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27.8.25

A 92 anni corre come una ventenne: il caso straordinario di Emma Mazzenga atleta dei record a 92 anni: «Sveglia alle 5 e vino tutti i giorni. Mi studiano, ho l'ossigenazione di una ventenne»

  fonti   Corriere.it  del 27\8\2025

Emma Mazzenga, atleta dei record a 92 anni: «Sveglia alle 5 e vino tutti i giorni. Mi studiano, ho l'ossigenazione di una ventenne»

di Alice D'Este

La padovana detiene il record del mondo nei 200 metri per over 90 e ha vinto 11 titoli mondiali: «Un consiglio? Non restare mai dentro casa un giorno intero»

nonna velocista

Il cellulare squilla. Lei, che è in vacanza in montagna, non poteva essere altrove: su un sentiero in salita, direzione rifugio. Col respiro incredibilmente regolare avvisa: «Sentiamoci più tardi». Emma Mazzenga, padovana di 92 anni, è campionessa di atletica e detiene 11 titoli mondiali (ma anche 31 europei e 115 italiani). Corre praticamente da sempre. O meglio, l’ha fatto quando era giovane e poi si è fermata per riprendere a livello agonistico quando di anni ne aveva già 53. Oggi ha un fisico a tal punto invidiabile da essere diventato oggetto di studio di diverse università (la Marquette University di Milwaukee e l’Università di Pavia). «Mi hanno detto che ho i muscoli di una settantenne e l’ossigenazione cellulare di una ventenne — scherza lei — mi sembra incredibile. Una cosa è certa: io ferma non ci sono stata mai».

Ci racconta la sua giornata tipo?
«Ho sempre dormito poco. Quando andavo a scuola (ha insegnato scienze al liceo scientifico, ndr) preparavo le lezioni dalle 5 alle 7 di mattina. E anche oggi, alle cinque, mi faccio il caffè, poi torno a letto a leggere. Faccio colazione alle otto, con un panino al prosciutto. Poi esco».

Dove va?
«A fare la spesa al mercato oppure faccio un po’ di pulizie. Dopo pranzo mi riposo un paio d’ore leggendo e poi esco nuovamente per andare al cinema, al gruppo lettura, per incontrarmi con le amiche o per allenarmi. La sera guardo la televisione, vado a letto verso le 23».

Cosa si mangia per restare così in forma fino a 92 anni?
«Un po’ di tutto. Adesso che sono anziana limito le porzioni. A pranzo mi preparo 30 o 40 grammi di pasta o riso, cui aggiungo un secondo e la verdura cotta. Alterno carne e pesce. La sera invece mi basta un po’ di verdura e un pezzetto di formaggio. Ah, ogni giorno bevo mezzo bicchiere di vino rosso a pranzo e mezzo a cena. E ogni tanto mi faccio qualche ricetta veneta».

Si muove a piedi?
«Sì, quasi sempre. Ma è sempre stato così. Anche oggi adopero l’auto solo due volte a settimana per andare ad allenarmi. La mia vita non è mai stata sedentaria. Con mio marito che era istruttore di roccia d’estate andavamo in montagna, d’inverno a sciare. Perfino durante il Covid correvo nel corridoio di casa mia. Dopo un’ora di allenamento, quando mi faccio la doccia, mi sento benissimo».

E quando piove?
«Non si può usare il meteo come scusa. Ci vuole volontà. Anch’io, a volte, rimarrei seduta sul sofà, ma so che se esco poi mi sentirò benissimo».

E poi vince pure i titoli mondiali.
«Sì, ma diciamocelo, ora ho poche concorrenti (sorride). A gennaio 2024 ho stabilito un nuovo record mondiale nei 200 metri per la categoria W90 (over 90 anni) e a giugno dello stesso anno ho abbassato di oltre un secondo il tempo. Vorrei dirlo a tutti: non è mai troppo tardi!».

Per allenarsi?
«Non solo. Non siamo tutti atleti. Intendo dire che non è mai troppo tardi per la socialità e il movimento. Io sono rimasta vedova a 55 anni, la corsa mi ha aiutato moltissimo. È una questione chimica, sono le endorfine. Ma è anche legato al benessere che ti dà stare con gli altri».

Se dovesse dare un’indicazione per l’elisir di lunga vita?
«Alzarsi dal divano. Non rimanere mai a casa un giorno intero. Stare chiusi tra quattro mura porta tristezza, depressione e non aiuta né la mente né il corpo».

  e    tgcom24  tramite msn.it




A 92 anni non trascorre le giornate sul divano o al telefono con i figli, ma correndo in pista e allenandosi con costanza. Emma Mazzenga non è la nonna che ci si aspetta. Padovana, ex insegnante di chimica, è oggi una leggenda dell’atletica master: vanta 11 titoli mondiali, 31 europei e ben 115 titoli italiani. Il suo spirito competitivo e la sua forma fisica eccezionale hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale. Un team di ricercatori italiani e statunitensi sta conducendo studi approfonditi sul suo corpo: muscoli, nervi e mitocondri vengono analizzati per comprendere come sia possibile mantenere prestazioni atletiche simili in età così avanzata.
Record e prestazioni da primato La carriera sportiva di Emma è iniziata tardi. Dopo una giovinezza
dedicata allo studio e alla famiglia, ha ripreso a correre con serietà solo dopo i 50 anni. E da allora non si è più fermata. Attualmente detiene quattro record mondiali di categoria e ha recentemente battuto due volte il primato dei 200 metri. “Il segreto è non fermarsi mai” dichiara la nonna dei record.
Secondo uno studio citato dal Washington Post, le sue fibre muscolari sono comparabili a quelle di una settantenne in salute, mentre la sua ossigenazione muscolare è simile a quella di una ventenne. In particolare, la funzione mitocondriale - ovvero la capacità delle cellule di produrre energia - risulta straordinariamente ben conservata.
Il segreto? Mai smettere di muoversi Emma ha sempre creduto nel potere rigenerante dello sport. Nonostante gli impegni familiari e professionali, ha mantenuto un legame costante con l’attività fisica. Oggi si allena regolarmente e invita tutti, soprattutto gli anziani, a non rinunciare mai al movimento, anche nei limiti delle proprie capacità. "Non serve essere atleti agonisti. Basta evitare di restare fermi tutto il giorno chiusi in casa” afferma con semplicità.
Un caso da manuale per la scienza La sua alimentazione è equilibrata ma semplice: pasta, riso, pesce, carne e mezzo bicchiere di vino fanno parte della sua dieta quotidiana. A ciò aggiunge controlli medici regolari e una grande attenzione al proprio benessere interiore, alimentato dal piacere di fare sport. Tra i ricercatori che stanno studiando il "caso Mazzenga" c’è anche Chris Sundberg, coinvolto in una ricerca sul rallentamento dell’invecchiamento muscolare. Secondo lui, Emma rappresenta un esempio raro in cui la comunicazione tra cervello, nervi e muscoli si mantiene attiva e sana, a differenza di quanto avviene normalmente nella popolazione over 90. Anche Marta Colosio, ricercatrice alla Marquette University, si dice sbalordita: “Non ho mai visto nulla di simile. Sta invecchiando, certo, ma riesce a compiere azioni che per altri, alla sua età, sono impossibili”.
Il 3 agosto Emma ha festeggiato il suo 92° compleanno. Ma non ha alcuna intenzione di rallentare. Dopo la prossima gara, in programma a ottobre, sarà nuovamente sottoposta ad analisi da parte degli studiosi dell’Università di Padova e di altri enti statunitensi. Il suo messaggio è chiaro e potente: “Vivo alla giornata, ma mi diverto ancora”.

«Agli ebrei ritirate l’amicizia su Facebook, facciamoli sentire soli», il consiglio del prof Luca Nivarra dell’Università di Palermo. Scoppia la polemica

Leggo su   open ( qui  l'articolo    completo   ) che



Con un post su Facebook, il professor Luca Nivarra  ( foto a  sinistra  )  , docente della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, ha suggerito di «togliere l’amicizia su Facebook» agli amici ebrei, «anche quelli buoni», per opporsi a quello che chiama «l’Olocausto palestinese». La sua “proposta” sul conflitto di Gaza ha scatenato l’indignazione del rettore del suo ateneo. E la condanna anche della ministra dell’Università e la Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha definito le parole di Nivarra «offensive». E lo stesso docente ha poi replicato a chi lo ha accusato di antisemitismo. Nel suo post, Nivarra non ha usato mezzi termini: «Non voglio intromettermi in questioni che non mi riguardano direttamente ma, avendo a disposizione pochissimi strumenti per opporci all’Olocausto palestinese, un segnale, per quanto modesto, potrebbe consistere nel ritirare l’amicizia su Fb ai vostri “amici” ebrei, anche a quelli “buoni”, che si dichiarano disgustati da quello che sta facendo il governo di Israele e le IdF». Il docente ha rincarato la dose: «Mentono e con la loro menzogna contribuiscono a coprire l’orrore: è una piccola, piccolissima cosa ma cominciamo a farli sentire soli, faccia a faccia con la mostruosità di cui sono complici».




 Lo so,come ho  replicato     tempo  fa    suqueste  pagine     dell'errore che  feci    con  una battuta    dove si confondeva  antisemitismo  con antisionismo ,  che  il  confine     tra  i  due  termini  è   soprattutto in situazione   come questa  labissimo   . Ma    Questo   post    è atisemitismo puro . Infatti    come   dice  su quest articolo   di   https://www.huffingtonpost.it/  il  commento  di   


Andrea__gdSXfrt
16 ore fa


Ecco, questa è follia pura. Un discorso è addossare all'elettorato Israeliano (paese peraltro composto anche di non ebrei per almeno il 25%) la responsabilità di aver eletto e di sostenere il macellaio Netanyahu.Altro discorso è prendersela con "gli ebrei" in generale, la maggior parte dei quali non è nemmeno cittadino israeliano e quindi non ha responsabilità in quel che succede.La prima è una legittima posizione politica, sebbene magari discutibile... la seconda è lurido e vergognoso antisemitismo, ne più ne meno.Ciò detto, vista la quantità di "brava gente" che sui social ti toglie amicizia perché la dai a un albanese, la cosa non mi meraviglia proprio... purtroppo siamo quella roba lì, e il mito dell'Italia non razzista, ammesso che sia mai stato più di un mito, è comunque morto da un pezzo


 Come dice l'articlo di H ( vedi  url nelle righe sopra ) :  ‹‹ L’idea che una persona di tradizione ebraica, appartenente a una famiglia ebraica, di religione ebraica, per questo possa essere esclusa dal novero dei propri “simili” è la stessa idea che nel 1938 ispirò in Italia le leggi razziali »  .  Giustamente    non si è  fatta  attendere   la reazione   di Massimo Midiri, rettore dell’Università di Palermo, che ha bollato  sempre  su Open  l’iniziativa come «culturalmente pericolosa e lontana dai principi del nostro ateneo ». «Prendo le distanze da quanto dichiarato dal professore Luca Nivarra», ha dichiarato Midiri. «La sua è una proposta che rischierebbe di alimentare le stesse dinamiche che afferma di voler contrastare. Su temi complessi come il conflitto in Medio Oriente, la strada da percorrere deve essere quella del dialogo e del confronto critico, non dell’isolamento e di ciò che si avvicina a una censura ideologica».
La posizione dell’Università di Palermo sul conflitto a Gaza . Il rettore ha ricordato come l’università abbia già preso posizione sulla questione mediorientale: « Nel corso del 2024, e confermato anche nel 2025, il Senato e il Cda del nostro Ateneo hanno approvato diverse mozioni sul conflitto in Palestina, condannando sia il brutale e insensato attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, sia la successiva azione militare di Israele a Gaza». Midiri ha ribadito la linea dell’istituzione: « L’ateneo ha condannato e condanna con fermezza le atrocità commesse dal governo israeliano in Palestina, ribadendo la più decisa opposizione e la più aspra denuncia contro la prosecuzione di un conflitto che continua a ledere i diritti umani e a colpire programmaticamente un’intera popolazione ». Tuttavia, ha concluso, «l’appello del professore Nivarra rappresenta un’iniziativa personale culturalmente pericolosa e lontana dai principi del nostro ateneo ».


Giuste ache se faziose e un po' ipocrite e propagandistiche  le dichiarazioni ( qui  sul  suo   x \ twitter   il post completo ) del Ministro\a Il ministro dell’Università Anna Maria Bernini


Le  dichiarazioni del professore Nivarra non offendono solo il popolo ebraico ma tutti coloro che si riconoscono nei valori del rispetto e della convivenza civile – ha detto Bernini – Le parole del rettore Midiri rappresentano una presa di distanza netta e doverosa da affermazioni inaccettabili, rendendo onore all’intera comunità accademica palermitana. I conflitti si superano con il dialogo, non con l’isolamento, ed è solo attraverso questa via che si può costruire un autentico percorso di pace, obiettivo al quale l’Italia e la comunità internazionale continuano a dedicare il proprio impegno».
 Cosi   pure  alla  stessa  maniera   la  replica   del   docente che   è  come  un arrampicarsi sugli specchi   .  Infatti  sempre  secondo Open  dopo le prime polemiche e le accuse di antisemitismo, il prof. Nivarra ha scritto ancora altri post. Nell’ultimo parla proprio a chi lo ha insultato:

 «Mi rivolgo a chi, intervenendo sulla mia pagina, mi ha coperto di insulti e minacce, di cui, sinceramente, mi curo assai poco, anzi nulla. Potete continuare a sbraitare e a ricorrere ad un vocabolario da adolescenti a corto di fantasia; potete darmi dell”antisemita quando io non lo sono affatto. Ma una cosa è certa: che tra me e gli artefici di questi orrori c’è una distanza insuperabile; mentre per voi, nella migliore delle ipotesi, sono israeliani che sbagliano. Adesso potete riprendere a snocciolare il vostro rosario di insulti e minacce; nulla rispetto al rischio cui siete esposti voi, di avere qualcosa a che fare, anche così, solo alla lontana, con questi assassini».


 perchè  s'è vero   che    chi tace  è complice  ci sono anche  se  in minoranza   purtroppo  in israele  ebrei   che non la  pensano  come  i sionisti  .  Nient'altro d'aggiungere 






26.8.25

Il corpo di Sinigaglia non sarà recuperato (ed ecco perché è la montagna a chiedercelo

i parenti dovranno rassegnarsi a piangerlo davanti a un loculo cimiteriale o un vaso funebre se decidono di cremarlo e conservare le ceneri . Posso piangerlo , non c'è niente di male , ovviamente è u mio parere .


Msn.it  



Primo esempio: non sarà recuperato il corpo di Luca Sinigaglia, alpinista milanese morto sul Pobeda Peak (7.439 metri tra Kirghizistan e Cina) mentre tentava di raggiungere un'amica bloccata e che, con ogni probabilità, è già morta anche lei. I soccorritori erano pronti, ma l'autorizzazione del governo kirghiso è stata revocata senza spiegazioni com'è d'uso da quelle parti. La salma resterà lassù, e il gelo la conserverà intatta per decenni come pure accade a centinaia di alpinisti rimasti in quota. È relativamente normale, e va spiegato: in alta montagna non tutti i morti possono essere recuperati per via dei costi ma anche di logistica, di geopolitica e di sopravvivenza dei soccorritori: un corpo ghiacciato può pesare oltre cento chili e richiede una cordata di almeno otto uomini per essere trascinato, e, dai settemila in su, ogni sforzo in più significa rischiare seriamente la pelle. Secondo esempio, più vicino. Un alpinista pure lui lombardo è stato ucciso l'altro ieri dal crollo di un seracco (un blocco di ghiaccio formato da un ghiacciaio) e questo sul Mont Blanc du Tacul, vetta di 4.240 metri nel versante francese del Monte Bianco. Un suo compagno, ferito, è stato salvato da un elicottero: in questo caso i soccorsi sono stati possibili perché la quota è meno proibitiva e il meteo era compatibile, ma, già a 4mila metri, e coi seracchi che crollano e le nevi instabili, non sempre un recupero è scontato.
Daniele Nardi e Tom Ballard rappresentano il terzo esempio. Uno italiano e uno inglese, le loro salme sono a tutt'ora sul Nanga Parbat (8.126) dal febbraio 2019: droni, elicotteri e altri alpinisti permisero di localizzarne i corpi, i quali, tuttavia, erano e restano in un punto ritenuto troppo pericoloso per ogni tentativo: lo stesso Reinhold Messner aveva sconsigliato Nardi di provare per quella via. Le famiglie dei due alpinisti si opposero poi a ogni possibile tentativo di recupero e dissero che preferivano che diventassero parte integrante del Nanga Parbat.
A quelle altitudini vale una legge non scritta che sfiora la crudeltà: spesso non si può soccorre un compagno, o chicchessia, anche se sono ancora vivi, perché portarli o trascinarli può significare condannare anche se stessi insieme a loro. È accaduto sovente soprattutto sull'Everest, dove alpinisti agonizzanti sono stati superati da altri che salivano o scendevano senza che nessuno potesse o volesse intervenire: raramente per mancanza di pietà, più spesso perché salvarne uno avrebbe significato perderne due.
Nessun luogo concentra questa realtà come l'Everest. Nella cosiddetta Valle dell'Arcobaleno, sotto la cresta nord, visibili o invisibili, ci sono almeno duecento corpi, e alcuni sono divenuti dei veri e propri segnavia. Tra questi il celebre «Green Boots», probabilmente l'indiano Tsewang Paljor, morto nel 1996 e rimasto per vent'anni rannicchiato sotto un anfratto della via normale, fotografato da migliaia di alpinisti; oppure «Sleeping Beauty», la statunitense Francys Arsentiev, morta di sfinimento nel 1998 e icona macabra della salita. Dopo un paio di decenni li hanno spostati solo perché disturbavano le spedizioni commerciali. I corpi in alta quota, come detto, non decompongono e restano immobili, conservati dal gelo, spesso visibili, a volte spostati da valanghe. Per recuperarli servono mediamente 30-40 mila euro: non è strano che molti restino lì.
La montagna, insomma, a certe quote divora ogni tentativo e impone sacrifici insensati: chi va sa che può restare, chi resta può divenire parte del paesaggio o un segnavia, un ammonimento, un ricordo. Alcuni corpi riaffiorano dopo decenni, altri restano lassù. Anche da noi, in Italia: nelle Alpi, i ghiacciai che si ritirano stanno restituendo pezzi di un passato che pareva cancellato. Sul Cervino, nel 2005, fu ritrovato il corpo di Henri Le Masne, alpinista francese scomparso nel 1954 e riconosciuto solo nel 2018 grazie al Dna. Nel 2015 riemersero i resti di due giapponesi caduti nel 1970. Ossa, attrezzature e scarponi emergono con la stessa naturalezza con cui i ghiacciai si ritirano. Sembra tutto così normale.

Caterina Malavenda: «Io Perry Mason e giornalista, la democrazia funziona quando non si processano le opinioni»«I processi contro i cronisti? Così ho difeso la loro libertà». Il libro con dieci casi simbolo

non sono una signora - loredana berte
Gracias A La Vida - Mercedes Sosa


 fonte  corriere  della  sera  





Parla «l'avvocato» che difende i giornalisti. Il suo ultimo libro, «E io ti querelo», è sui 10 casi che l’hanno più appassionata Nino Luca, inviato in Liguria / CorriereTv



Riviera ligure, spiagge piene sotto il sole. Caterina Malavenda abbraccia la chitarra sul suo terrazzo e si lancia in «Vitti 'na crozza» e poi si concede a una inedita intervista con il suo libro ( «E io ti querelo»,) poggiato sul tavolo.
Come nasce la sua vocazione?
«Quando ero bambina, ero innamorata di Perry Mason. All’età di sei anni, impazzivo appena sentivo la sua sigla. Correvo davanti alla tv, anche di nascosto, a volte scappavo dal letto. E lui vinceva sempre. A me piace vincere, così ho deciso che lui era il mio idolo e l'ho seguito».
Lei ha detto che «l'esito dei processi è un eccellente termometro per misurare il reale stato della democrazia in Italia».
«In un processo, quello per diffamazione, dove mancano i fatti, spesso si discute di opinioni, di critiche, di satira. Si discute di cose molto impalpabili. Un po' come l’osceno e il senso del pudore. Per cui i giudici si misurano con concetti che vanno un po' fuori dai “processi normali”: rapine, droga, omicidi. Quindi se chi giudica ha un'apertura mentale adeguata, riesce a distinguere il giusto dall'ingiusto. Se invece uno ha la mente ristretta, è molto conformista, sta molto attento alla virgola, il processo può finire male. La democrazia, secondo me, è tale quando le informazioni circolano liberamente, le opinioni anche, senza passare per i processi penali».
Perché lei difende i giornalisti?
​«Un giornalista è una personalità molto complessa: narcisista, pessimista, è sempre scontento. Se fosse un po' più ottimista sarebbe meglio. Perché li difendo? Perché io volevo fare la giornalista. Io scrivevo sul giornalino del liceo, mi piaceva molto andare a fare un po' le pulci alla segreteria del liceo, al professore... A un certo punto ho detto Perry Mason oppure Il giornalista. Ho realizzato i miei sogni, sono diventata avvocato e giornalista pubblicista».
Ha detto avvocato e non avvocata.
«Sì, perché volevo fare l'avvocato, avvocato è il mio titolo. Dopodiché non ho nulla da dire su chi preferisce essere chiamata avvocata o avvocatessa».
Eppure tra avvocato e avvocata c'è qualche presidente di tribunale che invece la chiamava semplicemente signora.
«Questo è un aneddoto molto divertente perché dà il termometro della posizione delle donne ai tempi in cui ho iniziato, nei primi anni Ottanta. Il presidente del collegio si rivolgeva al mio collega dicendo “avvocato dica”, “avvocato faccia”. E a me, “signora dica”, “signora faccia”. Così su sollecitazione del mio cliente attacco: “Scusi presidente, mi chiede il mio cliente giustamente, perché mi chiama signora e non avvocato?” Risposta: “Perché per me prima è una signora e poi è un avvocato”. Quindi mi ha disinnescata, il mio cliente è stato assolto, tutto bene, però è rimasto il fatto che ho dovuto dimostrare di essere un avvocato oltre che una signora».
Si potrebbe citare Loredana Bertè, lievemente modificata. “Non sono una signora ma sono un avvocato…”.
«Esatto. Sono una signora, a volte sì, a volte no, ma sono un avvocato sicuramente. Non faccio l'avvocato, io sono un avvocato».
Quando non è una Signora?
«Quando guido per strada divento un scaricatore di porto».
Cioè cosa gli urla?
«Quello che mi passa per la testa».
Mai contro i giudici?
«Sì, mi è rimasto in testa qualche epiteto non gradevole per i giudici qualche volta. Per esempio, se un mio cliente è imputato di diffamazione e vuole difendersi, non può sentirsi chiedere “Fate un accordo, date dei soldi e chiudete”, perché non va bene».
Altra sua frase: «Il giornalismo, in passato soprattutto, non è stato una faccenda da donne».
«Se vado indietro nel tempo e voglio pensare a tre giornaliste di sesso femminile note negli anni ‘70, me ne viene in mente solo una: Oriana Fallaci. Non ce ne sono state altre. E ancora adesso i grandi quotidiani sono diretti da direttori di sesso maschile».
Gli uomini fanno muro?
«Premetto, io detesto le quote rosa. Perché le donne devono farsi largo per le loro capacità. Io sono arrivata senza avere padrini né madrine, con le mie forze. Però per noi è molto più difficile perché il mondo è maschile. Declina e pensa al maschile».
Qual è una firma che le piace leggere?
«Fabrizio Roncone mi diverte molto. È una persona che scrive delle cose interessanti in maniera molto leggera. E poi Fabrizio Gatti, un vero giornalista, uno dei più bravi d'Italia. Un processo sarà molto faticoso se il giornalista non ha curato bene i particolari. Luigi Ferrarella del Corriere della Sera è talmente scrupoloso che a volte mi scavalca. Fa cose che io neanche gli chiedo. Però ha avuto solo uno o due processi nella sua vita, quindi morirei di fame se fosse il solo».
Parliamo del suo maestro.
«Certo, l'avvocato Corso Bovio. Lui è stato il mio mentore. L'ho incontrato nell'85 per caso, mi chiese di entrare nel suo studio per sostituire i suoi collaboratori che stavano facendo gli esami di Stato. È stato amore a prima vista e sono rimasta con lui per 22 anni».
Poi però il tragico epilogo, Corso Bovio si tolse la vita.
«Spieghiamo una cosa. Lui si è tolto la vita anche se era una persona molto solare e divertente. È stata una cosa veramente imprevedibile, perché nulla lo lasciava pensare. Ci vuole coraggio per togliersi la vita e quando è andato via ha lasciato me e i miei colleghi davvero soli, perché lui era veramente un po' il sole intorno al quale noi giravamo».
Qual è stato il suo momento di svolta nella vita?
«Quando ho incontrato mio marito. Ho aperto una porta di un'aula in tribunale ed è apparso lui con i riccioli e in ciabatte. Era il cancelliere. Ho pensato: io questo me lo sposo. Un colpo di fulmine».
Si descriva con aggettivo inaspettato.
«Romantica. Piango guardando il film Bambi. Ho pianto quando la mamma di Bambi è morta. Ho pianto quando E.T. è tornato nel suo pianeta. Mi commuovo moltissimo. Però piango al cinema dove nessuno mi vede».
E invece, nelle aule del tribunale, è cinica.
«Sì, dicono quella cosa orribile: “Ha le palle”».
Maschilista, però il complimento rimane.
«Sì, ma un avvocato non deve essere capace. Il senso è che la bravura è solo in ambito maschile? L'errore è credere che l'avvocato debba essere uno che si fa valere, che alza la voce. Non serve. L'avvocato deve modularsi sul caso che sta affrontando».
E lei ha mai alzato la voce In tribunale?
«Una volta ho battuto un pugno sul tavolo perché il giudice stava facendo altro».
Cosa augura per se stessa nel futuro?
«La mia terza vita sarà fare la libraia, perché io possiedo quattro librerie in Liguria insieme con altri soci».
Cosa vorrebbe che si dicesse di lei?
«Che ho vissuto. Mi basta quello, ho una vita piena, ringrazio la vita tutti i giorni perché sono soddisfatta».
Ringrazia la vita, non Dio. Perché non crede?
«No, sono agnostica, nel senso che non professo».
Vuole le prove?
«Quando le avrò, crederò».


  fonte mdn.it 

Se ritenete di aver subito un danno e decidete di denunciare un giornalista, fate attenzione. Se il suo avvocato è Caterina Malavenda sarà difficile vincere. E non solo perché lei è tra i legali più bravi e preparati che ci siano, ma perché la sua determinazione e la sua idea di libertà di stampa sono un’arma potente, spesso infallibile.
Non fa sconti, soprattutto ai clienti, conosce i limiti di ogni causa, sa quando può oltrepassarli, pure rischiando ma ottenendo poi il risultato. Ecco perché il suo libro E io ti querelo, edito da Marsilio, è in realtà un romanzo che racconta in maniera diretta ed efficace i dieci processi che, dal suo punto di vista, certamente mettono in luce il non facile rapporto tra informazione e potere. E in realtà rappresentano lo specchio di un Paese dove il mestiere del cronista — sia esso applicato alla politica, all’economia o alla «nera» — è spesso mal sopportato oppure vissuto come un ostacolo a chi si sente disturbato dalla verità dei fatti.
Malavenda lo sa e non a caso nella premessa scrive: «Non so più quanti giornalisti ho difeso e, proprio grazie all’esperienza che ho maturato, posso affermare con sicurezza che l’andamento e, soprattutto, l’esito dei processi che li riguardano sono un eccellente termometro per misurare il reale stato della democrazia in Italia. La democrazia, infatti, funziona solo se notizie, critiche e polemiche circolano liberamente, consentendo all’opinione pubblica, quando ne ha bisogno, di sapere, capire e farsi un’idea su quel che accade. E questo è possibile solo se quella stessa democrazia garantisce un’informazione senza pressioni e condizionamenti. E il più subdolo modo per intimidire un giornalista che dà fastidio è senza dubbio trascinarlo in tribunale, accusandolo di diffamazione».
E io ti querelo non è un manuale, ogni vicenda è narrata andando oltre la scena, svelando quel rapporto speciale che Malavenda sa creare con i propri clienti, sfinendoli con la richiesta delle «pezze d’appoggio» fondamentali per dimostrare che il giornalista ha fatto il proprio mestiere — talvolta anche sbagliando — ma sempre con l’onestà di chi vuole semplicemente informare i lettori, gli ascoltatori, i telespettatori nel modo più completo possibile. Andando oltre quel che appare, ricostruendo con onestà quel che il cittadino non vede ma deve sapere.
Ogni caso è trattato rivelando il rapporto — talvolta complicato — che si crea tra l’avvocato e il suo assistito: le discussioni, la diversità di vedute e dunque di strategia, il compromesso finale che talvolta non soddisfa uno o l’altro però viene sempre raggiunto grazie a un confronto aperto e leale. Come accade quando l’imputato decide di rinunciare alla prescrizione e il difensore, pur non condividendo la scelta, deve accettarla, o quando è invece il legale a riuscire ad imporsi, sapendo bene che la strada è stretta, dunque la soluzione può essere soltanto una.
Ogni capitolo è dedicato a un giornalista, alla ricostruzione del processo in tutte le sue fasi, al confronto duro con le controparti. E si capisce quanto difficile sia stato affrontarlo quando Malavenda scrive: «Il dilemma del giornalista su cosa pubblicare e come, e cosa invece omettere, dunque, è difficile da risolvere. Specie quando dalla scelta possono derivare conseguenze deleterie per lui se tace, e per altri se scrive. La mia ricerca di una soluzione equa non si è ancora conclusa. E non sono certa che alla fine ne troverò una che mi convincerà davvero. Ma so di sicuro, e non ne faccio mistero, che, se si ha un dubbio, la cosa migliore è fermarsi e ricordare le parole di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Matteo 7, 12). O, più semplicemente, non fare ad altri quel che non vorresti fosse fatto a te e alle persone cui tieni. Secondo me funziona».
Ma la parte che davvero colpisce è quella dedicata a Tangentopoli, quando Malavenda ha la fortuna di lavorare con il suo maestro Corso Bovio. Dai primi passi nel mondo dell’avvocatura fino alla scomparsa di lui, il loro è stato un sodalizio speciale e lo si capisce dalle pagine che gli dedica, dall’attenzione che usa quando racconta che «lui non mi ha mai fatto pesare di essere donna e del sud. Nella Milano degli anni Ottanta era un connubio che poteva creare qualche problema, se l’idea era quella di farsi largo e trovare uno spazio in un mondo di uomini».
Ma anche quando ricorda la bufera che dalla procura di Milano colpì politici, imprenditori, manager e lei era il difensore, ma certo anche qualcosa di più. Tanto che adesso dice «ancora mi vergogno un po’ di aver fatto cose che il mio ruolo non prevedeva e mi pento di non aver deciso sempre come avrei voluto. Ho persino aiutato, in quegli anni, chi doveva andare in carcere a preparare la valigia, selezionando quel che poteva portare in cella. Ricordo gli occhi increduli e smarriti con cui qualcuno di loro mi aveva guardata, scoprendo che non erano ammessi pipa e tabacco o dentifricio e schiuma da barba. Non erano preparati a quella prova; nessuno di loro l’aveva messa in conto, qualcuno non ha resistito e si è tolto la vita. Oggi sembra impossibile che tutto questo sia successo, ma è davvero accaduto. Ed è altrettanto incredibile che qualcuno, anche se costretto per un po’ a vivere in cella, abbia mantenuto, invece, una vena di ironia e la voglia di far sorridere, pur parlando di cose estremamente serie».
Nel finale del suo libro Malavenda si dichiara «grata alla vita». Una gratitudine che i suoi clienti, tutti, certamente condivideranno.

Altro che la "legge è uguale per tutti", per i migranti c'è comprensione Nei tribunali prende piede la teoria dei "reati culturalmente motivati"

Lo  so che perderò amici  e  verro etichettato     come  fascista     e razzista     che  non sono  . Ma 


 Hanno  ragione   purtroppo  a  prescindere   dall'ideologia     e dall'uso   fazioso propagandistico  di  tali fatti  .  




In tutti i tribunali italiani compare la scritta «la legge è uguale per tutti»: è davvero così ?
Tutti i cittadini «sono eguali davanti alla legge»: è quanto sancisce la nostra Costituzione. Tante persone però hanno il sospetto che alcuni siano al di sopra (o al di fuori) della legalità. La legge è davvero uguale per tutti? Si insegna infatti che la legge è generale ed astratta. In particolare, «la legge è generale» significa che la legge si applica indistintamente ai cittadini: cioè non è scritta per applicarsi solo a Tizio o a Caio, ma è pensata e scritta per tutti. Tuttavia, avrai notato che una certa legge può non applicarsi a tutti i cittadini indiscriminatamente. Ci sono leggi infatti che tutelano la maternità e queste si applicano alle sole donne incinte o leggi che prevedono dei contributi per le vittime di un terremoto o di un’alluvione e queste si applicano soltanto a coloro che sono stati colpiti da queste calamità. Com’è possibile allora? La legge non dovrebbe valere per tutti? Ci sono inoltre dei casi in cui determinate persone si possono sottrarre all’applicazione della legge: si parla in questi casi di «immunità». Infine, la giustizia ha un costo: a volte, non tutti possono permettersi di far valere i propri diritti. Ecco che allora per queste persone la legge è un po’ meno uguale rispetto agli altri.

alle donne che scimiottano gli uomini negli aspetti peggiori consiglio North Country – Storia di Josey (2005), diretto da Niki Caro e interpretato da Charlize Theron

A volte le donne ovviamente senza generalizzare, sono inquietanti e dovrebbero chiedere scusa al genere femminile( per i commenti su #marziasardo e non solo ) , rappresentate solo un insieme di stereotipi, frustrazione e maschilismo interiorizzato.Consiglio loro il film ( lo trovate anche su netflix ) North Country – Storia di Josey (2005), diretto da Niki Caro e interpretato dalla bravissima Charlize Theron e magari cambierebbero comportamento o quanto meno inizerebbero a rimetterlo indiscussione in quanto è tratto da una storia vera del caso giudiziario Jenson v. Eveleth Taconite Co., che ispirò a sua volta Clara Bingham e Laura Leedy Gansler nella stesura del libro Class action: the landmark case that changed sexual harassment law.
Grande cast per un film drammatico, duro e vero. Un film bellissimo, sullo sfondo di una cultura radicata e maschilista, la fabbrica diventa quasi una prigione.Immensa l'interpretazione di Charlize Theron. Il film narra la vicenda eroica di alcune donne che lottano per abbattere le barriere della discriminazione sessuale, lavorando nelle pericolose miniere d’acciaio del Minnesota… e cambiano le regole del gioco promuovendo la prima azione legale collettiva per molestie sessuali della nazione. Una cronaca esplosiva, ricca di emozioni, di una battaglia per affermare un principio che ogni lavoratore americano conosce: il rispetto sul posto di lavoro.

Moglie e marito a 80 anni in camper da Bassano del Grappa a Shanghai: «In Uzbekistan si è rotto il frigo, la polizia turistica ci ha trovato l'officina e ha voluto pagare le riparazioni»

 da https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/vicenza/cronaca/  25  agosto  20025

                     di Marianna Peluso

In 143 giorni hanno attraversato 20 Paesi e percorso oltre 32.000 chilometri: «L'accoglienza? Ovunque fantastica. Noi europei pensiamo di essere i migliori ma siamo molto indietro»

Nonni camper Anna e Aldo, 80 anni in camper in cina e ritorno

Foto Facebook «Nonni in camper sulla Via della Seta»


«Sono innamorato di Marco Polo da quando sono bambino. E ho sempre voluto seguire le sue orme, vedere quello che ha visto lui, anche se ottocento anno dopo». Così Aldo Serraiotto, classe 1946, racconta le origini di un sogno diventato realtà: percorrere la Via della Seta, da Bassano del Grappa fino a Shanghai. Un’idea maturata nel tempo, frenata dalla pandemia, ma mai accantonata. 

«Bastava un piccolo errore per finire tutto»

Con lui, sua moglie Anna Vaccaro, 77 anni, che di questa avventura è stata prima scettica, poi protagonista coraggiosa e appassionata. «Ero contraria. Non parliamo le lingue, non siamo tecnologici e, diciamolo, l’età è quella che è. Ma alla fine mi sono lasciata convincere. E dal 2 aprile abbiamo iniziato il nostro viaggio in camper». In 143 giorni hanno attraversato 20 Paesi, percorso oltre 32.000 chilometri e superato montagne, deserti e confini burocratici. Un’impresa che ha poco a che fare con l’età, e molto con lo spirito. Il loro mezzo, un camper Cartago più pesante della media, è diventato casa, confine e rifugio. Ma anche passaporto umano, capace di attirare incontri, aiuti e gesti inaspettati. Come quella volta sul Pamir, la mitica catena montuosa dell’Asia Centrale: salite sterrate a 4.600 metri, strade che diventano sentieri. «Tratti dove bastava un piccolo errore per finire tutto: il viaggio e anche qualcos’altro» racconta Anna «30 centimetri a destra c’era il fiume, a sinistra le rocce. Ma mio marito era tranquillissimo e voleva arrivare in cima. E ci è riuscito».

L'ospite è sacro

Quel tratto di strada tagikista, con il fiume Panj a fare da confine naturale con l’Afghanistan, è stato forse il simbolo più evidente di un viaggio dove ogni confine era insieme ostacolo e soglia. Ma a sostenere i due viaggiatori non sono state solo le gomme del camper, bensì le persone incontrate lungo la strada. «In Uzbekistan, dopo buche e salti, è saltato l’impianto elettrico. Freezer e frigorifero fuori uso, dove c’erano le nostre provviste, anche il pasticcio portato da casa! Sarebbe stato un disastro perdere tutto. Eppure anche in quel frangente siamo stati aiutati. La polizia turistica ci ha portato in un’officina super moderna. Dopo tre ore di lavoro, volevamo pagare, e loro: “No, siete ospiti, grazie a voi che venite qui”». Episodi simili si ripetono, ovunque: «In Iran siamo stati ospiti per quattro giorni a casa di un signore, che aveva anche perso il lavoro. Ma lì l’ospite è sacro: ci ha voluto offrire sempre colazione, pranzo e cena a casa. E la sera arrivavano i parenti, per fare festa. In Italia sarebbe impensabile» riflette Anna, con una lucidità che suona anche come rimprovero dolce a un’Europa che spesso ha dimenticato cosa sia l’accoglienza. «Abbiamo scoperto un’umanità che qui è scomparsa. Noi europei pensiamo di essere i migliori, ma in realtà siamo molto, molto indietro». 

Moglie e marito a 80 anni in camper da Bassano del Grappa a Shanghai: «L'accoglienza? Noi europei pensiamo di essere i migliori ma siamo molto indietro»

Con i figli a Pechino

Le emozioni si rincorrono, chilometro dopo chilometro, fino al culmine d’inizio giugno, nel giorno del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Sono a Shanghai, fuori dalla chiesa di Sant’Ignazio. Piove. Anna entra: «Vedo mia figlia. Mi abbraccia. Penso: sto impazzendo. Poi vedo mio figlio. In un attimo, mi convinco che è un’allucinazione. E invece erano lì davvero, con noi. Ho dovuto abbracciarli, toccarli con le dita per capire che erano loro, in carne e ossa. Sono rimasti con noi una settimana e, insieme, abbiamo viaggiato da Shanghai a Pechino, per 1300 chilometri. Avevano fatto la patente cinese, abbiamo cambiato la targa del mezzo e passeggiato lungo la muraglia cinese. Questa sorpresa, architettata da loro con mio marito, è stata in assoluto l’emozione più grande della mia vita. Mai e poi mai mi sarei aspettata una cosa così». Anche il ritorno è stato un’avventura. Il momento dell’arrivo, sabato 23 agosto, è andato ben oltre le aspettative: «Siamo stati accolti in modo trionfale, anche troppo. C’erano il vicesindaco, le autorità di Cassola e di Bassano. A Castelfranco Veneto ci ha ricevuto il sindaco Stefano Marcon, che ha fatto un discorso bellissimo. Poi via, direzione Bassano. Arrivati lì, sono ammutolita: c’era un mare di gente. Avevano allestito un gazebo con porchetta, formaggi, vino e prosecco. Ci siamo fermati fino alle 21 a salutare e abbracciare amici». E ora? «Dormire nel mio letto mi è sembrato strano» sorride Anna. 

25.8.25

Il ragazzino aveva vinto un abbonamento il giorno della presentazione della squadra della torres e deciso di regalarlo .


dala  nuova  sardegna   
Il ragazzino aveva vinto un abbonamento il giorno della presentazione della squadra e deciso di regalarlo. La società sassarese lo rigrazia sui social: «Grazie, ci impegneremo affinché il suo desiderio possa compiersi»
La Torres risponde al grande cuore del 12enne Gianluca: «Il tuo sì, è proprio un Amori Sinzeru»

                                              di Luca Fiori


Sassari 
Ha solo 12 anni, ma ha già compreso il significato più profondo della parola “tifo”: condivisione. Gianluca Ginesu, sassarese che vive a Osilo e a settembre inizierà la terza media, è uno dei tre fortunati vincitori degli abbonamenti messi in palio dalla Torres durante la presentazione ufficiale della squadra, mercoledì scorso. Gianluca è un tifoso vero: allo stadio va sempre insieme al padre Giuseppe, con l’abbonamento in tribuna coperta in tasca e il cuore che batte per i colori rossoblù. Il suo idolo è il capitano Giuseppe Mastinu, un leader dentro e fuori dal campo, che per Gianluca rappresenta il volto più autentico della Torres.


Quando ha scoperto di aver vinto un secondo abbonamento, avrebbe potuto tenerlo e regalarlo a un amico o a un parente. Invece ha fatto una scelta diversa, più grande di lui: «Voglio donarlo a un bambino meno fortunato di me», ha detto senza pensarci due volte, con la spontaneità dei suoi 12 anni. Un’idea nata tutta da lui, come conferma il padre Giuseppe, direttore della filiale del Banco di Sardegna di Sorso: «Quando è tornato a casa e mi ha detto che voleva regalarlo a un bambino che non poteva permetterselo, mi sono emozionato. È stata una sua iniziativa e io non posso che essere orgoglioso».

Un gesto che non è passato inosservato: la Torres ha apprezzato moltissimo la sensibilità del giovane tifoso, e sarà la società stessa a individuare il piccolo destinatario di questo dono speciale. Perché un gesto del genere non è solo un abbonamento: è un biglietto per far parte di una famiglia, quella rossoblù. Un’occasione per vivere emozioni che restano nel cuore. Sabato contro il Pontedera Gianluca era sugli spalti del Vanni Sanna per la prima giornata di campionato, che ha visto la Torres imporsi sul Pontedera. «Mi sono piaciuti tanto Nicolò Antonelli Giacomo Zecca», racconta con entusiasmo, segno che per lui ogni partita è un pezzo di felicità. E la gioia sarà ancora più grande quando scoprirà chi, grazie al suo gesto, potrà vivere le stesse emozioni.
Forse il gol più bello della Torres quest’anno lo ha già segnato Gianluca, regalando a un altro bambino la possibilità di sognare con i colori rossoblù.


a che punto siamo arrivati con le gogne mediatiche uomini o donne che siate, vuol dire che siete ancor più merde del molestatore.

  non aggiungo altro  ne  ho parlato abbastanza  nei post precedenti  , andate a leggerveli  . Mi sento solo di dire    sia  che  abbia esagerato  o  meno   non merita  ciò 





canzone di fine estate The Pogues fiesta \ If I Should Fall from Grace with God

L'estate finisce il 21 settembre 2024, quando inizia ufficialmente l'autunno. Tuttavia, secondo le stagioni meteorologiche, l'estate termina il 31 agosto.Oppure bucraticamente quando finisci le ferie ?  . Qualunque sia il vostro parere . ecco un a canzone per celebrarne la fine non retorica  e  non canzoni  mali.nconiche  \ sdolcinate 

 

Diario di bordo n 144 anno III cosa implicano i gruppi mia moglie e simili ., perchè il caso marta sardo per una presunta molestia mentre Valentina Murenu minacciata di fare la fine di giulia cecchetin ha meno visibilità ?

immagine creata     tramite  meta IA
Questo   numero della  rubrica non periodica  diario  di bordo  approfondisce  e  replica alle contestazioni  sui  due  fatti salienti della  scorsa settimana   ma  che ancora   ache  se  in  misura  calante   tngono banco   sui  social e   sui media 1)    la  pseudo chiusura  ,  visto che continua  su telegram o snapchat del  gruppo (  mandrillli  arrati )  mia  moglie ., 2)  della  dubbia  molestia   denunciatra  da  Marta Sardo  e la  scarsa  visibilità social e mediatica      delle minacce  queste serie e  preoccupanti  << ti faccio fare la  fine  di Giulia  Cecchetin , ecc >>  fatta a  Valentina Murenu 
Inizio    il  primo   post  suggerendo a  voi lettori    quest interesante  e notevole articolo  del portale www.vistanet.it/ che   dovrebbe     rispondere   alla domanda  che sorge da    casi    come questi  : 
Cosa può fare in concreto una vittima? L'abbiamo chiesto a uno dei maggiori esperti di diritto penale dell'informatica, Francesco Paolo Micozzi . Ora lo so che m'ero promesso di non parlarne più . Ma ho ricevuto email in cui mi s'accusa d'essere bigotto e un falso libertario ,  che  non si può  trasgredire  ,   ecc . Ora rispondo che ciascuno di noi è libero di fare con il proprio partner ciò che gli s'aggrada perchè ciò che per ciò che magari per te va bene non va bene per me o viceversa . Ma l'importante come ho detto nei  post  precedenti soprattutto in particolare questo ci dev'essere consenso reciproco fra i due membri della coppia . Infatti Il gruppo ( eufemisticamente parlando ) "Mia moglie" e simili sollevano gravi implicazioni sociali, tra cui:

1. Violazione della privacy e del consenso
Infatti la condivisione di immagini intime senza consenso costituisce una violazione della privacy e della dignità delle persone coinvolte.
2. Cultura dello stupro e misoginia
Il gruppo sembra promuovere una cultura che oggettifica le donne, riducendole a oggetti di piaceremaschile senza riguardo per il loro consenso o dignità.E quindi si puo parlare di stupro virtuale
3. Perpetuazione di stereotipi dannosi
La comunità del gruppo sembra sostenere stereotipi sessisti e misogini, come l'idea che il valore di una donna sia legato al numero di partner sessuali avuti.come i peggiori film /video erotici / porno

idem precedente
4. Impatto sulla salute mentale
Le donne lo stesso dovrebbe valere nel caso di noi uomini ) coinvolte potrebbero subire gravi danni psicologici, come ansia, depressione e trauma, a causa della violazione della loro privacy e della condivisione non consensuale delle loro immagini.
5. Normalizzazione della violenza virtuale  e magari di quella  fisica \  reale 
La diffusione di contenuti intimi senza consenso può normalizzare forme di violenza virtuale e contribuire a una cultura in cui tali comportamenti sono visti come accettabili.
6. Sfide per la giustizia e la legge: La chiusura del gruppo su Facebook e la sua migrazione su piattaforme come Telegram evidenziano le sfide nella regolamentazione e nella persecuzione di tali comportamenti illegali online.

In sintesi, il gruppo "Mia moglie" rappresenta un fenomeno complesso che tocca questioni di consenso, privacy, cultura sessista e impatto sulla salute mentale, richiedendo una risposta multifacética per affrontare queste implicazioni sociali negative.

Per  il secondo    argomento  concordo tranne   nella  difesa ad  oltranza  del medico con quanto dice Maria vittoria dettoto ( trovate l'articolo sotto ) . Nonostante Io sono sempre dalla parte delle donne, e non smetterò mai di ribadirlo. Il rispetto è fondamentale in ogni contesto e le battute fuori luogo non vanno mai giustificate credo che ultimamente si stia andando un po’ oltre.Capiamoci: una frase idiota può ferire, soprattutto in momenti delicati, ma non possiamo definirla molestia. Usare parole così forti per episodi che restano comunque di maleducazione o scarsa professionalità rischia di essere un’offesa per chi ha subito davvero violenze o abusi.  Per questo   sono stato :  attaccato, accusato   di  essere  da @winylovecraft di thereads   d'essere  GianCazzo  ( riferimento all'ex  della  Meloni )  di  fare  mansplaining   solo perchè  ho messo il lik  del  post  precente    come  commento ad  un altro  in  cui le  vittima  di molestie  \ battutine simili  sempre  in ospedale   e il cui  cui chirurgo anni dopo   è stato arrestato per  violenza  di genere sulle  elle  pazienti ., di incorerenza visto  che  tratto    e denuncio in più post  femminicidi  , violenze  digenere  ,  sessismo , ecc    per  aver  espresso dubbi  nel post precedente   sulla  denuncia    di Marzia  sardo  . Soprattutto che  ho minizzato il  caso    considerandolo    semplicemente  come battuta sessista  . Vero . Il   problema  è    come  chiamare   certi comportamenti  per  quello  che  sono    visto  il  labilissimo  confine  \  limite   tra  :  molestia, insulto ,battuta sessista  Nel caso in questione    vero o falso che sia  questa frase, detta in un contesto medico, ha violato il confine tra professionalità e rispetto. Anche se non c’è stato contatto fisico, la frase ha avuto un impatto emotivo forte sulla  ragazza , tanto da spingerla a denunciare pubblicamente l’accaduto. È un esempio di come una “battuta” possa essere percepita come molestia verbale, soprattutto se detta da una figura in posizione di potere. Quindi   mi  chiedo  : <<  Cosa distingue una molestia da un insulto o da una battuta sessista ? >> .  La domanda  elucubratroria   non è solo teorica. Ecco cosa  mi ha  risposto  **** È urgente, concreta, e ci riguarda ogni volta che qualcuno dice “era solo uno scherzo”.Il caso di Marzia Sardo, che ha denunciato una frase sessista ricevuta durante una TAC (“Se ti togli il reggiseno ci fai felici tutti”), ha sollevato un polverone. Alcuni l’hanno definita “esagerata”, altri hanno parlato di “molestia verbale”. Ma cosa rende una frase molesta🔍 Non è solo questione di parole Una molestia non è definita solo dal contenuto, ma dal contesto, dal ruolo di chi parla, e soprattutto dalla percezione di chi riceve. Una battuta sessista, detta in un ambiente medico da un operatore sanitario, non è solo fuori luogo: è una violazione del rispetto dovuto alla persona. Non serve il contatto fisico per sentirsi violati. Basta una frase che trasforma un momento vulnerabile in uno spazio di imbarazzo o paura. In un  tuo post  su  fb   hai citato Valentina Murenu, minacciata di “fare la fine di Giulia Cecchettin”. Una frase che evoca violenza esplicita, eppure ha ricevuto meno attenzione mediatica. Perché? Forse perché la molestia “sottile”, quella che si maschera da ironia, ci riguarda più da vicino. È più diffusa, più quotidiana, e ci costringe a guardarci allo specchio.

Dove sta scritto che siccome sono una donna devo per forza prendere le parti di un’altra donna? Per me le donne vittime di violenza sono altre, non Marzia Sardo



In riferimento a quanto dichiarato dalla sottoscritta dalla prima ora sul “caso” della presunta molestia sessuale subita al Policlinico Umberto I da Marzia Sardo, vorrei sottolineare alcune cose.


Primo:
 non è scritto da nessuna parte che siccome sono una donna, devo per forza difendere o prendere le parti di un’altra donna, nella fattispecie Marzia Sardo, se quanto da Lei dichiarato o il suo comportamento successivo alla pubblicazione del suo video, non mi ha convinto dal primo minuto.


La mia esperienza di donna di quasi cinquant’anni al di fuori del mio lavoro di cronista, mi insegna che sopratutto nei casi di violenza sessuale occorre conoscere entrambi le versioni, della vittima e del presunto aggressore. In questa vicenda al momento conosciamo solo quella della signora Sardo che ha diffamato pubblicamente e messo alla gogna un professionista di fronte a tutta Italia e di questo si assumerà le responsabilità. In sede civile e penale.


Personalmente continuo a stare dalla parte del tecnico.

Secondo:
In nessuno degli articoli/post/video inerenti la suddetta giovane ho criticato la donna in merito alle sue scelte sessuali o politiche, che non mi interessano e non concernono il tema trattato nel suo video diventato virale Tantomeno ho postato sue foto alludenti ad atteggiamenti o espressioni sessuali usati dalla ragazza nei suoi profili social che tutti abbiamo visto e non mi interessano. Ognuno della sua vita fa quello che vuole, non sta certo a me criticarla o giudicarla in merito a questo.

Ma non fatene una vittima.

E questo è il terzo punto che ha la stessa importanza del primo. Da anni e anni come donna, madre, cronista mi occupo di violenza di genere sulle donne. Che sia fisica o psicologica per me hanno sempre avuto lo stesso peso.

Sul tema ho promosso manifestazioni, convegni, raccolte fondi per le donne vittime di violenza, scritto centinaia di articoli su donne violentate, derise, ammazzate. Prendendo le loro parti anche quando lavoravo per conto di altre redazioni o direttori. Esponendomi pubblicamente sempre a fianco delle donne realmente vittime di violenza e facendo di questo una battaglia personale.
Per me vittima di violenza è Tina Sgarbini la donna e madre di tre figli uccisa strangolata avantieri.. E’ Giulia Tramontano, e’ Giulia Cecchettin, e’ Francesco Deidda.
Di questi cognomi ne abbiamo una lunga serie in Italia perché come ho sempre detto non abbiamo pene sufficientemente dure nei comfronti degli assassini, molestatori o stalker.Non certo Marzia Sardo.


Ora Il fatto che la  ragazza  studi recitazione non significa che stia necessariamente  fingendo come dicono molti . Io non so se è vero quanto dice la ragazzae  chi  abbia  ragione  o meno  , ma se è vero il tecnico in questione dovrebbe essere quantomeno ammonito e se  recidivo  cacciato 
 Il problema non è lo scherzo, ma le parole che si usano in esso  perché ognuno di noi ha una sensibilità diversa e ci sono luoghi  e posti che dovrebbero essere protetti e tutelati . Tra questi c’è anche l’ospedale. Il fatto che lei manifesti la propria preferenza sessuale non significa che la gente sia autorizzata ad utilizzare frasi sessiste e, onestamente, poco divertenti per le donne . Se fosse stato un uomo le avrebbero detto la stessa cosa? Credo che non sia giusto prendere parte in una situazione del genere, soprattutto perché se si prende posizione e poi si scopre che ciò che è accaduto é vero ancora una volta si sta dando la colpa alla vittima. Sarà chi di competenza a fare le dovute indagini, evitiamo di giudicare prima di sapere, mettendo sempre forza dalla parte di chi (in teoria) é in torto. Quindi   non si sa se  tale  accusa  sia vero o meno  e   su  cui  ho espresso dubbi vedere post   precedente  , visto che al momento abbiamo sentito solo la dichiarazione della ragazza. << A me delle sue scelte sessuali non interessa nulla>>---  sempre la Dettoto  -- << tant'e' che non ne ho parlato da nessuna parte. Ho preso la parte del medico perché se anche avesse avuto la ragione nel sentirsi offesa, con il comportamento che ha avuto sputtanando il medico pubblicamente, deridendo chiunque la pensasse diversamente da lei, è passata dalla parte del torto e a giudicare dalle migliaia di persone che l'hanno criticata, non sono la sola a pensarla in questo modo. >>  . Come  lei   , anche   se   non  al suo livello  << Mi batto da tutta la vita con azioni, scritti, convegni, raccolte fondi contro la violenza sulle donne. Ed il comportamento di persone come questa ragazza poi fanno mettere in dubbio anche chi la violenza la subisce veramente è non viene tutelata. Né prima, né dopo la denuncia. >>
Ma  soprattutto,e qui chiudo  almeno spero  su questa  vicenda,mi fa specieed rabbia   che Valentina Murenu, dopo aver ricevuto serie minacce (  vedere sotto il video   scaricato dalla  rete  ) durante la sua diretta Istagram, non abbia avuto la stessa "visibilità" sociale mediatica   avuta   dalla Sardo . 



Non voglio sminuire il malessere di nessuno, ma a una le hanno detto che l'avrebbero bruciata con l'acido e tanto altro, l'altra racconta un fatto accaduto. Una non piange, sta zitta e ascolta, dice solo che tutto quello che viene detto sarebbe stato materiale in più per la denuncia, l'altra non denuncia subito,ma  lo fa   due  ore  doopo  pubblicando  un video . Il mondo dei social e dei media   è veramente strano .  ecco  cosa    ho  imparato  da   questo  caso  e  dela discussione   avuta    vedere righe precedenti   che  🧠 Serve una nuova grammatica del rispetto . Non possiamo più permetterci di archiviare certe frasi come “goliardia”. Serve una nuova grammatica del rispetto, che tenga conto del contesto, del potere, e della sensibilità. Serve ascoltare chi dice “mi sono sentita violata” senza metterlo in discussione.Soprattutto  riuscire  a  distinguere  quando  è  vero è  falso  o  quando   lo  si  fa per  avere notorietà  Ma  sopratutto 
 
 
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  co questo  è tutto  

Mestieri usuranti, chirurgie medievali, strane tribù imboscate, diamanti nascosti, giochi domestici, pranzi riciclabili e gabbie d’acqua



Pace in salita Putin viaggia con un assistente che raccoglie le sue feci e le riporta a Mosca


Potrebbe passare alla storia come il mestiere più usurante di tutti i tempi: l’uomo che raccoglie le feci di Putin. Il presidente russo – come scritto dalla stampa britannica e ripreso dal resto del mondo – viaggia con un team incaricato di una delicatissima missione: recuperare, sigillare e riportare a Mosca ogni sua produzione intestinale. Già nel 2017 alcuni giornalisti avevano raccontato dell’ossessione del Cremlino per la materia organica del capo, custodita in appositi contenitori sterili. Nel 2018 comparve il “bagno portatile” personale. L’ossessione ha un senso: nessun Paese straniero deve mettere le mani su campioni biologici che potrebbero rivelare lo stato di salute dello zar, tra tremori sospetti e gonfiori di viso che hanno alimentato teorie su cancro e Parkinson. Putin soffre più l’analisi delle feci che le sanzioni e questo peculiare bisogno si traduce in mestiere: al suo seguito ci deve essere un assistente dedito al recupero degli scarti. Una straordinaria opportunità professionale


Turchia Il business delle cliniche per diventare più alti: una tortura pericolosissima in cambio di pochi centimetri

“Allungarsi” di qualche centimetro è possibile, ma più che un intervento chirurgico si passa per una tortura medievale. In Turchia, già patria degli innocui trapianti di capelli, le cliniche come Wanna Be Taller accolgono pazienti da mezzo mondo: gambe spezzate, ferri infilati nelle ossa, mesi di fisioterapia e dolore, tutto in nome di una manciata di centimetri in più. Lo racconta un’inchiesta del Guardian. Frank, 38 anni, ex “uomo basso” di 1,70, ha speso 32 mila dollari per guadagnarne quasi 8, deciso a “superare” la moglie Emilia. Ogni giorno ha girato la chiave del suo fissatore esterno, spingendo le ossa a crescere millimetro dopo millimetro, fino a un ricovero d’urgenza per embolia polmonare. Non è un caso isolato: uomini già oltre il metro e ottanta si fanno allungare per inseguire lo standard dei 190 cm. I rischi, però, sono enormi: coaguli, tendini che non si adattano, dolori cronici, e in rari casi la morte. Il mercato globale del limb lengthening varrà 8,6 miliardi entro il 2030.



Maryland Corsa con la spesa, cambio di pannolino e basket col cesto dell’immondizia: gli sport delle Olimpiadi dei papà


Le Olimpiadi sono per ragazzi, i Dad Games per uomini veri. Si svolgono nel Maryland, Stati Uniti: si affrontano padri di famiglia alle prese con discipline che solo loro possono comprendere fino in fondo. La più dura? La “One-trip Grocery Bag Relay”: portare quindici buste della spesa in un solo viaggio, senza mollare o perdersi nulla per strada. Don Alley, 46 anni e quattro figli, ha chiuso la prova con il ginocchio sanguinante e una dichiarazione da grintoso padre di famiglia che in realtà sogna il divano: “Sono fortissimo, ho energia da vendere”. In programma ci sono anche il basket nel cestino della spazzatura, la gara di cambio pannolino e il concorso sulle acconciature delle figlie. I giudici erano i bambini stessi, i peggiori: inflessibili e spietati nel distribuire voti e commenti. Alla fine nemmeno una medaglia d’oro, solo pacche sulle spalle e complimenti familiari. Il messaggio non è difficile da decrittare, in società dove si nasce (e cresce) sempre di meno, diventare genitori è una corsa a ostacoli.


California Rimane bloccato per due giorni all’interno di una cascata, alla fine viene salvato con l’elicottero

Un uomo è rimasto bloccato per due giorni dietro una cascata californiana, come in un videogioco di sopravvivenza dove non si poteva ripartire dal via. Ryan Wardwell, 46 anni di Long Beach, stava scendendo in corda doppia lungo le celebri Seven Teacups quando la potenza dell’acqua lo ha scaraventato via dalle corde, parcheggiandolo in una grotta fradicia dietro il muro d’acqua. Gli amici, più prudenti, si erano fermati prima, lasciando un biglietto sulla sua auto: “se domani è ancora qui, chiamate aiuto”. I soccorsi lo hanno cercato con droni e infrarossi, un elicottero della polizia lo ha issato fuori in una scena da action movie. Disidratato, infreddolito ma con ferite minime, Wardwell ha raccontato di aver passato 48 ore senza possibilità di scaldarsi né asciugarsi, tentando invano di uscire dalla trappola d’acqua. La contea ha parlato di “stunning survival story”, straordinaria storia di sopravvivenza, ma nella stessa gola tre persone sono annegate solo nell’ultimo anno.



L’esperimento dei “garbage cafè”, i ristoranti dove il cibo si paga consegnando spazzatura riciclabile


La via indiana al riciclo passa per i “Garbage Cafe”, locali dove paghi il pasto con la plastica usata invece che con soldi. Ad Ambikapur la regola è semplice: un chilo di bottigliette corrisponde a un pranzo completo, mezzo chilo alla colazione. Lanciato nel 2019 con lo slogan “più spazzatura, più gusto”, è un’ambiziosa strategia per combattere fame e inquinamento insieme. Rashmi Mondal, collezionista di bottigliette abbandonate, prima vendeva la plastica per 10 rupie al chilo. Noccioline. “Ora do da mangiare alla famiglia scambiando plastica”, dice. Il caffè sfama 20 persone al giorno e ha raccolto 23 tonnellate di plastica dal 2019. Su 226 tonnellate l’anno prodotte in città, è come svuotare il mare con un cucchiaino, ma l’esempio è potente. A Delhi però non ha funzionato: in città erano stati aperti 20 locali così, ma li hanno chiusi tutti. La gente è più ricca e meno bisognosa: non si mette a raccogliere rifiuti per un piatto di riso.


Arkansas Esiste un parco dei diamanti, dove ognuno può armarsi di setaccio e andare a cercare il proprio tesoro


Tre settimanedi tende, terra sotto le unghie e punture d’insetto. Micherre Fox, 31 anni, newyorkese con master fresco in tasca, ha deciso che l’anello di fidanzamento non si compra: si scava. La sua storia l’ha raccontata al New York Times. Lo scenario è il “parco dei diamanti” in Arkansas. Sveglia alle cinque, 15 dollari d’ingresso, setacci e fango. Voleva un diamante vero, strappato alla terra, simbolo di un matrimonio costruito con fatica. All’ultimo giorno, pronta a ripiegare su un’ametista di consolazione, inciampa in quella che sembra rugiada su una ragnatela. Ma non evapora, non si stacca: è un diamante bianco, 2,3 carati, il terzo più grande trovato quest’anno. Potrebbe valere fino a 50 mila dollari, ma lei sostiene che il valore è altro: “Era impossibile, e l’ho fatto. È il lavoro quotidiano che tiene insieme le cose, non i soldi”. Al parco vale la regola più antica del mondo: “finders, keepers”: chi trova, se lo tiene. La fortuna ha sorriso a una donna che si è sporcata davvero le mani.


Scozia Una donna texana è data per dispersa, ma si è unita a una tribù ebraica africana che vive nei boschi di Edimburgo


Scomparsa dal Texas, riapparsa in Scozia come ancella di un re autoproclamato e decisamente bizzarro: la parabola di Kaura Taylor, ora ribattezzata Asnat, ha tratti surreali. La donna è stata ritrovata in una foresta scozzese con il “Regno di Kubala”, guidato da King Atehene (ex tenore d’opera) e da sua moglie, Queen Nandi. Si definiscono discendenti di un’antica tribù ebraica africana, costretta all’esilio da quattro secoli, con l’obiettivo di “riconquistare la terra rubata” e ricostruire Gerusalemme, ma a Edimburgo. Le autorità li vogliono sfrattare, ma loro non riconoscono leggi diverse da quelle di Yahowah: vivono in tende senza muri, bevono acqua di sorgente e resistono – evidentemente hanno la pelle dura – “protetti dal Creatore”. Così una texana può riscoprire se stessa in un regno afro-ebraico in una foresta del Regno Unito. Asnat non ha nessuna intenzione di tornare a casa: “Non sono affatto dispersa. Lasciatemi in pace, sono una persona adulta, non una bambina disperata”.




speranza per i distratti Quel portafoglio ritrovato dopo 10 anni dal meccanico (sotto il cofano dell'auto)






Quel portafoglio ritrovato dopo 10 anni dal meccanico (sotto il cofano dell'auto)
Storia di Redazione Buone Notizie corriere della  sera    tramite msn.it 
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Mai perdere le speranze, distratti di tutto il mondo: c'è chi il portafoglio lo ritrova anche dopo dieci anni, o meglio glielo ritrova addirittura il meccanico riparandogli l'auto. E poi glielo restituisce. È successo in Minnesota, dove il meccanico Chad Volk stava sostituendo la ventola di raffreddamento di una Ford Edge del 2015, quando qualcosa che avrebbe dovuto incastrarsi continuava a scontrarsi con qualcosa che lo impediva: «Ci ho trafficato un po' per scoprire cos'era perché lì per lì non si vedeva - ha detto Volk a Cbs News - ma alla fine da sotto una sporgenza è saltato fuori un portafoglio». Con dentro 15 mila dollari, una patente del Michigan, un biglietto della lotteria, 275 dollari in carte regalo Cabela's e un tesserino identificativo di un dipendente Ford: mister Richard Guilford. Che si è visto restituire tutto quanto. E quando è successo gli è anche tornata in mente la storia di com'era andata
Era il 2014 e Guilford quel giorno, non avendo tasche nei pantaloni della tuta di lavoro, si era messo il portafoglio in un taschino della blusa. A un certo punto si accorse di non averlo più. E pensò che gli fosse caduto mentre era chino a lavorare su un'auto. «Era una Flex», disse ai colleghi. Che lo aiutarono a controllare. Purtroppo senza risultato. Un po' perché lui pensava che gli fosse caduto su qualche sedule, non dentro al motore. Ma soprattutto perché l'auto era un'altra: una Edge rossa. Successivamente venduta e spedita in Arizona, e da qui venduta di nuovo per finire in Minnesota. E dopo 151 mila miglia di vita certificate dal contachilometri è approdata nell'officina Volk di Lake Crystal. Il cui titolare ha rintracciato Guilford su Facebook e l'ha chiamato: «È tuo questo portafoglio?». E l'altro è scoppiato a ridere: «L'hai trovato in macchina?».
Mister «Big Red», così lo chiamano gli amici per la sua stazza, ancor più che per i soldi recuperati si è detto felice per la storia in sé: «Ti fa riacquistare la fiducia nell'umanità quando la gente ti dice: Ehi, hai perso questo, l'ho trovato e te lo riporterò». Ancora più incredibile è come abbia fatto a sopravvivere alla neve e alla pioggia nella Terra dei Mille laghi o, peggio, al caldo del motore di un auto sotto il sole dell'Arizona.
La catena Cabela's, che vende articoli per l'outdoor, ha dichiarato le carte regalo da 250 dollari rimangono valide. I numeri sul biglietto della lotteria invece sono troppo sbiaditi per riuscire a leggerli. Oggi Guilford ha 56 anni, non lavora più alla Ford e fa il banditore part-time. «Lascerò tutto nel portafoglio così com'è - ha detto - e lo terrò a casa in una vetrinetta: sarà per i miei figli, perché raccontino la storia un giorno ai miei nipoti. Ci piacciono molto le storie. Mi piace raccontare storie.





24.8.25

sally rooney e gli intellettuali italiani contro la politica israeliana su gaza

Sally Rooney è una scrittrice irlandese tra le più lette, apprezzate e vendute al mondo.Con una decisione assolutamente radicale e politicamente fortissima ha annunciato che devolverà tutti i proventi delle trasposizioni Bbc dei suoi libri alla causa palestinese e, in particolare, al gruppo di attivisti Palestine Action.Un gesto di estremo coraggio ed enorme generosità.
Eppure, per questo, Sally Rooney rischia di essere incriminata per terrorismo nel Regno Unito con una pena fino a 14 anni di carcere, perché Palestine Action è stata inserita arbitrariamente dal governo nella lista delle organizzazioni terroristiche e chiunque la sostenga è considerato penalmente perseguibile.
Siamo al punto di considerare terroristica un’associazione che non ha mai commesso un atto di violenza
contro una persona fisica ma solo azioni simboliche e atti dimostrativi nei confronti di aziende e sedi che sostengono apertamente, economicamente e militarmente il genocidio a Gaza.
Siamo al punto di criminalizzare chi denuncia il genocidio, invece di condannare uno Stato genocida e i suoi complici.Sally Rooney non solo non si è piegata, ma si è assunta pubblicamente la responsabilità politica e legale delle sue azioni con una risposta che è un manifesto di Resistenza.“Palestine Action non è un gruppo armato. Non ha mai causato morti e non pone alcun rischio per la pubblica sicurezza.Tra i suoi metodi rientra la violazione della proprietà privata, cosa che è ovviamente illegale. Ma se uccidere 23 civili in un sito di distribuzione degli aiuti umanitari non è terrorismo, come possiamo accettare che invece sporcare con della vernice spray un aereo lo sia? Le proteste rispettose della legge non sono riuscite a fermare il genocidio. Più di 50 mila bambini sono stati uccisi o feriti. In quale momento, se non in questo, la disobbedienza civile è giustificata?”Ecco quello che mi aspetto che faccia e dica oggi un’intellettuale.




Si stanno moltiplicando gli appelli di personalità della società civile e dello spettacolo a sostegno di Global Sumud Flotilla, la spedizione navale internazionale che si prepara a rompere l’assedio israeliano su Gaza carica di aiuti umanitari e cibo. Solo nelle ultime ore e negli ultimi giorni hanno preso coraggiosamente posizione - sì, perché ci vuole coraggio - tra gli altri lo storico Alessandro Barbero, il fumettista Zerocalcare, il gruppo musicale I Patagarri, quelli che al Primo maggio hanno cantato “Free Palestine”, gli attori Elena Sofia Ricci, Claudio Santamaria e Anna Foglietta, donna straordinaria che è ormai a tutti gli effetti un’attivista per Gaza e per i bambini palestinesi (e non solo). A loro, a tutti loro, voglio dire Grazie per averci messo la faccia, la propria visibilità, per la madre di tutte le cause oggi. Con Global Sumud Flotilla. Con chi è ancora capace di essere umano.

chi l'ha detto che solo la vittoria emozioni il caso di Giuseppe Romele, per tutti “Beppe pluri atleta paraolimpico

  Nato 34 anni fa con una rara patologia congenita, ha primeggiato in molti sport, partecipando a Parigi 2024 nel paratriathlon ed a Milano ...