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5.9.13

i mie film di di quest'estate\ autunno parte I


ecco  i film  che ho visto quest'estate  o  al cinema  all'aperto   dell'oratorio   o  in dvd  \  dvx  o  in streaming  con amici\che  . Ora poichè  sono troppi  e  non vorrei annoiarvi tediarvi  ,  ho diviso il post  in due  parti  ecco  i primi  





  Viva la libertà . 
                              

 Un film che tutti gli esponenti della sinistra ( istituzionale\ parlamentare ed extra \parlamentare dovrebbe vedere ) . mette in atto o almeno ci prova le parole di Nanni moretti nel famoso discorso di piazza navona di undici  anni fa











                     Lo Hobbit 1 - Un viaggio inaspettato


bello , la storia tarda ad ingranare , ma si sà è solo il primo dei tre . come inizio è promettente . Aspettiamo gli altri 2 per dare un giudizio globale





                                                                  Acciaio 


Alle  recensioni  che trovatre  sotto  prese  da    http://www.mymovies.it/film/2012/acciaio/  aggiungo  che     il   regista  deve  essersi  informato e basato  il  film  sulle polemiche  fra  i   Mcr  e  Paolo Pietrangeli   per  il  cambio   di testo della  canzone  contessa  .Cosi  come    e  deve aver sento la  canzone  mia dolce rivoluzionaria  dei Mcr , visto  che   nel  film descrive   benissimo  senza  nessuna forma  di'arte militanrte  ed    in maniera  fiera  ed  indigesta,  la  situazione  operaria  . Ha  capito     ora  di lasciarsi  alle  spalle ,  cioè  che servono  nuove parole  ,   le vecchie ideologie     e  di smettere  d'inseguire  la destra  ma  di proporre   nuove  strade  . Senza   scordarsi  chi siamo   e  dove  veniamo  . un film che ci ricorda che gli operai esistono ancora


Vero acciaio
giovedì 18 ottobre 2012 di Mollimolinari

Ferroso, scuro, ma insieme anche romantico e realista. Ottima scelta musicale in perfetta sintonia con le scene, brave le ragazze così giovani ma molto espressive. Bella la fotografia e gli spazi vuoti che lasciano allo spettatore maggior interpretazione. Regia perfetta, il film esprime pienamente il carattere sensibile, pratico e legato alle radici del regista Stefano Mordini. Bravi gli attori e finale davvero toccante. continua »

La fabbrica non si ferma e si divora i sogni
lunedì 14 gennaio 2013 di Filippo Catani

Piombino. Le acciaierie Lucchini danno lavoro a numerosi operai della città. Due ragazze vivono con difficoltà il momento di passaggio tra le scuole medie e le superiori alle prese entrambe con grossi problemi familiari. Intanto il fratello di una di loro vede tornare la ragazza di cui è ancora innamorato che ha il terribile compito di "ottimizzare" i costi attraverso il licenziamento di diverse persone. Tratto dall'omonimo romanzo. Certo non è e non può continua »


Cinema operaio.
martedì 26 marzo 2013 di ultimoboyscout

Anna e Francesca vivono la loro estate da quattordicenni in crescita fra i casermoni della periferia di Piombino e mentre sognano di scappare, Alessio, operaio in acciaieria, ritrova il suo vecchio amore Elena, nel frattempo diventata dirigente dell'azienda. Mordini ha lavorato sul romanzo di Silvia Avallone con sensibilità, ma lo sguardo non è stato del tutto lucido, creando un'opera poco armonica, sia nella forma che nei contenuti. Ha lasciato nell'ombra alcuni continua »

Impatto ambientale e sociale
martedì 27 novembre 2012 di Nexus

Il film descrive magistralmente il grande impatto ambientale e sociale che ha l’acciaieria sulla realtà di Piombino. Lo stabilimento genera nelle persone che vivono e lavorano in quella realtà una sorta di repulsione ma anche una potente attrattiva. La maggior parte di chi ci lavora vorrebbe fuggire (lavorare) altrove ma realisticamente si rende conto di non avere le possibilità concrete per farlo. Anche una persona colta, “che ha studiato”, con grandi aspettative e progetti come Elena (ex fidanzata continua »


4.9.13

L’albero tra le trincee di pietro rumiz

voglio iniziare  scusatemi  , ma sentendo i tg , sull'ulteriore  ampliamento della guerra  in Siria  , non riesco a farne a meno  . Il primo è  una  famosda poesia  , fatta studiare  a scuola  mi pare alle  elementari  

La guerra che verrà


non è la prima. Prima

ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

(Bertolt Brecht)


La  seconda   è  un estratto dalla   prima puntata   o quanto  meno  una delle prime   di Rumiz  : << Sono due mesi che viaggio su questo fronte, due mesi col sole e col vento, il fango e la neve, e ancora non riesco a riprodurre la percezione del macello, il fiato corto, le scariche di paura. Non ce la faccio a entrare in quelle scarpe e in quei vestiti di panno rancido. È come se, di trincea in trincea, questa guerra anziché avvicinarsi diventasse più lontana e inconcepibile. Ho davanti a me il paradigma dell'inumano e dell'insensato, qualcosa che è vano cercar di rivivere. Forse, come mi ha detto un bravo generale, alla mia umana percezione manca l'unica cosa non riproducibile. L'odore. >>



dopo il  toccante  racconto a puntate pubblicato  dal 4  agosto al  4  settembre   ( eccetto la domenica  )  concluso  oggi  . 
Potete  trovare  qui tutte le puntate del reportage di Rumiz   e qualche estratto video  ,  il  10 settembre  uscirà in edicola in dvd con Repubblica da martedì 10 settembre 2013,Il film Qui   racconta il viaggio di Rumiz raccontato in 27 puntate nell'agosto 2013, e si tratta di un'ora e mezza di materiale inedito, di cui i lettori di Repubblica hanno avuto un assaggio attraverso le pillole del backstage pubblicate quotidianamente  su repubblica  .  esce  il dv  di tale viaggio Di ritorno da un lungo viaggio attraverso i luoghi della Grande guerra, Paolo Rumiz scrive una lettera ai suoi figli, ripercorrendo racconti, leggende, piccole grandi storie tramandate da custodi della memoria incontrati durante il percorso
  


Luoghi di straordinaria bellezza, teatri di sanguinose battaglie ora sepolte tra le cime delle montagne. Una linea infinita di pinnacoli, camminamenti, trincee e fortini, balaustre su un'Italia stupenda e selvaggia. 
Un percorso che comincia dal 1914, quando Trieste era ancora asburgica e austriaci di lingua italiana andarono a combattere in Galizia per l'Impero Austro-Ungarico e prosegue attraverso tutto il fronte italo-austriaco, tra Trieste e lo Stelvio, dal Pasubio al Pal Piccolo, tra l'Ortigara e il Grappa, alla ricerca di segni di un tempo che sembra lontano e invece è vicinissimo.
La  storia  del  primo conflitto raccontata  anche dalla parte  dei vinti    senza la retorica  stucchevole nazionalista  che  si celebrerà  dall'anno prossimo fino al 2018 .  E  di cui   in cui , insieme alla passione per la storia  e le  storie delle persone  ( in quanto  la storia  siamo noi come dice  anche  una  famosissima  canzone poesia   )  sono stato impregnato da  bambino in quanto :  1) i  rituali del  4  novembre    e  per  i  80 e poi  90 anni della  brigata  Sassari    e  del primo conflitto mondiale , infatti  la mia città  è stata  quella  che  ha  dato i  natali il 1° Marzo del 1915 151° ( l'altro il 152° fanteria,venne creato a Sinnai (CA) ) fanteria della  brigata  Sassari   ., 2) I racconti  indiretti  dei miei nonni  paterni (  del 1905  e  del  1911  )  e  materni  ( 1910  e  1914  ) . Ho avuto   dei  prozii  da  parte  di madre :  uno   che  parti  appena  18  enne  e  mori  neppure  un mese  dopo  a  caporetto  saltando su una mina   e  si  trova al    Sacrario di Redipuglia ., ed  un altro  che   mori  (  io avevo 1-2  anni  )  a  93  anni  .  3) le letture  scolastiche  e non :   Emilio Lussu un anno sull'altipiano   e le poesie  de il porto sepolto di  Giuseppe Ungaetti  , opere come  Addio alle armi , Niente di nuovo sul fronte occidentale , Gli intrepidi sardi della brigata Sassari  di Leonardo Motzo  ,  fanterie sarde all'ombra  del tricolore di Alfredo  Graziani  il tenente  scopa  del libro   di   Emilio Lussu ,  e per  finire  storia  della   brigata  Sassari di Giuseppina  Fois   regalatomi da   un amico  di babbo    ex  generale   della Sassari   e  la  storia  d'italia  a fumetti  di  Enzo Biagi   , in particolare  Da Napoleone alla Repubblica italiana.   Grande rumiz   cosi  la storia  dovreebbe essere insegnata  a scuola . Solo  cosi  si ha e  si può parlare di memoria condivisa  

2.9.13

CHI LO HA DETTO CHE BISOGNA TIFARE PER LA SQUADRA CHE TIFANO I GENITORI ?

Di  solito  , per  esperienza  personale  con amici\che milanisti ed  interisti  ,  avevo sempre  conosciuto  gente  che tifa   una determinata  squadra perchè la  si tifava  in famiglia . Ma  questa   storia   , conferma  anche il mio  percorso  calcistico da  ex  juventino ( tranne che   nelle coppe  europee )    dopo gli scudetti  vinti illecitamente    o presunti tali come  quello  del  1996\7  contro l'inter  ,  ho smesso di tifare fisso   per  una squadra   e  mi appassiono di calcio  in generale  .  Sono passato a : << (...)  Il tifo sportivo non hanno una logica, è irrazionalità pura, non mi sono mai chiesto né ho mai capito perché tifi Ducati e McLaren, è così e basta e non c'è verso che cambi idea. Ad esempio tifo Basket Napoli, una squadra che dopo paio di fallimenti non esiste più e da allora non c'è verso di farmi interessare ad un club di basket, guardo solo la nazionale.Il tifo sportivo non si sceglie, ti capita.( Biagio Scotto di Carlo  commento   all'articolo dell'HuffingtonPost


Mio figlio che tifa per il Cagliari

Pubblicato: 31/08/2013 18:45  DI 
Darwin Pastorin




Ho fatto il possibile, lo giuro. E anche l'impossibile. Da piccolino, lo mettevo davanti alla TV: a vedere la Juventus. Vinceva? "Visto, come siamo bravi?". Perdeva? "Visto come siamo generosi?". Gli parlavo del mio idolo Pietro Anastasi, che ad Arpino ricordava il ragazzo Rosario del mai finito romanzo "Le città del mondo" di Elio Vittorini, della fantasia di Sivori, Platini, Roberto Baggio e Del Piero, degli scudetti e delle coppe.
TIFOSI ROSSUBLU' IMMAGINE SIMBOLO  . DALL'UNIONE  SARDA  ONLINE 

Lui, mi accorgevo, non sorrideva mai. Fino a quando, avrà avuto quattro, cinque anni, mi annunciò, abbandonando lo stadio durante un match di campionato tra la Juve e il Verona: "Basta con questa Juventus! Io sono del Cagliari!". Fine delle trasmissioni, dell'abbonamento insieme per seguire i bianconeri... Santiago, così si chiama mio figlio, per il pescatore de "Il vecchio e il mare" di Hemingway e non per lo stadio Bernabeu di Madrid, aveva deciso di scegliere la parte materna, i nonni sardi della Barbagia. "E non ti offendere, papà, mi piace ltua par-brasio mi sento sardo. Viva Casteddu e viva su Casteddu!
Così, andiamo allo stadio una sola volta a stagione. Per Juventus-Cagliari. Dove lui, in piena tribuna juventina, si presenta con sciarpa e maglietta rossoblù. Due anni fa, dopo una rete di Vucinic a inizio incontro, gli dissi: "Figliolo, al tre a zero torniamo a casina...". Mi rispose: "Non è finita, non fare il presuntuoso bianconero...". Si alzò il presidente Cellino, vide mio figlio e lo aabbracciò e accarezzò, manco fosse Sant'Elia. Alla fine, su Casteddu pareggiò, con Cossu. Santiago esultò, urlando: "Questa si chiama giustizia!".
Mio figlio, oggi quindicenne, è mancino. Gigi Riva, al telefono, mancino per eccellenza, gli disse: "Santiago, ricordati: storti sono gli altri non noi!".
È irrecuperabile. Anche perché, come ricorda spesso Eduardo Galeano, "una persona nella sua vita può cambiare moglie, idea politica, religione, persino il sesso, ma non la squadra del cuore" (Emilio Fede a parte, ovviamente). E il poeta Giovanni Raboni insegnò: "Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. È un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco".

 )

chi lo ha detto che le elucubrazioni mentali sono domande senza risposta ?

 


la  mia  risposta   alla mia elucubrazione  mentale dell'altra volta
 http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2013/08/sono-piu-educati-i-sardi-o-turisti.html

 E' questa  perchè  come dice  un famoso detto la verità sta' ne mezzo  .  da  la risposta  è   sulla  nuova  sardegna  del 31\8\2013  nella rubrica lettere 


Tra qualche giorno lascio questa meravigliosa isola per rientrare a casa in "continente". Ho fatto con mio marito un bellissimo percorso in moto da Alghero a San Pietro lungo la costa della Sardegna occidentale, entrando anche all'interno fino alla Barbagia. Amiamo tutto di quest'isola che tentiamo di riscoprire ogni anno per terra e per mare in un totale incanto dei sensi. Vengo al punto. Mentre percorrevamo le strade lungo i litorali e nell'interno mi montava la rabbia nel vedere rifiuti abbandonati in ogni luogo ed in ogni dove. Nelle piazzole di sosta, di fronte a paesaggi che tolgono il respiro per tanta bellezza, cumuli di bottiglie in vetro e plastica, lattine, fazzoletti, sacchetti colmi di immondizia. Seggiole a sdraio rotte, gomme e batterie delle auto, materassi, frigoriferi ... Quanta indignazione, rabbia e tristezza mi tocca ingollare nel vedere con quanto spregio e maleducazione si insozza uno tra i più bei luoghi del mondo. Che pena deve essere il lavoro di chi è preposto alla pulizia dei luoghi pubblici nel doversi confrontare con un lavoro che sembra impossibile da farsi. Ci si arrabbia con gli amministratori pubblici, ma cosa possono di fronte ad una maleducazione di tali proporzioni? Mi chiedo se una regione a statuto speciale possa decidere un programma a tolleranza zero per chi non rispetta il bene di tutti, con maggiori controlli, pene pecuniarie severe e ore di lavoro per la comunita', a ripristinare quanto si e' sporcato, vorrei dire violato. Nella speranza che ci sia un maggiore rispetto per quest'isola di grande bellezza, invio un saluto ed un ringraziamento a tutti coloro che si impegnano per consegnare intatta la bellezza di questi luoghi alle generazioni future.
                                                       Elisabeth Venturelli Manca Roma

Gentile signora, eleggo la Sua lettera a Lettera dell'Estate (sarda) del 2013, perché racconta con rabbia e dolore lo spettacolo che molti di noi sardi vedono quasi tutto l'anno con uguale rabbia e lo stesso dolore. Forse d'estate la trasformazione di grandi pezzi del territorio è più devastante, ed è anche possibile che la maggiore occupazione dell'ambiente da parte di "forestieri" provochi maggiori danni, ma in genere la colpa più che degli "altri" è la nostra: perché come cittadini non facciamo tutto il nostro dovere e perché eleggiamo amministratori che non fanno il loro.
                                                                              Mario  Brigaglia 

Quello che  mi lascia  stupito  e   che  ad  indignarsi sul serio sono  i turisti  "continentali " e  non ( salvo poche  eccezioni  relegate  ad ambito privato    e  sfoghi \  lamentele gfra  amici\che   ) noi  sardi Quindi cari\e  Sardi\e

dall'amico  facebookiano  https://www.facebook.com/chelu.furau

1.9.13

Addio a Ganau, corse un rally con il cuore trapiantato

Non riuscendo    ad  scrivere  , niente  se  non il scarno articolo  sulla nuova sardegna   d'oggi  , lascio  il mio pensiero  a  tale  canzone  della mia infanzia  






TEMPIO Alberto Ganau (foto) ci ha lasciato ieri mattina mentre in macchina da Tempio andava a

Sassari. Un malore, probabilmente un collasso, lo ha colpito e per lui non c’è stato niente da fare. Alberto aveva 39 anni e un’incredibile passione per l’automobilismo, soprattutto per i rally, trasmessagli dal fratello Salvatore. E proprio nei rally, il navigatore tempiese era salito agli onori delle cronache, anzitutto per essere stato il primo trapiantato di cuore ad aver ottenuto la licenza Csai, e poi per aver partecipato addirittura ad una gara mondiale, il Rally Italia Sardegna del 2005. La sua foto aveva fatto il giro delle riviste specializzate di tutto il mondo, e la sua grande passione per le corse aveva colpito numerosi giornalisti internazionali del settore. Negli ultimi tempi non stava bene, ed addirittura si era ipotizzato per lui un secondo trapianto di cuore, ma stavolta Alberto non ha fatto in tempo ad indossare il casco per questa ennesima avventura. I suoi funerali si svolgeranno a Tempio lunedì alle ore 9.45 partendo dalla camera mortuaria dell’ospedale nella cattedrale di San Pietro.

Costa Concordia,Morto il pompiere-eroe della Concordia Il pompiere in crociera salvò dal naufragio un paraplegico quartese



prima stanno per mesi e mesi triturandoci i coglioni da mattina e sera con speciali e contro speciali su tale argomento quando se ne deve parlare solo qualche trafiletto in cronaca , scommettiamo se fosse morto Schettino o affondata la nave ne avrebbe parlato nelle prime pagine ? mentre di ciò un articolo per giunta su un giornale locale . 




dall'unione sarda del 1\9\2013



STORIE. Sconfitto da una malattia Paolo Rona, rischiò la vita per Davide Ruggeri
Costa Concordia,Morto il pompiere-eroe della Concordia
Il pompiere in crociera salvò dal naufragio un paraplegico quartese



                                                   Paolo Rona con Davide Ruggeri



Paolo Rona, 49 anni, vigile del fuoco a Pavia, è morto sconfitto da un tumore. Aveva rischiato la sua vita sul gigante della Costa che affondava, per salvare Davide Ruggeri, 48 anni. Maresciallo dell'aeronautica in pensione, costretto su una sedia a rotelle, era stato lasciato solo con la moglie nel fuggi fuggi generale.
Rona non lo aveva abbandonato, lo aveva sollevato di peso e accompagnato sino alla scialuppa. Era nata un'amicizia fraterna e indissolubile. Per questo Davide Ruggeri non è mancato ai funerali del vigile del fuoco che, quando gli salvò la vita, non sapeva ancora di essere malato di cancro.
Il vigile del fuoco di Pavia era in crociera sulla Concordia con la moglie. Salvò il paraplegico quartese abbandonato da tutti. Mercoledì è morto.Le luci erano spente da un pezzo, la nave inclinata su un fianco, quando la notte del 13 gennaio 2012 la voce del comandante Francesco Schettino uscì (troppo tardi) dagli altoparlanti per ordinare l'evacuazione della nave da crociera Costa Concordia, da lui condotta su una “secca” all'Isola del Giglio. Per raggiungere le scialuppe di salvataggio, al ponte superiore, se la diedero a gambe tutti. Quasi tutti. Non lo fece il primo maresciallo in congedo dell'Aeronautica militare Davide Ruggeri, 48 anni, perché reso paraplegico da un tumore pur sconfitto. Non lo fece sua moglie Cinzia Cocco, insegnante elementare di 38 anni, che di andarsene non aveva alcuna intenzione benché lui la implorasse: « Salvati almeno tu, vai ». Lo stesso invito non si era reso necessario per la coppia di amici seduti al loro tavolo, che se l'erano squagliata abbandonando i Ruggeri al loro destino («Li abbiamo cancellati», si amareggia Cinzia). Invece rimase la coppia di sconosciuti in viaggio di nozze d'argento seduta al tavolo a fianco, che non lasciò soli i coniugi quartesi, mentre lei piangeva disperata e implorava: « Non abbandonateci ». Una voce calma la rassicurò: «Mia moglie ora va su, ma io non vi abbandono».Era di Paolo Rona, quella voce: vigile del fuoco a Pavia, 49 anni, rischiò la morte con Cinzia per trasportare Ruggeri con tutta la carrozzina al ponte superiore e per scaraventarlo (letteralmente) sulla scialuppa, dando così inizio a un'amicizia con il suo salvatore che sa più di fratellanza. Poi, raggiunta l'Isola del Giglio, tornò indietro per ripescare altri naufraghi (che salvò) e alcuni dei 32 cadaveri di quella tragedia. Infine, stremato, disse: «Mi fa male un braccio, troppo sforzo».Ancora non lo sapeva, Rona, ma era il dolore di una delle tante metastasi che lo stavano aggredendo, e che mercoledì scorso hanno ucciso a Pavia l'eroe della Costa Concordia, conosciuto in tutta l'Italia perché i coniugi Ruggeri hanno partecipato a numerose trasmissioni delle tv nazionali per raccontare a tutti il suo gesto: l'ultima è stata “Eroi per caso”, con Paola Perego, su Raiuno in primavera. C'erano anche gli altri “eroi” di quella puntata, alle esequie, tra cui un carabiniere che si offrì a una banda di rapinatori in cambio del rilascio degli ostaggi: abbracciava Ruggeri, gli ripeteva “Capisco la tua disperazione”.Ai funerali di Rona, celebrati nella sala partenze del Comando dei vigili del fuoco di Pavia, c'erano migliaia di persone. Una arrivava da Quartu: era Davide Ruggeri, che per la prima volta da quando è in carrozzina ha affrontato un viaggio per conto proprio, lontano dalla sua inseparabile moglie: «Volevo vivere questa emozione senza che Cinzia mi assistesse continuamente, come fa sempre. Volevo essere lì solo per Paolo e pensare solo a lui, e poi volevo superare un ostacolo psicologico: io, disabile, in viaggio da solo. Paolo mi ha dato la forza, mi ha aiutato un'altra volta: ora credo di più in me, in quello che posso fare».Il comandante Giordano, i colleghi, i tanti salvati (anche a L'Aquila terremotata) dal pompiere di Pavia, la sua famiglia che non gli ha permesso di andare in albergo ma l'ha voluto a casa: Ruggeri ringrazia tutti. «Due le emozioni più grandi: il suono delle sirene al funerale e un signore che ha detto a Piera, la vedova, che Paolo aveva salvato suo figlio. Sapeva che un figlio di Paolo è disoccupato, e ha detto che lo assumerà lui. Il mio amico-fratello ha seminato amore, e amore raccoglie. Ora il mio scopo principale è fargli ottenere la medaglia d'oro al valor civile: vivrò per questo».
Luigi Almiento

I manager e il peccato mortale degli stipendi ultramilionari parla Sandro Catani, voce autorevole della categoria e autore di Manager Superstar

dall'unione sarda del 1\9\2013


I manager e il peccato mortale degli stipendi ultramilionari

di GIORGIO PISANO ( pisano@unionesarda.it

Compensation consultant Detto così, fa perfino impressione. Quando poi lo traducono in italiano è ancora peggio. Chi è e cosa fa un compensation consultant? Sandro Catani, (  foto al centro  )  

voce autorevole della categoria, risponde così: «Aiuto le aziende a trovare un giusto equilibrio tra le aspirazioni e le pretese dei dirigenti». Più terra terra, suggerisce ai padroni del vapore il giusto compenso per l'amministratore delegato o Ceo (Chief executive officer), che vuol dire quasi lo stesso. Manager che strappano contratti da cinque, dieci milioni l'anno. Strapagati: come un calciatore, una stella del pop, un attore. Fino ad arrivare al supercapo della Disney che ha guadagnato 115.500 volte lo stipendio di un lavoratore medio.
Se non ci credete andate a sfogliare le pagine di Manager Superstar , lettura illuminante. 
Catani lo ha scritto qualche anno fa (per Garzanti) accompagnandolo con un eloquente sottotitolo: merito, giusto compenso e disuguaglianza sociale. Cagliaritano residente da sempre a Milano, 66 anni, una figlia, laurea in Economia, master e cattedra alla Scuola superiore Mattei dell'Eni, offre un formidabile ventaglio di cifre ed esempi sulle entrate stratosferiche magari di un manager pubblico che è riuscito o quasi a far fallire una compagnia area o un'azienda ferroviaria. In sostanza, rielaborando un eterno dilemma da bar sport Italia: chi sono i manager e perché rastrellano montagne di danaro? La domanda non è peregrina in un Paese crocefisso dalla crisi, che non riesce a fermare la disoccupazione e tantomeno a rimarginare la ferita sempre aperta del debito pubblico.Dunque, scandalizzatevi pure: Paris Hilton («giovane bellezza dal mestiere imprecisato») ha intascato più soldi dell'amministratore delegato di Luxottica, Harrison Fordraggranellato 65 milioni di dollari per un solo film, calciatori come Ronaldinho o Kakà volano sopra i 15. All'anno, s'intende.Contrariamente a quanto si potrebbe pensare tenuto conto del campo in cui opera, Sandro Catani è riuscito a conservarsi umano. La ricerca di un equilibrio tra desideri di un Ad e ingaggi siderali non gli ha fatto perdere di vista l'altro mondo. Nel suo libro cita Catullo, Collodi, Marziale e tanti altri. Buone letture come antidoto al pericolo-aridità? Senz'altro. «Mi spaventano quei manager che stanno prigionieri in ufficio 12-14 ore al giorno, che non vanno mai al cinema o all'opera. Che, insomma, non vivono».
Cos'è il giusto compenso?
«Dichiaro la mia inadeguatezza a definirlo con precisione. Il compenso riguarda qualcosa che uno fa, quindi parliamo di lavoro. E mica c'è sempre. Giusto è invece un termine variabile nel tempo e nello spazio: quello che ad alcuni può sembrare una fortuna, chessò cinque milioni di euro, per altri può essere perfino poco. Ma badate che anche certe segretarie guadagnano cinque volte lo stipendio di un operaio».
Pochi?
«Ricordo un Ad che, davanti a questa cifra, mi disse sconsolato: tutto qui? Ho faticato a fargli notare che normalmente non guadagnava così tanto in un solo anno. Mi ha cacciato, non sono più il suo consulente».
Dunque?
«Il termine giusto, riferito a compenso, deve tener conto del momento, del tipo di azienda, dei risultati che si vogliono raggiungere. È il pagamento per una prestazione. Pay for performance , dicono gli americani».
In fondo è anche la filosofia delle Olgettine.
«Non c'è dubbio: 2.500 euro al mese, versate dal mitico ragionier Spinelli in nome e per conto dell'azionista di riferimento, rappresentano un giusto compenso».
Eccessi da supermanager.
«Sono quei casi in cui si prendono i soldi senza aver eseguito la prestazione a regola d'arte. Esempi? Sarebbe troppo facile citare il caso del banchiere Geronzi: ogni volta che ha lasciato un'azienda, si è fatto accompagnare all'uscita da un sacco di soldi. Secondo lui, si tratta di giusti compensi; secondo altri, che hanno qualche ragionevole controdeduzione, decisamente no».
Lei ha fatto paralleli con calcio, cinema, arte.
«Bisogna interrogarsi: perché pagano un calciatore molto più d'un suo compagno di squadra? Un grande economista statunitense dice che le competenze sono distribuite in modo diseguale, quello che ne ha un po' di più incasserà necessariamente cifre maggiori. È come nei tornei medievali: chi vince prende il piatto. Il secondo sarà a debita distanza. Questo discorso si può applicare anche a cinema, musica, arte».
Si dice che in Italia servano più manager che calciatori: è vero?
«C'è da essere pessimisti. Guardiamo gli scandali recenti: Fonsai-Sai, Finmeccanica, Monte dei Paschi, Popolare di Milano. I vertici di queste aziende, che erano le più importanti d'Italia, sono tutti in galera o ai domiciliari. Gotti Tedeschi, ex presidente della banca vaticana e autore di un saggio sull'etica, è stato silurato e questo significa che il problema ha lambito, anzi travolto di liquame, perfino la Chiesa. Ne consegue che abbiamo molto bisogno di veri manager. Ci hanno lasciato in eredità un disastro».
Cioè?
«Ci siamo venduti i gioielli di famiglia, le aziende e le banche più solide: Edison, Parmalat, Bulgari. Potrei continuare. Ci siamo venduti perfino la Borsa valori di Milano».
Sarà per questo che in Sardegna non c'è una banca o un'industria che appartenga ai sardi?
«Ho lavorato per le banche sarde. Banche burocratiche, un po' antiquate. Però conoscevano il territorio, avevano una certa sintonia con la popolazione locale. Ho lavorato anche per Bper, la Banca dell'Emilia Romagna che ha acquisito Banco di Sardegna e Popolare di Sassari. Mica è molto più grande o più tecnologica di quello che ha comprato».
E allora?
«Allora è successo che Bankitalia ha deciso di far assorbire tutte le piccole banche del Sud dalle banche del Nord nella speranza di farle crescere. Risultato?»
Non esiste più un'industria sarda.
«Quando vengono vendute le banche, il resto segue a ruota: si crea desertificazione».
È vero che quella dei manager è una categoria ad altissimo indice di avidità?
«Loro dicono di no ma non c'è dubbio che l'avidità sia una molla importante. E non solo per danaro. Un manager vuole guadagnare più di uno che fa il suo stesso mestiere. Direi perfino che vive per sapere quanto ricevono i suoi colleghi e organizzare le contromosse».
Esempi?
«Ammettiamo che De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, scopra di guadagnare meno di Enrico Mentana, direttore del Tg7. Credete che la cosa lo lasci indifferente?, che non aggiornerà le sue pretese? Il danaro, in un certo ambiente, è l'indicatore che io sono più bravo di altri».
Il manager che fallisce perde al massimo il posto: a pagare sono altri.
«In parte è così. Solo in parte però: il nome e l'autorevolezza di un manager crescono in proporzione ai risultati. Se non arrivano, viene incasellato nella media manageriale italiana, ovvero mediocrità assoluta».
È morale che Marchionne, amministratore delegato Fiat, guadagni 1.300 volte più di un operaio?
«Credo vada oltre. Ma non so se sia morale. Marchionne, che non apprezzo affatto, è uno che si muove da solo, senza team. Uno che non fa sapere quale sia il suo piano industriale, tanto è vero che il segretario della Fiom gli sta continuamente addosso. Marchionne è però il futuro, Landini purtroppo il passato».
D'accordo, ma è morale che guadagni tanto?
«Lo ripeto: non lo so. So che il mio è un Paese gestito da gerontocrati. Ci sono circa 500 persone sparse nei Consigli di amministrazione: il potere è nelle loro mani. I più anziani sono degli anni Trenta e via via fino ai giovani. Marchionne invece gioca con regole nuove, tutte sue».
Nel frattempo viviamo in una nazione che umilia gli insegnanti, che pure sono i macchinisti del futuro.
«Insegnanti e pubblici dipendenti in genere sono i più sfigati. Che siano medici o commessi della Camera, per la gente guadagnano comunque troppo per il poco lavoro che fanno. Un Paese che non ha una burocrazia capace e ben pagata non può affrontare il futuro».
Sta insinuando che stiamo strangolando il futuro?
«Sicuramente, a furia di spending review. La filosofia dei tagli che colpiscono soprattutto il settore pubblico è ispirata, non a caso, dal mondo delle imprese. Nuovi e recenti esponenti di governo non arrivano forse dal sistema bancario e industriale?»
Disastri Fs, Alitalia, eccetera: cosa rischiano i manager specializzati in fallimenti?
«Oggi va per la maggiore fare i commissari. Che guadagnano più dei manager. Cosa rischiano? Niente».
È favorevole ad un tetto sugli stipendi dei manager pubblici?
«No, nel modo più assoluto. Così li vedremmo espatriare. Il vero problema non è cercare un tetto ma stabilire se un manager è veramente bravo oppure no. Se è davvero bravo, torniamo ai paralleli con sport, cinema e arte. Al giusto compenso, insomma».
Criteri per stabilire la bravura di un manager?
«Valutazione della performance sul medio periodo. Non ci si può fermare al bilancio annuale. Vecchi criteri, che noi non utilizziamo, riguardano anche la soddisfazione del cliente, qualità e soddisfazione delle risorse umane».
Ha mai incontrato un manager incapace, cretino?
«Se ne ho incontrato? Ho parlato prima di una ragnatela, poche persone che occupano tutti i Consigli d'amministrazione. E qui mi fermo».
Luca Cordero di Montezemolo?
«Non ho lavorato per lui. Non lo conosco».
Poi ci sono i manager per diritto ereditario: John Elkann.
«Probabilmente è una persona normale. Questo è purtroppo il male del nostro capitalismo: anziché chiamare dirigenti capaci, affidiamo l'azienda a figli, nipoti, eccetera. Ligresti, il costruttore, faceva così».
Dove sono i Ligresti, padre e figli, attualmente?
«Tutti o quasi in carcere».
Non ritiene che gli stipendi stellari siano un intollerabile segno di disuguaglianza?
«Sicuramente sì».
La disuguaglianza è il detonatore delle rivoluzioni.
«I sistemi sociali sono complicati. Una volta si impiccavano i re, secoli dopo hanno cominciato a massacrare dirigenti e poveracci qualunque».
In Italia il clima è questo?
«Non penso. Il governo ha neutralizzato il pericolo finanziando la cassa integrazione in deroga: continuiamo a pagare salari per lavori che non esistono e non esisteranno più».
Non c'è bisogno d'essere marxisti per parlare di immoralità.
«Immorale è che uno stagista guadagni 600 euro e un dirigente cinque milioni. Considero immorali anche le aziende che applicano questo sistema. Ma la vera immoralità è un'altra: illudere i giovani, fargli credere che hanno un futuro».
Come attenuare una sperequazione così offensiva?
«Tutti pensano al tetto sugli stipendi. Io sono invece per un'imposizione fiscale ben mirata. E smettiamola con le bugie, smettiamola di dire che le super-pensioni non possono essere toccate».
Il danaro è il simbolo di quanto vale un uomo?
«Non c'è dubbio. Nella nostra cultura ragioniamo in funzione di quanti soldi abbiamo accumulato. Ci siamo americanizzati».
Danaro e felicità sono parenti stretti?
«Se ti propongono un aumento di stipendio, hai una botta di felicità ma un mese dopo te ne sei dimenticato. Servono dosaggi sempre crescenti: un attimo di euforia non basta per dirsi felici».

31.8.13

Come la propria permalosità "danneggia" anche chi non c'entra .

          .

Sule note   della belissima    , specie in questa  versione di Slash & Myles Kennedy ,  Sweet Child O' Mine


I  fatti che m'accingo a raccontare   sono veri   ma per  ovvi motivi (  di privacy  ,  di lavoro  , ecc  . Ma soprattutto per    il carattere  , della persona in questione da qui il titolo del post  )=   modificati e traformati  . Ed  ho  ricorso alla forma letteraria  . Ora  dopo questa premessa  andiamo al post









C'era una volta un negozio di fiori che faceva oltre le normali confezioni e boquet decide d'aggiungervi anche una corona per le lauree .Un giorno venne una ragazza che voleva un bouquet di fiori per la festa di laurea. Le commesse le proposero oltre il bouquet 
da Google

gli proposero anche una corona d'alloro.
da  yahoo.it

Essa  accetto'contenta  . Qualche giorno dopo il lieto evento ritorno in negozio per  ringraziare della bella figura fatta  con amici\che  e  familiari  , oltre che per  far vedere le foto  , portando  per  le gentilissime commesse   la sua bomboniera di laurea 
la  bomboniera  in questione  


Loro , non essendo le padroni del negozio e quindi decidere di lasciarla nel negozio ( il piano terra di un edificio degli anni 20\30 ristrutturato\ riadattato a negozio ) la portarono con il relativo incasso della giornata ai padroni che avrebbe deciso cosa farne se lasciarla in negozio o tenerla a casa o metterla in un angolo fra le tante carabattole o chi sa cos'altro . Sul fare dell'ora di cena , il figlio dei proprietari , tornato dalla passeggiata serale , vide sul tavolo di soggiorno tale oggetto . Ed ecco che chiese alla madre cosa fosse . La madre : << è una bomboniera 
di laurea che ci ha regalato una cliente >> . Il figlio chiese : << perchè allora e qui e non i negozio ? >> si vide rispondere : << perchè è una cosa pacchiana  per il negozio >> . La madre riprese a cucinare con la TV accesa . Il figlio se la prese e la mette , insieme ad altri oggetti di cui è appassionato \ collezionista sulle mensole della libreria della sua camera . 
Qualche temo dopo chiacchierando con le commesse , di cui una si occupava della pesca di beneficenza per la classe del **** della festa patronale della madonna di buon cammino ,di bomboniere e regali e altre cose di cattivo gusto\ kitsch di cui la gente si libera regalandole appunto a tali lotterie o " agli svuota solai " che si ritrovano fra le bancarelle dalla primavera all'autunno nelle feste e altre iniziative turistiche dei paesi ., gli capitò di parlare di quel regalo e  di  come  la madre   rispose  alle  sue  domande  del perchè  non la  si  metteva  in negozio  . Ed inconsciamente , senza accorgersi che dietro di lui era entrato come cliente  qualcuno\a ( familiare , parente , o amico\ca  conoscente ) del  regalo della  persona in questione  e delle discussioni     con relativo scambio di pareri per  lui  bello   per la madre   dozzinale  . Infatti la settimana dopo , una collega di lavoro , gli disse facendogli il pistolotto per le sue intemperanze verbali e la sua impulsività , che quella persona era andata a lamentarsi in giro contro i proprietari del negozio e indirettamente contro le commesse e che non ci sarebbe più tornata perchè eravamo statio cosi cafoni . Ma .......... 



A voi indovinare fra queste opzioni


A DUE VOCI di © Daniela Tuscano ©


IL post d'oggi di Daniela mi fa venire in mente questa frase : << E' com'ebbe cessato di parlare, disse a Simone : " prendi il largo , e cala le reti per pescare >> ( Luca 5:4 )




Uno era alto, dal tratto nobile e solenne. In lui "quella che, in altre età, era stata bellezza" s'era trasformata in una sorta di "floridezza verginale", come scriveva Manzoni a proposito del cardinale Borromeo.



L'altro, bello non è stato mai. Piccolo, un po' impacciato nell'ampia sottana, ricordava più un buon parroco di paese che il vescovo della più grande diocesi d'Europa. Eppure tra i due correva una consonanza spirituale e una solidità teologica degne della miglior tradizione lombarda. Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi. Entrambi, in modo diverso, ci mancano. Tettamanzi, attualmente in pensione a Vigevano dove è amministratore apostolico, continua a rispondere personalmente alle molte lettere di fedeli e amici che gli scrivono per un saluto, un consiglio, una preghiera. Di Martini oggi ricorre il primo anniversario della scomparsa.
Il mio vuol essere un ricordo squisitamente affettuoso. Tocca agli esperti analizzare la sua pastorale e il suo insegnamento, così profetici e abissali. Non amo l'aggettivo "progressista" applicato a un religioso, per la sua scivolosità e, ammettiamolo, sciatteria linguistica. Un religioso, in realtà, dovrebbe essere per natura un progressista, poiché la Scrittura è una realtà viva, che si muta e matura a seconda del discernimento e, per un credente, della grazia; "la Scrittura evolve con l'uomo" secondo la felice definizione di Enzo Bianchi, fedele, del resto, al dettato evangelico: "La Scrittura è un tesoro da cui si traggono cose vecchie e cose nuove". Martini fu pertanto, sotto quest'aspetto, un sicuro progressista, cioè un continuatore della tradizione: che nella sua radice implica l'idea del cammino, della continuità. Martini fu il Vangelo giovane, ma non solo per i giovani.
Il più bell'epitaffio glielo scrisse, sia pure involontariamente, uno dei quotidiani che lo avversarono con una energia, che non risparmiò nemmeno il suo successore, "Il Giornale": "Muore il cardinale che piaceva agli atei". E' vero, Martini era amato dagli "atei", dai musulmani e dagli ebrei (i quali gli attribuirono il titolo di Giusto d'Israele) e, in genere, da quelli che la Chiesa teneva lontani: gli emarginati, gli irregolari. Martini non era il cardinale dei giusti, ma di quelli che si consideravano, o venivano ritenuti, peccatori.
E quale testimonianza più cristiana di questa? Un vescovo che si compiace solo dei "suoi" ribalterebbe le parabole evangeliche del buon pastore e del padre misericordioso. Starebbe con le novantanove pecorelle e col figlio coscienzioso; certo, noi lo faremmo; sarebbe una logica naturale, "così naturale!", esclamerebbe ancora il Federigo Borromeo manzoniano. Sarebbe la logica del mondo, ma non quella di Dio, che ha altre strade, che surclassa in misericordia perché legge nel cuore dell'uomo; altrimenti, a nulla sarebbe servita una "Buona Nuova". Seppe addirittura, all'inizio della missione, disarmare i terroristi con la forza della testimonianza. Un terzo elemento in comune col predecessore Borromeo, alle prese con l'Innominato.
Martini rese ancora fascinoso e attraente il cristianesimo, e l'ha fatto dalla metropoli, allo stesso modo, migliaia di chilometri più in là, d'un cardinale argentino di nome Jorge Mario Bergoglio, forse più simile a Tettamanzi nell'impostazione dottrinale, ma anch'egli gesuita e di origini piemontesi come lo ieratico arcivescovo di Milano.
Al termine della vita Martini giunse a riconsiderare alcune questioni - in verità, disseminate qua e là durante l'intero suo percorso - che considerava improrogabili per la Chiesa: la posizione della donna, la morale (divorzio, omosessualità, fine vita...), l'ecumenismo, la salvaguardia dell'ambiente, la stessa gerarchia ecclesiastica per una più autentica collegialità. Senza peraltro dimenticare i problemi concreti delle persone. Martini viene infatti talora percepito come un finissimo intellettuale, ed è giusto, lo era. Ma la sua speculazione non rimaneva mai astratta, la sua, diremmo così, "etica della metropoli" lo portava a occuparsi delle urgenze più impellenti e "ordinarie". Bene ricordare la Cattedra dei non credenti; ma sarebbe altrettanto positivo non scordare quella sua altra intuizione, non contrapposta, ma innervata dalla prima: il Fondo Famiglia-Lavoro destinato agli indigenti, esodati, cassintegrati e disoccupati. E non si trattò di semplice azione caritativa. Martini non era uomo da alzare la voce ma fu il primo a intuire le conseguenze nefaste d'un'economia basata sulla speculazione finanziaria. E a denunciarle. Con pacata fermezza. Egli aveva maturato pienamente la convinzione per cui "non c'è pace senza giustizia" e che, anzi, la giustizia è il nuovo nome della pace.
Tettamanzi fu, in qualche modo, il prolungamento "fisico" e quotidiano di Martini. La sua traduzione a livello popolare. Non ci si fraintenda, però. Martini amava il contatto con la gente, il suo approccio era cordiale e simpatetico - anch'egli spesso rispondeva di suo pugno alle lettere pervenutegli -; tuttavia, forse anche suo malgrado, l'indole contemplativa e l'andamento grave lo rendevano sempre un tratto più in là, e più su, della comunità umana. Martini era un cardinale a suo perfetto agio nella porpora, che indossava con semplice disinvoltura. Tettamanzi è sempre parso più vicino alla schiettezza nativa di papa Giovanni. S'è dimostrato un buon allievo di Martini, con un calore domestico e sincero. Al punto che, come accennato, anch'egli divenne presto attacco della virulenza volgare della destra, Lega in primis, la quale riuscì pure a condizionarne la successione. Non va però dimenticata nemmeno la solidità teoretica di Tettamanzi, a cui un domani occorrerà dedicare uno studio altrettanto approfondito.
Oggi di entrambi sentiamo la mancanza, ma al tempo stesso la prossimità della profezia. Se in Vaticano qualcosa sta forse mutando, è grazie anche a queste due voci.

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