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1.3.26

paralimpiadi davidegiorgi presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.riconoscere sport come aiuto disabili ., Milano cortina visto il boicotaggio di Ucrania ed altri paesi nordici come mosca 1980 ?

l  queste  paraolimpiadi invermali   saranno  particolari  infatti  queste   paraolimpiadi   di  Milano Cortina 2026 rappresenteranno   un momento storico per il Movimento Paralimpico: nel 2026 ricorreranno infatti il 50° anniversario dei primi Giochi Paralimpici Invernali, disputati nel 1976 a Örnsköldsvik, in Svezia, e il 20° anniversario di Torino 2006. Il Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) guarda a questa edizione come a un appuntamento destinato a essere il migliore di sempre sotto il profilo sportivo e tra i più suggestivi dal punto di vista scenografico, grazie alla bellezza dei territori che ospiteranno i Giochi. Infatti 

https://www.ilgazzettino.it/nordest/belluno/








C’è una eredità importante che le imminenti Paralimpiadi Milano Cortina 2026 potrebbero lasciare al Paese: il riconoscimento come Lea, Livello essenziale di assistenza, dell’attività motoria per i disabili. A chiederlo è Davide Giorgi, presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.
IL Presidente Giorgi, tra i 665 atleti in gara alle Paralimpiadi che inizieranno il 6 marzo ci sono anche cinque veneti. Il problema è il pubblico, si teme un calo di spettatori rispetto ai Giochi appena conclusi, tant’è che a Cortina stanno valutando di togliere alcuni divieti al traffico. Che previsioni avete?
«La Fondazione Milano Cortina 2026 ci dice che la vendita dei biglietti è andata bene. Certo, stiamo parlando di Paralimpiadi e non di Olimpiadi, ma di edizione in edizione si è registrato un crescendo di pubblico e di interesse. Dipende molto dal tam-tam che riusciremo a fare. Su questo ci stiamo muovendo anche noi, i Comuni ci stanno dando una mano coinvolgendo le associazioni sportive e sociali».
C’è già polemica: il Comitato Paralimpico Internazionale ha consentito la partecipazione di atleti russi e bielorussi, ammettendoli con bandiere e inni nazionali, mentre ai Giochi figuravano come atleti neutrali. Ucraina e altri Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia inaugurale all’Arena di Verona. Qual è la posizione del Comitato veneto?
«Noi ci aspettavamo una omogeneità di trattamento tra Olimpiadi e Paralimpiadi, non avevamo bisogno di questa differenziazione. È una decisione del Comitato internazionale, ne prendiamo atto, non abbiamo avuto la possibilità di interagire. Certo è che l’appello che aveva fatto a novembre il presidente della Fondazione Giovanni Malagò per una tregua olimpica era proprio per evitare queste situazioni. Anche perché chi paga poi sono gli atleti. E stiamo parlando tra l’altro di atleti disabili. Ci dispiace che le bandiere interpretino più i governanti che i ragazzi».
Cosa sapete della cerimonia inaugurale a Verona?
«Sarà un grande evento. Sappiamo che i nostri atleti sfileranno, da soli, partendo da piazza Bra per raggiungere l’Arena fino al palco. Una grande risposta a chi diceva che l’Arena non sarebbe stata accessibile».
Luca Palla, René De Silvestro, Mattia Dal Pastro, Angela Menardi, Matteo Ronzani: cosa dicono gli atleti veneti ora che i Giochi stanno per iniziare?
«Sono tanto emozionati, anche perché giocare in casa equivale a metterci la faccia con gli altri atleti».
Cosa lasceranno questi Giochi Paralimpici?
«Il mio augurio è che lascino una importante eredità. E cioè che lo sport paralimpico possa diventare uno strumento eccezionale come momento riabilitativo. Solo il 20% della popolazione disabile pratica una disciplina sportiva, mentre i nostri cugini olimpici sono al 47%. Dobbiamo colmare quel gap attraverso il Sistema sociosanitario, per questo ci rivolgiamo alla Regione e al Governo».
Per incentivare l’attività motoria?
«Esatto. Gli ultimi dati aggiornati al 2024 dicono che in Veneto, su 4.853.472 abitanti, le persone con disabilità totale sono 183mila, pari al 3,8%. Se consideriamo la fascia di età 0-64 anni, sono 72mila persone. Ma quanti fanno attività motoria? Uno su cinque. In Veneto abbiamo 2.550 tesserati paralimpici che fanno attività agonistica».
E quindi cosa proponete?
«Chiediamo che la pratica sportiva venga riconosciuta come Lea, Livello essenziale di assistenza. Si consideri che lo sport rende molto di più della fisioterapia per quanto riguarda i risultati e costa molto, ma molto meno».
Oggi un ragazzo disabile che fa sport deve pagarsi tutto?
«Sì ed è un costo altissimo per una famiglia, tra trasporti e ausili si arriva al doppio se non il triplo rispetto a un ragazzo senza disabilità. Se l’attività sportiva venisse riconosciuta dal Sistema sanitario, si spenderebbe la metà rispetto alla riabilitazione».
Parliamo di mascotte: per le Paralimpiadi c’è Milo, l’ermellino senza una zampetta che ha imparato ad aiutarsi con la coda. Si trova in commercio o è esaurito come Tina?
«Speriamo tanto che arrivino le scorte».


 da   https://www.ildolomiti.it/






Paralimpiadi, sale la tensione sul caso degli atleti russi e bielorussi: cresce il numero dei Paesi che boicotteranno la cerimonia d'apertura all'Arena di Verona

Non solo Ucraina: anche Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia non avranno alcun rappresentante all'Arena di Verona per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026

di Redazione




VERONA.
Di Paralimpiadi non si parla mai abbastanza, ma ogni tanto anche quando se ne parla lo si fa per tutti i motivi sbagliati: negli ultimi giorni ad esempio a tenere banco è lo spinoso caso dei 10 atleti e atlete paralimpici di Russia e Bielorussia selezionati dal Comitato paralimpico internazionale per poter tornare a partecipare con le divise ufficiali nazionali, con le proprie bandiere e - in caso di successo - con i propri inni nazionali alle gare che si svolgeranno tra il 6 e il 15 marzo tra Milano, Val di Fiemme e Cortina d'Ampezzo.
Ma senza dimenticare Verona, dove venerdì andrà in scena nell'elegante Arena l'attesissima cerimonia d'apertura della manifestazione sportiva che aggrega oltre 600 atleti da più di 50 Paesi: proprio quella è l'occasione formale che molte rappresentative nazionali stanno decidendo di "boicottare" per mandare un messaggio contro il Comitato paralimpico internazionale. Dall'invasione della Russia in Ucraina 4 anni fa questa sarebbe (anzi, sarà) la prima volta in cui si torneranno a vedere atleti battere bandiera russa e bielorussa. Nelle recentissime Olimpiadi invernali, tanto per non andare troppo lontani, c'erano alcuni atleti di quei Paesi ma gareggiavano come atleti neutrali, cioè senza espliciti riferimenti alle proprie patrie.
L'organismo internazionale dello sport paralimpico di fatto ha solo confermato quanto stabilito, a maggioranza dei voti, dall'Esecutivo del Comitato internazionale nel settembre 2025 a Seul. In ogni caso la decisione non è piaciuta per nulla prima di tutti a Kiev e all'Ucraina, primo Paese ad annunciare che non avrebbe preso parte alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi né con i propri atleti né con alcun rappresentante politico e del mondo dello sport ucraino. Una decisione rispetto alla quale si sono allineati altri cinque Paesi, al momento: Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia. Secondo quanto raccolto da alcuni media, ma le comunicazioni non sono ancora ufficiali, boicotteranno l'apertura anche Lituania e Paesi Bassi. E la lista pare destinata ad allungarsi. Gli atleti di Canada e Regno Unito non ci saranno per una questione logistica, visto che prenderanno parte ad alcune gare il giorno dopo la cerimonia, e in effetti un po' come per le Olimpiadi la conformazione della Paralimpiade "diffusa" farà essere presente alla cerimonia solo una parte delle delegazioni impegnate nei Giochi.
Perfino il commissario dell'Ue per lo sport, il maltese Glenn Micallef, ha fatto sapere che non sarà a Verona. Presente invece la Francia, la cui presidente del Comitato paralimpico Marie-Amelie Le Fur ha dichiarato che, pur non condividendo la decisione comitato, non boicotterà la cerimonia in quanto la decisione stessa "è stata presa democraticamente".
E l'Italia? Essendo anche Paese ospitante, cerca di mediare e ricucire. All'Arena ci saranno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Il ministro dello sport Andrea Abodi per la verità ha invitato il Comitato paralimpico internazionale a tornare sui propri passi e far gareggiare gli atleti russi e bielorussi sotto la bandiera del comitato. "Non è una questione politica - ha dichiarato -, qui si tratta di rispetto della tregua olimpica demolita dai russi e bielorussi quattro anni fa. Vogliono le bandiera? Facciano tacere le armi".



altro che giochi elettronici c'è la cacia al tesoro il caso di mario corongiu di isili e il suo gruppo

 


 Dopo sette anni il numero di partecipanti alla Caccia al tesoro della Sardegna continua ad aumentare. Oltre mille le persone che si cimenteranno nella settima edizione di un gioco che ormai sembra essere il

più grande dell’isola e che si svolgerà dal 13 al 26 marzo prossimo.A spiegare il motivo di tanto successo è il presidente dell’associazione culturale "Gitaneris” che organizza l’ormai tradizionale appuntamento, Mario Corongiu, ex vigile urbano, 66 anni: «È un gioco che permette di viaggiare in lungo e in largo nell’isola, e di socializzare».

Come è nata?
«Per pura passione. Prima solo a Isili, poi si è diffusa in tutta la Sardegna».

Voglia di socializzare ai tempi dei social?
«Si, le persone desiderano uscire di casa, si ritrovano nei luoghi più disparati, membri di diverse squadre, a cercare lo stesso indizio, talvolta si aiutano».

Sono nate degli amori, delle amicizie?
«Più che amori delle amicizie e ci sono tanti aneddoti legati a questo gioco, come per esempio la cantante Maria Luisa Congiu che ad Oliena ha fatto un selfie con il simbolo della prova posto nella sua officina oppure abbiamo fra i partecipanti la vice comandante dei Vigili del Fuoco di Sassari».

Tensioni fra le squadre da far temere per la buona riuscita della manifestazione?
«Tra loro c’è solo una sana competizione come fra l’altro c’è anche all’interno stesso delle squadre».

Il più giovane e il più vecchio dei partecipanti?«Nella precedente edizione abbiamo avuto l’ultra centenario di Nurallao che partecipava nella squadra della figlia e un bimbo di qualche mese con mamma e babbo».

Un successo?
«Attualmente le squadre iscritte sono tredici ma stiamo aspettando delle nuove iscrizioni visto il grande interesse che ruota attorno al gioco anche da parte di chi non ha mai partecipato e vorrebbe cimentarsi nella gara».

Quanti i paesi coinvolti?

«Abbiamo squadre da tutta la Sardegna, Lodè, Busachi, Bosa, Macomer, Cagliari, Isili, Villanova Tulo, Orroli, Nurri, Nuragus e Torralba, ma stiamo mettendo in contatto tra loro persone di Villagrandre, Oristano, Giba, Guspini perché facciano una squadra variegata».

C’è una quota di iscrizione?

«Sì, viene quantificata di anno in anno, su queste basiamo il montepremi ma quest’anno non abbiamo ancora definito l’importo».

Come nascono le prove?
«Scegliamo un argomento che possa essere comune a tutti i territori della Sardegna, per esempio negli anni passati sono stati il cavallo, i sindaci donna, lo sport, il canto, i santi».

In quanti lavorate all’organizzazione? E cosa vi spinge a continuare?

«Siamo un gruppo ristretto che deve sudare per girare tutta la Sardegna proprio perché partecipa gente di ogni zona, a guidarci è la passione, iniziamo a lavorare da settembre».

Come riuscite a mettere gli indizi nelle zone più disparate? Temete che qualcuno vi segua?
«Ci spostiamo in orari particolari, cerchiamo poi di fare più cose in un giorno solo. Non c’è motivo che i partecipanti ci seguano, c’è onestà da parte delle squadre e poi se un simbolo fosse cancellato la prova verrebbe annullata e nessuno se ne avvantaggerebbe».       

Beniamino Zuncheddu: «Lo Stato mi ha tradito due volte» Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine

   unione   sarda 01 marzo 2026 alle 02:41

Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine. C’erano tutti gli elementi per capire che ero innocente ma sono rimasto in carcere per 33 anni». 




C’è più dolore che rabbia nelle parole di Beniamino Zuncheddu, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana. Ha respirato per un tempo infinito “l’aria ferma” di tre penitenziari, Buoncammino, Badu’e Carros, Uta. Un lunghissimo incubo
che con i suoi sinistri bagliori continua a condizionare la vita da uomo libero.
La vicenda
Assolto dopo il processo di revisione, ma sempre troppo tardi rispetto al gigantesco torto subito. Era stato condannato all’ergastolo per un triplice omicidio, tre allevatori uccisi, nei primi giorni di gennaio del 1991, all’interno di un ovile nelle montagne di Sinnai. Come nel caso del mugnaio dell’opera di Brecht una domanda ha attraversato le sue lunghissime notti in cella: «Ci sarà un giudice a Berlino?». A Potsdam l’imperatore Federico II di Prussia vuole appropriarsi del mulino di un mugnaio per abbatterlo. Si tratta chiaramente di un abuso. Il mulino “rovina” il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci. L'imperatore non esita a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati a cui il mugnaio si rivolge. Con grande tenacia, il mugnaio, proprio a Berlino, riesce a trovare un giudice onesto che riconosce i suoi legittimi diritti. Beniamino Zuncheddu, alla fine ha raggiunto la sua “Berlino” dove ha trovato un giudice, Francesca Nanni, determinante per l’avvio del processo di revisione, e un avvocato molto determinato, Mauro Trogu, che lo ha accompagnato nel difficile percorso verso la libertà, rileggendo le carte e verificando puntualmente la sequenza degli avvenimenti. Provvidenziali, giudice e avvocato.
L’ingiustizia
«Chi non vive quell’esperienza non sa cosa vuol dire l’ingiustizia», ci dice Zuncheddu nella casa di Burcei in cui vive. La sorella Augusta e il cognato Piero Pisu, insieme alla nipote Maria Luigia, lo hanno accolto con calore e affetto. Augusta non l’ha mai perso di vista. Lo ha sostenuto, con il suo costante conforto, nelle pellegrinazioni carcerarie e nei processi, un lungo calvario giudiziario. E oggi anche lei risente delle conseguenze del tormento condiviso con il fratello. «Pensavo di godermi la sua libertà, ma non è stato così. La mia salute ne ha risentito. Speravo andasse diversamente ma voglio andare avanti». Beniamino appare come un reduce da una guerra di cui è stato l’unica vittima. Continua a combattere. Partecipa alla mobilitazione per la proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dal partito Radicale, che punta a garantire una provvisionale a chi alla fine di un processo è stato assolto. Storie come la sua. Esistenze a cui la giustizia, in qualche modo, ha sottratto anni di normalità e negato la possibilità di creare le basi di una famiglia, realizzare progetti, sogni, aspirazioni.
La proposta di legge
Viene previsto un assegno dal momento dell'assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. Sono circa mille ogni anno le ingiuste detenzioni con costi esorbitanti a carico dello Stato. Da alcuni mesi Beniamino Zuncheddu è impegnato nella raccolta delle firme. È il primo ad aver aderito. Lo ha fatto con grande convinzione. «Si tratta di un sussidio per non perdere la speranza, per reinserirsi nella società. Uscendo dal carcere, dopo tanti anni, si rischia di non avere un soldo in tasca per vivere dignitosamente. Quale è il destino di chi non ha niente e magari ha solo debiti come nel mio caso? Ho avuto la fortuna di avere una famiglia in grado di sostenermi. In caso contrario sarei un clochard». Dallo Stato sino a questo punto non ho avuto nulla: «La procedura per il risarcimento è lunga, si protrae dai cinque agli otto anni. Fanno tutto con comodo. Dopo il carcere hai bisogno di una casa, devi mangiare, devi pagare bollette e le bollette vanno pagate immediatamente. Chi deve riscuotere non ti concede tempo. Interviene subito per recuperare le somme che rivendica».
Passato e presente
La sua vita oggi è sospesa tra la voglia di dimenticare il passato e i brutti ricordi che riaffiorano. «Cerco, tra mille difficoltà, di riprendere a vivere ma, se esco con gli amici, non ho dieci euro. Non posso restituire un invito al bar. Avverto un sentimento di dispiacere, di vergogna. È un vero problema. Dipendo dagli altri. Devo chiedere ai miei familiari un aiuto per le piccole spese. La ferita dell’ingiustizia resta per sempre. Non auguro a nessuno quello che ho vissuto. Entrare in quell’inferno da innocente è terribile. Tutta la vita viene scombussolata». Burcei è una comunità generosa. «I compaesani mi conoscono, sono sempre stati convinti della mia innocenza. Mi hanno dato forza nei passaggi più difficili. Un grande sostegno, per questo rinnovo la mia gratitudine per tutto quello che Burcei ha fatto per me». C’è un peso ulteriore in questa nuova vita: «Le mie condizioni di salute sono precarie. Mi ha fatto soffrire una cataratta che durante la detenzione non è stata curata. Poi ho avuto una paresi a un occhio. In carcere non mi hanno curato e ora devo pensare alla mia salute. Cerco di curarmi e tante mie giornate vanno avanti da una visita medica all’altra. Devo sottopormi a un intervento chirurgico. Non sono ancora completamente libero. Anche questa situazione mi riporta all’ingiustizia di cui sono stato vittima. Le patologie di cui soffro sono una conseguenza del carcere».
La speranza
Ci sono tanti slanci che alimentano la speranza di poter indirizzare la sua vita in modo totalmente nuovo. «Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo»: nelle parole di Seneca la quintessenza della filosofia stoica. Beniamino non si abbandona alla sfiducia e alla rassegnazione. A 62 anni coltiva un grande desiderio. «Prima di tutto riprendere forze ed energia. Voglio stare bene. Poi si vedrà. Ora non posso realizzare niente. Non voglio illudermi, devo essere realista. Mi hanno tolto 33 anni della mia vita e ora mi lasciano solo, senza garantirmi nulla. Resto in attesa che lo Stato si faccia vivo».       

VALENTINA TOMIROTTI DENUNCIA L’IA CHE CANCELLA LA DISABILITÀ: “LA MIA IMMAGINE NON È UN ERRORE DA CORREGGERE”

Valentina Tomirotti, foto  a  sinistra  giornalista e attivista del mondo disability, racconta un episodio che apre
interrogativi profondi sul rapporto tra tecnologia, inclusione e rappresentazione dei corpi. Dopo aver caricato una propria fotografia su un’app diventata virale sui social, incuriosita dalla promessa di migliorare immagini vecchie o sfocate, ha ottenuto un risultato che definisce “agghiacciante”. L’intelligenza artificiale non si è limitata a ottimizzare la qualità della foto: ha cancellato completamente la sua disabilità fisica e motoria, eliminando la carrozzina e modificando la sua conformazione corporea. Nelle immagini generate, il suo corpo è stato “normalizzato”, reso filiforme, privo di quei tratti che fanno parte della sua identità. Secondo Tomirotti, non si tratta di un semplice errore tecnico ma di un segnale più ampio. L’algoritmo, addestrato su milioni di immagini provenienti dal web, tende a riprodurre e rafforzare standard di bellezza stereotipati, spesso escludendo o invisibilizzando la disabilità. Un meccanismo che rischia di alimentare modelli culturali pericolosi, dove ciò che esce dalla norma viene corretto o cancellato. La giornalista sottolinea come il problema si sviluppi su due livelli. Da un lato quello personale: per chi fatica ad accettare la propria immagine o vive una percezione distorta di sé, vedere una versione “aggiustata” e normalizzata può avere effetti devastanti sull’autostima. Dall’altro quello sociale: la disabilità è ancora poco raccontata e spesso marginalizzata nello spazio pubblico, e un’intelligenza artificiale che elimina sedie a rotelle o modifica i corpi contribuisce a rafforzare questa invisibilità. Tomirotti evidenzia come gli algoritmi riflettano inevitabilmente l’immaginario collettivo da cui sono stati alimentati. Se i database sono composti prevalentemente da immagini che privilegiano corpi conformi a determinati canoni estetici, il risultato sarà una tecnologia che replica quegli stessi pregiudizi. La sua denuncia non è una battaglia contro l’innovazione tecnologica, ma un invito a interrogarsi sulla direzione che si sta prendendo. “Io non ho bisogno di essere ritoccata per esistere. La mia immagine reale non è un errore”, afferma, sollevando una domanda più ampia: che tipo di società stiamo costruendo se la diversità viene percepita come qualcosa da correggere? L’ALGORITMO E LO SGUARDO: LA SFIDA DELL’INCLUSIONE NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE La vicenda raccontata da Valentina Tomirotti non riguarda soltanto una fotografia modificata. È lo specchio di una tensione culturale che attraversa il nostro tempo: il conflitto tra progresso tecnologico e rappresentazione autentica della realtà. L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come neutrale, oggettiva, capace di analizzare dati senza pregiudizi. Eppure ogni algoritmo nasce da scelte umane: dai dataset selezionati, dai parametri impostati, dalle priorità stabilite in fase di progettazione. Se l’immaginario dominante è costruito su standard ristretti di bellezza e normalità, la tecnologia non farà che amplificarli. Il rischio non è soltanto estetico. Quando un sistema “aggiusta” un corpo disabile, il messaggio implicito è che quel corpo sia un errore, una deviazione da correggere. È una forma sottile ma potente di esclusione, che può incidere sulla percezione individuale e collettiva della diversità. In una società che fatica ancora a rappresentare pienamente la pluralità dei corpi e delle esperienze, l’IA diventa un moltiplicatore di ciò che già esiste. Se la disabilità è poco visibile nei media, negli spazi pubblici e nelle narrazioni dominanti, rischia di esserlo ancora meno nei mondi digitali generati dagli algoritmi. La questione sollevata da Tomirotti invita a una riflessione più ampia: l’innovazione non può essere separata dall’etica. Investire risorse nello sviluppo tecnologico significa anche interrogarsi su inclusione, rappresentazione e responsabilità sociale. Non basta rendere le immagini più nitide o più “belle”; occorre chiedersi quali corpi e quali storie stiamo scegliendo di mostrare. Forse la vera rivoluzione non sta nel perfezionare i volti nelle fotografie, ma nel cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà. Accettare la diversità non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Perché un algoritmo può riflettere i pregiudizi di una società, ma può anche diventare uno strumento di trasformazione. Dipende dalle scelte che compiamo oggi, dal coraggio di includere, dalla volontà di costruire un futuro in cui nessuno debba essere “corretto” per essere riconosciuto.

L'umiliazione di un uomo che perde contro una donna? . la risposta del maestro d'arti marziali alla madre di un allievo che protestava perché sconfitto da una donna

    non capisco  dove stia  l'umiliazione   vuol dire  che  quell'avversario  è  stato più forte  di te .    ha 
ragione    il  maestro  

  fonte  originale   Ihaveavoice

  da Eleonora Zaupa  

L'umiliazione di un uomo che perde contro una donna.Un istruttore di arti marziali di Roma, dopo che un suo allievo maschio ha perso contro una ragazza, si è visto arrivare la madre del ragazzo che si è lamentata dicendogli: "Voi istruttori non dovreste mettere i maschi contro le femmine perché se poi perdono l'umiliazione è troppo grande".Lui le ha risposto la risposta più epica che si potesse immaginare: "Signora, se l'umiliazione è troppo grande è proprio perché per secoli li abbiamo convinti che le donne sono inferiori. Facciamoli combattere con le ragazze, lasciamo che perdano, e vedrà che nel giro di qualche generazione smetterà di essere umiliante."Quanta verità in queste parole e quanta speranza ci dà che esistano uomini che non solo lo hanno capito, ma che supportino la parità in questo modo.E a tutte le donne dico: non abbiate paura di fare sport considerati maschili, di sapervi difendere, di essere forti e muscolose. No, non siete meno femminili, siete semplicemente esseri umani dotate di un corpo funzionante che il patriarcato ha sempre voluto svilire, sminuire, controllare, imprigionare proprio perché ne ha enormemente paura.

28.2.26

ecco perchè guardo e guarderò continuando con quelle paraolimpiche le olimpiadi . anched se sono un business ed un circo ci danno lezioni e ci regalano emozioni

ecco   come  dicevo  nel titolo    perchè  guarderò anche  le paraolimpiadi   .In attessa  d'esse   un nuovo sunto con  aggiunte  a quanto   ho riportato   nei  post  precedenti       su queste olimpiadi  invernali  

 


1. L’importanza di ammirare altre donne. In piedi Federica Brignone, vincitrice stellare dalla seconda medaglia d’oro, nel gigante. Ai suoi piedi le seconde a pari merito: Sara Hector, svedese, Thea Louise Stjernesund, norvegese, che si inchinano a lei in segno di omaggio. Come diciamo sempre “Ammirare altre donne è un fattore determinante per essere sé nel mondo”.
2. Fermarsi non è sempre arrendersi. Alysa Liu ha vinto la medaglia d’oro nel pattinaggio di figura. Lei pattina fin da piccola. Raggiunge grandi risultati. Poi, a 16 anni, si ritira. È il 9 aprile 2022. Sente che non è la vita che desidera, che sono gli altri a decidere per lei. Quattro anni dopo torna. Stavolta perché lo vuole davvero. La gioia conta. Fermarsi a volte non significa arrendersi. Ma prendere la rincorsa.
3. Riscrivere l’età dell’eccellenza. A 35 anni e sull’orlo del ritiro, la pattinatrice di velocità Francesca Lollobrigida ha realizzato la prestazione della sua carriera: vincendo due medaglie d’oro olimpiche. In una cultura ossessionata dal successo precoce, ha dimostrato che la maestria si approfondisce con il tempo e che l’età dell’eccellenza sportiva di può riscrivere.
4. La forza di provare strade nuove. Prima di diventare campionessa olimpica, Erin Jackson era una pattinatrice d’élite senza alcuna esperienza sul ghiaccio. Ha cambiato disciplina ed è arrivata ai vertici di uno sport completamente nuovo. La capacità di trasferire le competenze, adattarsi rapidamente e ricominciare è un talento.
5. Vincere è aprire la strada. Tallulah Proulx è diventata la prima filippina a competere alle Olimpiadi invernali, rappresentando un Paese senza tradizione negli sport invernali. Il suo successo va oltre i risultati: amplia ciò che gli altri credono possibile. La leadership non significa sempre vincere; a volte significa aprire la strada.




6. Dissentire ridendo. Eileen Gu, la più titolata campionessa di freestyle, che scoppia a ridere dopo che un giornalista le chiede se, avendo vinto l’argento, non sente di aver perso l’oro. ‘La tua prospettiva è ridicola, ma grazie lo stesso’. Non bisogna accettare tutte le domande. E si può farlo ridendo. 
7. Declinare un invito (sebbene importante) se chi ti invita ti manca di rispetto. Hanno vinto l’oro alle Olimpiadi di Milano Cortina. Sono le ragazze della squadra di hockey degli Stati Uniti. E non si sono recate alla Casa Bianca per partecipare ai festeggiamenti in corso. Il “no grazie” arriva dopo l’ennesima battuta misogina di Trump,“A causa dei tempi e degli impegni accademici e professionali già programmati dopo i Giochi, le atlete non sono in grado di partecipare”. 
 8. Non avere paura di essere chi sei. Amber Glenn, una delle poche atlete dichiaratamente LGBT nel pattinaggio artistico, ha dimostrato che l’identità è un punto di forza da possedere. Più sei autentica, più potente diventa la tua presenza. 
9. L’unico rimpianto è non provarci. Dopo anni di lontananza dalle competizioni, Lindsey Vonn torna sulle piste nonostante infortuni, battute d’arresto e rischi. E vince. Poi, cade di nuovo. Si fa male. Dall’ospedale scrive: “La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci”. 
10. Le prime che festeggiano l’ultima. Regina Martinez Lorenzo, prima atleta messicana nello sci di fondo, ha finito la sua gara con oltre undici minuti di scarto dalla prima, la svedese Frida Karlsson. Che, magnifica, la aspetta all’arrivo con Ebba Andersson e Jessica Diggins. E poi l’abbraccio. “Vederle lì è stato meraviglioso”

diario di bordo n 159 anno IV come siamo ridotti ? ai servizi sociali per aver partecipato ad una manifestazione pacifica ., festival di san remo ., disabili e pietismo parte II

DI COSA STIAMO PARLANDO

Firenze, studentessa segnalata ai servizi sociali dopo una manifestazione: proteste e solidarietà - gonews.it


 Stefano Massini racconta la storia ( citata nell'url ) gravissima della ragazza diciassettenne che è stata deferita ai servizi sociali per essere scesa in piazza a manifestare in difesa di alcuni lavoratori picchiati durante uno sciopero. E una domanda sorge spontanea: che paese siamo diventati?




FESTIVAL DI SAN REMO

sono  anni   , da quando  sono morti  i mei  nonni     allora  e   ora  consuetudine  familiare  ,  che  non seguo  assiduamente  l festival di  san  remo  , ma  lo seguo  facendo zapping   o  scegliendo  le    canzoni  in base  ai testi che leggo  prima  .  Ma  quest'anno  per  motivi  di salute  miei e  familiari  e  per le critiche  di  Scanzi ed  in particolare  Lorenzo  tosa  mi  danno    ragione  




Tosa ha ragione quando dice :<< Nelle ultime 24 ore è andato in scena l’intero repertorio del Sanremo secondo il vangelo di Carloconti - scritto per esteso. Una centrifuga confusa e un po’ parac*** di banalità assortite, disimpegno, terzismo democristiano, terrore assoluto di prendere qualcosa che assomigli anche vagamente a una posizione, e che finisce involontariamente per fargliela prendere, una posizione: puntualmente la più pavida, comoda, annacquata. >>Infatti Ho visto la 2 giornata solo per non sordirmi le ..... propagandistiche del Si al referendum dalla Gruber e quella d'ieri dedicata allae cover . che ancora , un barlume di consuetudine ancora sopravvive , guardo interamente .
 
 DISABILI E  PIETISMO  

 Il mi precedente post su : il pietismo e i disabili : << Pietismo e riscatto  delle persone disabili >> ha creato una discussione Interessante  sulla  bacheca  (  VEDERE  POST  PRECEDENTE   )   di  Mariarosaria Canzano

  eccola  

Giuseppe Scano carissima Morena Manfreda e spett Mariarosaria Canzano avete ragione . ma come fare a non considerare "speciali " quelle persone , in particolare gli atleti paraolimpici che con un forte handicap e disabilità n riescono a abbattersi e cadere nel vittimismo e auto commiserazione riscattndosi e a donarci grandi emozioni
Mariarosaria Canzano carissimo Giuseppe speciali sono le pizze…. Quelle di tutti i gusti di tutte le tipologie e di tutte le grandezze. Le persone con disabilità sono persone con deficit riconosciuti e non hanno nulla di speciale: quando cercate di edulcorare la disabilità, non fate altro che accrescere in noi genitori quello stato di ansia che ci accompagna nel quotidiano.!
Giuseppe Scano Mariarosaria Canzano secondo te trasformare il deficit in forza anziché piangersi addosso o fare del vittimismo non è speciale ? Secondo me si
Mariarosaria Canzano Giuseppe Scano no speciali sono le pizze… i nostri figli sono persone con bisogni speciali la cosa è un po’ diversa!! mi creda alcune situazioni bisogna viverle per capire di cosa stiamo parlando
Giuseppe Scano Mariarosaria Canzano capisco

Un tema complesso in cui    chi   non ha  figli\e   o  genitori  disabili    con handicap      considera  speciali    tali persone  . Mentre  per i  genitori   o  gli stessi disabili    non lo   è     sono  persone con bisogni speciali . Secondo me entrambe ne cose 

«Da bidello a prof nello stesso liceo Che emozione ritrovarmi in cattedra» Bologna, il 30enne ora insegna Latino e Greco., Thomas, Guenda e la cura genica «Un raffreddore poteva ucciderci oggi viviamo come tutti i ragazzi»

 

«Da bidello a prof nello stesso liceo Che emozione ritrovarmi in cattedra»

Bologna, il 30enne ora insegna Latino e Greco. «Ero in graduatoria, ho atteso due anni»
Insegnante Francesco Morleo, 30 anni, è nato a Erchie, nel Brindisino. Ha studiato a Bologna, dove per i prossimi 3 mesi insegnerà Greco e Latino come supplente al liceo Minghetti

Il futuro l’ha sempre visto nella scuola, nonostante le difficoltà (messe in conto) di una vita da precario: anni di studi universitari classici, concorsi, tentativi di percorsi abilitanti all’insegnamento, graduatorie, idoneità, messe a disposizione. E pur di rimanere nell’ambiente, di fare esperienza e di entrare in qualche modo in contatto con i ragazzi, ha scelto di iniziare intanto come collaboratore scolastico, quello che un tempo si chiamava bidello. È in questa veste che da settembre Francesco Morleo, 31 anni ancora da compiere e originario di Erchie, nel Brindisino, è arrivato al liceo classico Minghetti di Bologna; poi, all’inizio di questa settimana, una notizia ormai impensabile a questo punto dell’anno: lo scorrimento in graduatoria e la supplenza in greco e latino,

I nclasse  Mi sono agitato più nella preparazione della prima lezione che una volta in aula davanti agli alunni

all’interno dello stesso liceo, di una delle storiche docenti della scuola, in distaccamento per la vincita di un bando dell’università di Bologna per un incarico a termine.

Professor Morleo, si sarebbe mai aspettato una cattedra a tre mesi e poco più dalla fine dell’anno?

«È successo tutto in così pochi giorni che è stato difficile elaborare la notizia, anche emotivamente, ma non si può di certo nascondere la tanta emozione. E nemmeno la curiosità per quello che sarà a tutti gli effetti il primo incarico, che aspettavo da quasi tre anni».

Cosa ha provato a entrare la prima volta in classe, in veste di professore e non più di collaboratore scolastico?

«Sono stato quasi più agitato nella preparazione della prima lezione che poi una volta in classe. Con gli studenti mi sono semplicemente aperto, anche umanamente, abbiamo fatto un giro di presentazioni e abbiamo ripreso con Cicerone. È stata una bella soddisfazione. Ora insegnerò in una prima e in due seconde liceo».

Ci saranno poi anche i normali timori di classi proprie, di colleghi già conosciuti ma in un rapporto diverso, nonché nella relazione con le famiglie.

«Certo, credo sia parte del gioco. Ho notato per ora molta disponibilità da parte dei colleghi, che già mi conoscevano. È una situazione peculiare, strana, che mette anche un po’ in luce le storture del sistema scuola».

Ecco, a proposito, è sempre più difficile districarsi tra concorsi e graduatorie e il posto di ruolo resta quasi un miraggio.

«Vero. Dopo la laurea ho partecipato al concorso Pnrr 1, dove sono risultato idoneo ma non vincitore. Ho poi provato i percorsi abilitanti — ormai fondamentali, per non dire obbligatori, sia per sperare di farcela prima o poi sia per passare in prima fascia — ma molto costosi. Negli anni sono poi cambiate tante volte le regole e le procedure: anche per questo, a un certo punto, ho optato per il collaboratore scolastico. Non è facile entrare nel mondo della scuola ed è difficile vedere un futuro stabile: ho l’impressione che stia diventando sempre più escludente e accessibile solo a chi può permettersi un elevato investimento economico, non a chi è davvero meritevole. E anche il sistema di punteggio delle graduatorie ha dei controsensi: spesso faccio il paragone con i locali che cercano camerieri con esperienza, ma se non ci sono opportunità, sarà impossibile iniziare e andare avanti. Per fortuna ora maturerò un po’ di punteggio».

Il mondo della scuola A causa dei costosi percorsi abilitanti ormai è accessibile più a chi ha soldi che a chi ha merito

Cosa le piacerebbe lasciare ai suoi studenti?

«Ci tengo a essere all’altezza e a trasmettere loro qualcosa di positivo, soprattutto la mia passione per i classici. Mi piacerebbe potessero ricordarlo come un periodo di ricchezza, di crescita».

E il futuro?

«Intanto arriverò alla fine dell’anno scolastico. Non è da escludere che l’anno prossimo sia di nuovo collaboratore scolastico. Concorsi e percorsi abilitanti attuali fanno fatica a dare una prospettiva a chi inizia il percorso e a chi vorrebbe provarci».


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Thomas, Guenda e la cura genica «Un raffreddore poteva ucciderci oggi viviamo come tutti i ragazzi»
  • Corriere della Sera
  • Carlotta Lombardo
  • Felici Thomas e Guenda, 18 e 14 anni, con i loro genitori oggi e quando erano più piccoli

    «Come sto? Come ogni altro ragazzo della mia età, quindi bene! Prima mi ammalavo sempre, dovevo stare chiuso in casa e ogni settimana fare le punture sapendo che, prima o poi, potevano smettere di funzionare. La terapia genica ha salvato la mia vita ma anche quella di mia sorella, malata come me di Ada-scid. Ora andiamo a scuola e facciamo sport. Io vado in palestra e a calcio e Guenda a equitazione e possiamo frequentare gli amici senza aver paura di prenderci qualcosa».

    Un mondo «normale e bellissimo» che a Thomas, 18 anni, e alla sorellina Guenda, 14, è stato restituito da una cura innovativa nata nel 2016 dalla ricerca Telethon nell’istituto San Raffaele-tiget di Milano dove, a oggi, sono stati curati 51 bambini da tutto il mondo affetti da questa rarissima forma di immunodeficienza e che, in Italia, colpisce un bambino su 375mila rendendoli talmente fragili da poter essere uccisi da un semplice raffreddore, o una banale infezione.

    Strimvelis, questo il nome della terapia genica per i «bambini bolla», dal 2023 è prodotta e distribuita nell’unione Europea da Fondazione Telethon: per scongiurarne il ritiro dal mercato e continuare a garantirne la continuità di accesso ai pazienti. Una cura sicura e gratuita (è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale), la cui efficacia è stata confermata ieri, alla vigilia della Giornata delle Malattie Rare e a dieci anni dalla sua prima approvazione, dall’agenzia Europea per i Medicinali. «Alcuni pazienti hanno accesso al trapianto da donatore sano, compatibile, ma quando questo non c’è la terapia genica può essere un’opzione terapeutica valida. L’ema non solo ha ribadito il rapporto beneficio-rischio favorevole di questa cura, ma ha raccomandato il rinnovo dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco con validità illimitata — spiega Alessandro Aiuti, vicedirettore dell’istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica (Sr-tiget) —. Gli studi dimostrano che nei pazienti trattati con Strimvelis la sopravvivenza è al 100% e che continuano ad avere un sistema immunitario in grado di difenderli dalle infezioni».

    Una sola infusione per correggere il difetto del sangue, permettendo ai «bambini bolla», costretti al chiuso di una stanza, di riprendere gioco, scuola, sport. Come è successo a Thomas e Guenda.

    «Thomas fino ai tre anni non aveva sintomi ma con l’asilo ha cominciato ad ammalarsi di continuo — ricorda la mamma, Elisa Cannizzaro, che vive con il papà dei ragazzi non lontano da Roma, a Castelnuovo di Porto —. Mi ero illusa che non fosse niente di grave ma dopo l’ennesima crisi e il ricovero all’umberto I è arrivata la diagnosi». Un giorno che Elisa non dimenticherà mai. «Era un lunedì mattina. Thommy aveva sei anni, Guenda 10 giorni. Ad accoglierci, in ospedale, sei medici, tutti insieme. Ho capito subito che era una cosa seria. Dopo poco è arrivata la seconda botta con Guenda».

    Trattandosi di una malattia genetica ereditaria i medici effettuano infatti i test per l’ada-scid alla piccola, confermando anche per lei la malattia. «Per il trapianto di midollo non eravamo compatibili e per tanti anni i nostri figli hanno ricevuto la terapia enzimatica sostitutiva. Inizialmente in ospedale — sei ore di flebo due volte alla settimana — poi a casa con una iniezione settimanale. Poi, finalmente, la salvezza. Telethon ci ha ridato un futuro e il calore di una seconda famiglia».

      

    stavo chiudendo tale post    quando  ho  letto     qu,es articolo  su  il  fatto    quodiano d'oggi 


    Malattie rare Con lo screening neonatale si salvano molte vite

    Un ospedale pediatrico
    Controllo alla nascita

    Caro direttore

    nella Giornata mondiale delle malattie rare, che si svolge il 28 febbraio, vorrei parlarvi delle leucodistrofie. Queste sono un gruppo di malattie genetiche neurodegenerative rarissime che colpiscono principalmente i bambini. Esse causano una progressiva distruzione della mielina, la sostanza protettiva che circonda i nervi, portando a una rapida perdita delle funzioni motorie e sensoriali, spesso con conseguenze fatali in assenza di trattamenti precoci.

    Una malattia rara rimane tale finché non colpisce tuo figlio, mio figlio Davide è stato un malato di leucodistrofia e ora non c'è più. Per questo motivo sono entrata in questo mondo, un mondo a parte.

    Per due forme particolarmente gravi di leucodistrofia, la Ald e la Mld, esiste ormai una terapia genica che funziona solo quando il bambino non presenta ancora i sintomi.

    Quando esiste una cura, non effettuare lo screening equivale a perdere volontariamente l'occasione di salvare una vita. Lo screening neonatale, quindi, salva le vite dei bambini.

    In Europa il ritardo nella diagnosi è preoccupante.

    In Italia lo screening neonatale per la Mld è attivo solo in tre regioni: Lombardia, Toscana, Puglia. La speranza di vita e di salute non può essere legata alla geografia, alla fortuna di nascere nella regione giusta. Chiedo con forza che lo screening sia esteso a tutto il territorio nazionale.

    Vi ringrazio per l'attenzione e vi chiedo di sostenere me e la nostra associazione, Ela Italia, in questa battaglia di umanità. Salviamo vite.

    faccio cose, vedo tv , e serie tv. Porto Bello di Marco Bellocchio e Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight

    Lo so che  m'ero   imposto    dal lontano  1994  ,   dopo aver letto  un intervista pubblicata  postuma , mi pare  fosse panorama o  l...