per tutti gli amici\che come me appassionati di storia e che lottano perchè non si perda la memoria e non cada l'oblio su tali eventi . da questo post per tutto il 2015 e forse anche per gli altri anni del centenario 1915-1918 riporterò grazie a Mario Pirrigheddu curatore del “La Beltula” supplemento all’Editoriale Digitale Gallurese parlerò delle varie iniziative per ricordare la storia della brigata Sassari di cui quest'anno si è celebrato il 100 anni e di cui uno dei due reggimenti è stato fonato proprio a tempio pausania
n° 01 APRILE 2015
Un tiepido sole ha caratterizzato l’abbraccio che Tempio ha riservato alla BRIGATA SASSARI
in occasione del centenario della sua nascita, un tributo doveroso della città che aveva mandato a combattere i suoi giovani nei teatri della prima guerra mondiale, la-sciandovi un tributo di sangue e di eroismo che è giusto ricordare e tramandare alle generazioni di oggi e di do-mani. Si è trattato di una giornata ricca di eventi e di emozioni, cominciata con l’attribuzione della
CITTADINANZA ONORARIA
alla Gloriosa Brigata nel Salone Comunale alla pre-senza di autorità militari, civili e religiose e proseguita poi nel Parco delle Rimembranze davanti al cippo commemorativo e ai busti del generale Giagheddu e del Tenente Graziani, entrambi originari di Tempio. Dopo il saluto del Sindaco Romeo Frediani, il Vescovo di Tempio Mons. Sebastiano Sanguinetti ha benedetto la corona che è stata deposta da due militari in di-visa storica.
Studenti di varie scuole cittadine hanno letto motivazio-ni, testimonianze e riflessioni, una specie di staffetta tra i giovani di ieri e quelli di oggi, mentre il coro cittadino diretto dal maestro Pasella ha reso ancor più suggesti-va l’atmosfera intonando i più famosi inni patriottici del tempo, mentre i bambini delle scuole elementari sventolavano le loro bandierine tricolori. Di seguito, nei locali
Un grande pannello presenta 72 targhette originali del parfo di guerra con i nomi dei
combattenti, targhette ritrovate in uno scantinato del Liceo da Mario
Pirrigheddu e Giovanni Biosa, ripulite e consegnate dal Comune, in
comodato d’uso al Museo della Brigata Sassari.
dell’Ufficio Turistico, tutti in fila per l’annullo filatelico dedicato all’evento e infine, nel pomeriggio, nei locali dell’ex Caserma Fadda, l’inaugurazionedella MOSTRA DEL CENTENARIO DELLA BRIGATA,con reperti, documenti, ricostruzioni, testimonianze capaci di farci com-prendere e toccare con mano una re-altà così dura e difficile: la mostra resterà aperta fino alla fine di maggio e sarebbe
auspicabile che tutti gli studenti potessero visitarla, magari con un percorso didattico di approfondimento.
Oggi la Brigata Sassari continua la sua attività con missioni di pace in territori devastati da guerre, lot-te tribali, regimi autoritari, miseria e difficoltà d’ogni genere, dove i soldati rischiano la vita ogni giorno per portare aiuti a popolazioni stremate, si impegnano in costruzioni di grandi opere come ac-quedotti, dighe, strutture di protezione oppure intervengono laddove si sono verificate catastrofi naturali come inondazioni e terremoti, sempre motivati da quei nobili sentimenti che cento anni fa’ hanno creato il mito dei sassarini.
Il generale Elio Cossu, tempiese e presidente dell’Associazione Brigata Sassari, ha comuni-cato che anche a Tempio sarà aperta una sede della stessa perché si continui ad onorare il 152esimo Reggimento fanteria, nostro cittadino onorario e la memoria di quei giovani che cento anni fa’ hanno sacrificato la loro vita per garanti-re a noi la libertà e la democrazia!
(Paola Scano)
(Foto Vittorio Ruggero)
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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19.4.15
anche la sardegna ha dato il suo contributo alla guerra del 1914-18 eppure come il sud e bistrattato dalla Lega ed dallo stato
“Io, in attesa di trapianto abbandonato all’ultimo dal mio donatore” Malato di leucemia: vorrei scrivergli ma l’identità è segreta
Capisco che uno possa rinuciare o non sentirsi pronto ok , ma rinunciare all'ultimo momento è proprio da carogne o da bastard inside ( come ho scritto nei tag ) . Molti diranno ma che nei sai tu ? perchè intervienei senza sapere , ecc . Anche se il mio caso , il mio trapianto e avvenuto da donatore morto ( uno dei primi in sardegna per la mia malattia ) le cornea destra , so cosa vuol dire aspettare un trapianto che può salvarti la vita o ridurre \ sconfiggere una tua malattia . Ed appunto per questo che mi chiedo perchè cazzo t'iscrivi o t'offri come donatore allora ? o lo faik fino in fondo o non lo fai per niente . Non so cos'altro dire per esprimere il mio disgusto ( salvo poi cambiare idea appena sentirò le sue motivazioni ) per tale persone . Lascio che a parlare sia la storia presa da http://www.lastampa.it del 18\4\2015
Dalla salvezza alla condanna il passo può essere brevissimo.
«Sembrava fatta. Abbiamo aspettato un miracolo, ma il dono è diventato
un pacco bomba». Il regalo che il signor Luca B., friulano di 65 anni,
stava ricevendo era un midollo nuovo, in arrivo da un donatore anonimo,
pronto a essere trapiantato nel suo corpo ferito dalla leucemia. Una
fortunata coincidenza, visto che il tasso di compatibilità genetica è
uno su centomila.
Ma, quando la macchina dell’intervento si è ormai messa in moto, arriva la notizia più crudele: il donatore ci ha ripensato. «Quando ci hanno detto che da qualche parte in Italia c’era una persona compatibile con papà è stata una gioia- racconta il figlio Francesco - l’eroe sconosciuto era toccato proprio a noi». I primi dubbi vengono sciolti: «Me lo sono chiesto dall’inizio: e se questo poi rinuncia? I medici lo escludevano, chi si tira indietro lo fa subito. A leggere siti e forum avevano ragione: i donatori sono persone molto motivate, anzi vivono la donazione come un regalo. Non capita tutti i giorni di avere la possibilità di salvare la vita di qualcuno».
La speranza
Passa un mese, viene confermata la compatibilità di primo livello, quella di seconda, manca solo uno step: «Era fatta». L’idea di una beffa scompare. Poi però, con una mail al suo centro di riferimento, il donatore annuncia di averci ripensato dopo qualche strano rinvio: «L’ho capito dall’imbarazzo dei medici, non sapevano come dircelo». Per il signor Luca questo rifiuto è un problema serio, il fattore tempo nelle malattie ematiche è fondamentale, e, quando si è a pochi giorni dall’intervento, tornare indietro è un rischio enorme.
Senza pace
La famiglia non si dà pace, il figlio scrive una lettera all’ex benefattore, ma il registro (per ovvie ragioni) impedisce ogni contatto tra donatore e paziente: «Se lui lo avesse detto subito, si sarebbe potuto contattare l’altro donatore identificato nella banca dati internazionale - ripete il figlio - non si sarebbe aspettato così tanto, correndo il rischio di far tornare la malattia, ma si sarebbero potute trovare altre soluzioni di tipo alternativo, magari cercando tra i membri della stessa famiglia del paziente».
Il consenso
Eppure il consenso non viene estorto con leggerezza: «In Italia la selezione è molto seria - spiega Andrea Pizzuto, presidente dell’Admo, l’associazione dei donatori di midollo osseo - chi decide di iscriversi al registro viene informato in maniera precisa. Quando poi si trova una compatibilità ci sono una serie di passaggi duranti i quali si viene seguiti da figure specializzate».
La frequenza
In Italia per fortuna questi casi non sono frequenti: «Nel 2014 solo il 4% ha rinunciato. All’estero le cifre sono maggiori». I motivi possono essere molti, anche un cambio dello stato di salute del donatore, ma in quel caso il diniego non arriva all’ultimo. «Il momento più critico è quando si deve trovare una data» spiega Paolo De Fabrizi, primario di ematologia del Sant’Eugenio di Roma.
Le rinunce
«Quella della possibile rinuncia è un punto debole di un sistema che ha salvato centinaia di migliaia di vite», aggiunge Ignazio Majolino, direttore di ematologia dell’ospedale San Camillo nella Capitale.
Ma, quando la macchina dell’intervento si è ormai messa in moto, arriva la notizia più crudele: il donatore ci ha ripensato. «Quando ci hanno detto che da qualche parte in Italia c’era una persona compatibile con papà è stata una gioia- racconta il figlio Francesco - l’eroe sconosciuto era toccato proprio a noi». I primi dubbi vengono sciolti: «Me lo sono chiesto dall’inizio: e se questo poi rinuncia? I medici lo escludevano, chi si tira indietro lo fa subito. A leggere siti e forum avevano ragione: i donatori sono persone molto motivate, anzi vivono la donazione come un regalo. Non capita tutti i giorni di avere la possibilità di salvare la vita di qualcuno».
La speranza
Passa un mese, viene confermata la compatibilità di primo livello, quella di seconda, manca solo uno step: «Era fatta». L’idea di una beffa scompare. Poi però, con una mail al suo centro di riferimento, il donatore annuncia di averci ripensato dopo qualche strano rinvio: «L’ho capito dall’imbarazzo dei medici, non sapevano come dircelo». Per il signor Luca questo rifiuto è un problema serio, il fattore tempo nelle malattie ematiche è fondamentale, e, quando si è a pochi giorni dall’intervento, tornare indietro è un rischio enorme.
Senza pace
La famiglia non si dà pace, il figlio scrive una lettera all’ex benefattore, ma il registro (per ovvie ragioni) impedisce ogni contatto tra donatore e paziente: «Se lui lo avesse detto subito, si sarebbe potuto contattare l’altro donatore identificato nella banca dati internazionale - ripete il figlio - non si sarebbe aspettato così tanto, correndo il rischio di far tornare la malattia, ma si sarebbero potute trovare altre soluzioni di tipo alternativo, magari cercando tra i membri della stessa famiglia del paziente».
Il consenso
Eppure il consenso non viene estorto con leggerezza: «In Italia la selezione è molto seria - spiega Andrea Pizzuto, presidente dell’Admo, l’associazione dei donatori di midollo osseo - chi decide di iscriversi al registro viene informato in maniera precisa. Quando poi si trova una compatibilità ci sono una serie di passaggi duranti i quali si viene seguiti da figure specializzate».
La frequenza
In Italia per fortuna questi casi non sono frequenti: «Nel 2014 solo il 4% ha rinunciato. All’estero le cifre sono maggiori». I motivi possono essere molti, anche un cambio dello stato di salute del donatore, ma in quel caso il diniego non arriva all’ultimo. «Il momento più critico è quando si deve trovare una data» spiega Paolo De Fabrizi, primario di ematologia del Sant’Eugenio di Roma.
Le rinunce
«Quella della possibile rinuncia è un punto debole di un sistema che ha salvato centinaia di migliaia di vite», aggiunge Ignazio Majolino, direttore di ematologia dell’ospedale San Camillo nella Capitale.
la Proposta di legge di iniziativa popolare “Un'altra difesa è possibile” ( taciuta e boicottata da Lega e pd o pd-l ) non è contro la polizia o l'esercito ha formato anche il benzinaio Graziano Stacchio
Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nanto (Vicenza) è un volto abbastanza noto. E’ stato elevato alle cronache nazionali per aver difeso la commessa della vicina gioielleria dall’assalto armato di una banda criminale uccidendo, senza volerlo, uno degli assalitori. Ma ci è noto soprattutto perchéil
leghista Salvini, con il tempismo degli avvoltoi che si scaraventano sui cadaveri, si è precipitato a Nanto per farne un simbolo della lotta alla criminalità. “Io sto con Stacchio, con chi difende il territorio”, portava scritto la felpa che Salvini indossava per il raduno lumbard-neofascista di piazza del Popolo a Roma dello scorso 28 febbraio. E un po’ di fan hanno subito aperto una pagina facebook “Io sto con Stacchio il benzinaio”, ma c'è anche “Io sto con Graziano Stacchio” e finanche “Io sto con Graziano Stacchio il benzinaio”. Stacchio, ha accettato la solidarietà popolare, ma non gli ci è voluto molto tempo per capire che il vero intento di Salvini & c. era quello di farne una specie di simbolo de “la difesa me la faccio da me”: un motto che piace tanto a leghisti e alle lobby delle armi che rivendicano gli inesistenti “diritti dei possessori di armi”. «Non vorrei sembrare poco gentile con queste persone che parlano di me e fanno tante cose belle. Li ringrazio molto ma io non sono un divo, non sono un politico, non voglio essere troppo un esempio e non vorrei essere strumentalizzato. Non è la mia vita questa» - dichiarava Stacchio già pochi giorni dopo al Corriere della Sera. E a La Repubblica aggiungeva una frase che deve esser andata di traverso a chi voleva farne il vessillo della “difesa fai-da-te”: «Non sono un eroe né un modello da imitare. Né tanto meno un simbolo. Lo dico subito: la gente non deve sparare in mio nome, né in Veneto né in Sicilia. Solo l’idea mi fa paura. Non è che adesso ognuno si deve sentire autorizzato a sparare. Sennò che cosa facciamo, il Far West?».Stacchio firma per la difesa civile, non armata e nonviolenta Nei giorni scorsi Stacchio ha posto la sua firma alla Proposta di legge di iniziativa popolare “Un'altra difesa è possibile” che chiede l’istituzione di un “Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta”. «Non mi sento un eroe. Anzi, non lo sono mai stato. I veri eroi – ha detto Stacchio al Giornale di Vicenza – sono quelli che ci proteggono tutti i giorni, che lo fanno per lavoro, che sono addestrati per questo compito. Questo concetto è fondamentale: la preparazione». Poche parole, concetti chiari.
Non sappiamo se con questo gesto ha voluto prendere le distanze anche da chi –invitandolo al Parlamento europeo – ha inteso usare il suo caso per dipingerlo come “una rarità da prendere a modello in una società in cui prevale l’egoismo” e per puntare la pistola (anzi il fucile) fumante contro il Governo “che non riesce a garantire, come dovrebbe, la sicurezza dei cittadini, che esasperati si sentono costretti a intervenire da soli”. Sappiamo che una cosa Stacchio l’ha sempre detta e l’ha ribadita anche nei giorni scorsi: «La legittima difesa è una cosa molto delicata, io non sono un tecnico, perché quello che è successo a me è stato istinto. Credo di averla gestita bene, anche se tutto quello che accade attorno a me non sempre mi piace».
L’aver firmato per la proposta di legge non trasforma Stacchio un novello Gandhi e sono sicuro che i promotori dell’iniziativa “Un'altra difesa è possibile” non intendono assurgerlo a icona della campagna e che nemmeno lui voglia esserlo. Però il fatto è significativo. Soprattutto perché Stacchio è un cittadino comune, con le sue idee (che ai puristi potranno sembrar bizzarre), ma di sicuro dotato di buon senso. Con le sue paure e timori, ma che ha ben chiaro che le armi non si devono usare per farsi giustizia.
Il silenzio dei media. Della Lega. E del PD
Molto più buon senso di quel partito, assetato di voti, che non si era fatto tanti scrupoli a proporgli una candidatura alle prossime elezioni regionali in Veneto. Non chiedetegli quale sia, Stacchio non ve lo dirà mai (ma non ci vuole molto a intuirlo). Resta il fatto che della notizia della firma di Stacchio alla proposta di legge dei movimenti pacifisti, l’onnipresente Salvini non ha fatto menzione. Forse qualche giornalista potrà informarlo e spiegargli che questa proposta di legge intende davvero, e senza demagogie populiste, “difendere il territorio”. Ma ben pochi sono stati finora i politici che hanno anche solo menzionato la raccolta di firme della campagna “Un'altra difesa è possibile”. A parte le lodevoli iniziative di rappresentanti politici locali (ci torneremo tra breve) – tra cui, visto che parliamo del Veneto, non possiamo non menzionare il Consiglio comunale di Vicenza che l'ha sostenuta all’unanimità già lo scorso ottobre – rarissime sono state finora le voci di rappresentanti politici nazionali. Anche dei partiti del centro-sinistra, a cominciare dal PD. Forse non l’hanno capita e gli andrà spiegata meglio.
Sicuramente Stacchio ha capito meglio di molti media e di vari politici la proposta di legge che ha firmato. Che non è una legge “contro le armi” (come titolava “Il Giornale”), ma per “l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Non si intende – per capirci – né disarmare la polizia e men che meno le forze armate. Bensì, ottenere un riconoscimento politico, giuridico, finanziario e dunque istituzionale per le nuove forme di difesa civile e nonviolenta della Patria che sono previste dalla nostra Costituzione e confermate da due sentenze della Corte Costituzionale e tre leggi dello Stato. Lo strumento politico della legge di iniziativa popolare intende certo estendere i concetti di difesa e sicurezza ma dando centralità alla Costituzione che afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11), che promuove la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino (e non solo ai militari e in modo militare) il “sacro dovere della difesa della patria” (art. 52). Concetti difficili da comprendere per chi è sempre pronto a soffiare benzina sul fuoco de “la sicurezza me la faccio da me”. E forse anche per questo, a parte i giornali locali e qualche raro TG, la notizia della firma di Stacchio per la campagna non è entrata nei salotti dei talk-show che solo qualche mese fa gli avevano dato ampio spazio definendolo “il cowboy del nordest”. Ma così va l'informazione nel nostro paese, lo sappiamo.
[--- ] continua sul sito ( trovate sopra l'url ) .
Io ho firmato perchè voglio evitare che si finisca coe gli Usa ( ne ha parlato benissimo Bowling for Columbine di Michael Moore (2003), vincitore di un premio Oscar che ha descritto benissimo il massacro della Columbine high school
Ma soprattutto perchè : 1) ho sentito in un incontro organizzatio da noi dela bottega del commercio equo e solidale locale uno dei curatori della legge che ha messo a tacere i mie dubbi e pregiudizi su tale proposta di legge ., 2) non mi piace il clima d'odio mistodi populismo ed xenofobia che sta montando dal nord - est che rischia come una marea nera d'arrivare al resto del paese " isole comprese "
VICENZA - Anche questa notte Joe Formaggio ( foto ansa a destra ) ha dormito col fucile carico e i proiettili di scorta sul comodino. "Sono i miei cittadini che danno il buon
esempio a me", dice il sindaco di Albettone, duemila abitanti, più della metà armati, sulle colline di Vicenza.
Il buon esempio, certo... Per capire l'aria che tira è utile ricordare che, sempre a proposito della sua dimora, il "comandante", soprannome del borgomastropistolero, in un certo senso ha già sparato. "Piuttosto che darla ai rom le dò fuoco" (alla casa), giura il miglior nemico veneto degli zingari. Una prova di celodurismo 3.0 che venerdì pomeriggio è valsa a Formaggio - già ideatore dei cartelli "divieto di sosta ai nomadi" piantati in piazza, poi rimossi dai carabinieri - un incontro con Salvini. La candideranno alle regionali? "Io sono a disposizione. Qui si dice: " con le ciacoe non se impasta fritoe " (con le parole non si impastano frittelle, ndr). Ho due priorità, lavoro e sicurezza. L'ho detto a Salvini: il Veneto si sta armando".
Benvenuti nel Nordest, versione Far West. Mentre a Roma per evitare altre tragedie come quella del tribunale di Milano si lavora per disarmare gli italiani restringendo le norme sul porto d'armi, qui, nella regione governata dalla Lega monta forte, in controtendenza, una crescente voglia di pistole e fucili. Armi per tutti. Armi ai cittadini per difendersi "dagli immigrati", "dai rom". Che ormai, nel sillogismo propalato sotto elezioni dai populisti della sicurezza, sono sinonimo di "ladri". Gazebo, petizioni, fiaccolate, forzature. L'ultima idea sono i distretti armati. In pratica: dotare di armi la popolazione che abita in quelle zone dove la presenza di immigrati - siano anche profughi o rifugiati - è particolarmente densa. Giorgio Vianello è il presidente leghista della municipalità veneziana del Lido. "Mi hanno dato del matto perché ho proposto, con una raccolta di firme, di concedere il porto d'armi ai cittadini che ne faranno richiesta. Mi sembra una cosa di buon senso. Un amministratore ha la responsabilità di pensare alla sicurezza. O no?"
Come se già non ci fosse in Italia una legge - ritenuta peraltro troppo blanda - sulla concessione del porto d'armi. Come se con i 10 milioni di armi legali che girano - senza tenere conto del mercato clandestino - e i 4 milioni (una su sei) di famiglie armate, il nostro non fosse già un Paese con il dito sul grilletto. Al Veneto - in ascesa nella classifica delle regioni più armate subito dietro Lombardia e Piemonte - tutto questo non basta, anzi. Succede che al Lido di Venezia sbarcano 37 profughi siriani. Sono ospitati da qualche giorno al Centro di Soggiorno Morosini, gestito dal comune lagunare. Non risulta siano razziatori d'appartamenti. Ma tant'è, se 37 profughi sono bastati a Vianello per chiedere armamenti ad hoc per i veneziani del Lido, il suo capo Salvini ci è saltato sopra con raffinata ironia via Facebook ("clandestini in vacanza al Lido, italiani per strada").
Dalla laguna pieghi verso l'interno, tra il vicentino e la marca trevigiana. Giri per i paesi: nella stessa Albettone; a Nanto dove il benzinaio pentito Graziano Stacchio ha aperto il fuoco per difendere la commessa di una gioielleria dall'assalto armato dei rapinatori uccidendone uno; a Oderzo; a Ponte di Piave nel trevigiano dove pure le carabine sono entrate in azione; a Malo; a Breganze dove due famiglie su tre sono armate e dove in 500 hanno sfilato fiaccole alla mano contro il campo nomadi. Leit motiv: "La difesa me la faccio da me".
Eppure c'è ancora chi vuole credere nello Stato. Gabriele Tasso è sindaco di San Piero Mussolino, nell'alta valle vicentina. "Ho chiesto ai candidati al governo della Regione di dare più potere alla polizia locale e di ripristinare la scuola regionale di formazione per agenti. Rientrano ancora nel settore amministrativo come gli impiegati comunali. Se non cambierà niente sarà difficile impedire alla gente di organizzarsi "". È, o vogliono farla apparire, una rivoluzione "civile". "Se non ci pensa lo Stato a difenderci ci devono pensare i cittadini". La frase-mantra di Formaggio. Se fosse il titolo di un film sarebbe "All'armi siam leghisti". Perché è la Lega che ci ha messo sopra il cappello. Fin da Varese, dove a febbraio chiese al prefetto di autorizzare il porto d'armi "a tutti i cittadini, per difesa personale", condividendo il modulo di richiesta su Facebook. E Salvini, leader lumbard attivissimo sui social network, in questi giorni è in visita in Veneto. Gli hanno regalato una ruspa e lui ha dato l'imprimatur. "La gente se ha paura ha diritto di difendersi. I confini vanno difesi anche sparando".
Poi accadono cose imprevedibili. Anche trasversali. Due giorni fa Francesco Vezzaro, sindaco Pd di Vigodarzere, nel padovano, si è dimesso per protesta contro la prefettura che gli ha mollato 100 profughi in una ex caserma. Effetti impazziti. Si torna al caso Stacchio. La Lega pensava di averlo già nel sacco. Un benzinaio che spara ai rapinatori. Il rapinatore è un rom. Muore. Stacchio eroe. Ma lui non abbocca: capisce che la politica lo vuole strumentalizzare e mentre gli ultrà della demagogia intollerante indossano la t-shirt "Io sto con Stacchio", Stacchio spariglia. È lui il primo che non sta con Stacchio. "Non sparate in mio nome, non sono un esempio ", frena. Presi in contropiede, Lega e gli altri pezzi di destra, che volevano candidarlo, ripiegano quindi sul più istrionico Formaggio. Le critiche gli fanno un baffo. "Ne abbiamo pieni i c.... Preferisco vicini di casa che sparano piuttosto che gente che finge di non vedere".
È una battaglia antica quella che si sta giocando in Veneto. La chiamata alle armi riporta indietro alla stagione dello sceriffo Gentilini. Fu lui, l'ex sindaco di Treviso già condannato per odio razziale, autore della rimozione etnica delle panchine, il primo a profetizzare la necessità di "sparare contro gli immigrati ". E i suoi epigoni vanno giù duro uguale. "Se arriva una carovana di rom il aspetto col fucile", sempre il sindaco di Albettone. "L'arma di questi tempi aiuta " dice un artigiano di Oderzo. "Mi chiami Gianni e basta, che con sta gente (i rom) non si sa mai". Ha brindato a prosecco Sandro Magro, l'imprenditore di Faè di Oderzo che il 2 marzo scorso sparò colpi di fucile in aria per mettere in fuga i ladri: la Procura di Treviso ha chiesto l'archiviazione del procedimento penale nei suoi confronti. "Non siamo fanatici o violenti, ma se un ladro viene a rubare a casa sua lei cosa fa, lo lascia fare? Gli serve il caffè?". Per chiedere l'archiviazione ha firmato anche un assessore provinciale: Mirco Lorenzon. Uno sensibile al problema. A marzo aveva premuto pure lui il grilletto dalla finestra di casa. Per scoraggiare i malviventi, a Negrisa di Piave, sempre nel trevigiano.
Nella Marca se non è psicosi poco ci manca. E cosi per tenere alta l'attenzione si cercano simboli. Facce da esibire. Tutte le speranze erano riposte in Stacchio. Lega e Fratelli d'Italia gli hanno offerto subito un posto in lista. E lui? Ha accettato la solidarietà popolare. Poi ha firmato. Una proposta di legge, sì. Ma per la "difesa civile, non armata e non violenta ". Che scorno. Sentitelo Stacchio."Non sono un eroe. I veri eroi sono quelli che ci proteggono tutti i giorni, che lo fanno per lavoro, addestrati per questo compito". Gli sceriffi fai-da-te sono avvisati ma non mollano. Chiosa di Joe Formaggio: "Stacchio o non Stacchio, io continuo a dormire col fucile carico".
18.4.15
Termeno (BOLZANO) IL preside vieta i cellulari in classe Il grazie dei ragazzi “Finalmente liberi”
finalmente un preside che cerca di far ragionare alunni e genitrori . sarà l'inizio di una nuova tendenza o è solo un caso isolato p mosca bianca come si diceva u tempo ? a voi la scelta .
Per chi va di fretta o non vuole leggersi tutto l'articolo di repubblica del 18\4\2015 sotto riportato qui ne trova un sunto di http://video.gelocal.it/altoadige/locale
La storia
A Termeno, vicino a Bolzano, Stefan Keim ha avuto un’idea: usare un rilevatore di onde elettromagnetiche per scovare i cellulari “I miei allievi hanno capito: lo lasciano a casa”
JENNER MELETTI
Termeno (BOLZANO)
Rischia di diventare il preside più amato d’Italia.Almeno dai genitori.«Alcune mamme sono venute da me — racconta Stefan Keim, 43 anni, preside dell’istituto comprensivo di Termeno — per dirmi grazie. “Lei è riuscito a convincere i nostri figli a stare disconnessi per una intera mattinata. Ha fatto capire ai nostri adolescenti che non è necessario navigare 24 ore su 24, che oltre WhatsApp,Instagram e Facebook c’è una vita vera».
Stefan Keim, preside da due anni (dopo avere insegnato filosofia e psicologia alle superiori) riceve applausi perché, semplicemente,è diventato un ghostbuster che invece dei fantasmi acchiappa i telefonini.
«Ho fatto soltanto — dice — il mio dovere. Da anni una direttiva dell’Intendenza scolastica dell’Alto Adige proibisce l’uso dei cellulari a scuola. Ma non viene applicata. Gli insegnanti, all’inizio di ogni
anno, leggono la norma ma non hanno mezzi per farla rispettare. Ripetono l’invito cinque o sei volte, poi non sanno più che fare. Io ho fatto rispettare la direttiva».
Una scuola media di lingua tedesca in questa terra di mele e di Gewurztraminer.Gli alunni di lingua italiana sono 3 su 187.
«Quando ho comprato il mio primo cellulare— racconta il preside — avevo più di vent’anni. Non sono nato con il telefonino in tasca. Ottimo strumento, che noi usavamo però per qualche telefonata e
qualche messaggio, che fra l’altro costavano cari. Qui a scuola ho trovato invece la generazione dei sempre connessi. Risposte ai test copiate durante le verifiche, soluzioni dei problemi, invio di foto e di messaggi … Insomma, alunni a testa bassa a scrutare il display invece di seguire le lezioni.
Con anche episodi molti spiacevoli:foto scattate alle insegnanti con commenti pesant sull’abbigliamento o sulla loro professionalità, filmati di decapitazioni dell’Is ricevuti da un ragazzo propriodurante una lezione. Sua mamma è venuta a raccontarmi che il ragazzo era rimasto sotto choc e non riusciva più a dormire ».
Sempre connessi. «È questo — dice Stefan Keim — il problema principale. Devi essere sempre in rete, devi essere pronto a rispondere immediatamente a qualsiasi messaggio, anche se è solo un “ciao”. Soltanto così sei accettato dal gruppo virtuale e non ti senti escluso. Per questo ho deciso
di intervenire, non solo con i divieti ma cercando il consenso». Il Consiglio di istituto si riunisce il 19 maggio 2014 e decide di punire chi non rispetti la Direttiva: le prime due volte, note sul registro, alla terza la sospensione da scuola. Assemblee con gli alunni e poi con i genitori.«Dovevamo iniziare l’8 settembre, primo giorno di scuola ma non era pronto l’armadio chiesto al Comune, dove pensavamo di mettere in deposito i cellulari, una cassetta per classe. Abbiamo iniziato ai primi di novembre e ci sono stati problemi.
Per ritirare 187 cellulari servono molti minuti e gli alunni rischiavano di perdere l’autobus. E così abbiamo detto: lasciate i cellulari a casa. Se proprio non potete, metteteli nell’armadio. Terza soluzione: portateli in classe ma spenti e nascosti nello zainetto. Se sono visibili,scatta la sanzione ». Dopo il rodaggio, tutto è filato liscio. In questi mesi, soltanto tre note sul registro e nell’armadio adesso vengono consegnati non più di venti cellulari. Gli altri restano a casa. «Anche perché io mi sono messo a girare nei corridoi e nelle classi con il mio rilevatore di onde ad alta frequenza che mi segnala i cellulari accesi. L’avevo comprato quando è nata la mia prima figlia,per vedere se in casa ci fossero onde magnetiche pericolose. Per questo aggeggio,e per un altro che rileva le basse frequenze, avevo speso 500 euro.
Per chi va di fretta o non vuole leggersi tutto l'articolo di repubblica del 18\4\2015 sotto riportato qui ne trova un sunto di http://video.gelocal.it/altoadige/locale
La storia
A Termeno, vicino a Bolzano, Stefan Keim ha avuto un’idea: usare un rilevatore di onde elettromagnetiche per scovare i cellulari “I miei allievi hanno capito: lo lasciano a casa”
JENNER MELETTI
Termeno (BOLZANO)
Rischia di diventare il preside più amato d’Italia.Almeno dai genitori.«Alcune mamme sono venute da me — racconta Stefan Keim, 43 anni, preside dell’istituto comprensivo di Termeno — per dirmi grazie. “Lei è riuscito a convincere i nostri figli a stare disconnessi per una intera mattinata. Ha fatto capire ai nostri adolescenti che non è necessario navigare 24 ore su 24, che oltre WhatsApp,Instagram e Facebook c’è una vita vera».
Stefan Keim, preside da due anni (dopo avere insegnato filosofia e psicologia alle superiori) riceve applausi perché, semplicemente,è diventato un ghostbuster che invece dei fantasmi acchiappa i telefonini.
«Ho fatto soltanto — dice — il mio dovere. Da anni una direttiva dell’Intendenza scolastica dell’Alto Adige proibisce l’uso dei cellulari a scuola. Ma non viene applicata. Gli insegnanti, all’inizio di ogni
anno, leggono la norma ma non hanno mezzi per farla rispettare. Ripetono l’invito cinque o sei volte, poi non sanno più che fare. Io ho fatto rispettare la direttiva».
Una scuola media di lingua tedesca in questa terra di mele e di Gewurztraminer.Gli alunni di lingua italiana sono 3 su 187.
«Quando ho comprato il mio primo cellulare— racconta il preside — avevo più di vent’anni. Non sono nato con il telefonino in tasca. Ottimo strumento, che noi usavamo però per qualche telefonata e
qualche messaggio, che fra l’altro costavano cari. Qui a scuola ho trovato invece la generazione dei sempre connessi. Risposte ai test copiate durante le verifiche, soluzioni dei problemi, invio di foto e di messaggi … Insomma, alunni a testa bassa a scrutare il display invece di seguire le lezioni.
Con anche episodi molti spiacevoli:foto scattate alle insegnanti con commenti pesant sull’abbigliamento o sulla loro professionalità, filmati di decapitazioni dell’Is ricevuti da un ragazzo propriodurante una lezione. Sua mamma è venuta a raccontarmi che il ragazzo era rimasto sotto choc e non riusciva più a dormire ».
Sempre connessi. «È questo — dice Stefan Keim — il problema principale. Devi essere sempre in rete, devi essere pronto a rispondere immediatamente a qualsiasi messaggio, anche se è solo un “ciao”. Soltanto così sei accettato dal gruppo virtuale e non ti senti escluso. Per questo ho deciso
di intervenire, non solo con i divieti ma cercando il consenso». Il Consiglio di istituto si riunisce il 19 maggio 2014 e decide di punire chi non rispetti la Direttiva: le prime due volte, note sul registro, alla terza la sospensione da scuola. Assemblee con gli alunni e poi con i genitori.«Dovevamo iniziare l’8 settembre, primo giorno di scuola ma non era pronto l’armadio chiesto al Comune, dove pensavamo di mettere in deposito i cellulari, una cassetta per classe. Abbiamo iniziato ai primi di novembre e ci sono stati problemi.
Per ritirare 187 cellulari servono molti minuti e gli alunni rischiavano di perdere l’autobus. E così abbiamo detto: lasciate i cellulari a casa. Se proprio non potete, metteteli nell’armadio. Terza soluzione: portateli in classe ma spenti e nascosti nello zainetto. Se sono visibili,scatta la sanzione ». Dopo il rodaggio, tutto è filato liscio. In questi mesi, soltanto tre note sul registro e nell’armadio adesso vengono consegnati non più di venti cellulari. Gli altri restano a casa. «Anche perché io mi sono messo a girare nei corridoi e nelle classi con il mio rilevatore di onde ad alta frequenza che mi segnala i cellulari accesi. L’avevo comprato quando è nata la mia prima figlia,per vedere se in casa ci fossero onde magnetiche pericolose. Per questo aggeggio,e per un altro che rileva le basse frequenze, avevo speso 500 euro.
I ragazzi non si spaventano più, quando all’improvviso entro in classe . Si sono messi in regola perché hanno capito che senza cellulari la loro attenzione è più alta. E che è meglio prendere un voto buono che rispondere a un sms. Sono esigenti anche con i professori.
L'altro giorrno hanno “denunciato” un insegnante che telefonava dal corridoio e non dalla sala professori durante l’ora vuota».
Nella scuola media è arrivato un dirigente della Polizia postale a raccontare i pericoli che si possono incontrare in Rete,e come una foto inviata «riservatamente»a un amico in realtà possa essere usata e
strumentalizzata in mezzo mondo. «Ho chiamato un amico, l’ingegner Francesco Imbesi, che ha fatto un esperimento interessante.
Ha mostrato una colonia di vermi della farina cresciuti lontano da onde magnetiche e un’altra colonia vissuta accanto a un cellulare acceso. I vermi di quest’ultimo gruppo sono risultati meno attivi e più sottoposti a mutazioni».Un po’ di spavento, tante domande.
«La soddisfazione più grande mi è arrivata dai genitori. Mi hanno detto che i loro figli, con il divieto del cellulare a scuola, adesso si sentono più liberi. “È bello non dovere più stare connessi tutto il giorno. Se un amico protesta perché tardo a rispondere, io gli dico: tu ce l’hai un preside ghostbuster?”».
L'altro giorrno hanno “denunciato” un insegnante che telefonava dal corridoio e non dalla sala professori durante l’ora vuota».
Nella scuola media è arrivato un dirigente della Polizia postale a raccontare i pericoli che si possono incontrare in Rete,e come una foto inviata «riservatamente»a un amico in realtà possa essere usata e
strumentalizzata in mezzo mondo. «Ho chiamato un amico, l’ingegner Francesco Imbesi, che ha fatto un esperimento interessante.
Ha mostrato una colonia di vermi della farina cresciuti lontano da onde magnetiche e un’altra colonia vissuta accanto a un cellulare acceso. I vermi di quest’ultimo gruppo sono risultati meno attivi e più sottoposti a mutazioni».Un po’ di spavento, tante domande.
«La soddisfazione più grande mi è arrivata dai genitori. Mi hanno detto che i loro figli, con il divieto del cellulare a scuola, adesso si sentono più liberi. “È bello non dovere più stare connessi tutto il giorno. Se un amico protesta perché tardo a rispondere, io gli dico: tu ce l’hai un preside ghostbuster?”».
Pizza o Mc donald ? Vfncl a ch dice che difendere i prodotti italiani sia di destra o anti americano . Certe cose non hanno colore ideologico
McDonald's lancia uno spot contro la pizza. Dicendo che i bambini
italiani preferiscono l'Happy Meal. Napoli gli risponde con
distribuzione davanti ai fast foud di pizze gratis e con un
contro video
Il Movimento 5 Stelle , una dele poche cose non
populiste e demagogiche che han detto \ enunciato presenterà
esposto all'Agcom per oscurare quello spot vergognoso e diseducativo.
Intanto chiediamo ad Expo di escludere McDonald's da sponsor ufficiale.
Expo non solo è stato un tangentificio, ma addirittura sarà un evento per danneggiare le nostre tradizioni enogastronomiche.
E'
vero , lo ammetto che da ragazzo avevo 10 \13 anni , e non
capivo ancora niente di consumo critico e di alimentazione
consapevbole e ci ho mangiato anche quelle schifezze . Poi con
gli anni ho imparato , ovviamente . Senza nulla togliere alla
cucina americana.
E' vero , lo ammetto che da ragazzo avevo 10 \13 anni , e non capivo ancora niente di consumo critico e di alimentazione consapevole e ci ho mangiato anche quelle schifezze . Poi con gli anni ho imparato , ovviamente . Senza nulla togliere alla cucina americana
divenuta dagli anni 80 sempre più omologante io sono con i pizzaioli napoletani . Perchè quella compagna pubblicitartia
è insulto alla cultura alimentare di un popolo e ha in se gli elementi tipici del degli ultimi due secoli di cui ancora non ci siamo liberati di superiorità di una cultura su un'altra .
Quindi sono d'accordo con : la contro replica dei pizzaioli napoletani
con questa divertente Candid Camera girata dopo il discusso spot dell'Happy Meal, in cui un bambino rifiuta la pizza, . Ecco cosa accade se ordini una pizza e invece ti portano un Happy Meal!
a voi ogni giudizio in merito e la scelta da che parte stare .
15.4.15
La start-up di tre ragazze modenesi per adottare un amico a quattro zampe in tutta Italia
vi potrebbe interessare
https://www.facebook.com/Bestiacce?fref=ts sulla pagina facebook del gruppo geolocal ovvero le varie edizioni di repubblica e più precisamente da http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/ del 7\4\2015 leggo questa news di un metodo intelligente di conciliare adozione di un animale con le esigenze dei richiedenti . Un metodo che potrebbe portare a ridurre gli abbandoni , il randagismo e il sovraffollamento nei canili. Ora all'articolo riportato sotto , Non pago di tale articolo le ho contatte ( vedere alla fine dell'l'articolo ) sulla loro pagina facebook e mi sono tolto ulteriori curiosità
“Bestiacce” trova il cane per te
MODENA. Nata da un'idea per contribuire al benessere dei nostri amici a quattro zampe, “Bestiacce” è diventata una start-up che sta continuando a crescere dando un servizio importante, quello di trovare “l'anima gemella” felina o canina a chi lo desideri.
È proprio questo lo slogan che le fondatrici Clizia Welker, Giulia Beltrami e Roberta Chelotti portano avanti ogni giorno nel loro progetto. Quello che le fondatrici vogliono promuovere è l'adozione sostenibile, controllata e trasparente e nel loro sito web è possibile trovare tutte le schede dei cani, che vengono selezionati da professionisti, la collocazione e soprattutto, attraverso un piccolo test sempre disponibile sul sito, è possibile anche trovare il cane ideale in base alle richieste ed esigenze della persona interessata. Bestiacce, presente sul territorio da oltre due anni, per adesso ha registrato sul sito oltre 400 cani e all'attivo 25 collaboratori e si sta espandendo in tutta Italia con svariate sedi,
https://www.facebook.com/Bestiacce?fref=ts sulla pagina facebook del gruppo geolocal ovvero le varie edizioni di repubblica e più precisamente da http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/ del 7\4\2015 leggo questa news di un metodo intelligente di conciliare adozione di un animale con le esigenze dei richiedenti . Un metodo che potrebbe portare a ridurre gli abbandoni , il randagismo e il sovraffollamento nei canili. Ora all'articolo riportato sotto , Non pago di tale articolo le ho contatte ( vedere alla fine dell'l'articolo ) sulla loro pagina facebook e mi sono tolto ulteriori curiosità
“Bestiacce” trova il cane per te
La start-up di tre ragazze modenesi per adottare un amico a quattro zampe in tutta Italia
di Serena Fregni
MODENA. Nata da un'idea per contribuire al benessere dei nostri amici a quattro zampe, “Bestiacce” è diventata una start-up che sta continuando a crescere dando un servizio importante, quello di trovare “l'anima gemella” felina o canina a chi lo desideri.
È proprio questo lo slogan che le fondatrici Clizia Welker, Giulia Beltrami e Roberta Chelotti portano avanti ogni giorno nel loro progetto. Quello che le fondatrici vogliono promuovere è l'adozione sostenibile, controllata e trasparente e nel loro sito web è possibile trovare tutte le schede dei cani, che vengono selezionati da professionisti, la collocazione e soprattutto, attraverso un piccolo test sempre disponibile sul sito, è possibile anche trovare il cane ideale in base alle richieste ed esigenze della persona interessata. Bestiacce, presente sul territorio da oltre due anni, per adesso ha registrato sul sito oltre 400 cani e all'attivo 25 collaboratori e si sta espandendo in tutta Italia con svariate sedi,
anche se il fulcro
rimane a Modena come spiega Giulia: «Il progetto è nato dalla passione
per gli animali. Io ho svolto un dottorato presso l'università di
Ferrara e una volta tornata a Modena ho deciso di dedicarmi allo studio
degli animali in particolare al loro benessere attraverso programmi di
partnership e così, insieme a Roberta, esperta di comunicazione e marketing
che vive a Brescia e a Clizia, business designer, abbiamo deciso di
dare vita a questo progetto».
Essendo una startup, il progetto nel 2013 è stato selezionato dall'acceleratore d'impresa privato b-ventures e attualmente si avvale della consulenza di Democenter, importante incubatore per imprese e startup modenesi. Inoltre, essendo molto attiva nel territorio modenese, Bestiacce collabora con il Centro soccorso animali e con il canile intercomunale di Modena anche se il loro scopo è riuscire ad avere collaborazioni sul loro sito con 20 canili circa, come spiega ancora Giulia: «E' essenziale riuscire a coinvolgere più realtà possibili per poter dare ai tanti cani che sono sempre alla
ricerca di una casa che li possa accogliere»
Essendo una startup, il progetto nel 2013 è stato selezionato dall'acceleratore d'impresa privato b-ventures e attualmente si avvale della consulenza di Democenter, importante incubatore per imprese e startup modenesi. Inoltre, essendo molto attiva nel territorio modenese, Bestiacce collabora con il Centro soccorso animali e con il canile intercomunale di Modena anche se il loro scopo è riuscire ad avere collaborazioni sul loro sito con 20 canili circa, come spiega ancora Giulia: «E' essenziale riuscire a coinvolgere più realtà possibili per poter dare ai tanti cani che sono sempre alla
ricerca di una casa che li possa accogliere»
Giulia continua spiegando come Bestiacce sia aperta a qualsiasi
volontario che voglia partecipare e aggiunge: «Se qualcuno è
appassionato di animali può contattarci e aiutarci a trovare casa a
tanti piccoli amici». Gli obiettivi della startup, oltre all'adozione,
sono anche svariati programmi di educazione che si svolgono sempre
affiancati da professionisti che si occupano di stilare i profili dei
cani e veterinari.
«Siamo sempre in contatto con educatori professionisti - racconta Giulia - che ci affiancano nelle nostre iniziative e anche con veterinari esperti sempre disponibili. Oltre ai cani, la startup sta cercando di coinvolgere anche progetti che riguardano i gatti. Siamo presenti in tante città perché lavoriamo molto attraverso il web ma a breve creeremo una vera e propria sede a Modena».
«Siamo sempre in contatto con educatori professionisti - racconta Giulia - che ci affiancano nelle nostre iniziative e anche con veterinari esperti sempre disponibili. Oltre ai cani, la startup sta cercando di coinvolgere anche progetti che riguardano i gatti. Siamo presenti in tante città perché lavoriamo molto attraverso il web ma a breve creeremo una vera e propria sede a Modena».
Non pago di tale articolo le ho contatte sulla loro pagina facebook e mi sono tolto ulteriori curiosità
il vostro metodo sta funzionando ?
solo i cani rinchiusi nei canili o anche gli altri randagi ? collaborate anche con guardie zoofile ?
accoglienza positiva o negativa del vostro progetto ?
come è nata la scelta del nome del vostro progetto ? vi conoscevatge già prima oppure una di voi ha deciso d'intrapendere il progetto e a cercato le altre ?
Ciao Giuseppe, grazie per averci scritto! rispondo alle tue domande:
1- Si il nostro metodo sta funzionando, abbiamo riscontri positivi di famiglie che hanno visto il proprio cane su Bestiacce e hanno intrapreso con successo il percorso di adozione in canile 2- I cani di Bestiacce abitano nei canili di tutta Italia che aderiscono al progetto. Questi cani sono profilati caratterialmente da educatori cinofili secondo un test da noi realizzato in collaborazione con l'Università di Parma 3- Non collaboriamo con guardie zoofile. Collaboriamo con canili pubblici e privati e con associazioni 4-Il nostro progetto è stato accolto molto positivamente da tutti, dai canili, dagli esperti del settore(educatori, veterinari ecc) e soprattutto dal pubblico che ci sta dimostrando interesse e appoggio 5-abbiamo chiamato il progetto Bestiacce perchè vogliamo dare a questa parola un significato affettuoso e sminuire i pregiudizi per cui i cani e i gatti ospiti di canili e gattili sono animali di serie B 6-Ci siamo conosciute grazie al progetto Bestiacce. Io (Roberta) avevo iniziato un progetto con altre persone. Clizia e Giulia ci hanno contattato chiedendoci una sinergia perchè avevano iniziato a realizzare la stessa idea. Gli altri hanno rinunciato e noi tre siamo rimaste: da qui sono nate le Bestiacce.
concludo facendo i migliori auguri alle curatrici e ideatrici di tali iniziative , sperando che non diventi una cosa commerciale
12.4.15
Papa:indifferenza su genocidio cristiani ne non solo ."Massacro degli armeni primo genocidio del XX secolo". Protesta della Turchia
per approfondire \ vi potrebbe interessare
http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno
http://www.ilpost.it/2012/04/24/breve-storia-del-genocidio-armeno/
da 12 aprile 2015 Redazione Tiscali
http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno
http://www.ilpost.it/2012/04/24/breve-storia-del-genocidio-armeno/
da 12 aprile 2015 Redazione Tiscali
"Oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!". Così Papa Francesco si è rivolto ai fedeli armeni, prima della messa celebrata nella Basilica di San Pietro, per il centenario del 'martirio' armeno con il rito di proclamazione a 'dottore della Chiesa' di San Gregorio di Narek.
Nel secolo scorso tre grandi tragedie - Bergoglio ha ricordato, innanzitutto, che "la nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come 'il primo genocidio del XX secolo'" è quella che "ha colpito il vostro popolo armeno". Poi, "le altre due grandi tragedie" mondiali: "quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo". E più recentemente "altri stermini di massa - ha denunciato Francesco - come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia. Eppure sembra che l’umanità non riesca a cessare di versare sangue innocente", ha ammonito.
Ancora oggi il grido soffocato di tanti fratelli e sorelle - "Purtroppo - ha ancora sottolineato il Pontefice - ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi - decapitati, crocifissi, bruciati vivi - oppure costretti ad abbandonare la loro terra. Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: 'A me che importa?'; 'Sono forse io il custode di mio fratello?'. "In diverse occasioni - ha detto Francesco - ho definito questo tempo come un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione".
Quasi immediata la reazione turca - La Turchia ha convocato immediatamente l’ambasciatore vaticano. Nel colloquio, ha fatto sapere Monsignor Lucibello, le autorità turche hanno espresso "il loro disappunto" per le parole del Pontefice. La Turchia continua a negare che quello del 1915-16 sia stato un genocidio e combatte una guerra diplomatica permanente per cercare di impedire che venga riconosciuto all'estero da un numero crescente di stati.
Quasi immediata la reazione turca - La Turchia ha convocato immediatamente l’ambasciatore vaticano. Nel colloquio, ha fatto sapere Monsignor Lucibello, le autorità turche hanno espresso "il loro disappunto" per le parole del Pontefice. La Turchia continua a negare che quello del 1915-16 sia stato un genocidio e combatte una guerra diplomatica permanente per cercare di impedire che venga riconosciuto all'estero da un numero crescente di stati.
Unione Armeni: "Ha dato degna sepoltura ai nostri martiri" - "Finalmente - ha commentato il presidente dell'Unione Armeni d'Italia, Baykar Sivazliyan - dopo 100 anni è stato fatto un passo molto importante nelle direzione del riconoscimento del genocidio del nostro popolo. Le parole di Papa Francesco sono una degna sepoltura per i nostri martiri". "La Turchia si ostina a negare una verità che oggi fa più male alle giovani generazioni di turchi che non agli armeni. Noi abbiamo avuto cento anni per provare a metabolizzare un dolore vissuto anche in maniera molto intima dalle nostre famiglie, mentre i governi turchi hanno privato le giovani generazioni della possibilità di far pace con la loro storia", commenta Sivazliyan. "Apprendiamo che ad Ankara è stato convocato l'ambasciatore in Vaticano - aggiunge -. Bene, in questa giornata non possiamo che augurarci sia per ringraziare il Santo Padre di queste parole di apertura e offrire finalmente disponibilità al riconoscimento dei crimini commessi come genocidio".
6.4.15
Torna 72 anni dopo «Voglio rivedere la mia cara scuola» Fiorenza da Milano al Mantegna, dove si diplomò nel 1943 Oggi ha 96 anni e suona ancora il pianoforte: «Mai fermarsi»
del 29\3\2015

A una signora, sarebbe buona educazione non chiedere l'età. «Quando è nata, signora Fiorenza?». Lei risponde prontissima: «Ho 96 anni, sono nata il 24 ottobre 1918 a Savona».è arrivata ieri alle 13.30 davanti a quella che fu la sua scuola, oggi istituto tecnico Andrea Mantegna, in via Guerrieri Gonzaga. Scesa dall'auto guidata dal custode del condominio dove abita a Milano, è accolta con un mazzo di fiori - sette rose bianche - da tre studenti (due ragazze e un ragazzo), dalla dirigente scolastica Viviana Sbardella e dal professore di scienze Mario Cantadori. «L'ultima volta che sono stata qua, è stato 72 anni fa, mi devo un po' riambientare» dice, prima di raccontare la sua emozione per essere tornata in un luogo e in un tempo lontano eppure vicino nella sua memoria. Qui il 30 settembre 1943 sostenne gli esami per poter insegnare economia domestica, il diploma di abilitazione le fu consegnato il giorno dopo. Fiorenza lo ha portato da casa, con tanti bei voti, e la dirigente Sbardella estrae dall'archivio della scuola il relativo registro con la firma della preside di allora, Maria Santarelli.
«A quel tempo la scuola si chiamava Magistero Maria José del Belgio principessa di Piemonte» dice Fiorenza. Infatti sul registro c'è proprio scritto "Regia scuola di Magistero professionale per la donna Principessa Maria di Piemonte". Fiorenza ha solo precisato «José del Belgio, che aveva sposato il principe Umberto», dice. Dopo essersi diplomata in pianoforte al Conservatorio a Milano nel 1941, Fiorenza venne a Mantova per sostenere l'esame da privatista, il diploma le serviva per lavorare. «I giovani erano in guerra - dice - e a lavorare dovevamo essere noi donne». E il lavoro lo trovò immediatamente come insegnante di economia domestica, a Reggio Emilia all'istituto del Buon Pastore. Tempo di guerra. Che però a Mantova, nonostante si fosse nel settembre del ’43, Fiorenza per fortuna non patì, i rastrellamenti tedeschi erano già avvenuti. Soffrì invece a Reggio, bombardata, così che riparò con la famiglia in Piemonte.
A Mantova «ero ospite delle suore e ricordo che - Fiorenza dice proprio così - mangiavo un bicchierone di latte in un bar qui vicino, così quando tornavo dalle suorine non avevo più fame». L'amore per il pianoforte l'ha sempre accompagnata: «Due volte al mese vado a suonare per i malati di Alzheimer», svela, e il primo appuntamento con Mantova, due settimane fa, è slittato perché Fiorenza è andata a Pistoia per seguire un suo allievo pianista impegnato in un concorso di musica. In aprile l'allievo andrà a un altro concorso, a Padova, e Fiorenza lo seguirà anche là.
«I miei nipoti mi dicono di stare ferma, invece io devo muovermi, vivere». E Fiorenza si muove e vive: vuole vedere «almeno un'aula». Viviana Sbardella, la dirigente, la invita a salire al piano superiore, e Fiorenza procede sullo scalone. Nelle aule ci sono degli affreschi. Lei li osserva: «Tante cose si sono mantenute» dice. Meravigliosa Fiorenza.
Gilberto Scuderi
Come sarebbe stata l'ultima cena di Gesù se a quei tempi ci fossero stati Twitter, Facebook e WhatsApp?
Lo so che ai più tradizionalisti , fra cui anche alcuni amici seminaristi e sacerdoti potrà non piacere e sembrerà dissacrante ed offensivo o peggio blasfemo
da Gli amici di Casa Surace
Ma purtroppo è vero . Anche a me che sono sempre attaccato da un po' di fastidio che durante le cerimonie o momenti importanti succedano cose come i filmato sopra riportato .
infatti lo metto o in vibrazione disattivando le suonerie ( quando non posso farne a meno in quanto lo uso anche per filmare e fotografare ) o lo spengo o creando risate ( da parte di stolti media dipendenti ) oppure applausi e citazioni (da parte di gente di buon senso )
Mi ricordo che quando feci da testimone di nozze a mio cugino \ padrino che lo spensi prima che il prete iniziasse a celebrare la funzione . Il quale poi durante l'omelia , parlando di intimità e d'umiltà citò il mio gesto . Spesso in una società iper tecnologica ( anche se in realtà sono solo 2 miliardi su 7 che hanno accesso a tali tecnologie ) fare una simile cosa viene considerato un gesto snob o da matti , ma forse tali persone ignorano o non sanno che da piccoli gesti simili sono nati grandi cambiamenti politici ( da non confondere con politiki l'k è messa apposta per indicare una cosa negativa ) e culturali
infatti lo metto o in vibrazione disattivando le suonerie ( quando non posso farne a meno in quanto lo uso anche per filmare e fotografare ) o lo spengo o creando risate ( da parte di stolti media dipendenti ) oppure applausi e citazioni (da parte di gente di buon senso )
Mi ricordo che quando feci da testimone di nozze a mio cugino \ padrino che lo spensi prima che il prete iniziasse a celebrare la funzione . Il quale poi durante l'omelia , parlando di intimità e d'umiltà citò il mio gesto . Spesso in una società iper tecnologica ( anche se in realtà sono solo 2 miliardi su 7 che hanno accesso a tali tecnologie ) fare una simile cosa viene considerato un gesto snob o da matti , ma forse tali persone ignorano o non sanno che da piccoli gesti simili sono nati grandi cambiamenti politici ( da non confondere con politiki l'k è messa apposta per indicare una cosa negativa ) e culturali
5.4.15
Dai medici del villaggio alle "streghe guaritrici": la tradizione che resiste
da http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca del 4\4\2015
A casa di Monica la strega buona: «Così vi guarisco»
Reggio Emilia: tra antichissime tradizioni e credenze religiose, un manipolo di donne "segna" storte, fuochi di Sant'Antonio e altri malanni
di Enrico Rossi e Cristina Fabbri
L'antropologa: antichissime pratiche terapeutiche per curare il corpo
A portarci a casa di Monica è stata Antonella Bartolucci, di San Martino in Rio, antropologa che si è interessata al fenomeno e che ha scritto un libro sulle guaritrici partendo da una ricerca fatta tra Reggio e Correggio. "Una volta erano un po' i medici del villaggio - racconta la Bartolucci - ed esistono ancora oggi anche se la nostra società è cambiata". Parla di guaritrici, al femminile, perché "al 90% sono donne". La quale racconta il in " la strega buona " fenomeno delle guaritrici-segnatrici: antichissime pratiche terapeutiche per curare il corpo, dal fuoco di Sant'Antonio ai vermi
REGGIO EMILIA. In reggiano si chiamano "medgòuni", in italiano sono le cosiddette "guaritrici-segnatrici", le "streghe buone" alle quali ancora oggi molti si rivolgono per curare una storta, un fuoco di Sant'Antonio, un mal di schiena e tanto altro.Non pensate che siano tutte anziane: quella che abbiamo incontrato noi ha 52 anni, si chiama Monica Zaccarelli, e ha deciso di "uscire allo scoperto" per raccontarci questa pratica antichissima. Non chiamatela però "strega", potrebbe arrabbiarsi: "Non stiamo parlando di stregoneria - precisa subito - bensì di tecniche che esistono da secoli, da quando la medicina ufficiale era agli inizi, il medico era lontano e non si avevano i mezzi che si hanno oggi".Solo sua figlia, quando era bambina, aveva il permesso di scherzarci. "Mi chiamava Harry Potter, diceva che avevo dei super poteri". Ci ha accolto a casa sua, a Gazzata (San Martino in Rio), e noi abbiamo cercato di scoprire qualche segreto. Ecco come Monica parla della sua attività
l rito delle tre croci
Monica ci mostra alcuni "segreti del mestiere". Ad esempio se deve segnare una storta, prepara tre croci con paglia e filo e le fa bollire in un pentolino d'acqua. Poi vuota l'acqua in un catino e dispone il pentolino a testa in giù con sotto le croci. Aspetta 10 minuti e tocca il pentolino con la mano. In base a quanta acqua c'è nel catino, sa se è una distorsione.
Poi tira su il pentolino, mette una croce sulla parte malata del paziente e vi fa scorrere sopra l'acqua tre volte con le mani. Infine esce di casa e butta l'acqua alle sue spalle e recita varie formule segrete. Per il fuoco di Sant'Antonio invece alterna segni della croce sulla schiena del malato e su se stessa. Insomma sono riti di ieri… ma anche di oggi. A voi la scelta se crederci oppure no.
sardi si nasce o si diventa ?
E' proprio leggendo tali news
da unione sarda del 2\4\2015
Omar Pedrini è da oggi in Sardegna per un tour di tre date.
Sul suo profilo Twitter c'è scritto: Omar Pedrini, Milano, aspirante sardo . «Amo questa terra per tanti motivi. Lo scorso maggio, sono stato a Cagliari ospite del mio amico Paolo Fresu per "Sardegna Chi-ama"», ricorda l'ex voce dei Timoria, da oggi nell'Isola per un tour di tre date: stasera alle 22 al
Cueva Rock di Quartucciu, domani al Birdland di Sassari, sabato al Biggest di Samassi. «Concerti nei quali ripercorrerò la mia carriera: dai successi firmati con la mia vecchia band, ai giorni nostri», aggiunge il cantante-chitarrista bresciano, che, sul palco, verrà affiancato da Marco Grasselli, chitarra, Larry Mancini, basso, Alberto Pavesi, batteria. Tra rock e sfumature acustiche.
e tali discussioni sula pagina fb del quotidiano che ti vengono certe elucubrazioni come quella del titolo del post d'oggi .
Una bella domanda . Dipende
Dipende, da che dipende,
da che punto guardi il mondo tutto dipende
Dipende, da che dipende,
da che punto guardi il mondo tutto dipende
Cosa s'intende per nascere o diventare . Io esempio lo sono entrambi in quanto il mio cognome è d'origine spagnola risale al 1300\1400 . Ma è vero che un conto e piacere innamorarsi della sardegna rispettarla un conto e essere sardi un bolognese e Camigliano può vivere da x tutto ma rimane emiliano . Ma ma posso assicurare che lo stesso amore e attaccamento che ha un Sardo lo può benissimo avere chi riesce ad innamorarsi profondamente di una terra come la Sardegna ( in questo caso ) , e di un popolo . Mentre purtroppo ci sono Sardi che della propria terra e del propri fratelli e sorelle Sarde non gliene frega proprio niente....sono sicuro e voglio sperare di incontrarne sempre meno...ma ci sono. Condivido quanto scrive nei commenti all'articolo sulla pagina fb dell'unione sarda Alessandro Pili Penso che sia un onore avere gente che ambisce a diventare sardo. Ciò vuol dire che molti apprezzano la Sardegna e i sardi, mentre altri, e ti assicuro tanti, stato italiano compreso, ci trattano come scarto dell'umanità.
Per farvi capire ulteriormente il mio pensiero ma essere più obbiettivo v'invito a vedere il rapporto di Fabrizio De andrè e la sardegna o le storie Citate nei miei post precedenti
Christophe Thibaudeau, da tutti conosciuto come Cristolu, parigino di nascita ma gavoese di adozione, è che ha ricoperto l'incarico di l'Assessore alla Cultura del centro barbaricino
Donatella Turi Gandolfi la brigitte bardò italiana
Poi c'è chi lo diventa per moda \snobismo o chi perchè lo sente , ma questa è un altra storia
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ma tina montinaro vedova di mafia non sa che traferire i deportati al 41 bis in altre zone portare al radicamento delle mafie
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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