative irreali e vivono il reale come un fastidio.
L’ho 

detto anche a Fiorenzo, su quella seggiovia: di sola montagna turistica non si vive. Se già nell’immagine che comunichiamo restano solo gli impianti e i weekend di pienone, ma spariscono stalle, prati e persone che ci lavorano tutto l’anno, il paese resta bello da guardare ma sempre più difficile da abitare. Vorrei, invece, raccontare la montagna nuda: con le sue bellezze e le sue fatiche. Perché se continuiamo a rincorrere la finzione rischiamo di clonare, anche quassù, lo stesso modello malato che abbiamo già in pianura.
Quella che ho provato a conoscere è una montagna fatta di caschi ammaccati, piste ghiacciate, neve che non arriva e laghi che si abbassano. Ho ascoltato allenatori, guide alpine, sindaci, scienziati, fotografi, atleti. Ognuno con un pezzo di verità, nessuno con la soluzione. Se dovessi riassumere in una sola parola ciò che è emerso da questi incontri, sarebbe "equilibrio". Una parola forse abusata, ma sulla neve, così come sui sentieri assolati, non è mai banale. Vivere in montagna richiede le abilità di un funambolo: andare con calma, prendersi il tempo per ogni passo, avere una costanza senza pari, tanto coraggio, la consapevolezza di una possibile caduta e un equilibrio sempre presente.




Lo sci mi ha insegnato a cercarlo di continuo: tra velocità e controllo, tra azzardo e prudenza, tra la voglia di rischiare e il dover stare in piedi fino al traguardo. Nei miei articoli ho cercato lo stesso equilibrio fuori dalla pista battuta: nel desiderio di proteggere la montagna e la necessità di farci vivere le persone; tra l’urgenza di cambiare e il desiderio di non cancellare ciò che siamo stati; tra il coraggio di ammettere "così non funziona più" e il rispetto per chi, sullo sci, ha costruito la propria vita.
Non intendo condannare lo sci. Sarei disonesta, prima di tutto con me stessa. Lo sci, per me, è una lingua madre: è il fiato di mio padre in fondo alle piste, sono gli allenatori che ho amato e detestato, sono i bambini che mi seguono e crescono sulla neve. È lavoro, reddito, dignità per intere vallate. È, come mi hanno ricordato Toio, Marta e Simone, una scuola di vita. Proprio per questo non voglio che lo sci rimanga l’unico futuro possibile per la montagna. Quando una valle dipende da una sola cosa, è estremamente fragile. Quando l’inverno si scalda, quando la neve è imprevedibile, non sono solo gli impianti a tremare: sono le botteghe, le scuole, le famiglie.
Se lo sci diventa l’unico motivo per cui un paese "vale", quel paese rischia di esistere solo finché c’è neve.

L’equilibrio che cerco è un altro: uno sci che abbia il coraggio di riconoscere i propri limiti, geografici e climatici, e scelga dove ha ancora senso esistere; una montagna che resti viva anche quando gli impianti rallentano, quando le piste si svuotano, quando il bollettino neve non permette l’apertura. Per questo, lungo questa rubrica, la neve è sempre stata accompagnata da altro: le voci di chi alleva, coltiva, abita; i piccoli comprensori che esistono senza fare rumore; le immagini di fotografi che non cercano quella maledetta cartolina; le parole di un sindaco che vede nello sci un pilastro, non l’edificio intero; le analisi di chi studia neve, suoli, permafrost, sapendo che, se saltiamo certe soglie, discutere di sci sarà quasi un dettaglio.
La montagna che sogno è più reale: non finga di essere un luna park di neve infinita, ma nemmeno un santuario intoccabile dove, alla fine, non può vivere nessuno. Una montagna dove lo sci continua a esistere (finché il clima, il buon senso e la quota lo permetteranno) ma accanto ad altre economie: agricoltura di montagna, allevamento, artigianato, ricerca scientifica, turismo lento, lavoro da remoto ben pensato, scuole, servizi. Una montagna che non si esaurisca nello skipass, ma che sia capace di essere abitata tutto l’anno.


La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po’, poi la dimentichi. Un luogo reale, invece, chiede cura ogni giorno: c’è da spalare la neve, aggiustare un muretto, portare il latte a valle, aprire il rifugio anche quando non c’è nessuno, insegnare a un bambino ad andare con le pelli o a riconoscere un filo d’erba che resiste a quota duemila.
Pista Battuta, in fondo, è nata per questo: per ricordare che sotto ogni pista c’è una terra viva, e dietro ogni curva c’è qualcuno che quella terra la abita, la lavora, la studia. Ho cercato di non semplificare: non "chiudiamo tutto" o "andrà tutto bene". Ho provato a stare in quel grigio denso, complicato e bellissimo in cui, forse, possono nascere le scelte più oneste.
Se 

c’è una traccia, su questa pista, che vorrei restasse è questa:
  • continuare a sciare dove ha ancora senso farlo, con maggiore misura e consapevolezza;
  • esigere piste progettate e gestite con criteri rigorosi, ascoltando chi studia suoli, acqua e neve;
  • sostenere chi, in montagna, sceglie di restare anche quando le luci degli impianti si spengono;
  • riconoscere che alcuni luoghi dovranno cambiare vocazione e accompagnare questa transizione con rispetto, non con slogan.
Una pista battuta, da sola, non basta a tenere in piedi una valle. Ma può essere ancora, se la tracciamo bene, una linea che collega un paese al proprio futuro. Non l’unica, ma una delle


Questa rubrica finisce qui, per ora. L’inverno, invece, continuerà a cambiare forma. Starà a noi decidere se restare spettatori, in fondo alla pista, o avere il coraggio di rimetterci in fila alla nuova cabinovia, guardare la montagna per quella che è, meravigliosa e complessa, e scegliere, curva dopo curva, come sciare senza spezzare ciò che ci sostiene.
Ci vediamo lì, dove finisce la neve programmata e comincia la montagna vera.
Tra una seggiovia che si ferma e una stalla che resta piena.Tra una foto da cartolina e la luce di un rifugio accesa in pieno inverno.

la rubrica

Pista Battuta


Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

30.3.26

«Gli animali che mangiano bene stanno meglio e vivono più a lungo» La nutrizionista Alessandra Usai si occupa di alimentazione per cani e gatti «Preparo diete su misura perché il loro benessere deve partire dalla ciotola»




​ la scuola non può e non deve diventare il parafulmine di ogni fallimento sociale di ©️ Cristian A. Porcino Ferrara

 ​È di questi giorni la notizia di una professoressa accoltellata da un allievo, che ha dichiarato di rimpiangere di non averla uccisa e di non aver colpito anche i propri genitori. Trovo altamente diseducativo chi tenta di minimizzare l’accaduto, riducendolo a una ragazzata o a un gesto riconducibile a generiche fragilità esistenziali. In quanto docente, ritengo che il ragazzo debba essere perseguito legalmente: una risposta indulgente non gli insegnerebbe nulla, anzi rischierebbe di rafforzare l’idea che le proprie azioni non abbiano conseguenze.Dobbiamo smettere di guardare a queste esplosioni di violenza come a tragiche eccezioni isolate. La storia recente, a partire dalla strage della Columbine in poi, ci insegna che il nichilismo e il desiderio di annientamento dell'altro non sono "crisi passeggere", ma derive profonde che si nutrono proprio dell'assenza di un limite percepito. Ma attenzione: la scuola non può e non deve diventare il parafulmine di ogni fallimento sociale. Sono stanco di chi scarica la responsabilità comportamentale dei ragazzi esclusivamente su di noi docenti, deresponsabilizzando le famiglie e la società civile. Noi non siamo taumaturghi e non possiamo compiere quei miracoli educativi che tutti si aspettano, mentre il resto del mondo abdica ai propri doveri.Questo “familismo” che porta alcuni colleghi a considerare gli studenti come figli è, a mio avviso, fuorviante. I nostri allievi non sono i nostri figli: il nostro ruolo è diverso e deve restare distinto. Più giustifichiamo e proteggiamo, più rischiamo di formare una generazione incapace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. È un tema che ho approfondito nel mio saggio Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio, dove analizzo come la violenza giovanile sia spesso il sintomo di una mancanza di confini chiari e di un’etica del limite che la scuola deve contribuire a ricostruire, ma non in solitudine.La scuola deve formare cittadini consapevoli e responsabili. La responsabilità educativa non esclude quella legale: al contrario, la rende comprensibile. Non spetta a noi, come società, stabilire l'entità di una condanna mossa dal livore, né dobbiamo lasciarci trasportare dall'odio del momento. La pena deve conservare il suo valore rieducativo: punire per insegnare che dagli sbagli, anche i più gravi, si può e si deve imparare a tornare umani.La perdonanza può essere una scelta personale, intima e rispettabile del singolo individuo. Ma non può e non deve diventare un’aspettativa istituzionale o educativa. Restiamo saldi nel nostro ruolo, senza confondere comprensione e deresponsabilizzazione, e continuiamo a essere un presidio contro ogni forma di illegalità o criminalità.


​©️ Cristian A. Porcino Ferrara

Vive da solo in montagna da 20 anni (a 1 ora a piedi dalla civiltà)

la storia che trovate nel post  d'oggi   conferma quest  articolo

editorialedomani  del 30\3\2026



Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.




Lontano dalla città e da quella corsa continua che per molti è normale. Niente televisione, niente computer, solo il necessario. In questo video entriamo nella sua quotidianità: una vita fatta di orto, legna, lavori manuali, silenzio e tempo. Una casa costruita e trasformata con le proprie mani, terrazze recuperate, terra coltivata, gesti ripetuti che diventano ritmo. Quando scende in città, dopo poche ore sente già il bisogno di tornare su. Perché lì, tra il bosco e le terrazze, ha trovato qualcosa che altrove non aveva mai trovato: una forma di equilibrio. Forse la felicità.

29.3.26

che palle i vanacciani e i salvinisti che vedono. nel. caso di Bergamo (e non solo) la nazionalità vera o presunta del colpevole.


 Lo  so  che non  dovrei rispondere a tali assurdità  (metaforicamente parlando ) ma non ci  resisto.  



soprattutto perché  come  dice    xxxx  sempre  nella discussione  sopra  riportata afferma   giustamente.    che 

IL fatto è uno e uno solo: un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa. Questo è il fatto rilevante ed è su questo che bisogna interrogarsi. Lo sfondo razziale, etnico,religioso c'entra zero. Può essere bianco,nero, giallo, cristiano,musulmano, ortodosso,  ebreo. : non sposta di una virgola quello che è accaduto. Non è accaduto per un fattore culturale: è accaduto perchè la scuola spesso è teatro di azioni legate un disagio profondo. Dire,però, che questo disagio sia legato alla diversità culturale, etnica o religiosa di chi abita le aule è un errore enorme ed è anche falso. Da persona di scuola penso di potertelo dire.

Ora concordo   con xxxxx perché   nella maggior parte   dei casi ,  compreso  questo ,   è solo. speculazione politica.  in quanto   non ci sono riscontri ufficiali che indichino origini marocchine o di altre nazionalità. dell'aggressore. Infatti molto spesso, in casi di cronaca eclatanti, tendono a diffondersi notizie non verificate sulla provenienza degli aggressori. E poi italiano o straniero. con cittadinanza italiana oppure senza cittadinanza che risiede in Italia non necessariamente clandestino o irregolare la sostanza non cambia sia che lo si veda come un atto di criminalità oppure vista l’eta dell’aggressore una forma di disagio d’emergenza sociale visto l’aumentare. della violenza giovanile
 

Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»

Leggi anche
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/03/a-che-serve-lunesco-overtourism-in.html


 da  https://www.vanityfair.it/










Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»
La fotografa e filosofa, cha ha appena pubblicato il libro Una foto è una foto è una foto riflette sul rapporto tra immagine e viaggio, sull’impatto visivo del turismo e sulla necessità di un nuovo sguardo consapevole sui luoghi che attraversiamo


Filosofa di formazione, fotografa di mestiere: si dovrebbe presentare così Silvia Camporesi, se non fosse che per la raffinatezza delle sue immagini e la profondità dei suoi ragionamenti le due definizioni sembrano essersi fuse in lei. Da anni impegnata a ritrarre il paesaggio italiano, ha da poco pubblicato con Einaudi il libro Una foto è una foto è una foto, riprendendo il verso di Gertrude Stein A rose is a rose is a rose. Un capitolo del volume è dedicato al binomio sempre più delicato fotografia-viaggi.
In queste pagine Silvia Camporesi si interroga su come fotografare oggi i luoghi che visitiamo senza darli in pasto al turismo. Se il mondo è sempre più fotogenico e tutto, da una camera d'albergo a una mostra fino alla sala di un ristorante, viene pensato per essere instagrammabile, dove si colloca la nostra responsabilità di fotografi? Usata così la fotografia, dice l'autrice, diventa un gesto di appropriazione che nasce da un'idea antica: l'idea che come viaggiatori abbiamo diritto a usare un posto. Ne abbiamo parlato con lei.



Silvia Campore





Il titolo del suo libro riprende il celebre verso di Gertrude Stein. In quel gioco di ripetizioni c’era l’idea che una cosa sia semplicemente se stessa. Cosa significa affermare che una foto è una foto?
«È una tautologia che nel libro ha un significato ben preciso. La fotografia è viva e morta allo stesso tempo: morta rispetto a come l'abbiamo conosciuta, viva perché ha subito varie rivoluzioni, pur rimanendo se stessa, soprattutto se parliamo di fotografia autoriale. È un modo per dire che sì, è molto cambiata, ha generato anche grossi problemi - di verità, ad esempio - ma continua a sorprenderci».
Entrando nel merito del capitolo dedicato alla fotografia e al viaggio, lei dice che più fotografiamo un luogo e più lo priviamo della sua singolarità. È come se l’immagine, invece di rivelare, esaurisse ciò che ritrae. Da fotografa e filosofa, come definisce questo paradosso dello sguardo contemporaneo?
«Ci sono tante cause che hanno generato il problema dell’overtourism. Michel Houellebecq, nel romanzo La carta e il territorio, si domanda se le località servite da Ryanair fossero già mete turistiche o se lo siano diventate proprio in seguito alla decisione della compagnia di includerle nelle proprie rotte. Il fatto è che ora che ci è consentito andare in luoghi fino a poco tempo fa non accessibili, li fotografiamo e “pubblichiamo”, accompagnati dalla narrazione: “C’è un posto che vale la pena vedere". Questo innesca un processo che arriva a far conoscere a tutti luoghi che prima erano sconosciuti».
Nel libro cita alcuni esempi emblematici.
«Il caso più noto è quello del fiordo in Islanda, ripreso in un video di Justin Bieber che ha avuto 400 milioni di visualizzazioni, con un impatto devastante. In Italia, invece, quello dei Palmenti di Pietragalla: un posto sconosciuto, trasformato in meta turistica da una singola fotografia diffusa online con la narrazione: “Esiste un posto in Italia che sembra il paese degli Hobbit”. È bastato questo per renderlo richiestissimo».




Atlas Italiae, del 2011. Trolley books. Foto: Silvia Camporesi

Sembra che oggi tutto sia pensato per essere trasformato in esperienza.
«È così. Anche nelle mostre più prestigiose oggi c’è un punto pensato per far scattare una foto o un selfie. Nel libro c’è un paragrafo che si intitola Scenografia per un selfie. Sembra un’esagerazione, e qualcuno mi ha criticato dicendo che non è vero che tutti cerchiamo luoghi “instagrammabili”. Tutti no, ma molti sì».
E questa società che crea scenografie per i selfie che impatto ha sui luoghi?
«Succede che, quando un luogo comincia a essere visto sui social e diventa molto frequentato, si riempie di persone che mangiano, consumano, lasciano rifiuti. Quando i numeri crescono esponenzialmente i negozi e le strutture devono ingrandirsi, la proposta si omologa e il cibo non può più essere “autentico”. Non parliamo poi degli alloggi».

Il professor Sean Smith: «Come Instagram e Tik Tok sono diventati i padroni dei nostri viaggi»

In occasione della Giornata Mondiale del Turismo, che si celebra oggi 27 settembre, abbiamo intervistato il docente Sean Smith che si occupa di studiare il collegamento tra social media e cambiamenti sociali. Anche nel turismo


Quello degli alloggi è un discorso delicato in Italia, con un’emergenza abitativa gravissima. Ma c'è anche un altro problema: oggi dobbiamo programmare tutto prima di un viaggio. L’andare non dovrebbe essere naturale?
«Sì, oggi non si può più andare in un luogo in maniera non programmata. Bisogna pianificare ogni minimo passaggio. Non c’è più la libertà che avevamo un tempo, se non andando in luoghi ancora non presi di mira, dicendo: “andiamo lì prima che venga scoperto”. E poi c'è anche un problema di costi: oggi è diventato normale pensare che se qualcosa è gratis vuol dire che non sia bello. Tutto è diventato costoso: la spiaggia, il sole, l’ombra, niente è più gratuito. Ma non è normale».















non si combatte la dittatura con un genocidio il caso dell'embargo a cuba

 Qui non è  questione,  almeno non solo,  che governo o dittatura  ci  sia al potere ,  ma. di mancanza. di umanità e  del modo  inumano  con cui  si  combatte  ciò . Infatti


dai missionari saveriani https://www.saveriani.it/parma/item/da-cuba-lettera-aperta-al-mondo 


LETTERA APERTA AL MONDO: Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere.

 


All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.                                                                                                             E il mondo guarda dall'altra parte.

           

👵 DENUNCIA PER I MIEI NONNI:

Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l'arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.

---

👶 DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI:

Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.

 

Dov'è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l'infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?

 

🍽️ DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE:

Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.

 

La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.

 

Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.

 

⚕️ DENUNCIA DEI MIEI MEDICI:

Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.

 

I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l'aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l'impero ci punisce per averlo realizzato.

 

🌍 AL MONDO DICO:

Cuba non chiede l'elemosina.

Cuba non chiede soldati.

Cuba non chiede che ci amiate.

 

Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.

 

Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.

Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ.

Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.

 

Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.

 

Ai governi complici che tacciono:

La storia vi presenterà il conto.

 

Ai media che mentono:

La verità trova sempre una via d'uscita.

 

Ai carnefici che firmano sanzioni:

Il popolo cubano non dimentica e non perdona.

 

A coloro che hanno ancora umanità nel cuore:

Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?

---

Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.

 

Ikay Romay

✊🇨🇺💔

TRADOTTO E DIVULGATO DA ASSOCIAZIONE SVIZZERA-CUBA, Sezione Ticino

ticino@cuba-si.ch

 

 

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Ma questo è diverso.

 

Questa non è una foto di un tramonto.

Questa non è una notizia di gossip.

Questa non è solo un'opinione.

 

Questo è un GRIDO. E i gridi non si tengono per sé. Si ASCOLTANO. Si RIPETONO. DIVENTANO UNA FOLLA.

 

Oggi non ti chiedo un “mi piace”.

Ti chiedo di usare i tuoi pollici per qualcosa di più grande che scorrere lo schermo.

 

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Affinché il mondo sappia che a Cuba non c'è una crisi.

C'è un CRIMINE.

 

Perché le madri di altri paesi sappiano che qui ci sono bambini che lottano in incubatrici spente a causa del blocco.

 

Perché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono in attesa di medicinali che Washington non lascia entrare.

 

Perché i governi complici provino vergogna.

Perché i media bugiardi non abbiano scampo.

Perché i carnefici sappiano che NON STAREMO ZITTI.

 

Una sola persona che condivide questo messaggio non cambia il mondo.

Migliaia, milioni, SÌ.

 

Non tenere questo testo per te.

Non essere complice del silenzio.

 

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#CubaDenunciaAlMundo

#ElBloqueoMata

#NiñosSinIncubadoras

#AncianosSinMedicinas

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#CrimenDeLesaHumanidad

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#DenunciaQueDuele

#CubaGrita

#ElBloqueoEsCrimen

#ViralizaLaVerdad

#PatriaOMuerte

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CONTRO LA LOGICA XENOFOBA DELLO STRANIERO di EMILIANO MORRONE

 Una  riflessione  questa  di Emiliano  che si può e  si dovrebbe  estendere a livello nazionale

Buone Palme a tutti. Cari politici sangiovannesi, fate come volete per le prossime elezioni comunali e litigate pure a oltranza. Fatti vostri. 
Anche voi, tifosi di una parte e dell'altra, dateci sotto con attenzione, concentrazione, ritmo e vitalità.
Conducete pure la vostra guerra di Piero, ma finitela con la logica dello straniero, perché è puramente xenofoba. Mia madre era una straniera, secondo questa logica, anche perché nata a Mogadiscio. Ma
ha dato una mano a San Giovanni in Fiore, come tanti altri docenti forestieri. E forestiero era Gino Piccioto, forestiero era Paolo Cinanni, forestiero era Gianni Vattimo, forestieri erano, per esempio, i Ventrici, i Caridà, i Zaffino e i Sibio. Stranieri, oggi formalmente italiani, sono molti concittadini (e amici) provenienti dal Marocco, dall'Albania, dalla Romania e dalla Cina, perfettamente integrati, che contribuiscono senza dubbio alla crescita collettiva. Straniero ma oriundo sarebbe pure il professore Paolo De Marco, anche se pochi ricordano che fu lui, con la sua scienza e generosità, a sostenere per primo i diritti degli Invisibili. 
Politici e rispettivi ultrà, usate perciò argomenti di politica e non argomenti discriminatori, che con la Calabria non c'entrano alcunché. Visto, tra l'altro, che nella tragedia di Steccato di Cutro noi calabresi abbiamo dato una lezione di umanità e civiltà, alla politica e al mondo. O l'abbiamo dimenticato?


A che serve l'unesco ? Overtourism, in Slovacchia c’è un villaggio da cartolina che chiede di uscire dal patrimonio Unesco

da repubblica online del 26\3\2026 

Una sola strada, una manciata di case, nessuna struttura turistica, Vlkolínec, tra i borghi contadini meglio conservati dell’Europa centrale, oggi è abitato stabilmente da non più di una decina di persone. I visitatori sono 100mila l’anno, troppi. Da qui l’idea: uscire dalla lista World Heritagec

C’è un piccolo villaggio tra i monti della Slovacchia centrale, sopra Ruzomberok, che sembra uscito da una fiaba. Case in legno dipinte di blu, rosa e giallo, tetti spioventi, una chiesetta bianca e prati che salgono verso il bosco. Si chiama Vlkolínec ed è uno dei borghi contadini meglio conservati dell’Europa centrale. Dal 1993 è iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco come esempio eccezionalmente integro di architettura tradizionale carpatico-slava: un insediamento agricolo rimasto intatto, senza trasformazioni moderne invasive.
Dieci abitanti per 100mila turisti
Ed è proprio qui che si consuma un paradosso: il riconoscimento che doveva proteggere il villaggio rischia oggi di metterne in crisi la vita quotidiana. Secondo quanto riportato da media slovacchi a Vlkolínec vivono stabilmente poco più di una decina di abitanti, mentre i visitatori superano ogni anno quota 100.000. Un numero enorme, se rapportato alle dimensioni del luogo: una sola strada, una manciata di case, nessuna vera infrastruttura turistica.




Le testimonianze raccolte dalla stampa locale parlano di una pressione crescente: turisti che entrano nei cortili, fotografano l’interno delle abitazioni, si affacciano alle finestre oltre a bancarelle di souvenir e a camioncini di street food che contrastano con il contesto storico.
Alcuni residenti hanno reagito con cartelli, recinzioni improvvisate, inviti a rispettare la privacy. In più, le regole imposte dalla tutela Unesco — necessarie a preservare l’integrità del sito — limitano modifiche, ristrutturazioni e perfino alcune attività quotidiane, rendendo più complesso abitare stabilmente il villaggio.

Vlkolínec il campanile in legno 



Il risultato è una tensione sempre più esplicita: c’è chi, tra gli abitanti, arriva a dire che la cancellazione dalla lista Unesco migliorerebbe la qualità della vita. Una posizione che la stampa slovacca tratta con cautela, sottolineando come una parte della comunità riconosca invece i benefici del riconoscimento, dai restauri finanziati alla visibilità internazionale.
Raro esempio di villaggio in legno intatto
Per capire il senso di questo conflitto bisogna tornare alle ragioni dell’iscrizione. Vlkolínec è stato dichiarato patrimonio dell’umanità perché rappresenta un raro esempio di villaggio montano dell’Europa centrale sopravvissuto quasi intatto: oltre quaranta edifici in legno del XVIII e XIX secolo, disposti lungo un asse lineare, con fienili, orti e spazi agricoli ancora leggibili. Non è un museo ricostruito, ma un insediamento autentico, nato e cresciuto in relazione al paesaggio.





Ed è proprio questa autenticità a renderlo fragile. Visitandolo oggi si attraversa un luogo di grande bellezza: la chiesa della Visitazione della Vergine Maria (costruita nel 1875) , il piccolo campanile settecentesco in legno, il museo etnografico allestito in una casa tradizionale, i dettagli delle facciate decorate. Ma ciò che colpisce davvero è il silenzio — interrotto però, sempre più spesso, dal flusso continuo dei visitatori.
Vlkolínec diventa così un caso emblematico di overtourism in scala minima: non una grande città travolta dal turismo globale, ma un microcosmo rurale dove il rapporto tra abitanti e visitatori si è rovesciato. Un luogo pensato per essere vissuto che rischia di trasformarsi in scenografia.

Vlkolínec

La domanda che emerge è semplice: si può salvare un patrimonio senza svuotarlo della sua comunità? A Vlkolínec la risposta resta incerta. Ed è proprio questa incertezza a trasformare il piccolo villaggio slovacco in uno dei casi più interessanti del dibattito sul turismo contemporaneo.

La vicenda sopra riportata è un  esempio degli effetti del turismo di massa . l'UNESCO anziché : proteggere,salvaguardare,tutelare, ecc. le diversità le snatura ed omologa facendo passare in secondo piano il suolo istituzionale /culturale . Infatti eco quello che sta succedendo con questa cittadina ( e non solo purtroppo ) che ancora ha mantenuto insta le sue caratteristiche storiche e "identitarie" a scapito delle trasformazioni urbanistiche antropologiche del XX e XXI secolo. Quindi ci si di crebbe richiedere a che serve e qual'ė il ruolo dell'UNESCO. È giusto restarci o uscirne ? Con questo dubbio amletico vi saluto . alla prossima polemica. 




28.3.26

Analisi della rabbia e la violenza minorile


Oltre  alla  bellissima lettera della prof  accoltellata  (se n'è  parlato in questo post
riportata  sui  social,  al mio post ( vedere. sotto per l'url )  . Ma per  il momento   nessuna opinione diversa dalla mia espressa precedentemente   sempre sul blog   . Ma solo opinioni simili   in particolare    quelle di  :  Giampaolo Cassitta e Roberta Bruzzone


Non è semplice occuparsi di minori, soprattutto quando l’aggressività sfugge a ogni controllo. La risposta, naturalmente, non può essere un decreto che vieti di porare coltelli in classe o, peggio, bombe rudimentali: è una reazione di pancia, poco accorta, che scivola sulla superficie di un problema immenso.
Non è solo aggressività, sarebbe troppo comodo dirlo. Bisogna puntare lo sguardo sull’ambiente in cui un ragazzo cresce, sulle assenze prima ancora che sulle colpe. Vicari, primario di neuropsichiatria infantile al Bambino Gesù di Roma, ricorda che «se non si hanno stimoli culturali aumenta il fattore di rischio». Ma c’è di più: l’emergenza riguarda il disturbo mentale che, sempre secondo Vicari, coinvolge il 20% degli adolescenti, mentre lo Stato continua a non investire nulla per contrastarlo.
C’è poi un altro dato, quasi ignorato, che riguarda l’aggressività rivolta verso il proprio corpo, l’autolesionismo. Una fantasia distruttiva che non si può liquidare con qualche commento sotto i post di Facebook, né archiviare con una nuova ondata di pacchetti “sicurezza” che tutto sono fuorché sicuri. Dotare le scuole di metal detector non scalfisce il fenomeno della rabbia, non intercetta il dolore che la genera.
Forse bisognerebbe investire sui docenti, sugli psicologi, sul tempo pieno, sull’educazione all’emotività, sulla capacità di attraversare la sconfitta senza esserne travolti. L’inasprimento delle pene non riduce i comportamenti violenti; al contrario, in molti casi alimenta l’identificazione con il ruolo del ribelle, del “maudit” che seduce le giovani generazioni.
Se i minori vivono nel disagio, è sul disagio che si deve intervenire, e subito dopo su chi lo abita. Da anni manca una discussione seria sui problemi dell’infanzia e dell’adolescenza. Non interessano. Ci accapigliamo, al massimo, su episodi isolati - la famiglia nel bosco - che diventano alibi perfetti per non guardare in faccia ciò che davvero conta.
Quando decideremo di prenderci carico del disagio giovanile, sarà già tardi. E lo sappiamo.




........

19 h · 

Non stiamo crescendo ragazzi più violenti.
Stiamo crescendo ragazzi che non sanno cosa farsene della rabbia, perché nessuno ha mai insegnato loro a gestirla e a contenerla.
Se devo dirlo in modo diretto, senza girarci troppo intorno: la tentazione di dire che “questa generazione è più violenta” è forte, ma è anche una scorciatoia che rischia di farci sbagliare bersaglio. Non siamo davanti a ragazzi più cattivi. Siamo davanti a ragazzi cresciuti in un contesto che li ha resi molto più fragili sul piano emotivo e, proprio per questo, più esposti a reazioni estreme.
Oggi un adolescente fatica tremendamente a stare dentro la frustrazione. E la frustrazione, piaccia o no, è una componente inevitabile della vita. Solo che se nessuno ti insegna a gestirla, a riconoscerla, a tollerarla, quella frustrazione diventa rapidamente qualcos’altro: rabbia, vergogna, senso di umiliazione. E da lì, il passo verso l’agito è molto più breve di quanto si pensi.
Quando poi parliamo di tredicenni con un coltello in tasca, dobbiamo smettere di pensare solo all’oggetto. Il coltello è il sintomo, non il problema. È una risposta distorta a un bisogno molto preciso: sentirsi meno vulnerabili. È come se quel ragazzo dicesse, senza usare le parole: “Io non voglio più sentirmi in balia delle cose. Io devo avere un modo per difendermi, o per farmi rispettare.”
Il punto è che non ha strumenti migliori per farlo. Nessuno glieli ha insegnati davvero.
E qui arriva una questione scomoda: sì, in qualche modo questi ragazzi si sentono più autorizzati alla violenza. Non perché qualcuno glielo dica esplicitamente, ma perché vivono immersi in un mondo che la violenza la banalizza continuamente. La vedono nei linguaggi, nei social, nei conflitti quotidiani tra adulti. Assistono a scene in cui chi urla di più sembra avere ragione, in cui l’aggressività diventa una forma di affermazione. E nel frattempo, i confini educativi si sono fatti sempre più deboli, sempre più negoziabili.
Il risultato è che il gesto violento perde peso nella percezione. Non viene più sentito come qualcosa di irreversibile, ma come una risposta possibile, a volte persino legittima, a un torto percepito.
In tutto questo, la famiglia gioca un ruolo decisivo. Perché è lì che si costruisce (o non si costruisce) la capacità di stare al mondo. E oggi vediamo spesso due estremi ugualmente problematici: da una parte genitori che evitano qualsiasi frustrazione ai figli, che spianano la strada in nome di un’idea distorta di protezione; dall’altra genitori che non ci sono, o che hanno rinunciato a esercitare un ruolo educativo chiaro. In mezzo, troppo spesso, manca quella cosa fondamentale che si chiama limite.
Il limite non è una punizione. È una bussola. È ciò che permette a un ragazzo di capire fin dove può spingersi, cosa è accettabile e cosa no. Senza limite, un adolescente non è libero: è perso.
La scuola, dal canto suo, si trova a gestire una situazione sempre più complessa, spesso senza strumenti adeguati. Gli insegnanti si confrontano con ragazzi che vivono ogni richiamo come un attacco personale, ogni nota come un’umiliazione. E quando un ragazzo non sa distinguere tra correzione e offesa, tra limite e ingiustizia, il rischio di escalation è altissimo. Basta poco: una ferita narcisistica, un senso di ingiustizia non elaborato, e la rabbia trova una via d’uscita.
Allora la domanda vera non è se questi ragazzi siano più violenti. La domanda è: che cosa abbiamo smesso di insegnare loro?
Perché il punto è tutto lì. Non si limita un fenomeno del genere solo con più controlli o più punizioni. Quelle servono, certo, ma arrivano dopo. Quando il problema è già esploso.
Il lavoro vero è prima. È insegnare ai ragazzi a riconoscere quello che provano, a dare un nome alle emozioni, a non esserne travolti. È restituire valore al limite, alla responsabilità, al fatto che ogni azione ha conseguenze. È aiutare le famiglie a tornare a essere luoghi educativi, non solo affettivi.
E soprattutto è intercettare i segnali prima che diventino tragedie. Perché prima del coltello, c’è sempre qualcosa: una rabbia che cresce, un senso di esclusione, fantasie di rivalsa, un linguaggio che cambia. Il problema è che troppo spesso questi segnali li vediamo… e li minimizziamo.
Poi arriva il gesto, e ci sembra improvviso.
Ma improvviso, quasi mai lo è davvero.


Manuale di autodifesa i consigli dell’esperto anti Antonio Bianco, puntata n. LXXVII : LE ACCONCIATURE RACCOLTE E ADERENTI SONO PIÙ SICURE



Non sapevo che anche le pettinature\ acconciature potessero creare dei problemi  in caso d' aggressione. Non si finisce mai. d'apprendere  cose nuove  come questa   riportata   in questa. puntata del manuale anti aggressione di Antonio Bianco per il
settimanale Giallo riportato sotto  al centro. 
Infatti le le acconciature "anti aggressione" si concentrano sulla protezione personale e sulla riduzione dei punti di presa in eventuali situazioni di potenziale pericolo, preferendo raccolti stretti che non ostacolino la visuale e non offrano appigli. utili per un eventuale aggressione. 
Ecco che
Parlare di capelli e aggressioni richiede una premessa: la responsabilità è sempre di chi aggredisce, così come nessuna acconciatura mette al riparo dalla violenza. Ma in un’ottica di prevenzione concreta, ancheil modo in cui si portano i capelli può incidere sulla possibilità di essere afferrati e quindi sul margine di reazione.I capelli lunghi e sciolti offrono una superficie ampia e immediata di presa. Basta un gesto rapido per tirare una ciocca e provocare dolore, sbilanciamento e perdita di orientamento. Il dolore al cuoio capelluto è infatti intenso e istintivamente porta a irrigidirsi o a portare le mani alla testa, riducendo la capacità di difendersi o fuggire.
Per questo, se l’obiettivo è ridurre un possibile punto dipresa, meglio scegliere acconciature raccolte e aderenti. Una coda bassa, stretta sulla nuca e fissata con unelastico resistente, è preferibile a una coda alta che oscilla e può trasformarsi in una leva. Ancora più funzionale è uno chignon compatto, ben saldo, senza ciocche libere.
Le trecce aderenti alla testa distribuiscono la massa deicapelli e rendono più difficile afferrarli in un unico punto.
Prestate attenzione anche a mollettoni rigidi, pinze grandi o fermagli metallici, che possono rompersi sotto trazione o diventare elementi pericolosi. Meglio elastici semplici, senza parti sporgenti. Se si portano i ca-pelli corti, il problema della presa si riduce, ma al tempo stesso resta importante mantenere il viso libero: niente frange che coprano gli occhi o limitino il campo visivo.
Un’acconciatura pratica, che lascia il volto scoperto,si accompagna spesso a una postura più attenta e a un 'andatura più sicura. E la consapevolezza dell’ambiente, così come guardare avanti e non il cellulare, è una delle prime forme di prevenzione.

Oltre  a quanto riportato nell'articolo.  sopra ecco come liberarsi qualora nonostante tutte le precauzioni prese  dovesse essere aggrediti\e  per i capelli.      




 da l'introduzione del primo video : << vedremo anche come difendersi da una presa al cappuccio o al vestiario. Il principio   chiave è ripristinare l'assetto il prima possibile perché se vuoi sperare di difenderti devi come minimo non cadere per terra. Molti pensano solo a salvare i capelli ma questo è sbagliato perché i capelli ricrescono mentre i denti no. Ciò che conta davvero è non finire a KO.>>
Concludendo ecco in sintesi  quali soni le  tipologie di pettinature\  acconciature  ( qui  e qui ne potete trovate altre  più indicate  secondo gli esperti per la difesa personale:

Chignon Alto e Stretto (o "Bun"): È considerato tra le migliori opzioni. Mantiene i capelli lontani dal collo e dalla portata delle mani di un aggressore. L'uso di forcine e lacca aiuta a renderlo solido.
Treccine Afro o Cornrows: Acconciature estremamente aderenti alla testa che rendono quasi impossibile afferrare i capelli.
Coda di Cavallo Bassa e Piatta : Se si preferisce la coda, una versione molto bassa, possibilmente intrecciata o resa compatta con prodotti, limita le possibilità di presa rispetto a una coda alta e libera.
Boxer Braids (Treccine Olandesi): Due trecce strette che corrono lungo la testa offrono un look ordinato e sono molto difficili da afferrare.
Uso di Foulard o Bandane: Coprire i capelli con un foulard annodato saldamente non solo aggiunge un tocco di stile, ma agisce come una barriera protettiva contro sporcizia o tentativi di presa. 
Consigli aggiuntivi di sicurezza:
Evitare possibilmente i capelli sciolti: I capelli lunghi e sciolti sono il bersaglio più facile per la presa dietro o per essere trascinati.
Evitare acconciature troppo elaborate: Mollette grandi o accessori appuntiti potrebbero ferire te stesso/a in caso di colluttazione.
Tecnica in caso di presa ( vedere anche i video. sopra ): Se i capelli vengono afferrati, i professionisti consigliano di mettere immediatamente entrambe le mani sulla propria testa, sopra quella dell'aggressore, per bloccare la sua presa e impedire strattoni, avvicinandosi per evitare che il collo venga piegato. 

 non so che altro aggiungere  visto che non sono esperto né di tecniche anti aggressione  né di  pettinature / acconciature femminili  concludo qui questo post augurandovi buona lettura.






27.3.26

Volevo un altro figlio": così Nicoletta ha sfidato il Parkinson a 35 anni ed è diventata bionica

Da news Google 


 Parkinson è difficile, è come vivere con una zavorra". Il tempo si deforma: "Il mio invecchiamento è più veloce, non è che invecchio sette anni ogni anno come i cani (ride ndr), ma sicuramente è più avanzato rispetto alle persone sane".


Una consapevolezza che non diventa però resa.     Il cervello bionico.                                          Oggi definisce la sua condizione con una parola che contiene ironia e precisione insieme: "La vivo come la storia di una donna bionica, ho un cervello che chiamo bionico, perché grazie a quell’impianto ricevo impulsi elettrici, una tecnologia che mi consente di funzionare come una persona quasi normale". Quel 'quasi' resta, ma non è più il centro.                                                                 Non cedere.                                                             il suo racconto si chiude su una linea sottile, lontana da ogni retorica. "È una vita, si può fare, è una gioia ogni momento che ho con i miei figli, bisogna cercare di non cedere alla tentazione di autocommiserarsi". Una frase che non suona come un insegnamento, ma come un esercizio quotidiano: "Vedere quello che abbiamo e fare quello che possiamo con le forze che abbiamo ogni giorno". La storia di Nicoletta non è una storia di guarigione, ma è una storia di scelta, ogni giorno e questo è quello che colpisce ancora di più.



L’Italia dei cammini: dal boom verso l’economia dei borghi


da https://www.lidentita.it/

27\3\2026

L’Italia dei cammini: dal boom verso l’economia dei borghi  Una buona legge voluta dalla Lega che ora va calata sui territori
                                            di Dave Hill Cirio 










L’Italia dei cammini: dal boom verso l’economia dei borghi

Mentre il nostro Paese arranca sotto il peso dell’overtourism e della crisi di identità delle città d’arte, c’è un’Italia che corre restando lenta.
I dati del dossier 2025 di Terre di Mezzo parlano chiaro: 300mila camminatori hanno solcato i sentieri della Penisola, generando un impatto economico stimato in 336,4 milioni di euro. La vera notizia, non nel numero di scarponi consumati ma nel salto di qualità normativo: l’approvazione della Legge 13 febbraio 2026, numero 24. Un provvedimento che trasforma il camminare da “hobby per pochi” a “asset strategico nazionale”.
L’Italia dei 300mila camminatori
Dietro questa svolta normativa, un’impronta politica precisa. La proposta, che ha visto tra le prime firmatarie e relatrici la deputata della Lega Giorgia Andreuzza, non si limita a mappare sentieri. La visione punta a strutturare il turismo lento come un modello di sviluppo economico per le aree interne. Per Andreuzza “un passo concreto per valorizzare l’identità dei territori“.
Il cuore del provvedimento, nel riconoscimento dei cammini come “itinerari di rilievo europeo e nazionale”. Equiparati a vere infrastrutture, ma con una finalità diversa: la tutela dell’ambiente e il rilancio dei borghi. La legge non stanzia solo fondi (circa 6 milioni di euro per il triennio 2026-2029), ma introduce una governance integrata attraverso la creazione di una Cabina di Regia nazionale e una banca dati digitale.
Una realtà matura
Nel report di Terre di Mezzo, una realtà matura. Con una spesa media giornaliera di 87,29 euro e una durata media del viaggio di 7,4 giorni, il camminatore tipo non è più il pellegrino “povero” che cerca solo un tetto religioso. È un turista consapevole, spesso giovane (il 27% ha meno di 45 anni), che cerca qualità, prodotti locali e connessione con la comunità.
L’impatto di 336 milioni di euro, “micro-ossigeno” per comuni che spesso non hanno altre entrate turistiche. Qui, il tema delle opportunità non colte. La Via degli Dei e la Francigena continuano a trainare i flussi ma decine di cammini minori restano nell’ombra, privi di servizi minimi. La sfida della nuova governance, proprio quella di evitare un “over-cammino” sulle rotte celebri, distribuendo i flussi verso più di 150 percorsi censiti che ancora faticano a generare indotto stabile.
Verso l’economia dei borghi
Nella legge, concetti rivoluzionari come l’accessibilità universale. Rendere i sentieri percorribili a chi ha disabilità motorie – su cui Andreuzza ha insistito molto, legandolo al turismo inclusivo- ma pure creare un sistema di accoglienza che oggi è ancora frammentato.
Finora, è mancata una visione “industriale” del turismo lento. Molti sindaci dei borghi guardano al passaggio dei camminatori con simpatia, ma senza una strategia di marketing territoriale. Manca la capacità di trasformare il “passaggio” in “permanenza”. Perché un camminatore non dovrebbe fermarsi un giorno in più per un corso di cucina locale o per visitare una bottega artigiana? La risposta, nell’assenza di coordinamento tra i gestori dei cammini (spesso associazioni di volontari) e gli enti locali.
Una legge da calare a terra
La posizione della Lega, espressa anche dal senatore Roberto Marti, punta a fare dell’Italia la “capitale mondiale del turismo esperienziale”. Per farlo, la legge dovrà essere calata a terra con regolamenti regionali che facilitino l’apertura di microimprese lungo i percorsi. Il rischio, che la legge resti una bellissima cornice senza il quadro.
Se la politica saprà implementare la governance prevista dalla legge, il turismo lento non sarà più un’alternativa “povera” al mare, ma il pilastro di un’economia identitaria capace di salvare i nostri borghi dall’oblio. La strada è segnata, ora bisogna solo iniziare a camminarla con passo deciso, lasciandosi alle spalle l’improvvisazione del passato.

«Vendo pacchi Amazon a peso Nessuno sa cosa ci trova dentro» Il negozio di Riccardo Lorenzoni a Sassari punta sulla “pesca fortunata”

leggo su     nuova sardegna   26\3\2026  che  dopo Roberto  Zalteri     (  ne  ho  parlato in  « Compro a peso i pacchi di Amazon, li rivendo a 4 euro al chilo senza aprirli   )  un altro imprenditore  vede     il  
resi o non ritirati di Amazon ››


Vendo pacchi Amazon a peso Nessuno sa cosa ci trova dentro Il negozio di Riccardo Lorenzoni a Sassari punta sulla “pesca fortunata’



Sassari
I pacchi Amazon,un po’ ammaccati ma con sigilli ancora intatti, sono in bella mostra al centro del negozio. Costano 1 euro e99 centesimi l'etto e promettono l’adrenalina del “blind sale”: l'acquisto al buio che spopola sul web e negli instant corner dei grandi centri commerciali,ma che ha radici antiche, nelle immancabili (e quasi sempre deludenti) buste a sorpresadelle sagre.«Ma la “pescata” fortunata èdavvero possibile. Non sono ripuliti dagli oggetti di valore:vengono acquistati da grandi broker tra pacchi smarriti  o nonritirati che ad Amazon costa più riaprire che cedere». A parlare è Riccardo Lorenzoni,agente di commercio che,contagiato dall'idea arrivata da unamico, ha inaugurato la scorsa settimana a Sassari The UnBoxing: il primo negozio in città (e tra i primi nell'isola) dedicato alla vendita di pacchi aperti e chiusi provenienti da resi ed eccedenze,principalmente del circuito Amazon.«Venerdì, all’inaugurazione-racconta-c’è chi ha trovato una scatola piena di smartwatch. Poi tanti vestiti, accessori. Certo, capita anche la paccottiglia, ma per chi com-pra c'èuna componente ludica importante. E raramente non sono soddisfatti ».La “mystery box” mania èperò solo una parte dell'idea imprenditoriale del 38enne,che ha scelto perla sua attività una location coraggiosa: la parte alta di piazza Azuni, pieno centro storico, sul confine in cui con maggiore evidenza si gioca la partita tra rinascita e degrado.

«Dopo la curiosità per i pacchi sigillati — spiega - la maggior parte della clientela finisce per acquistare i prodotti visibili: elettrodomestici e articoli di uso quotidiano recuperati da resi e overstock. È una delle storture delle grandi catene, che accumulano enormi quantità di prodotti che non hanno convenienza a ritirare. Prima venivano distrutti.Ora, grazie alla normativa europea, vengono venduti a stock con forti ribassi». Risultato: la friggitrice ad aria costa poco più di 40 euro,i prodotti Parkside da bricolage della Lidl sono esposti al 50% rispetto al prezzo di vendita, un telescopio con la scatola difettata è già stato prenotato e la pianola accanto è statavenduta in pochi minuti.«È effettivamente molto conveniente—spiega Lorenzoni- perché si tratta di prodotti nuovi a tutti gli effetti. Noi lavoriamo con ricarichi minimi, puntando sui volumi. Sono oggetti che le persone conoscono e che magari avevano rimandato. E al 50% diventano irresistibili».Volumi alimentati anche da un altro “gioco”: «Riallestiamo ogni venerdì. Chi arriva prima prende il meglio, ma lo paga di più. Ogni giorno il prezzo cala di 10 centesimi l'etto, fino al venerdì successivo ».Un modello che guarda anche alla sostenibilità: «Proponiamo un'economia circolare che oggi è imprescindibile. È paradossale che oggetti funzionanti diventino rifiuti. Èuno spreco enorme, con un impatto ambientale pesante ».E poi la scommessa nella scommessa: il centro storico. In un angolo di pregio, dove poco lontano aprirà a breve unnuovo supermercato e, poco più su, ha inaugurato di recente “Ex ferramenta”, il progetto imprenditoriale della famiglia Macciocu—già alla guida di due negozi di abbigliamento di alta gamma- che ha ridato vita alla storica ferramenta Losa, chiusa lo scorso anno. A pochi passi da Zara e da piazza Tola, che si prepara a ribollire di vita notturna nella bella stagione. Ma comun que dentro il cuore malato di una città affannosamente a caccia della ricetta giusta per  sconfiggere il degrado.«Sassari è una città viva —chiude Lorenzoni — fatta di persone che credono ancora nel commercio e nel centro storico. Aprire qui oggi significa investire nel territorio, nel futuro. E fare la propria parte perchéisogni, le idee, i progetti diventino realtà ».

 

I

come è cambiata la criminalità sarda da codice barbaricino alla droga . da codice agropastorale alle infiltrazioni \ radicamento delle mafie Andrangheta in particolare

 Non  avendo     voglia  ne   tempo  di  copiarlo  tutto   vista  la  lunghezza  ,  riporto qui    lòe tre pagine  di  df  







Ascanio sobrero. preferi rimanere. umile. anzi che. arricchirsi. con la nitroglicerina diventata poi dinamitea con Nobel

Dalla   pagina  fb  dell'immagine  sotto riportata     ho trovato questa  storia   interessante  
 

 


Era il 1847 e in un laboratorio di via Po 18, a Torino, un chimico piemontese chiamato Ascanio Sobrero stava per fare una cosa che avrebbe cambiato il mondo.
Solo che non lo sapeva ancora. E quando lo capì, rimase talmente terrorizzato da voltarsi dall'altra parte.
Sobrero aveva sintetizzato la nitroglicerina. Un liquido oleoso, giallastro, apparentemente innocuo. Poi un frammento colpì per caso un martello da laboratorio.
L'esplosione fracassò i vetri dell'intero edificio.
Non era un incidente di poco conto: stava parlando di una sostanza che, come scrisse lui stesso nelle sue note, "una gocciolina di qualche centigramma produce una detonazione come di fucile". Pochi grammi. Un colpo da arma da fuoco.
Sobrero era chimico, non militare. Non aveva intenzione di consegnare al mondo una bomba portatile. Così prese una decisione che, col senno di poi, è una delle più costose della storia della scienza.
Non brevettò nulla.
Nessuna registrazione. Nessuna tutela legale. La scoperta rimase lì, libera, accessibile a chiunque avesse voglia di prenderla e usarla.
E qualcuno lo fece.
Alfred Nobel, industriale svedese, capì che il problema della nitroglicerina non era la potenza — era l'instabilità. Così mescolò il liquido con kieselguhr, una terra diatomacea porosa e assorbente, e nel 1867 ottenne il brevetto della dinamite: stessa forza, molto più gestibile.
Nel 1873 aprì uno stabilimento proprio ad Avigliana, a pochi chilometri da Torino. A pochi chilometri da dove Sobrero aveva scoperto tutto.
Con i profitti di quella invenzione — stabilimenti in tutta Europa, contratti militari, esplosivi industriali — Nobel accumulò una fortuna che, nel testamento del 1895, destinò all'istituzione del premio che porta il suo nome.
Il Premio Nobel. Finanziato dalla nitroglicerina di Sobrero.
Mentre questo accadeva, Ascanio Sobrero insegnava chimica a Torino con uno stipendio di 600 lire all'anno. Non era ricco. Non era famoso fuori dagli ambienti accademici. Non aveva chiesto niente in cambio della cosa più esplosiva che l'industria moderna avesse mai visto.
La paura può essere una scelta morale. Ma raramente è una strategia vincente.
In breve:
Ascanio Sobrero inventò la nitroglicerina a Torino nel 1847 ma, terrorizzato dalla sua potenza, non la brevettò mai.
Alfred Nobel prese quella scoperta libera, la stabilizzò nella dinamite nel 1867 e costruì la fortuna con cui istituì il Premio Nobel.
Sobrero insegnava chimica con 600 lire l'anno mentre Nobel diventava uno degli uomini più ricchi d'Europa.

26.3.26

Obliquo Presente”: a Misterbianco il dissenso diventa dialogo e resilienza





Da il filosofo impertinente   mercoledì 25 marzo 2026

“Obliquo Presente”: a Misterbianco il dissenso diventa dialogo e resilienza








Il 24 marzo 2026, nella suggestiva cornice del Teatro Comunale di Misterbianco, presso la saletta dedicata ad Andrea Camilleri, si è svolta la presentazione del libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio di Cristian A. Porcino Ferrara. Un appuntamento partecipato e ricco di spunti, capace di intrecciare riflessione culturale, impegno civile e condivisione emotiva.










Il cuore dell’evento si è sviluppato attraverso un dialogo intenso e articolato, arricchito dagli interventi della professoressa Alessandra Irene Marchese e dello psicologo Sandro Mangano, che ha guidato e sollecitato il dibattito sin dalle sue fasi iniziali.
Nel corso del confronto ha preso la parola l’assessora Maria Virgillito intervenendo su alcuni passaggi emersi durante la discussione e contribuendo con il proprio punto di vista all’interno del dibattito già avviato. Allo stesso modo è intervenuto anche l’assessore Alessio Strano, presente non solo nel suo ruolo istituzionale ma anche come amico dell'autore, offrendo un contributo partecipato e personale.





La professoressa Marchese ha offerto un’analisi puntuale del tema della censura nella storia, abbracciandone le manifestazioni nell’arte, nella musica e nella letteratura, in piena sintonia con i contenuti del volume.
Di grande impatto anche l’intervento del dottor Mangano, che ha coinvolto attivamente il pubblico in un esercizio di condivisione: agli intervenuti è stato chiesto di definire con un aggettivo le emozioni suscitate dalla lettura di alcuni stralci del libro. Ne è emerso un mosaico di percezioni e vissuti che ha restituito una fotografia autentica e partecipata della platea. Non a caso, lo stesso Mangano ha definito il libro di Porcino Ferrara un vero e proprio atto di resilienza, capace di trasformare l’esperienza del dissenso in occasione di crescita e consapevolezza.






Nel corso del confronto, al quale hanno preso parte anche allievi ed ex allievi dell’autore, è emersa con forza la capacità del testo di generare dialogo e riflessione condivisa. Gli interventi del pubblico hanno contribuito a rendere l’incontro vivo e dinamico, restituendo una pluralità di sguardi coerente con lo spirito dell’opera.






A fronte di alcune definizioni emerse durante il dibattito, è utile richiamare il pensiero del filosofo Manlio Sgalambro, secondo cui “il pessimista onora la verità”: una chiave di lettura che consente di sgomberare il campo da etichette riduttive e di restituire al lavoro di Cristian A. Porcino Ferrara la sua dimensione più autentica, quella di un’indagine lucida e necessaria sul presente.







Nel corso del dibattito, sollecitato anche dalle domande del pubblico, l’autore ha affrontato alcuni dei temi più delicati trattati nel libro, tra cui i pregiudizi che ancora oggi le persone omosessuali si trovano ad affrontare, anche in ambito religioso. In questo contesto, Porcino Ferrara ha affermato: "Noi persone omosessuali siamo cresciute con un linguaggio e una terminologia eterosessuale che ci hanno definiti e, di conseguenza, discriminati. Come diceva Michela Murgia, in una gerarchia di potere ogni etichetta che ci viene cucita addosso non è una descrizione, ma la misura del potere che gli altri vogliono esercitare su di noi.". Un passaggio che ha suscitato interesse e partecipazione, confermando la capacità del testo di stimolare un confronto aperto e necessario.




Un evento che ha lasciato il segno, capace di unire pensiero critico e partecipazione collettiva, nel segno di una pedagogia del dissenso che si fa strumento di consapevolezza e cambiamento.


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canzoni suggerite nella mia ora di libertà ( sia la versione originale di de Andre' sia la cover di Caposela ) Il Figlio del re-Pi...