08/03/18

speciale storie di donne : Giulia Nizzola e i pacchi di Pasta Magna applica la suia laurea ad “Packaging: scegliere con gli occhi” ., L’operaia e storica Rsu Fiom Angela De Marc Si laurea in filosofia con 110 alla Ca’ Foscari di Venezia e, con indosso il camice blu da lavoro della Zanussi, che era stato prima di sua zia e poi di sua mamma, dedica il traguardo a tutte le donne e gli uomini che hanno contribuito a rendere grande quell’azienda che oggi è l’Electrolux di Porcia. ed altre storie

oggi 8 marzo raccolgo un post con storie di donne  La prima è tratta , come le altre due le ho prese dalla la pagina fb di geolocal,da http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2018/03/07 , mentre l'ultima  ma nnon per  questo meno importante  e bella   tratta  da  la  nuyova  sardegna  


Giulia Nizzola e i pacchi di Pasta Magna

MOGLIA-SUZZARA. Un prodotto lo si sceglie con gli occhi? Il bello, la forma pagano più del contenuto? Sono le domande che Giulia Nizzola, 22 anni di Moglia, domiciliata a Suzzara dopo il terremoto, si è posta nella propria tesi di laurea, incentrata su una ricerca sperimentale di neuromarketing e decisioni d’acquisto, per il corso triennale di Grafica all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia. Per arrivare alle risposte, Giulia ha elaborato un test, che è il titolo della sua tesi, “Packaging: scegliere con gli occhi” e i risultati che ha ottenuto hanno sorpreso anche lei.
Giulia ha inventato un prodotto, una pasta, ha creato un logo, un marchio, una confezione (tutto finto naturalmente), poi con la collaborazione del personale del Conad Superstore di Suzzara, ha esposto il prodotto tra gli scaffali del supermercato. Una pasta gourmet, di quelle che si trovano nei ripiani dedicati ai prodotti artigianali o regionali ricercati; una pasta più costosa delle altre, però, avvolta in un bel sacchetto di carta grezza, come quella del pane, con tanto di logo scritto a mano, il nome dell’azienda (pure quella falsa) che ricorda la nostra terra Magna (è in dialetto), grano aureo prodotto a Mantova. «Volevo concretamente vedere - racconta Giulia - come le persone potessero reagire di fronte a un nuovo prodotto di cui non conoscevano né il brand produttore né la confezione: ho creato quindi un mio packaging. Ho dovuto aggiungere alcuni plus rispetto alle marche competitors perché il mio prodotto potesse farsi vedere ed essere diverso: il sacchetto di carta da pane, la scritta con stampi a mano, ho aggiunto anche un elastico alla confezione, da utilizzare per richiudere il sacchetto una volta aperto. Per poter realizzare il test, però, è stata di fondamentale importanza la disponibilità del direttore del punto vendita Conad Superstore di Suzzara, Roberto Lugli».
Giulia racconta di aver preparato 45 sacchetti di pennette, farfalle, fusilli («ho preso i pacchi da 5 chili del Tosano, e il mio relatore ha stampato i sacchetti nella sua piccola tipografia»); la Conad le ha concesso per una settimana per esporli su tre ripiani dello scaffale della sezione gourmet e le ha permesso anche di restare di fianco agli scaffali per osservare i movimenti dei clienti. «Sabato 10 e domenica 11 febbraio, con la mia supervisione, solo cinque persone hanno guardato il prodotto, nessuna ha deciso di comprarlo; da lunedì 12 a venerdì 16 febbraio i sacchetti sono stati sullo scaffale senza la mia supervisione e 47 persone sono andate in cassa col prodotto. Poi le commesse hanno riferito loro che si trattava di una ricerca e quella pasta non era in vendita. Però siamo rimasti tutti sorpresi di quanto fosse piaciuto, tenendo conto anche del prezzo, 1,49 euro, il doppio delle paste comuni. Un risultato insperato. Quindi sì, ho avuto la risposta formulata nel mio test: la forma paga, l’abito fa davvero il monaco».
La discussione della laurea è andata benissimo. «Eh già, 110 e lode finale che voglio proprio dedicare al direttore del Conad Lugli. Lo ringrazio di cuore per quello che ha fatto». Ora per Giulia cominciano gli stage in aziende e poi chissà, magari arriverà una carriera pubblicitaria.







OPERAIA SI LAUREA IN FILOSOFIA:...
Operaia si laurea in filosofia: camice blu e dedica ai lavoratori Zanussi
Angela De Marco è una ex dipendente e storica Rsu della Lavinox. Ha saputo gestire tutti gli impegni meritandosi un 110
                                        di Giulia Sacchi





PORDENONE. Si laurea in filosofia con 110 alla Ca’ Foscari di Venezia e, con indosso il camice blu da lavoro della Zanussi, che era stato prima di sua zia e poi di sua mamma, dedica il traguardo a tutte le donne e gli uomini che hanno contribuito a rendere grande quell’azienda che oggi è l’Electrolux di Porcia.L’operaia e storica Rsu Fiom Angela De Marco da ieri è dottoressa. Ha discusso la tesi di laurea magistrale sulle trasformazioni del lavoro nell’era neoliberista. Una tesi nella quale è racchiusa anche la storia di lavoro e di attività sindacale dell’ex operaia della Lavinox di Villotta di Chions.Un pezzo importante della sua vita, insomma. Un percorso non semplice, ma ricco di soddisfazioni, quello universitario, per Angela che è mamma di due bambini, ai quali ha dedicato la tesi. Contando solamente sulle proprie forze, è riuscita a gestire lavoro e famiglia e a coronare un sogno: chiudere il percorso di laurea triennale nel 2012 e poi quello magistrale ieri.Donna tenace e che non si ferma davanti a nulla, Angela ha studiato nei pochi momenti liberi: di notte e nei fine settimana. Sulla sua pelle ha provato quanto sia difficile per una donna gestire i tempi di conciliazione di lavoro e famiglia, e nel suo caso pure di università e sindacato.«Ho toccato con mano l’assenza di strumenti adeguati per sostenere le donne che lavorano, hanno figli e studiano – ha raccontato –. Ho avuto la prova di come tanti, dai politici al mondo delle istituzioni, si riempiano la bocca di tutele nei confronti delle donne che nella realtà si rivelano inesistenti. Nonostante il mio percorso sia stato pieno di ostacoli, non ho mollato: la laurea era una sfida che ho vinto».In questi anni di studio, Angela ha lavorato sodo non soltanto per non fare mancare nulla ai suoi bambini, ma anche per essere sempre al fianco dei suoi colleghi di Lavinox in momenti non semplici. Mentre preparava gli esami, l’azienda di Villotta di Chions è fallita: per l’operaia un colpo al cuore, che ha avuto ripercussioni pure sullo studio.«Sono stati mesi difficili e il percorso universitario ne ha risentito, subendo un rallentamento», ha raccontato. Ma nemmeno questo ha fermato Angela, che ha trovato il tempo per studiare tra una manifestazione sindacale e un tavolo di confronto a Unindustria. Episodi che rivivono nelle pagine di quella tesi in cui si parla di com’è cambiato il lavoro, soprattutto in fabbrica, e dei mutamenti che ha subito il mondo sindacale. Ambiti che sono entrambi in crisi.Un’analisi che non si limita a ripercorre il pensiero di filosofi e studiosi, tra cui Karl Marx, ma che indaga a fondo le dinamiche del cambiamento, mettendone in evidenza in primis le conseguenze negative e dando voce anche ad alcuni protagonisti, tra l’altro del Pordenonese.Angela ha intervistato il segretario generale della Fiom Maurizio Marcon, che ha un’esperienza da operaio alla Cimolai di Pordenone, ed Efrem Basaglia, operaio metalmeccanico della Savio macchine tessili e storica Rsu Fiom, oggi in pensione. «Interviste fondamentali per entrare nel vivo dell’argomento della tesi – ha spiegato De Marco –. Chi meglio di persone che hanno seguito da vicino il cambiamento del mondo del lavoro, tra aumento della precarizzazione e della disoccupazione, poteva proporre una riflessione su questa tematica?».La discussione della tesi per Angela è stata un momento di forte emozione: mentre illustrava il lavoro di ricerca, scorreva davanti agli occhi la sua vita.«Ho faticato a trattenere le lacrime – ha raccontato –. Dedico questo percorso a quanti hanno contribuito a rendere grande la Zanussi, con impegno e tra tante difficoltà, a chi lotta per avere un’occupazione e per i suoi diritti e a quanti hanno perso la vita per difendereil proprio lavoro. Da oggi sono sì una dottoressa, ma che non dimentica le sue origini. Rimarrò sempre un’operaia e sono fiera di avere indossato il camice simbolo delle tute blu in uno dei momenti più importanti della mia vita».


Crisi e secondo figlio: resta disoccupata e fonda un'azienda
Storie di donne: Stefania adesso vende decorazioni in tutto il mondo. Il suo racconto

di Alice Ferretti




PADOVA. Si è rimboccata le maniche ed è ripartita da zero, supportata da una grande forza d’animo, dalle sue passioni e da una bellissima famiglia. Così Stefania Taddeucci, 47 anni, mamma e imprenditrice, dopo un periodo di forte crisi è riuscita a fare del suo sogno il suo lavoro.
Oggi è titolare dell’azienda “La banda del riccio”, dal nome della passione del figlio maggiore per questo animaletto. Stefania disegna e produce adesivi decorativi per le camerette dei bambini e la sua attività in soli tre anni si sta espandendo in modo significativo. «Sono presente in sette portali di e-commerce e vendo le mie decorazioni in tutto il mondo», spiega entusiasta l’imprenditrice.
Non è stato semplice. Stefania, originaria di Firenze, ma che per amore diciannove anni fa si è trasferita a Noventa Padovana, fino al 2010 ha lavorato nell’ambito della moda. «Per vent’anni ho fatto la stilista per bambini, collaboravo con tutte le più grandi aziende, poi con la crisi le cose hanno iniziato ad andare male». Molte aziende d’abbigliamento per cui lavorava chiudono i battenti e le poche rimaste tardavano a effettuare i pagamenti. «In quel periodo sono anche rimasta incinta del mio secondo figlio, cosa che mi ha ancor più danneggiata. Quando mi presentavo nelle aziende con il pancione mi guardavano come un’appestata».



Da qui per Stefania si è aperto un periodo difficile. «Ho smesso di lavorare e ho vissuto un anno di lutto. Ero in forte crisi e alternavo momenti di gioia per la bambina che stava arrivando a momenti di grande sconforto». I lunghi mesi di stop però non sono riusciti a fermare lo spirito creativo e ambizioso della mamma, che ne ha approfittato per reinventarsi. «Ho pensato di decorare la cameretta della mia bambina con degli adesivi. Ho realizzato i disegni e li ho fatti trasformare in adesivi da una ditta specializzata».
E il risultato è arrivato da subito. Non appena la foto della cameretta decorata ha preso a girare in rete, e in particolare sui social network, hanno iniziato a piovere apprezzamenti. «L’idea piaceva. Inoltre il mio sogno è sempre stato quello di fare l’illustratrice per bambini. Ho pensato che quella poteva essere la mia strada», dice la mamma imprenditrice, che con le sue creazioni e un gazebo ha iniziato a girare i mercati di Padova e provincia raccogliendo curiosità e consensi. Così nel 2015, grazie anche ai consigli di Confartigianato, Stefania ha registrato il suo marchio e da quel momento è nata quella che è una vera e propria azienda. «Ho comprato un plotter e adesso faccio tutto a casa», spiega. «In un mese riesco a spedire in tutto il mondo circa 170 adesivi decorativi. Per ora sono da sola ma se l’azienda continuerà a crescere il prossimo obiettivo è aprire un laboratorio». Nell’ultimo anno l’azienda ha realizzato un fatturato di 100mila euro.
«Ho tutto quello che si può desiderare. Un lavoro meraviglioso, che è anche la mia passione, e la possibilità di lavorare a casa, a contatto con mio marito e miei due figli».



L'INTERVISTA - Guida il Comune da 9 anni, ma non chiamatemi sindaca
Il primo cittadino di Onanì: «La parità di genere non c’entra con il linguaggio»
di Silvia Sanna

SASSARI. Sindaca o sindaco? Meglio sindaco, risponde subito Clara Michelangeli. Che, confessa, alla lunga discussione sulla parità di genere nel linguaggio non si è molto appassionata. Dal 2009 primo cittadino di Onanì, comune della Baronia di 390 abitanti, il sindaco Michelangeli, di professione agronomo e mamma di un bimbo, indossa la fascia da quando aveva 28 anni. Il secondo mandato si chiuderà l’anno prossimo e sull’eventuale tripletta ancora non ha deciso. Tutti in paese la chiamano sindaco perché lei preferisce così. «La verità? Non credo che l’utilizzo del genere maschile sia una forma di discriminazione nei confronti delle donne. La parità è altro».


E' giusto festeggiare l'8 marzo?

«Certo, la festa della donna è importantissima per ricordare le discriminazioni subite in passato, per manifestare solidarietà a chi vive in Paesi dove la donna subisce emarginazione, violenze e abusi. E soprattutto per ricordare chi per colpa di uomini violenti soffre e spesso perde la vita».

La violenza di genere è un fenomeno in crescita, come combatterlo?

«Io credo che prima di tutto debbano essere educati gli uomini. Il rispetto deve essere insegnato a chi non lo manifesta in maniera naturale. E gli uomini in gamba devono essere d’esempio per gli altri. Per questo oggi nelle piazze colorate di rosa e negli appuntamenti dedicati all’8 marzo, sarebbe bello vedere non solo donne ma anche mariti, fidanzati, fratelli».

Flash mob, corse rosa, spettacoli teatrali e convegni: sono utili per contrastare la violenza sulle donne?

«Sono importanti per almeno due aspetti: per sensibilizzare il numero più alto di persone sul fenomeno e per fare sentire le vittime meno sole. In una situazione di abusi la solitudine spinge a chiudersi in se stesse e fa crescere la paura».

È questa paura che spinge tante vittime a non denunciare?

«Credo che diversi sentimenti si mescolino. La paura, la vergogna, spesso la volontà di non turbare i figli, magari bambini. Ma incide moltissimo anche l’incertezza del dopo, di quello che accadrà se si decide di dire basta. Per questo serve una rete, la società deve essere in grado di accogliere e tutelare queste donne. E le manifestazioni dell’8 marzo, la condivisione di situazioni simili, il confronto delle esperienze, aiutano a capire che è possibile uscirne»

Lei è mai stata discriminata in quanto donna da quando fa politica?

«Non nel ruolo di sindaco. Ma in politica i pregiudizi resistono ed è difficile scardinarli. Soprattutto se decidi di fare il salto, mi è successo quando decisi di candidarmi alle Regionali».

Qualcuno la criticò?

«Mi dissero cose che a un uomo non avrebbero detto. “Sei sicura di volerti impegnare così tanto in politica? Hai riflettuto sul fatto che trascurerai la famiglia, il tuo bambino?”. Ci rimasi male, ebbi la conferma che la parità di genere è un sogno lontano».

Il consiglio regionale ha approvato la legge sulla doppia preferenza. Sarà utile?

«Una premessa: per fare politica bisogna avere una forte passione, e la passione non ha sesso. Per questo ritengo che la legge sarà utile per garantire una maggiore presenza di donne in consiglio regionale, che sono certamente poche. Ma neanche questa è la soluzione».

Si spieghi meglio.


«Le capacità, come la passione, non dipendono dal sesso. Sarebbe sbagliato votare una donna (o un uomo) solo per garantire parità numerica. Le forzature possono rivelarsi controproducenti. La vera parità arriverà quando le donne saranno premiate per il loro valore»

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