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25.12.25

Divine messengers: Italian nuns’ social media posts go viral - Messaggeri divini: i post sulle suore italiane sui social media diventano virali

N.b il post d'oggi è eccezionalmnte bilinque inglese ed in italiano sotto . il fastto è perchè : appena ho aperto su bliesky il il link del post del guardian con con microsoft edige mi s'è tradotto di colo in italiano ( la traduzione del secondo post ) e per avere l'originale in inglese (il primo ) ho dovuto inserire il link inglese su google chrome . Ecco quindo la soppresa di natale di un pot bilinque fonte the https://www.theguardian.com/world/2025/dec/25/divine-messengers-italian-nuns-social-media-posts-go-viral

Divine messengers: Italian nuns’ social media posts go viral

Revelation of Instagram spurs retired Catholic devotees in Abruzzo to gain millions of views with upbeat videos
For years, the mostly closed-off lives of the nuns living in a retirement home in Raiano, a mountain village in Italy’s Abruzzo region, followed much the same daily rhythm.
They woke early, prayed, went to the chapel, had lunch, and perhaps whiled away the afternoon reading. But their routine switched pace when, under pressure from the eldest of the 22 women – Sister Maria Chiara, 98 – to liven things up, they broke out into social media. Italian nuns take to social media with witty viral videos 1:39 Italian nuns take to social media with witty viral videos “Sister Maria Chiara was starting to feel very low – she would say: ‘We don’t do anything here, and my life feels pointless,’” said Sister Nayiby Jimenez, who works in the home managed by the Ravasco congregation of Catholic nuns. “I felt sorry for them too. These are women who worked hard all their lives and have all this goodness and light in their hearts – we couldn’t just keep them closed off.” Being the youngest of the nuns, the onus fell on Sister Nayiby, 45, to shine their light beyond the confines of the home. Nuns dancing. View image in fullscreen The clips of the nuns have generated thousands of messages online. Photograph: Roberto Salomone/The Guardian So with the blessing of their mother superior, the women began experimenting with producing videos that recounted their daily lives while offering spiritual guidance. They started simply: the first video, posted on Sister Nayiby’s Facebook account in July, featured Sister Maria Grazia, 97, imparting a pearl of wisdom about obedience and trust. The clip was an instant hit, generating thousands of views and attracting 7,000 followers to the account – more than double the population of Raiano.
On a roll, the nuns branched out into Instagram, injecting their scripts with humour and music in their savvy quest to target a young audience. Views climbed to the millions and followers now number about 145,000 across their Facebook, Instagram and Threads accounts.
All of this has been totally unexpected,” said Nayiby, who was born in Colombia. In one of the most popular videos, the nuns take it in turns to throw a cardboard box out of the window. Each box is labelled with a negative emotion or trait, for example “stress”, “anxiety”, “selfishness” or “indifference”. The clip ends with Sister Maria Chiara saying: “We need to throw out everything that makes us sad, because the Lord wants us to be happy.” Nuns sitting on chairs. View image in fullscreen The devotees live in a retirement home managed by the Ravasco congregation of Catholic nuns. Photograph: Roberto Salomone/The Guardian In another, some of the nuns reluctantly take part in a morning exercise routine, before giving up, saying “we’re off to pray”. The overriding message is that care needs to be taken of the body and soul in order for us to “fully bloom”. The clips have generated thousands of messages, and the nuns each have a book listing the names of those who have asked for their prayers. “There are over 200 names in each book, and they respond personally to all,” said Sister Nayiby. Nuns laughing in a corridor. View image in fullscreen The first video gained the nuns more followers online than the number of people in their village. Photograph: Roberto Salomone/The Guardian Needless to say, the main star of the show is Sister Maria Chiara, hence she is tasked with opening and closing the reels. “I’ve always been a chatterbox,” she said. “But I’m spontaneous, I can never plan anything beforehand.” Sister Anna Lilia, 95, is another spirited participant, although they have not yet risked putting her on a live video: “She has no filter, she just says what she thinks,” said Sister Nayiby. Italian nuns’ social media posts go viral 0:24 Italian nuns’ social media posts go viral The nuns come together to script each clip, with each production posted at 5am because “the first thing people do when they wake up in the morning is check their phones”, said Sister Nayiby. However, she confessed to occasionally asking ChatGPT for help with developing ideas. The care home was opened by Sister Maria Grazia Mancini, who was there from Rome during the Guardian’s recent visit. “These women gave so much during their apostolic life and then they reach a point where they feel a little discarded,” she said. “But this initiative has given them the chance to express something beautiful, to have fun and to spread positive messages so that we can resist the evil that sometimes surrounds us.”












Messaggeri divini: i post sulle suore italiane sui social media diventano virali

La rivelazione di Instagram spinge i devoti cattolici in pensione in Abruzzo a ottenere milioni di visualizzazioni con video ottimisti

Per anni, le vite per lo più chiuse delle suore che vivevano in una casa di riposo a Raiano, un villaggio montano nella regione Abruzzo in Italia, hanno seguito molto più o meno lo stesso ritmo quotidiano.

Si svegliavano presto, pregavano, andavano in cappella, pranzavano e forse passavano il pomeriggio a leggere.

Ma la loro routine cambiò ritmo quando, sotto la pressione della maggiore delle 22 donne – Suor Maria Chiara, 98 anni – per ravvivare le cose, si rifugiarono sui social media.

               Suore italiane si rifugiano sui social media con video virali arguti

"Suor Maria Chiara stava iniziando a sentirsi molto giù – diceva: 'Qui non facciamo nulla, e la mia vita sembra senza senso'", ha detto Suor Nayiby Jimenez, che lavora nella casa gestita dalla congregazione di suore cattoliche di Ravasco. " Anche io provavo pena per loro. Sono donne che hanno lavorato duramente tutta la vita e hanno tutta questa bontà e luce nel cuore – non potevamo semplicemente tenerle chiuse."

Essendo la più giovane delle suore, la responsabilità ricadeva su Suor Nayiby, 45 anni, di far brillare la loro luce oltre i confini della casa.

Le clip delle suore hanno generato migliaia di messaggi online. Fotografia: Roberto Salomone/The Guardian

Così, con la benedizione della madre superiora, le donne iniziarono a sperimentare la produzione di video che raccontassero la loro vita quotidiana offrendo al contempo una guida spirituale.

Iniziarono semplicemente: il primo video, pubblicato sull'account Facebook di Suor Nayiby a luglio, mostrava Suor Maria Grazia, 97 anni, che trasmetteva una perla di saggezza sull'obbedienza e la fiducia. Il video fu un successo immediato, generando migliaia di visualizzazioni e attirando 7.000 follower sull'account – più del doppio della popolazione di Raiano. Al settimo cielo, le suore si sono espanse su Instagram, infondendo umorismo e musica nei loro copioni nella loro astuta ricerca di raggiungere un pubblico giovane. Le visualizzazioni sono salite a milioni e i follower ora sono circa 145.000 sui loro account Facebook, Instagram e Threads.




"Tutto questo è stato totalmente inaspettato," ha detto Nayiby, nato in Colombia.

Suor Nayiby Jimenez, a sinistra, con la star dello spettacolo: Suor Maria Chiara, 98 anni. Fotografia: Roberto Salomone/The Guardian

In uno dei video più popolari, le suore si alternano a lanciare una scatola di cartone dalla finestra. Ogni scatola è etichettata con un'emozione o un tratto negativo, ad esempio "stress", "ansia", "egoismo" o "indifferenza". Il video si conclude con Suor Maria Chiara che dice: "Dobbiamo buttare via tutto ciò che ci rende tristi, perché il Signore vuole che siamo felici."

I devoti vivono in una casa di riposo gestita dalla congregazione di suore cattoliche di Ravasco. Fotografia: Roberto Salomone/The Guardian

In un'altra, alcune suore partecipano a malincuore a una routine di esercizi mattutina, prima di arrendersi dicendo "andiamo a pregare". Il messaggio principale è che bisogna prendersi cura del corpo e dell'anima affinché possiamo "fiorire pienamente".

I clip hanno generato migliaia di messaggi, e le suore hanno ciascuna un libro con i nomi di coloro che hanno chiesto le loro preghiere. "Ci sono oltre 200 nomi in ogni libro, e rispondono personalmente a tutti," ha detto Suor Nayiby.

Il primo video ha fatto guadagnare alle suore più follower online rispetto al numero di persone nel loro villaggio. Fotografia: Roberto Salomone/The Guardian

Inutile dire che la protagonista principale dello show è Suor Maria Chiara, quindi è incaricata di aprire e chiudere i rulli. "Sono sempre stata una chiacchierona," disse. "Ma sono spontaneo, non riesco mai a pianificare nulla in anticipo."

Suor Anna Lilia, 95 anni, è un'altra partecipante vivace, anche se non hanno ancora rischiato di metterla in un video live: "Non ha filtri, dice solo quello che pensa", ha detto Suor Nayiby.

I post sulle suore italiane sui social media diventano virali

Le suore si riuniscono per scrivere ogni clip, con ogni produzione pubblicata alle 5 del mattino perché "la prima cosa che fanno al risveglio è controllare il telefono", ha detto Suor Nayiby. Tuttavia, ha confessato di chiedere occasionalmente aiuto a ChatGPT per sviluppare idee.

La casa di cura è stata inaugurata da Suor Maria Grazia Mancini, che si trovava da Roma durante la recente visita del Guardiano. "Queste donne hanno dato tanto durante la loro vita apostolica e poi arrivano a un punto in cui si sentono un po' scartate," ha detto. "Ma questa iniziativa ha dato loro la possibilità di esprimere qualcosa di bello, di divertirsi e di diffondere messaggi positivi affinché possiamo resistere al male che a volte ci circonda."

Briga Alta è il paese più vuoto d’Italia, perfetto per chi odia le persone ed ama la solitudine

L ’Italia è il Paese dei paesi, paesini e paeselli, dei piccoli borghi, delle contrade, dei villaggi, scegliete voi il vostro sinonimo preferito. Posti fiabeschi, abitati da una manciata di persone che si godono il paesaggio

ogni mattina e che devono però anche convivere con le difficoltà intrinseche alla vita nei paesini. Per esempio: c’è poca gente. E c’è un posto in Piemonte dove c’è meno gente che altrove – che in tutta Italia in realtà. Si chiama Briga Alta, sta in provincia di Cuneo, a due passi dalla Liguria e dal confine con la Francia, e al 31 maggio 2025 conta esattamente 43 abitanti, distribuiti però su oltre 52 chilometri quadrati di territorio. Briga Alta non è semplicemente spopolata, è vuota nel senso più concreto e geografico del termine. Per farsi un’idea, basta questo confronto: Milano ha più di 7.000 abitanti per km², Briga Alta meno di uno.
“Ma qui non c’è nessuno!”
Briga Alta si estende tra i 1.300 e i 2.600 metri di quota, occupando le valli Tanarello e Negrone. È un comune alpino vastissimo, fatto di montagne, boschi, pascoli e praterie d’alta quota: la superficie di 52 km² ne fa quasi un gigante territoriale. Soprattutto se rapportato al numero di residenti: parliamo di 0.82 abitanti per chilometro quadrato, come a dire che ogni cittadino di Briga Alta ha a disposizione più di un chilometro quadrato di terreno tutto per sé.
Come spesso capita in questi paesi sempre più spopolati, un secolo fa la situazione era molto diversa: alla fine dell’Ottocento, Briga Alta contava 1.300 abitanti, scesi a 700 già negli anni Dieci del secolo scorso. Poi è successo quello che potete immaginare: guerre, emigrazione, difficoltà economiche, e quindi un declino demografico costante, fino ai numeri microscopici di oggi. Il risultato è un territorio enorme dove la presenza umana è diventata un’eccezione.


gettyimages-2227437465© Pietro Trig / 500px - Getty Images

La vastità di Briga Alta
Briga Alta non ha un centro unico ma è un comune sparso: è formato da una costellazione di piccoli borghi, distribuiti peraltro tra due valli separate. Alcune di queste frazioni sono ancora abitate, altre invece sono sedi di sole , altre invece sono sedi di soleseconde case e hanno quindi una vita stagionale.Questa struttura “a macchia” è tipica dei comuni di alta valle, ma qui è portata all’estremo: poche famiglie sparse in un territorio vastissimo, con distanze che rendono complicato anche il semplice incontrarsi. Briga Alta è un comune sparso non solo per definizione amministrativa, ma per destino geografico.



mountain village with roads and buildings© Andre86, Pubblico dominio

A due passi dai confini
Il primato della vuotezza ha anche un risvolto positivo: l’ambiente naturale è rimasto intatto. Briga Alta è immersa nel Parco Naturale del Marguareis, un’area protetta che custodisce uno dei massicci carsici più importanti delle Alpi Liguri, crivellato di grotte profonde, doline, pareti calcaree e popolato da una biodiversità sorprendente, con fiori rari e stambecchi che pascolano liberi.
Il confine con la Francia e la vicinanza al mare creano un microclima particolare, dove specie mediterranee e alpine convivono. È un territorio che attira escursionisti, speleologi e amanti della natura, ma sempre in numeri contenuti: il turismo di Briga Alta non è mai affollato, e forse, rarefatto com’è il paese, non potrebbe mai esserlo.

24.12.25

STANCO NATAL e NATALE DEI POVERI

Cari amici    vicini e  lontani   . Ecco  giunti alla  vigilia      e  a  chiderci      come ogni   anno  . A che serve una festività rossa sul calendario? A non andare al lavoro pur essendo pagati, per i cinici. A tenere liberi i credenti, che devono fare il “tagliando” alla propria fede, visto che per la maggior parte le festività sono religiose, pensa la Chiesa. E a ricordare che, in fondo, una fede i credenti ce l’hanno, pur se male in arnese. Premesso che questi Caffè sono scorretti e non c’è un ufficio reclami, esagerare sarebbe
sbagliato. Perché c’era, ora meno, un’altra ragione per cui la festa, per quanto sempre più “commerciale”, sia osservata: è l’unico giorno dell’anno in cui è difficile sfuggire al dovere di riunirsi alla famiglia. In molti casi, poi, mette assieme diverse famiglie, o quella allargata. Certo, Benjamin Netanyahu, detto Bibi (in ebraico בנימין נתניהו‎) continiuano i.n maniera diretta o indiretta a massacrare e far massacrare da coloni sionisti i palestinesi e Putin continua a bombardare gli ucraini e il contrasto con le ingozzate al cenone, talvolta degne di un reparto di gastroenterologia, è lacerante. Ma è giusto festeggiare, anche per i non credenti: ci si riunisce comunque intorno alla stessa tavola, cosa che dovrebbero fare anche le coppie separate che hanno figli, evitando di torturarli con i turni: «Cenone con mamma e pranzo del 25 con papà». E sì, ci stanno pure il cugino antipatico e il nonno catarroso: è famiglia. Per una sera, al diavolo guerre, tg e slogan pubblicitari. E' Natale .  Ma  non per     questo    dimentiucare     chi soffre

  da  unione      sarda  del  24\12\2025 


Giuseppe, 74 anni, vive in un giaciglio di fortuna sotto l’Asse mediano di scorrimento, di fronte all’ex Motel dell’Agip, all’uscita da Cagliari. «Siete arrivati, posso avere un tè caldo?», dice ai volontari della Croce Rossa di Cagliari che, ogni notte, arrivano a portargli pasti caldi, bevande e alimenti. Carmen e Stefano, neanche trentenni, un passato di tossicodipendenza e prostituzione, vivono, hanno trovato rifugio sotto un ponte in via Po. Bruno, poco più che cinquantenne, dopo aver perso il lavoro è finito a vivere in strada: adesso la sua casa è un materasso poggiato su due piazze di cartone, il suo tetto è la vecchia scala mobile del mercato di San Benedetto (chiuso per ristrutturazione). «Non dormo da tre giorni, con la pioggia è impossibile», racconta.
Invisibili
Poche storie, invisibili, ai margini delle strade della città, oscurate dalle luci natalizie. Ma quelle di Giuseppe, Carmen, Bruno non sono storie isolate di vite sfortunate. C’è quella di Pierluigi, nelle gallerie Ormus, o Marino, in viale Marconi. I senza fissa dimora nel capoluogo assistiti dai volontari dell’Unità di strada della Croce Rossa di Cagliari sono un vero e proprio esercito silenzioso che continua a crescere: 55 persone vivono al freddo in strada. Esistenze precarie, vite riscaldate anche a Natale dai volontari della Croce Rossa. «Ogni sera, fino a mezzanotte, usciamo con la scusa di portare un pasto caldo, ma l’obiettivo principale è quello di fare con loro una chiacchierata, capire come stanno, scherzare con loro, se possibile, portarli per un attimo fuori dalla condizione di vulnerabilità in cui si trovano», dice Alessandro Montis, referente dell’Unità di strada della Croce rossa di Cagliari.
Il giro
Il servizio dell’Unità di strada viene garantito tutti i giorni, Vigilia, Natale, Santo Stefano e Capodanno compresi, da una decina d’anni grazie all’accordo con l’assessorato comunale alle Politiche sociali, ma è da vent’anni che i volontari girano la notte a portare un po’ di conforto alle persone senza fissa dimora. Nei giorni di festa, come ogni notte, si comincia verso le 19. L’appuntamento è nella sede della Croce Rossa, in viale Merello. Da qui i volontari dell’unità di strada partono per distribuire la cena e conforto: la notte di Natale è una come tutte le altre dell’anno per i volontari. Solo il menù è una festa, e questo cambia per gli assistiti. «Per Natale un pasto diverso, lasagne, cotoletta impanata, panettone o pandoro», spiega Luisa Pellerano, delegata obiettivo inclusione sociale della Cri di Cagliari.
Le vite
Tutti i volontari dell’unità di strada della Croce Rossa di Cagliari conoscono e chiamano per nome i senzatetto, per restituire loro un’identità che altrimenti si perderebbe fra cartoni, roulotte, tende e ricordi del passato. Spesso si tratta anche di persone che prima avevano uno “status”: «Ho fatto per tanti anni il muratore, ero capo cantiere e pure bravo», racconta Giuseppe, da 30 anni in strada. «Mi è sempre piaciuto lavorare, poi le cose sono andate male e sono finito così». Cosa desidera per Natale? «Solo una casa, un letto dover poter dormire al caldo e un bagno dove fare una doccia con l’acqua calda tutte le mattine».
Nella vita dei senza fissa dimora i giorni di festa sono uguali a tutti gli altri: sempre in strada. Perché chi vive in strada è sempre un ex qualcosa, un impiegato, un operaio, un marito, finito senza un tetto per le avversità della vita. «Vivevo con i miei genitori in affitto in via Monti, poi sono morti ed è cominciato il calvario», racconta Bruno. «Ho trascorso dieci mesi in ospedale per una broncopolmonite. Chiedo solo un posto per dormire, per mangiare mi arrangio». Che regalo vorrebbe per Natale? La risposta è sempre la stessa. «Un posto dove poter dormire e lavarmi», risponde Bruno. Perché in roulotte vivono i più fortunati. Chi non ha un mezzo, proprio come Bruno, dorme all’addiaccio.
Il servizio dei volontari della Croce rosse finisce a mezzanotte. Piove ancora, i volontari consegnano gli ultimi pasti e regali.

a volte la realtà è più comica dei film comici . Trending News “Gomorra” e “Suburra” a rischio sanzione? la deputata FdI Maria Carolina Varchi, di Fratelli d’Italia presenta un ddl contro chi “esalta” la mafia. “Censura mascherata da tutela morale

     in questa  caramellosa  e   melliflua     atmosfera    natalizia   oltre  alle  soliter  polemiche strumentali  su  presepi   , alberi  , luminarie , ecc   i nostri  politicanti  e  hano approfittato  (  speriamo 


che   il predidente     della  repubblica    fretello di una  vittima  di  mafia  )   per    fare  una  legge  liberticida  e   mettere  il  silenzio   su  certi argomenti  . Il potere   teme  il  dissenso  artistico e letterario .    Infatti   ho  scoperto     grazie   a questo duo comico
 


 da il  Fqmagazine  el 14\12\2025 

Presentato dalla deputata FdI Maria Carolina Varchi, il ddl sembra esporre serie tv, canzoni e post al rischio di sanzione penale

di
Claudio Savino


Una legge per contrastare gli “episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata, in particolare di stampo mafioso”, che da anni si susseguono “sotto varie forme”. Come, ad esempio, “gli ‘inchini’ dinanzi alle residenze di personaggi legati alla malavita nel corso di processioni religiose” o “la costruzione di altarini e monumenti in memoria di persone legate alla malavita organizzata o mafiosa”. O, ancora, “serie televisive che mitizzano personaggi reali o immaginari delle varie associazioni criminali di stampo mafioso”. È sulla base di questi presupposti che la deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi ha presentato una proposta per introdurre una norma che prevede fino a tre anni di carcere e una multa da 10mila euro.
Il disegno di legge, che è stato depositato alla Camera lo scorso 14 ottobre e assegnato alla Commissione II Giustizia di cui Varchi è capogruppo FdI, prevede l’estensione dell’articolo 416 del codice penale e introduce il reato di “apologia e istigazione” dei comportamenti mafiosi. La norma, se approvata, non punirebbe soltanto chi “pubblicamente esalta fatti, metodi, princìpi o comportamenti propri delle associazioni criminali di tipo mafioso”. Ma anche chi “ne ripropone atti o comportamenti con inequivocabile intento apologetico ovvero istiga taluno a commettere i medesimi delitti”.
È quest’ultimo passaggio, in particolare, a sollevare qualche dubbio. Formulata in questo modo, la legge sembrerebbe esporre al rischio di sanzioni penali anche opere artistiche, testi di canzoni e post sui social. È la stessa Varchi a indirizzare la sua proposta di legge verso un’interpretazione di questo tipo. In particolare quando, nella relazione introduttiva, inserisce le “serie televisive che mitizzano personaggi reali o immaginari delle varie associazioni criminali di stampo mafioso” e “i testi delle canzoni, che contengono messaggi espliciti di esaltazione della malavita e della criminalità organizzata, attraverso la glorificazione di figure o di episodi ad esse collegate” tra gli esempi di “episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata”.
Secondo la deputata, infatti, queste condotte ad oggi “non configurano nel nostro ordinamento alcun fatto penalmente rilevante” e necessitano quindi di una norma ad hoc, dal momento che “l’indignazione, la condanna mediatica, la stigmatizzazione e l’allarme sociale rimangono le uniche concrete risposte che si registrano”. E chi commette il reato verrebbe punito con “la reclusione da sei mesi a tre anni” e una multa che va dai mille ai 10mila euro. La pena può aumentare di un terzo o della metà se il fatto è commesso attraverso stampa, televisione, Internet o social.
A mettere in luce i possibili rischi interpretativi del disegno di legge è Roberto Saviano, autore di Gomorra, che sul “Corriere della Sera” ha definito la norma “legge Omertà”, perché, a suo avviso, “trasforma il racconto del crimine in un sospetto penale senza intaccare il potere criminale, colpendo invece chi lo osserva, chi lo racconta, chi lo rende intelligibile”.
Secondo l’analisi di Saviano, se questa legge passasse così com’è formulata “solo i tribunali, solo le sentenze, solo i giudici e magari qualche politico” potrebbero trattare pubblicamente il tema della criminalità organizzata. Mentre qualsiasi altro prodotto culturale, come arte, letteratura, musica e cinema, “diventa una zona grigia, potenzialmente criminale”, aggiunge. Per lo scrittore, dunque, si tratta di una “gravissima censura mascherata da tutela morale”. Insomma, la proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia, conclude Saviano, “trasforma la cultura in una zona sorvegliata, la narrazione in un rischio penale, il pensiero critico in un sospetto”.

23.12.25

Maria inedita, uno sguardo femminista L’Osservatore Romano prova a riscoprire la Madre di Gesù oltre i dogmi e le idealizzazioni altro che obbediente come dice Giusepe laterza

Il  titolo   da  me   proposto  trova   conferma    in quest articolo del  10mdicembre   2025     di  https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/


 La figura di Maria, da secoli al centro della devozione popolare e della riflessione teologica, sta vivendo una nuova e stimolante fase di ripensamento, in particolare grazie all’apporto del pensiero femminista. L’inserto dell’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo” ha recentemente ospitato un articolo della teologa Marinella Perroni che getta luce su questa prospettiva inedita, evidenziando come teologhe contemporanee stiano rileggendo la Madre di Gesù con uno sguardo critico e innovativo, liberandola da stereotipi e idealizzazioni. Per troppo tempo la narrazione su Maria ha oscillato tra
  

l’esaltazione e la modellizzazione esemplare, categorie che, sebbene con buone intenzioni, hanno spesso allontanato la sua figura dalla realtà storica e umana. Come sottolinea Perroni, «la storia della devozione mariana ci dimostra che parlare della Madre di Gesù è molto meno semplice di quanto si pensi perché è facile confondere il trono della Sapienza con la Sapienza stessa». Questa confusione ha portato a un allontanamento dal testo biblico e a forme di devozione non sempre in linea con la tradizione teologica cristiana. Tuttavia, il confronto con il pensiero femminista e l’ecumenismo ha aperto nuove strade. Negli ultimi decenni, il dialogo con le teologhe protestanti ha evidenziato l’importanza di un ritorno alle Scritture e di un ripensamento critico della mariologia. In questo contesto, l’interesse per una riflessione mariologica di qualità, che non veda le donne solo come “pie destinatarie”, sta prendendo sempre più piede. Due figure di spicco in questo panorama sono Linda Pocher e Teresa Forcades, le cui recenti pubblicazioni su Maria stanno generando un vivace dibattito. Entrambe partono dalla decisiva indicazione del Concilio Vaticano II, che scelse di non dedicare a Maria un documento separato, ma di inserirla nell’ultimo capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen gentium. Questa scelta intendeva ribadire che «del mistero dell’incarnazione sono protagonisti unicamente il Padre e il Figlio», e che il ruolo di Maria nella vita della comunità ecclesiale è prima di tutto simbolico in rapporto alla Chiesa stessa. Eppure, il percorso delle due teologhe si differenzia. Linda Pocher, con il suo Maria di Nazaret. Una biografia teologica (Edb), invita il lettore a seguire la “peregrinatio fidei” di Maria, un pellegrinaggio di fede che la libera dalla “inarrivabile fissità” in cui è stata imprigionata. Per Pocher, la storia di Maria è una “biografia teologica”, un racconto che rispetta «una caratteristica fondamentale del racconto biblico» che «pur narrando le vicende dell’unico Dio e del suo Unigenito, si infrange di fatto in una moltitudine di storie». Teresa Forcades, invece, nel suo Queer Mary. Il futuro dell’esperienza cristiana (Castelvecchi), dichiara che per lei riflettere su Maria ha significato ricostruire la propria biografia teologica. La monaca benedettina catalana, medico e teologa femminista, propone una rilettura dei quattro dogmi mariani, individuando nella teologia mariana «un crocevia, divenuto ineludibile nel XXI secolo per recuperare i tratti autentici dell’esperienza cristiana». Forcades arriva a suggerire che Maria possa aiutarci ad «andare più in profondità nella nostra piena umanità e a scoprire una chiamata alla queerness che non esclude nessuno». Questi nuovi approcci ricordano l’antico detto “De Maria, nunquam satis” (Di Maria non si dirà mai abbastanza), che ha spesso legittimato secoli di eccessiva devozione. Oggi, però, si aggiungono voci nuove, quelle di teologhe cattoliche che, senza timore, si confrontano con il pensiero femminista, arricchendo la nostra comprensione di Maria e aprendo nuove prospettive per la fede cristiana contemporanea.

l'atmosfera nataliza ha fatto presa su un Grinch - Ebenezer Scrooge . natale non ha solo un aspetto caramelloso e mellifluo

infatti
   

io vero significato del natale non sono tanto i regal in se ma il fatto di ritrovarsi e rinascere ogni volta . come suggerisce quest articolo

  da  https://www.italiachecambia.org/ 22 Dicembre 2025 |

Solstizio d’Inverno, tra la Natura in apnea e il significato (vero) del Natale antico

Un viaggio nel significato profondo del Solstizio d’Inverno: tra archeologia, tradizione e scienza, il buio come grembo della rinascita.

Marta Serra
 
HEADER solstizio 1

Quando la terra trattiene il suo nome, tutto sembra dimenticare di respirare. La luce si assottiglia fino a diventare un filo, gli alberi si spogliano fino a mostrare la loro architettura di ossa, gli animali arretrano verso tane profonde e persino il vento si muove senza spiegarsi. È il Solstizio d’Inverno, la notte più lunga, il momento in cui la natura entra in apnea. Non è morte: è concentrazione. È ascolto. È un antico gesto di preparazione al parto della luce.

Le culture che ci hanno preceduto non hanno mai letto questo passaggio come un evento lieve. La nascita del Sole non è solo una festa: è una tensione, un dolore, un respiro trattenuto. Il Sole arriva al punto più basso della sua traiettoria, come se il cielo non avesse la forza di sollevarlo ancora. Si ferma, sospende il passo e proprio in quel fermarsi, nell’immobilità della luce compressa, il mondo comincia a cambiare direzione. Il Solstizio è quindi un travaglio cosmico: la spinta silenziosa con cui la luce torna al mondo.

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Immagine di repertorio Canva

Solstizio: nel grembo delle civiltà più antiche

Prima dei Greci, molto prima, il Mediterraneo sapeva parlare molto bene il linguaggio dell’ombra. I Minoici scendevano nelle grotte come in un ventre, sicuri che la rinascita avesse bisogno del buio. Gli Anatolici narravano di un dio solare che attraversava annualmente un corridoio oscuro prima di riemergere. Le culture neolitiche costruivano templi ipogei dove la luce poteva entrare solo in due o tre giorni dell’anno, come fosse messaggio. In Sardegna, questa sapienza diventò pietra.

I nuraghi, in questo specifico senso, sono colonne vertebrali del paesaggio, luoghi dove il buio del cielo e della terra si incontrano in una stanza centrale. La loro architettura canalizza la luce, soprattutto quella solstiziale, trasformando l’alba di metà inverno in un rito di penetrazione cosmica. I menhir, verticali e immobili contro il vento, collegamento assiale tra cielo e terra, sono antenne. Aste di roccia che comunicano e fanno comunicare, radicate lì dove il Sole cambia direzione, come marcatori di un patto antico tra luce e terra. 

Mondo sotterraneo dei Greci e mondo solare dei Romani

I Greci osservavano il Solstizio come incontro tra due tempi: Kronos, il tempo che consuma, rallentava fino a quasi spegnersi, mentre Aion, il tempo eterno, apriva una fessura nella notte più lunga. In quel varco camminavano gli dèi. Era una delle stagioni di Persefone, della luce che scende nel profondo, del mondo sotteraneo. Era il momento in cui Helios faticosamente rimontava la sua ruota. Era il preludio al ritorno di Apollo, il cui passo verso la primavera non è mai immediato, ma lento, inevitabile.

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Menhir – immagine di repertorio Canva

A Roma questo periodo era una soglia viva. Nei Saturnalia, l’ordine si capovolgeva: chi comandava serviva, chi serviva comandava, i ruoli si scioglievano come neve sul fuoco. Non era caos per divertimento: era memoria del principio. Era un ritorno simbolico al brodo primordiale, affinché la società potesse rinascere. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, arrivava il Dies Solis Invicti: la nascita del Sole Invitto. Non un Sole forte, non un Sole estivo, ma un Sole che, pur avendo toccato l’abisso del buio, non è stato vinto.

Era la celebrazione della sua fragile vittoria: un raggio sottilissimo che, da quel giorno, avrebbe ricominciato a salire sull’orizzonte. Il Natale cristiano si è posato esattamente su questo gesto cosmico: la luce che rinasce nel punto più profondo della notte. Prima che il Carnevale prendesse forma, questo era il tempo delle maschere antiche: uomini-bestia, spiriti cornuti, ombre che camminavano tra i villaggi.

Il solstizio è un momento in cui il mondo parla in un linguaggio più sottile

Non erano mostri. Erano guide. Erano la forma che la notte prende quando accompagna la luce a rinascere. Portavano il caos necessario per sciogliere ciò che deve morire e proteggere ciò che sta per cominciare. Nella notte più lunga, le comunità accendevano fuochi. Non per illuminare, ma per invocare. Il fuoco era ed è un filo rosso tra terra e cielo, pare sussurrare padronanza di fuoco ctonio e fuoco manifesto. Ventre incadescente di terra e cuore e lume abbagliante di sole e intelligenza. Attorno a quelle fiamme, la comunità diventava e diventa un solo respiro.

La scienza del buio e download di coscienza

La natura, in questa apnea, non dorme. Rallenta. Raccoglie. Riorganizza. Le piante abbassano il metabolismo, la linfa si ritira, gli animali riducono il ritmo. Il mondo non smette: approfondisce. Anche il corpo umano si fa più denso. Cerca calore, interni, silenzio. Si nutre di ciò che radica, sogna di più, sente di più. È la nostra partecipazione al grande respiro cosmico. Nelle ore più scure dell’anno, la mente diventa un organo ricettivo. Le neuroscienze lo vedono. Le tradizioni lo sapevano.

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Nel buio il pensiero simbolico si intensifica, le intuizioni si liberano, le visioni si precisano. Il solstizio è un momento in cui il mondo parla in un linguaggio più sottile. Contrariamente a ciò che si pensa, il seme non dorme nel cuore dell’inverno. Agisce. Rompe il guscio. Si idrata. Si ancora. Mette radice. Nel solstizio, il seme comincia già a crescere. Il buio lo protegge. Il freddo gli indica la direzione. La prima spinta verso la vita si compie qui, nel ventre gelido della terra. La gioia dell’estate nasce sempre in un punto di buio.

Quando il mondo inspira di nuovo

Dopo la notte più lunga, la luce avanza di un respiro impercettibile. È appena un soffio, ma basta: il mondo inspira di nuovo. Il ciclo ricomincia. Il Natale antico non celebrava un evento, ma un mistero: ogni nascita – cosmica, vegetale, umana – è un atto di coraggio nel buio. Proprio nell’apnea del mondo tutto comincia davvero a vivere

22.12.25

fedeli all'arma da quattro generazioni continua la tradizione della famiglia contini

   credevo      fosse  uno stereotipo   ironizzato   da  checco zalone   in un  suo film     . Invece    .... 

   nuova  sardegna   22\12\2025