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1.2.26
CHI LO DICE CHE LE RAGAZZE E LE DONNE DEBBANO GIOCARE SOLO NEL CALCIO FEMMINILE . greta figus clase 2012 Gioca a calcio a Fonni, nel cuore della Barbagia, in una squadra dove è la sola rappresentante femminile
unione sarda 1\2\2026
Greta unica donna a scendere in campo ma è lei che segna
Gioca a calcio a Fonni, nel cuore della Barbagia, in una squadra dove è la sola rappresentante femminile. Greta Figus, classe 2012, è l’unica ragazza che pratica il calcio in una squadra mista. Agli ordini dei mister Marco Palmas e Ramos Emerson (un’istituzione del calcio barbaricino), da 3 anni è l’attaccante della Asd Fonni, nella categoria Giovanissimi. «Da bambina giocavo a pallavolo ma mi sono accorta presto che il calcio era molto più bello e mi piaceva di più - racconta Greta - forse all’inizio guardavo mio fratello giocare e volevo farlo con lui, poi questa passione era vera, forte e ho scelto di andare avanti. Eravamo pochissime, quest’anno le mie amiche hanno abbandonato ma io ho scelto di continuare anche se sono l’unica ragazza».
La famiglia
Greta frequenta la terza media e conta di iscriversi all’ITC Chironi di Nuoro con indirizzo Amministrazione, finanza e marketing. «Non so cosa farò da grande, per ora sono felice di riuscire a conciliare 3 allenamenti a settimana, le trasferte a Oristano e lo studio che considero importantissimo. Le mie materie preferite sono educazione fisica (chi l’avrebbe mai detto?), italiano e matematica». Babbo Sergio e mamma Adriana supportano con entusiasmo il sogno calcistico di Greta, che oggi si ritrova a vivere un’esperienza fantastica. È stata convocata da mister Sassu tra le 18 ragazze che disputeranno il torneo “Calcio+15 selezione Pintadera” a Trezzano sul Naviglio (MI) contro Lombardia ed Emilia Romagna. «Sulla carta sembrerebbe una lotta impari - dice babbo Sergio - ma venderanno cara la pelle, ne sono certo. Per Greta è una bellissima esperienza di sport e vita, io e mia moglie siamo orgogliosi e felici per lei».
Il club
La società e i mister sono entusiasti del suo impegno, della determinazione e della grinta che dimostra. «Non è solo questione di tecnica - spiegano Palmas ed Emerson - è la sua curiosità, la voglia di imparare, l’applicazione e la serietà. Il tempo dirà se il calcio sarà il suo futuro, ma già ora sono evidenti margini di miglioramento pazzeschi e tante carte da giocarsi. La sua famiglia e il calcio l’hanno supportata in passato in un momento difficile (il suo unico fratello Lorenzo ha perso la vita a 17 anni in un incidente stradale a ottobre 2024, ndc ) e tutti noi continueremo a sostenerla perché possa vivere lo sport da tredicenne, nel miglior modo possibile senza troppe pressioni o aspettative. Allenare Greta è un orgoglio». Dal canto suo Greta sembra aver accolto la convocazione della rappresentativa con grande lucidità. «Sarà di sicuro una bellissima esperienza, la convocazione all’inizio era inaspettata, eravamo 40 ed ora siamo in 18. Sono emozionata ma cercherò di viverla fino in fondo tranquilla e determinata. Andare a Milano per giocare a calcio è già un bel traguardo. Come tutti poi ho i miei idoli, sono juventina, mi piacciono tantissimo Messi e Yildiz». La società è entusiasta della convocazione e sui social lodano quella che definiscono un “orgoglio fonnese” e un ringraziamento ai tecnici che l’hanno seguita. Greta rincara: «I miei allenatori sono persone splendide e preparate. Emerson poi è un mito, si vede che ha esperienze in campionati di alto livello ed io mi diverto e imparo una marea di cose».
Il futuro
A prescindere dall’esito del torneo, Greta rappresenta un esempio in un territorio dove il calcio femminile è via via quasi scomparso negli anni, nonostante dalla Barbagia arrivi un pezzo di storia del calcio femminile italiano come Antonella Carta di Orotelli, in passato capitano della Nazionale, oltre 700 partite da professionista, inserita nella “Hall of fame” di Coverciano. L’auspicio è che Greta, coda di cavallo al vento, fiato corto e occhi che brillano mentre rincorre la palla, tracci una strada che si avvicini a quella di Antonella Carta.
Chiudersi o aprirsi ? affrontando la paura di sbagliare accettando che anche nel sbagliare c'è libertà
Ma è l’unico posto dove può succedere qualcosa che non sia solo immaginato.Forse il punto non è smettere di chiudersi, ma non farne una residenza stabile. Entrare in sé è utile, uscire è necessario.Quindi sì, probabilmente ogni tanto rovineremo qualcosa: una frase detta male, un silenzio di troppo. Ma ne vale la pena.Anche perché chi ci sta intorno, ogni tanto ha rovinato tutto…e proprio per questo ha qualcosa di interessante da raccontarci.Ora Non condanno la solitudine perchè ne faccio ricorso anch'io ma sopratutto perchè
ma allo stesso cercando ricollegandomi a quanto detto nelle righe precedenti una via di mezzo senza usare " mezzi artificiali " in modo aucritico .
perchè l'intelligenza artificiale usata così tra l'altro rischia di non dare più la capacità di ragionare... Inoltre è vero, si deve imparare a sbagliare, perché sbagliando s'impara.
Infatti come ho detto nel titolo si dovrebbe accettare che anche nell sbagliare c'è libertà . Come dicono : L'utente Lorien sul suo facebook
Libertà e pauraLa libertà ha sempre un prezzo. Ma chi è disposto a pagarlo? Ci raccontano che essere liberi significa poter scegliere, eppure ogni scelta porta con sé il peso della paura. Paura di sbagliare, di perdere, di restare soli. Forse la libertà non è altro che un’ombra: sembra vicina, ma più la insegui, più si allontana. C’è chi la cerca disperatamente, pronto a spezzare ogni catena, senza accorgersi che alcune di quelle catene lo tenevano in piedi. E c’è chi si aggrappa alla paura, confondendola con sicurezza, dimenticando che nessuna gabbia, per quanto dorata, potrà mai essere casa. Forse la libertà non è l’assenza di paura, ma il coraggio di camminare con essa. Di stringerle la mano e sussurrarle: so che ci sei, ma non mi fermerai
e questo libro di
che rappresenta visivamente l’episodio reale vissuto da Primo Levi, Sandro Delmastro e Alberto Salmoni: la scalata invernale all’Uja di Mondrone, raccontata nel capitolo Ferro de Il sistema periodico. In cui i tre amici volevano scalare l’Uja, ma a causa della nebbia raggiunsero una vetta sbagliata.Solo Sandro, più esperto, si accorse dell’errore.Invece di tornare indietro, decisero di proseguire lungo la cresta per raggiungere la vetta vera.L’impresa si trasformò in una prova di resistenza, libertà e amicizia.
30.1.26
SI SENTE GIA' LO SPIRITO OLIMPICO BAMBINO DI BELLUNO E DI 11 ANNI A PIEDI PER 6KM PERCHè NON AVEVA IL BIGLIETTO OLIMPICO
da il fatto quotidiano del 29 e del 30 gennaio 2026
| Riccardo Zuccolotto |
È l’incredibile storia riportata dal Gazzettino di Belluno, che ha raccolto la testimonianza della madre e della nonna del bimbo, un avvocato di Padova, che ha presentato querela per abbandono di minore. Il bambino, verso le 16 di martedì 27 gennaio, era uscito dal rientro pomeridiano scolastico e una volta salito sul bus ha esibito il biglietto che aveva in tasca che però non corrispondeva a quello entrato in vigore da pochi giorni sulla linea 30 Calalzo-Cortina di Dolomiti Bus. Per il periodo olimpico infatti il biglietto è passato a una tariffa fissa di 10 euro indipendentemente dalla distanza e che va comprato solo tramite app oppure con il bancomat.
L’11enne non aveva possibilità di pagare il nuovo biglietto e l’autista lo ha costretto a lasciare il bus e tornare a casa apiedi quando fuori era già buio, lungo una strada pericolosa, mentre nevicava e la temperatura era di -3 gradi. L’episodio, risalente a due giorni fa, riguarda un bus appartenente a una compagnia privata – La Linea S.p.A. – alla quale sarebbe stato subappaltato il servizio. “Ho ricevuto due chiamate di scuse da parte dell’azienda di trasporti Dolomitibus, noi andiamo avanti“, ha spiegato successivamente l’avvocata Chiara Balbinot, nonna del ragazzino di 11 anni in questione.
“Ora tocca alla procura di Belluno indagare. Dal mio punto di vista è ravvisabile il reato di abbandono di minore, anche se di ipotesi magari ce ne sarebbero altre, ma sarà la Procura poi a considerarle. Sicuramente esisteva un obbligo di custodia“, ha spiegato la nonna-avvocata, che ha poi concluso: “A mio nipote poteva capitare qualsiasi cosa durante quei novanta minuti che ha impiegato per tornare a casa, camminando sulla pista ciclabile che costeggia la strada principale – continua la nonna -, io mi chiedo come possa capitare una cosa del genere“. Domanda a cui sta cercando di rispondere l’indagine interna avviata dall’azienda di trasporti.
Il comunicato dell’azienda
Successivamente l’azienda titolare del servizio ha diffuso una nota ufficiale per esprimere la propria posizione: “In relazione all’episodio segnalato in data odierna, Dolomiti Bus esprime anzitutto sollievo avendo appreso dalla famiglia del bambino che per lui non ci sono state serie conseguenze e sta bene. La corsa in questione è stata effettuata a seguito di regolare autorizzazione dall’azienda La Linea S.p.A. alla quale Dolomiti Bus, titolare del contratto di servizio principale, ha immediatamente esteso la contestazione e chiesto chiarimenti. La società che ha effettuato il servizio ha comunicato di aver avviato degli approfondimenti e che il conducente interessato, suo dipendente, è stato prudenzialmente sospeso dal servizio“, si legge nella nota ufficiale in cui la compagnia comunica anche la sospensione dell’autista.
“Dolomiti Bus, costantemente impegnata a garantire i più elevati standard di sicurezza e tutela dei passeggeri, ha essa stessa attivato una commissione per il rigoroso accertamento dei fatti accaduti. I mezzi in servizio sono dotati di impianti di videosorveglianza e le relative registrazioni potranno essere utilizzate per l’accertamento dei fatti. Ulteriori elementi potranno essere forniti in ragione degli accertamenti in corso”, conclude la nota.
“Non ci salgo più su quel bus. Non sentivo le gambe, facevo fatica a camminare”: parla Riccardo, l’11enne fatto scendere perché non aveva il “biglietto olimpico”
Le parole della famiglia - che ha sporto querela - a La Repubblica: "La temperatura di mio figlio era arrivata a 35 gradi" dice la madre. E intanto l'azienda Dolomiti Bus chiede scusa e sospende il conducente

“Non ci salgo più, riconsegnate tutti i biglietti che abbiamo comprato”. A parlare a La Repubblica è Riccardo Zuccolotto, il ragazzino di 11 anni fatto scendere dal bus in provincia di Belluno perché non aveva il “biglietto olimpico” e costretto a camminare per 6 kilometri al buio, sotto la neve e a una temperatura di 3 gradi sotto lo zero. Gli altri biglietti sono quelli del carnet che aveva già, al prezzo di 2,50 euro e non più validi perché insieme alle Olimpiadi sono arrivati anche i rincari fino a 10 euro. Martedì scorso il giovane è arrivato a casa, a Vodo di Cadore, quasi in ipotermia e dopo due ore di camminata. La famiglia ha sporto querela con l’ipotesi di abbandono di minore ed è partita un’indagine interna – decisa anche da Dolomiti Bus, l’azienda che si occupa del trasporto locale – per conoscere i dettagli e responsabilità del fatto. “Abbiamo nominato una commissione apposita – dice l’impresa – La corsa è stata effettuata in subappalto dall’azienda La Linea spa”.
Zuccolotto frequenta la prima media, e spesso prendeva (come da sua volontà, al passato) la linea 30 Calalzo-Cortina. La nonna Chiara Balbinot è un avvocata di Padova. È stata lei a depositare la querela. “A parte quello che è successo a mio nipote – dice – credo sia assurdo che ai residenti non venga garantita la tariffa normale”. Anche se, al netto di questo, “l’autista avrebbe potuto chiedergli quattro biglietti ordinari per arrivare alla cifra olimpica”. La tariffa è rimasta uguale solo per chi ha l’abbonamento. La domanda rimasta irrisolta è anche un’altra: l’autista ha chiesto a Riccardo 10 euro, ma perché lo ha fatto se le disposizioni dell’azienda vietano di accettare contanti? E inoltre, non bastava una semplice multa ?
Quantomeno, “Dolomiti bus ci ha già chiesto scusa. La temperatura di mio figlio era arrivata a 35 gradi, abbiamo anche un certificato medico — è quanto conclude la mamma — Non è andato a scuola il giorno dopo”. E sull’autista del bus la risposta è una: “Sono contenta che quell’autista sia stato sospeso. Decisamente non può avere a che fare con i bambini“.
LAVORO PRECARIO E' SEMPRE PIU' POVERO UN SARDO ( FIGURIAMOCI GLI ALTRI ITALIANI ) SU TRE NON ARRIVA A FINE MESE
E POI CI SI LAMENTA SE NON SI FANNO FIGLI O SI FUGGE ALL'ESTERO . EPPURE
IN In Italia si sta male (si sta bene anziché no)Autori: Rino Gaetano
Interpreti: Paolo Rossi
Anno: 2007
In Italia ci sta il mare
Per nuotare e per pescare
Con le spiagge tutte bianche
Gli ombrelloni stesi al sole
In Italia si sta be-ne
In Italia ci sta il sole
Per asciugarsi quando piove
Con la frutta di stagione
Con le pesche e le albicocche
Da mangiare quando hai fame
Ma guarda un po’
Che fortuna stare qua
In mezzo a tanta civiltà
Guarda tu
Che fortuna stare qua
Stare ancora qua
In Italia c’è l’amore
Da quando nasce a quando muore
Se sei brutto o se sei bello
Se sei brutto o se sei bello
Se sei ricco oppure no
In Italia c’è l’amore
Da quando nasce a quando muore
Se sei brutto o se sei bello
Se sei ricco oppure no
In Italia non si può
Ma guarda un po’
Che fortuna stare qua
In mezzo a tanta civiltà
Guarda tu
Che fortuna stare qua
Stare sempre qua
In Italia si sta male
Si sta bene si sta male
In Italia si sta male
Si sta meglio si sta peggio
Si sta bene anziché no
In Italia c’è l’amore
Da quando nasce a quando muore
Se sei brutto o se sei bello
Se sei quasi sempre quello
Se sei ricco oppure no
In Italia si sta male
Si sta bene si sta male
Si sta male si sta bene
Si sta meglio si sta peggio
Si sta bene anziché no
In Italia ci sta il sole
Per asciugarsi quando piove
Con le spiagge tutte bianche
Gli ombrelloni stesi al sole
In Italia si sta bene
In Italia si sta male
Si sta bene si sta male
In Italia si sta male
Si sta bene si sta peggio
Qua si sta come si sta
In Italia c’è l’amore
Da quando nasce a quando muore
Se sei brutto o se sei bello
Se sei ricco oppure no
Se sei basso non lo so
Se sei brutto o se sei bello
Se sei ricco oppure no
Qui ci sto e non ci sto
Se sei brutto o se sei bello
Se sei ricco oppure no
In Italia non ci sto
Ma poi torno però…
Ogni tanto.
29.1.26
Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXIX. DENTRO A RELAZIONI TOSSICHE: LA TEORIA DELLA RANA BOLLITA PARTE I
tossiche,dove le persone possono sopportare violenze psicologiche o fisiche senza riconoscere i segnali di degrado. La rana bollita rappresenta la tendenza umana ad adattarsi passivamente a situazioni avvilenti, senza reagire fino a quando non è troppo tardi.
«[...] La teoria della rana bollita di Chomsky, come afferma Bianco , conosciuta anche come strategia della gradualità, ci fa capire che quando un cambiamento avviene in maniera graduale sfugge alla coscienza e non suscita quindi alcun tipo di reazione o di opposizione concreta. Se l’acqua fosse già stata bollente la rana non sarebbe mai entrata nel pentolone o, se fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50 gradi, avrebbe dato un colpo di zampa e sarebbe balzata fuori.Questa storia può essere utile per comprendere in quale fase della vita vi potreste trovare. Purtroppo la situazione in cui si trova la rana nel pentolone di acqua bollente è quella in cui si trovano molte donne ( e uomini corsivo mio ) che faticano a uscire da un amore violento. Anche questa è violenza, anche questa è una forma di aggressione, anche se assume i contorni del “cronicismo”, e la vittima quasi non si accorge o non riesce ad accettarlo subito di trovarsi in una situazione molto critica e delicata, soprattutto se la violenza si consuma all’interno delle mura domestiche.»
- Relazioni tossiche, la metafora della rana bollita per riconoscerle - The Wom in particolare i capitoli : I segnali che la temperatura sta salendo ,Come saltare fuori dalla pentola prima che sia tardi
- https://www.eroicafenice.com/salotto-culturale/elucubrazioni/ : Il principio della rana bollita di Chomsky: cos'è e quando si verifica
- Il principio della rana bollita: come cambiare le abitudini | Psicologa di Chiara Rotunno
- Scopri la metafora della rana bollita di Chomsky e perché è fondamentale per capire il mondo di oggi. AGGIORNATO 2026
- Sopporti fino a bruciarti? Il "Principio della rana bollita" di Psicoadvisor
28.1.26
Effetto tifo Spalti pieni e un’identità forte quando la comunità fa sauadra con il calcio e con il basket . identità non solo ultras quindi
N..b scusate se ho estratto dal pdf solo il primo articolo e riporto gli altri due sotto forma di png gli altri due articoli sempre della nuova sardegna del 27\1\2026
| una partita del Calangianus |
C'è un momento preciso, nei piccoli paesi,in cui capisci che lo sport non è solo sport. Succede quando la domenica pomeriggio diventa più importante del resto della settimana, quando il campo (di calcio o di basket, poco importa) prende il posto della piazza, del bar, delle “vasche” che non si fanno più.Succede quando una squadra diventa un pretesto nobile per stare insieme. E allora capisci che lì, in quel rettangolo di gioco, batte il cuore della comunità. A Calangianus, per esempio, la partita non è mai solo la partita. È un rito civile.Quattrocento persone sugli spalti, si riconoscono, si prendono in giro, discutono, ridono. Operai e industriali, allevatori ed ex presidenti, giovani e signore sempre più presenti. Anche gente che con il calcio non aveva nulla a che spartire. Il tifo non è anonimato: è identità. In un paese che perde abitanti, lo stadio resta uno degli ultimi avamposti dove la comunità si guarda in faccia. Ma Calangianus non è una eccezione.A Tonara, quando tutto sembrava finito, sei donne hanno fatto una cosa che nei piccoli centri pesa più di mille convegni: si sono assunte una responsabilità collettiva. Non sapevano nulla di calcio, non si conoscevano nemmeno tra loro. Eppure hanno salvato una squadra e, senza proclami, hanno ridato al paese un motivo per ritrovarsi,discutere, tifare. In un mondo che dice sempre “non si può”, loro hanno detto “proviamoci”. E il paese ha risposto.A Campanedda il calcio non è una passione: è un presidio. È il modo in cui una borgata di poco più di mille abitanti si riconosce,si ritrova e si racconta. In nove anni i rossoblù sono saliti dalla Seconda Categoria alla Promozione senza padrini né capitali esterni,ma con una comunità compatta alle spalle e una tifoseria che è già appartenenza,I Fizzos de Sa Nurra. 300 spettatori fissi; un campo che ha preso il posto della piazza; una scuola calcio che riempie i pomeriggi dei bambini. Qui la squadra è davvero una famiglia allargata. E poi c'è Sennori, che per la sua squadra di basket perde la testa. Il palazzetto soldout, la domenica cambia umore a seconda del risultato, il senso di appartenenza che passa dal parquet alle strade. Anche lì, lo sport non riempie solo un tabellino: riempie un vuoto. Queste storie, messe insieme, raccontano una verità semplice e po-tentissima: nei piccoli cen tri lo sport supplisce a ciò che manca. Dove non c'è più la piazza, c'è una tribuna. Dove non c'è più aggregazione spontanea, c'è un tifo organizzato eppure autentico. Dove lo Stato arretra e i servizi si assottigliano, un pallone e un canestro tengono insiemele persone. Onorare la maglia vuol dire onorare il paese, la sua storia, il presente fragile e ostinato. Lo sport, qui, non è evasione: è resistenza quotidiana. È orgoglio. È comunità che, almeno per 90 minuti, o per 40, si ricorda di essere tale.
Infatti
27.1.26
C’è un’altra storia, silenziata, di chi protesta al passaggio dei tedofori. Lo sport non narcotizza l’indignazione

Olimpiadi Milano-Cortina, tra i tedofori anche Carolina Kostner. Ma è stata squalificata per doping
duepesi e due misure hanno cazziato Massimo Boldi non facendogli fare il teodoforo anzi la teodofora per una battuta e poi lo fanno fare ad un sportivo squalificata per doping .
fonte il fatto quotidiano
La Fondazione Milano-Cortina ci ricasca. Fin qui il tradizionale percorso della fiamma olimpica, invece di essere un momento di festa e celebrazione dell’Italia e dello sport italiano, è stata trasformata dagli organizzatori in un carrozzone piuttosto imbarazzante. Abbiamo visto la gloriosa torcia affidata a cantanti, soubrette e “amici di”. Consegnata e poi revocata a Massimo Boldi, per la sua intervista al
In una delle ultime frazioni di questo lungo viaggio iniziato a novembre e destinato a concludersi il 6 febbraio con l’accensione del braciere nella cerimonia inaugurale, nella tappa di Bolzano in calendario martedì 27 gennaio, è annunciata tra i tedofori Carolina Kostner. Stella del pattinaggio artistico sul ghiaccio, bronzo ai Giochi di Sochi nel 2014, più volte campionessa europea e anche mondiale nel 2012, la Kostner è stata una delle atlete invernali più famose e popolari degli Anni Duemila. Lei sì che a differenza di tanti altri meriterebbe l’onore di portare la fiaccola. Se non fosse per un piccolo dettaglio: la macchia della squalifica per doping nel 2015. E come abbiamo già raccontato sul Fatto Quotidiano, il regolamento olimpico pubblicato proprio sul sito della Fondazione Milano-Cortina è chiarissimo: dalla selezione è escluso categoricamente chiunque abbia riportato una condanna.
Nel caso specifico, la vicenda della Kostner è tristemente nota: la pattinatrice fu punita per aver “coperto” il suo fidanzato dell’epoca, Alex Schwazer (attenzione: parliamo della squalifica del marciatore per Epo prima dei Giochi 2012, illecito conclamato e anche ammesso dal diretto interessato, non per quella molto più nebulosa e sempre contestata del 2016). Kostner fu squalificata in primo grado per 1 anno e 4 mesi, poi innalzati a 21 mesi dal TAS (il massimo tribunale sportivo), nell’ambito di un accordo che prevedeva la retrodatazione della pena in modo da permetterle di tornare prima alle gare. Insomma parliamo evidentemente di un caso particolare, che tira in ballo anche i legami personali e scelte sbagliate di vita. Però le regole sono regole. Almeno in teoria: norme alla mano, Kostner non dovrebbe fare la tedofora, eppure è stata contattata ugualmente.
Non è nemmeno la prima volta che succede, visto il precedente di Marco Fertonani, rivelato proprio qui sul Fatto quotidiano, l’ex ciclista, che in passato ha avuto problemi col doping, tedoforo nella tappa di Chiavari. Allora gli organizzatori si erano giustificati spiegando che il suo nome era stato indicato da uno sponsor e poi era sfuggito ai controlli. Insomma, nessuno se n’era accorto. Stavolta non ci sono proprio scuse, perché la storia della Kostner è nota a chiunque mastichi un minimo di sport. Qui nessuno giudica la persona, figuriamoci l’atleta, Carolina Kostner, ma soltanto l’operato della Fondazione. A Milano-Cortina la popolarità viene prima del merito. E a volte persino delle regole.
X: @lVendemiale
i testimoni i geova dei lager nazisti vittime ignorati dalla vulgata ufficiale del 27 gennaio
Auschwitz (Guccini)
l'assolo di violino del film omonimo Schindler's List Main Theme (John Williams)
Con questo post concludo la carrellata dei post sulla giornata \ setimana dela memoria , prima che diventi sempre più retorica stopposa e melliflua oltre che ipocrita come segnalato nel precedente post : « Moni ovadia boccia il giorno della memoria da qualche anno è solo retorica dimentica gli altri genocidi del novecento , è un occasione di manipolazione » e succeda ( ci siamo molto vicino purtroppo 😢😲 visto che la settimana del 27 gennaio si parla solo di Shoah e mettono sullo stesso piano\ in unico Genocidio Olocausto e Shoah ) come lo sfogo del 2023 durante una delle commemorazioni per la giornata della memoria Di Liliana Segre senatrice a vita e sopravvissuta all'Olocausto :« Temo che tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella .La gente, già da anni, dice 'basta con questi ebrei, è una cosa noiosa, la sappiamo, basta parlarne...», sempre Secondo Segre, « tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella. Le iniziative che possono venire da una vecchia come me a volte sono noiose per gli altri. Questo lo capisco perfettamente »[... da Milano, lo sfogo di Liliana Segre: "So bene che la gente è stanca di sentire parlare degli ebrei deportati" di https://www.milanotoday.it/ ]
I testimoni di Geova furono perseguitati dal regime nazista tra il 1933 e il 1945. Nella Germania nazista vivevano circa 25.000[1][2] Studenti Biblici (denominazione che allora avevano i testimoni di Geova). Si stima che circa 10.000 di essi finirono nei campi di concentramento e che di questi circa 2.500 furono uccisi. Centinaia di testimoni di Geova furono uccisi per il loro rifiuto di prestare servizio militare nella Germania nazista e di giurare ad essa fedeltà. La storica Sybil Milton sottolinea il loro coraggio nell'atteggiamento di rifiuto alla Germania nazista[3].[...] . I nazisti, per conoscere il gruppo al quale apparteneva ciascun internato[66], affibbiavano sulla casacca dei detenuti, oltre al numero di matricola, un triangolo rovesciato di colore diverso. I prigionieri erano pertanto generalmente così suddivisi: [...]

Erano anche appellatti dai nazisti con i termini dispregiativi di Kriegsdienstverweigerer, coloro che non prestano il servizio militare, ossia obiettori di coscienza, Bibelwürmer, vermi della Bibbia, derivante da Bibelforscher e Bücherwürmer, topo di biblioteca, Himmelskomiker, comici del cielo, Jordanscheiche, sceicchi giordani, Himmelhunde, cani del cielo, o Bibelbiene, api della Bibbia, che qui assume la connotazione di "pidocchio", che nel linguaggio popolare significa anche "amichetta", "prostituta"[72]. [..] da Storia dei testimoni di Geova nella Germania nazista e durante l'Olocausto - Wikipedia
ma adesso parlare lascio la parola all'amico Enrico Carbini che mi ha fatto conoscere e spinto all'approfondimento di tale argomento
Oggi è il cosiddetto “giorno della memoria” in cui il mondo, solo una volta l’anno, si ricorda di una tragedia immensa. Noi non abbiamo bisogno di una data per ricordare i fratelli che nei campi di concentramento hanno visto e vissuto L’esperienza più atroce. I Testimoni di Geova avrebbero potuto evitarla con una semplice firma. E questo mostra una verità spietata:il male non chiede solo di ucciderti. Chiede che tu gli dia ragione. I Testimoni di Geova furono tra i pochissimi gruppi che non negoziarono.
Franz Reiter Condannato a morte, poi deportatoRicevette il modulo di abiura. Bastava firmarlo.Scrisse al comandante del campo una frase devastante per un regime totalitario:“La mia vita è nelle vostre mani. La mia coscienza no.”
Minna Döhring. Madre, Testimone di GeovaLe portarono via i figli. Le dissero: firma e li riavrai.Non firmò.Lei spiegò più tardi che insegnare ai figli a vivere nella menzogna sarebbe stato peggio che perderli.
La domanda che ci facciamo tutti è: se succedesse a me, riuscirei a fare come loro? Questa è la domanda più onesta che ci possiamo fare. nessuno sa chi sarebbe, prima di esserci dentro.Nemmeno loro lo sapevano.Erano persone normali che avevano fatto, per anni, piccole scelte di coerenza.Ed è qui il punto decisivo.Non si diventa capaci di resistere nel momento estremo.Si diventa capaci prima, nelle cose piccole:La coscienza non è un interruttore.È un muscolo.Chi nei lager non firmò, non lo fece perché improvvisamente eroe.Lo fece perché era già abituato a non cedere.Non dobbiamo sapere se saremmo capaci di morire.Dobbiamo sapere se siamo capaci, oggi, di non mentire a noi stessi.E poi c’è Geova che non abbandona mai. Molti nostri fratelli raccontarono dopo la guerra che, nei momenti di crollo, pregavano sottovoce.Non chiedevano di essere liberati.Chiedevano di non cedere.Lo spirito di Dio, per loro, era proprio questo:una calma, una chiarezza, una pace che permetteva di dire “no” anche tremando. Salmo 34:19 dice: “Molte sono le afflizioni del giusto, ma Geova lo libera da tutte.”Ecco perché i nostri fratelli, diventarono, anche nei campi di concentramento, irriducibilmente liberi.
Concludo con
"Il Silenzio" (1965) di Nini Rosso , adattamento del Silenzio fuori ordinanza militare.
26.1.26
Porto Torres, violenza e rinascita nel libro di Patrizia Cadau L’autrice rompe il silenzio e si racconta, nella sala conferenze del Museo del Porto, denunciando alcuni tra i temi più dolorosi della nostra societ
Patrizia Cadau, autrice del libro sulla violenza femminile (foto concessa)La sala conferenze del Museo del Porto di Porto Torres ospiterà la presentazione del libro “Volevate il silenzio, avete la mia voce”, un testo in cui Patrizia Cadau, sopravvissuta ad anni di violenze domestiche, rompe il silenzio e racconta la propria storia denunciando i meccanismi del patriarcato, le complicità sociali e giudiziarie e le strategie di manipolazione del controllo.
Il libro narra la violenza maschile sulla donna e sui figli, inquadrandola nella corretta dimensione pubblica e sociale. Ma soprattutto racconta la liberazione, la rinascita, la speranza e la solidarietà ricevuta. L’evento – organizzato dall’Università delle Tre Età di Porto Torres – rappresenta un’opportunità per affrontare uno dei temi più urgenti e dolorosi della nostra società: la violenza contro le donne.
chi. lo ha detto. che per essere importante. devi avere. un premio o un onorifecenza il caso di Giuseppe Levi che. ebbe non ebbe nessun titolo. ma. tre. allievi da premio nobel
IN BREVE Giuseppe Levi. (Trieste, 14 ottobre...
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...






