Un libro racconta “Sa signorina”, l’ostetrica arrivata in paese dal Mantovano nel 1940
«È diventata
subito una di noi, una di famiglia, e con noi è rimasta per oltre cinquant’anni»
Lodè Ogni bambino nato era
come fosse un figlio. Lo abbracciava, lo accarezzava, lo
baciava. «Izeddu meu!» diceva
a tutti con il suo sguardo dolce
di sempre. Clarice Zanella era
fatta così: a Lodè è stata la
mamma di intere generazioni.
Classe 1915, era nata a Sustinente, nel Mantovano. Studi a
Milano, nel 1940 era stata inviata a Lodè come ostetrica.
Venne accolta da Giovanni Addis e Petronilla Depalmas nella loro casa di via Giusti. “Sa signorina”, così venne ribattezzata “sa levatrice” Clarice, per
via dei suoi modi gentili e per
gli abiti eleganti che indossava, diventò ben presto una di
famiglia. Da allora è rimasta
sempre a Lodè, per oltre cinquant’anni, e con gli Addis-Depalmas ha passato tutta la sua
vita. Ha avuto un figlio che
amò con tutta se stessa: Cesare Zanella, diventato sindaco
di Lodè dal 1990 al 1992. Una
vita esemplare, quella della “levatrice”, di passione sconfinata, di grande apertura, di impegno civile al fianco delle donne e dell’intera comunità lodeina. Una vita, la sua, che viene ora raccontata in un libro
freschissimo di stampa scritto
e illustrato dagli allievi della
scuola media del paese, “Sa levatrice de Lodé”, questo il titolo dell’omaggio corale a Clarice Zanella. A firmare il volume
sono le ragazze e i ragazzi delle
tre classi: Alessandro Addis,
Angelo Asole, Leonardo Bardeglinu, Marta Calia, Myriam Calia, Francesco Canu, Raimondo Canu, Denise Casaleggio,
Giorgio Contu, Antonella Farris, Giorgia Farris, Nicolò Farris, Pietro Farris, Roberto Farris, Stefano Farris, Marianna
Floris, Mattia Floris, Anastasia
Fronteddu, Gaia Mele, Antonia Nanu, Salvatore Nanu, Tiziano Nanu, Sara Porcu, Gianmario Puliga, Pietro Pusceddu, Chiara Sanna. Ventisei giovanissimi che hanno lavorato
con la guida dell’illustratrice
Claudia Piras, delle insegnanti
Lucia Sanna, Emma Mason,
Maria Piera Saba e Raimonda
Careddu, e della bibliotecaria
Franca Mele. Preziosissimo il
contributo di Delia Farris, nipote dei signori Addis-Depalmas, che ha incontrato gli studenti per parlare in presa diretta dell’ostetrica arrivata a Lodè dalla lontana Lombardia.
Morta d’infarto nel 1994 a Cagliari, dopo un ricovero per un
controllo, Clarice Zanella è sepolta a Lodè dove vive ancora
nella memoria di chi ha avuto
la fortuna di conoscerla di persona come pure delle nuove leve che hanno “soltanto” sentito parlare di lei. Nel 2021 la preside dell’Istituto comprensivo
Innocenza Giannasi le ha intitolato la scuola media. “Sa Levatrice, sa Signorina, e per le
persone più care Lolla, sarai
sempre nei nostri cuori” recita
la targa. Ora c’è anche questo
Cosa è giusto e cosa è sbagliato diventa puro esercizio retorico
per passare il tempo.
Le due accezioni, poi, è facile che si celino piuttosto dietro i due veri concetti: che qui
sono legale e illegale. Guardano dall'alto come un monito, alti sopra le teste e
sopra la muraglia grigia che ricopre il
perimetro di un carcere. Legale o illegale e poi a cascata giusto o sbagliato,
dentro o fuori. Ragionamenti da esordiente, da uno che per la prima volta
valica l'ingresso — il cancello, la sala
dove lasciare i propri effetti personali,
il corridoio recintato, il portone sul
cortile interno — di una casa di reclusione. Quella di Nuchis, intitolata
all'appuntato Paolo Pittalis. Forse a
volte le cose sono molto più semplici.
E nella semplicità di una piccola gara
di corsa ieri i detenuti del carcere ad alta sicurezza tempiese hanno abbracciato il mondo che sta fuori. Merito di
una manifestazione, "Vivicittà/viviNuchis", che ha portato una trentina
di corridori di società di atletica locali
a gareggiare insieme a trenta reclusi.
Mini maratona Si è tenuta lungo
l'intero perimetro del cortile, negli
spazi
delimitati dalle aree verdi. Otto giri, quasi sette chilometri corsi in
una ventina di minuti (i più allenati,
si intende). C'è chi si è messo d'impegno e ha dedicato giorni di allenamento per l'evento, e chi ha un po'
corso e un po' camminato «perché
tanto l'importante è partecipare».
Chiaro. Per tutti, l'occasione per
uscire da una certa monotonia che,
va bene le lezioni, va bene le attività
ricreative, comunque c'è. La casa di
reclusione di Nuchis è un complesso composto da strutture a pochi
piani, massimo tre, collegate da un
sistema di corridoi e passaggi coperti. Colore grigio chiaro, asettico, i colori accesi vengono dai panni stesi alle finestre o dalle tende improvvisate con asciugamani e lenzuola, intrecciate alle sbarre. Poi spuntano le
mani, dalle sbarre, e le facce strette
tenute vicine per starci tutti e fare la
parte dei tifosi sugli spalti. Un po' a
incitare i compagni che corrono attorno e un po' a prenderli in giro. «Si
suda?», sì, si suda tanto. Tutti in maglietta rossa con i loghi dell'iniziativa e senza distinzione tra atleti venuti da fuori e da dentro, e professoresse.
Dentro e fuori All'interno del carcere c'è un plesso del liceo artistico
De André. Maria Rosa Carboni, prof
di Scienze motorie, insegna qui da
nove anni ed è l'esperta del gruppo.
Marialuisa Columbano e Elisa Sias
sono quasi agli esordi, la prima prof
di matematica e fisica, l'altra di inglese. «Sappiamo di rappresentare per
loro una boccata d'ossigeno. Ed esserlo è una cosa bellissima, ma poi
quando torni a casa e ci pensi soffri», dicono. Per carità niente discorsi troppo profondi, sono molto più
le risate, le battute, le frecciatine.
Ogni corridore che si affianca ricorda la data della prossima verifica e
assicura che sta studiando. Anzi,
«oggi era meglio stare sui libri che
correre», con l'affanno. «A dire il vero sono i controlli agli ingressi a ricordarci l'eccezionalità di dove siamo, perché una volta in aula si fa lezione e ci si confronta sullo stesso
piano — così Marialuisa ed Elisa —.
La curiosità c'è, ma abbiamo deciso
di non andare a cercare i loro nomi
su internet. Per noi, contano le persone che abbiamo davanti».
Chi sono Gli accenti sono tutti meridionali. Campania, Puglia, Calabria, Sicilia. Nella casa di reclusione di Nuchis ci sono 173 detenuti as3,
codice che identifica chi è punito
per reati legati ad associazioni di
stampo mafioso. Fisionomia lombrosiana ma volti sorridenti, voglia
di raccontarsi. E semplicemente parlare. Di tutto, del più e del meno, di ricette e degli ultimi studi. «All'esame
partirò da Amore e Psiche di Canova, poi lo collego col neoclassicismo
e in letteratura Foscolo». Così Gaetano, che alza gli occhi al cielo e cerca
di ricordare i particolari biografici
dell'autore di "A Zacinto" («che è l'odierna Zante, Foscolo credeva in Napoleone ma quando cedette Venezia agli austriaci vide cadere il suo
mito»). Lui è recluso da dieci anni ed
è al giro di boa della sua condanna.
La settimana prossima prenderà il
secondo diploma. «Oggi ci sentiamo abbracciati affettuosamente dalla società esterna e ci sentiamo integrati», dice un piccolo gruppo, con
la timidezza ma anche il divertimento di parlare di fronte a un giornalista. Non esistono persone con etichette: questo lo dicono facendo però spallucce perché poi le etichette
ci sono eccome. Dentro o fuori, giusto o sbagliato. Legale o illegale. Ma
tutto è annullato con semplicità:
quella di una chiacchierata scambiata in una giornata di sole, a sudare
con altre persone con la stessa maglia rossa addosso. A respirare amicizia e libertà
Soldi abbandonati in strada, ma nessuno li prende. Le monetine sono lì, ammucchiate in bella mostra ai bordi delle strade di Roma, come la centralissima via Nazionale, ma non interessano ai passanti né ai turisti, accomunate a cartacce e rifiuti. Valgono uno, due o cinque centesimi, molti le lasciano ai mendicanti più per liberarsi le tasche che in un gesto di generosità, ma quei soldi non hanno più valore e anche i senzatettonon sanno che farsene: scelgono quelle che valgono fino a 10 centesimi e quelle di valore inferiore le gettano perché i commercianti, a cui si rivolgono per cambiarle, non le accettano.
«Quando ne ho cambiate un pò non le prendo più», dice la cassiera di una gelateria, interpellata da «Agenzia Nova». Dello stesso avviso è la cassiera del bar poco distante: «Quelle monete non servono - afferma - . Abbiamo arrotondato i prezzi a cifre tonde» e quindi dei tagli più piccoli «non ne abbiamo più bisogno». La stessa barista ricorda che «anche quando lavoravo alla cassa di un supermercato, grazie all'arrotondamento ormai possibile per legge, con il bancomat si paga la cifra precisa al centesimo, a chi paga in contanti la cifra finale si arrotonda ai 5 centesimi».
La legge
La legge a cui la cassiera fa riferimento è quella che ha stabilito, a partire dal primo gennaio 2018, la sospensione in Italia del conio di monete metalliche di valore pari a uno e due centesimi di euro, con un risparmio per la Zecca dello Stato valutato in circa 20 milioni di euro all'anno. Da allora quelle in circolazione possono essere comunque utilizzate ma i sistemi di pagamento che prevedono gli arrotondamenti ne hanno annullato di fatto l'utilizzo. L'arrotondamento si fa per eccesso o per difetto, al multiplo di 5 centesimi più vicino. In pratica se un prodotto ha un prezzo di listino di 10,99 euro, alla cassa il costo è di 11 euro se si paga in contanti, mentre si risparmia un centesimo se si paga con il bancomat o la carta di credito. E ora, con i rincari e le variazioni dei costi che si contano in euro, e non più in centesimi, le monete da uno, due e cinque centesimi hanno un valore pari quasi a zero e così anche i mendicanti le gettano tra i rifiuti.
Due nomi soprannomi, quasi finti, quasi scherzi. Nomi da cameriera. Nina con quei timbri ambigui, da notti insonni, Tina col suo urlo da leonessa, tutta-donna, insonne lei pure, ma esplicita. Nina (Simone) e Tina (Turner), i miei #anni80 in musica. Senza Tina non avrei scoperto Nina eppure loro venivano da
lontano, con storie dure di maschi violenti. Tina alla fine del '70 era in bolletta, ricordo di averla vista esibirsi come ospite fissa nel contenitore di #pippobaudo. Una star come lei. Il marito l'aveva svenata. Tina aveva perduto l'aureola per poi riafferrarla coi denti e con la voce, ugualmente dentosa, solida. Tina e Nina non hanno eredi, sono troppe, ingombranti e obsolete per il nostro palco-karaoke, orchestra vuota di dive fluide. Tina e Nina sono invecchiate a vent'anni esatti di distanza, poi cadute in piedi, indomabili. Altro non mi viene, ma Tina, come Nina, sa centellinare e non le importerebbe se raccontassi per esteso ciò che ha rappresentato per me.
In città il giudizio è unanime: il sacrificio dei suoi terreni ha salvato il centro di Ravenna.
"Ringrazio tutti per gli attestati di stima, ma ringrazierei
piuttosto tutte le persone del consorzio di bonifica, della Protezione
civile e i volontari che da giorni, dormendo poco o nulla, stanno
facendo il possibile per farci uscire da questo incubo. Sono loro i veri
eroi".
Fabrizio Galavotti è il presidente della Cab Terra di Ravenna
Fabrizio Galavotti è il presidente della Cab Terra,
una settantina di soci e la cooperativa più antica di Ravenna, nata nel
1888 col sudore di Nullo Baldini e di altri 40 braccianti. Venerdì
scorso, acconsentendo al taglio di un argine, ha immolato duecento ettari di campi,
tra i pochi fondi con ortaggi fin lì risparmiati dal diluvio
universale, facendoli allagare dall’acqua di un canale rigonfio e pronto
a esondare, a poche centinaia di metri dalla città dei mosaici e dal
polo chimico.
Galavotti, intuisco che l’etichetta di eroe non la gradisce.
Ma è indubbio che il vostro gesto di altruismo abbia risparmiato
ulteriori sofferenze.
"Ho dato una mano. La situazione era drammatica e tra le varie
opzioni in campo, su richiesta della prefettura e del consorzio di
bonifica, c’era il taglio del canale dove si trova l’idrovora e allagare
i nostri duecento ettari in via Romea, per cercare di alleggerire la
pressione dell’acqua e salvare il salvabile. L’idrovora e le sei, sette
pompe supplementari non riuscivano a smaltire tutta l’acqua, così
abbiamo acconsentito, nella speranza funzionasse".
E ha funzionato?
"Sembrerebbe di sì. La situazione è in miglioramento, l’acqua
continua a defluire dalla rottura controllata del canale. Il livello sta
scendendo, si vedono 50 metri di un campo dove il giorno prima era
tutto un lago. Ci vorrà ancora un pochino perché l’acqua da mandare al
mare è veramente tantissima, ma qualche segnale incoraggiante c’è.
Incrociamo le dita".
In cosa è consistito questo ’taglio controllato’?
"Il corso d’acqua si chiama ’Le canale’, abbiamo tagliato la strada
parallela, via degli Zingari, inserendo tre tubi di grosse dimensioni
per poi ricoprirla. Ha fatto tutto la Protezione civile, noi abbiamo
semplicemente dato l’assenso. L’acqua defluita si riversa in un campo e
da lì raggiunge lo scolo Cerba, che era vuoto e dove c’è un’altra
idrovora. Dopo c’è il mare".
Cosa si può dire abbia salvato?
"Con precisione non so indicarlo, indubbiamente il canale sarebbe esondato prima. E prima vuole dire a ridosso della città".
I campi sacrificati erano già compromessi?
"Al contrario. Su un totale di duemila ettari, ne avevamo 400
sommersi. In questi duecento avevamo grano, mais, barbabietola e
ravanello, in parte quasi pronti per la raccolta. È stata una scelta, ma
la rifarei".
Insomma, un danno consistente.
"Certamente. Ma penso alle nostre sorelle di Legacoop, per esempio
alla Cab Massari di Conselice con 1500 ettari sott’acqua. Per loro è un
vero dramma".
Non è morto come desiderava, su un palcoscenico, ma il palcoscenico era la sua stessa vita, anche quando il sipario era calato, anche quando - e forse soprattutto - straparlava in mezzo a bottiglie di vodka, in una casa-stambugio di Salisburgo. E a Salisburgo (non altrove, certo) il mito si è spento. L'oscurità era la sua cifra.
Bello, non altro. Bello come ai tempi in cui la bellezza presupponeva educazione, umiltà al cospetto del simbolo. Lo scrive Mattia Morretta nella sua biografia di Ludwig di Baviera. E quindi di Berger, che del folle re sembrava la reincarnazione. Dietro alla bellezza di Berger vedevi Novalis, il Monte Verità, la filosofia clarista, Thorvaldsen, l'Apollo del Belvedere... o la brumosa fantasia di Winckelmann. Ancora ombre, malgrado il delirio abbagliante. Berger, da Visconti, fu rubato, intrappolato, logorato. Così esplicito il loro legame, così atrocemente disfatto, così, suo malgrado, verista, da mantenere un barlume d'innocenza, una bava di storia e purezza. Non si giustificava Berger. Era sempre lui, sia nel profilo adamantino, sia nei goffi e maturi abiti nuziali assieme a Francesca, sia nell'oltraggio degli ultimi anni, quando il gonfiore malato lo rendeva più simile al Professor Kranz di Paolo Villaggio che all'angelo (de)caduto dall'Olimpo (o Walhalla?). E questo suo corpo secolare gli conferiva una sorta di sontuosa popolarità, ben oltre gli ambienti esclusivi a lungo frequentati. Restava, in un particolarissimo modo, il vicino malnato, il demone che ci passa accanto, inconfessabile ma schietto, salvifico per la sua brutalità.
IL miracolo di Fabio il fighter
«Ero paralizzato, ora sto in piedi»
Ad agosto era stato accoltellato e i medici non gli avevano dato speranze
«Ho pensato di morire, non sentivo le gambe, ma non mi sono mai arreso» Sassari
Presente il calabrone? La forza di gravità si inchina al suo prodigio.
Due ali minuscole e un corpo pesantissimo: come faccia a volare resta un mistero. Anche Fabio Piu, a nove mesi
dall’accoltellamento, è una sintesi di
tanti piccoli miracoli. A suo modo si
prende gioco della scienza, della medicina, della fisica, e perché no, anche
del destino.
Un lungo respiro, le labbra gli si arricciano per lo sforzo, ma due secondi dopo è in piedi. Un tempo che sembra infinito, come a mollo in un rallenty, una
gamba che sussulta, attraversata da
una scossa elettrica, ma poi si distende: «Va bene?» chiede al fisioterapista.
«Bravissimo, sei il mio orgoglio».
Il responso dei medici suonava così,
come sentenza definitiva: paraplegico, una vita da seduto e con il pannolone. Quando un coltello ti frattura due
vertebre, si insinua e ti sfilaccia il midollo, è come se ti tagliassero il cavo
dell’antenna, niente più segnale,
schermo nero. Proprio ieri, Elia 17 Baby, il trapper romano di 27 anni che
nell’agosto scorso gli aveva inferto
quel fendente alla schiena all’uscita da
una discoteca nella spiaggia di Marinella, ha ottenuto i domiciliari. «Non
penso a lui e nemmeno merita la mia
attenzione – dice Fabio – in questi mesi ho imparato a non preoccuparmi di
situazioni che non posso gestire. La
giustizia farà il suo corso e resto fiducioso. Non posso sprecare energie, perché ogni mia risorsa è focalizzata su un
solo obiettivo: riprendere a camminare».
Cosa ricorda di quel giorno?
«Non posso parlare di ciò che è successo prima, perché c’è un processo.
Posso descrivere ciò che ho provato dopo. Ricordo che andavo verso la mia
auto. Ho sentito un colpo alla schiena.
Nessun dolore. Ma le gambe hanno ceduto di schianto. È come se stacchino
il contatore, la parte di giù resta senza
corrente. Ho avuto paura di morire.
Non sento le gambe, gridavo. La gente
si toglieva la maglietta per tamponare
il sangue che usciva. Poi è arrivata l’ambulanza. Mi devono aver sedato, ed è
come se fossi ritornato bambino. Avevo ricordi d’infanzia, belle sensazioni.
Mi sono svegliato, una luce forte».
Poi è entrato in sala operatoria, un
intervento complicatissimo. Chi c’era accanto a lei al risveglio?
«Mia madre. Le ho detto: «Mamma
stai tranquilla: io non rimarrò su una
sedia a rotelle».
I medici però sono stati molto franchi, le hanno spiegato il quadro clinico.
«Si, speranze ridotte al lumicino. Però mi hanno detto: lei è giovane, deve
lottare».
Il primo periodo dev’essere stato
un inferno.
«Dopo l’intervento a Sassari sono rimasto 40 giorni completamente paralizzato, faccia in su a fissare il soffitto.
Le gambe bruciavano, mi imbottivano
di morfina e paracetamolo. Ho pianto
tanto. Le ore passavano a guardare il telefono, centinaia di messaggi di incoraggiamento, anche di perfetti sconosciuti. Mi hanno tenuto compagnia e
dato grande forza. Quando mi hanno
trasferito a Cagliari, ero completamente solo. E lo stesso nel centro di riabilitazione di Ferrara».
Quando ha capito che poteva farcela?
«Un giorno, d’improvviso, sono riuscito a muovere il dito del piede. Il contatore si era riattaccato».
Quindi il medico aveva ragione: poteva lottare.
«Il fisiatra di Ferrara mi ha detto: la
tua forza di volontà sta stravolgendo
ogni previsione. Forse è il mio carattere, forse il fatto di essere un fighter di
mma, abituato a soffrire, ad andare incontro alla paura, mi ha aiutato. In questi otto mesi non ho mai perso un colpo. E ho scoperto in me una determinazione che non conoscevo».
Com’è cambiata la sua vita?
« Mi pesa il fatto di non aver certezze. Non c’è una data per la guarigione,
non so nemmeno se camminerò davvero. Mi prendo quel che riesco a conquistare. Mi adatto alle mie nuove capacità. Non posso oppormi, devo accettarmi. Il pannolone non c’è più, gestisco i miei bisogni, faccio sesso, e sto
in piedi con le stampelle. È tanto, ma
non mi sento indipendente. Mi manca
lo sport, il non poter guidare. Con la
mia ragazza siamo andati a Mirabilandia, e sarei voluto salire su tutti i giochi.
Ma un disabile non può allontanarsi
con le sue gambe in caso di emergenza. E ho dovuto rinunciarci. E in quel
momento mi sono specchiato negli occhi della mia ragazza, che ha capito come mi sentivo, mi ha sorriso e mi ha
detto: tranquillo Fabiè, ci torniamo tra
un anno e li facciamo tutti».
Chi si sente di ringraziare?
«Naturalmente tutti, ma in particolare il mio istruttore di Mma e ora il mio
fisioterapista e osteopata GianMario
Mereu. Mi è stato vicino dal primo
istante, ha sempre creduto in me, mi
dà grande fiducia e forza, mi segue nella riabilitazione. Questo amore te lo
aspetti dalla tua famiglia. Da un amico
è una cosa meravigliosa».
Dopo aver sentito la canzone la storia di Francesco de Gregori sia questo video di Baebero
Non ricordo come cercando qualcosa che confermasse o smentisse quello che affermarono sia il primo che il secondo mi e venuta in mente la vicenda del tenente colonnello Harald Jäger ( foto a destra =) disobbedì agli ordini e aprì il passaggio fra Berlino est e Berlino ovest più valico di frontiera del Bornholmer Straße il 9 novembre 1989 Nato nel 1943, figlio di un poliziotto di frontiera, ad appena diciotto anni Harald Jäger si unisce come volontario alla Deutsche Grenzpolizei, la formazione
paramilitare deputata nella DDR( ex Germania Ovest ) al controllo delle zone di confine – nel 1961, proprio quando viene eretto il Muro di Berlino. Tre anni dopo entra nella Stasi, e inizia a fare carriera nella PKE, la Passkontrolleinheit (l’unità per il controllo dei passaporti), fino a raggiungere il grado di Oberstleutnant, che grossomodo corrisponde al nostro tenente colonnello. È un militare, dunque, ma il suo sarà più che altro un lavoro da scrivania. .....Per 25 anni presta servizio al controllo dei passaporti in una delle zone di transito fra Berlino Est e Berlino Ovest, quella nei pressi della Bornholmer Strasse. Situato nel nord della città, fra i quartieri di Prenzlauer Berg (a Est) e Wedding (a Ovest), è un tratto di frontiera non semplice da gestire ..... il resto lo trovate qui in : << L’uomo dei passaporti, storia dell’impiegato che aprì il muro di Berlino >> del sito Linkiesta.it >>.
Credevo fosse un caso isolato perché per i militari o uomini delle istituzioni i comandi e l'obbedienza agli ordini sono due ingredienti importanti per il successo militare o per la sopravvivenza delle dittature e dei governi . Ma poi leggendo le storie sotto riportate riprese dall'articolo << Hanno ignorato gli ordini e così hanno cambiato la storia ! >> di (starsinsider.com) indipendentemente dal periodo o dalla cultura, la storia militare (ma non solo ) è piena di persone che hanno disobbedito agli ordini . I motivi per cui lo hanno fatto sono vari. Molti hanno rifiutato comandi con cui erano profondamente in disaccordo. Altri legheranno tale gesto alla gloria personale altri al disonore . Alcuni ricordati e premiati anche a posteriori . Altri come il primo caso dimenticato o sminuiti . Alcuni vittoriosi altri sconfitti Ma hanno pur sempre fatto la storia o contributo ad essa. L'uomo che ha ignorato un allarme missilistico
Nel 1983, l'ufficiale sovietico Stanislav Petrov era di stanza nel bunker Serpukhov-15 vicino a Mosca, parte delle forze di difesa aerea sovietiche. Un giorno, il sistema di allarme rapido ha rilevato quello che sembrava essere un missile balistico intercontinentale americano in arrivo.Petrov e il suo staff hanno deciso che si trattava di un falso allarme e un'indagine successiva ha mostrato che il sistema era stato attivato dal sole che si rifletteva sulle nuvole. Rifiutando di lanciare un attacco, Petrov ha potenzialmente evitato centinaia di migliaia di morti.
L'uomo che ha impedito l'escalation della crisi dei missili cubani -
Durante la crisi dei missili cubani del 1962, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica evitarono per poco una guerra nucleare che avrebbe devastato il pianeta. Ma anche se i negoziati tra il presidente John F. Kennedy e il premier Nikita Khrushchev avessero avuto successo, la guerra sarebbe quasi sicuramente scoppiata a causa di un capitano di un sottomarino sovietico. Dotato di un missile nucleare, il sottomarino sovietico B-59 era di stanza nei Caraibi, insieme ad altri tre. Quando la Marina americana
scoprì i sottomarini, iniziarono a sganciare bombe di profondità nelle vicinanze. Con l'ordine di attaccare le forze americane se provocato, il comandante del B-59, Valentin Savitsky, pensò che la guerra fosse iniziata e ordinò il lancio del missile. Fortunatamente a bordo c'era anche il comandante della flotta Vasili Arkhipov, che ha pensato che gli americani stavano solo cercando di far emergere il sottomarino. Ha così convinto Savitsky e ha evitato la guerra nucleare.
Il generale nazista che si rifiutò di bruciare Parigi
Nel 1944, quando le forze alleate invasero con successo la Francia settentrionale durante lo sbarco in Normandia, Adolf Hitler ordinò alle forze locali di bruciare gran parte di Parigi per evitare che cadesse nelle mani del nemico.Il comandante della prima armata tedesca, il generale Dietrich von Choltitz, si rifiutò di obbedire. Ha affermato nelle sue memorie che sentiva che gli ordini non avevano valore militare e che Hitler era malato di mente. Tuttavia, alcuni osservatori francesi hanno sostenuto che a Choltitz mancavano semplicemente le truppe per eseguire gli ordini. Qui si vede Choltitz firmare la resa delle truppe naziste dopo la liberazione della capitale francese.
L'uomo che ha ignorato il suo comandante
Durante la seconda guerra mondiale, il tenente Tom Derrick era uno dei soldati più amati d'Australia. È meglio conosciuto per i suoi successi durante la battaglia di Sattelberg in Nuova Guinea nel 1943. Dopo una settimana di combattimenti, l'ufficiale in comando di Derrick ordinò una ritirata.Derrick avanzò da solo tra le postazioni di mitragliatrici giapponesi, mentre era sotto il fuoco di copertura dei suoi compagni di squadra. Ha ripulito 10 posizioni nemiche, aiutando la sua unità a raggiungere il loro obiettivo. Derrick ricevette la Victoria Cross per i suoi sforzi, ma morì per le ferite riportate nella battaglia di Tarakan nel 1942.
Il caporale dell'esercito che ha rifiutato di portare un'arma -
Il caporale Desmond Doss ha rifiutato di uccidere i soldati nemici o di portare un'arma in combattimento a causa delle sue convinzioni personali legate al culto della chiesa cristiana avventista del settimo giorno. Di conseguenza divenne un medico da combattimento per la 77esima fanteria. Tuttavia, Doss si guadagnò comunque il rispetto dei commilitoni quando fu mandato a combattere. Dopo aver salvato 75 soldati feriti nella battaglia di Okinawa, ha guadagnato una medaglia d'onore.
Il nazista che si rifiutò di distruggere le infrastrutture civili della Germania -
Nel marzo 1945, gli alleati catturarono l'ultimo ponte sul fiume Reno che consentiva l'accesso alla Germania. Hitler emise quindi un ordine per spazzare via tutta l'industria e le infrastrutture della Germania, (il cosiddetto Decreto Nerone), per evitare che cadessero sotto il controllo alleato.l compito ricadde sul ministro degli armamenti tedesco e amico di Hitler, Albert Speer. Tuttavia, Speer riteneva che l'ordine avrebbe avuto un effetto rovinoso sul popolo tedesco. Come von Choltitz, anche Speer sospettava che il suo capo fosse mentalmente instabile. Speer alla fine emise l'ordine, insieme però a ordini alternativi crittografati per ritardare la distruzione. Alla fine, il Decreto Nerone non andò a buon fine.
Il comandante di artiglieria che si rifiutò di sparare ai suoi stessi uomini
Il 7 marzo 1915, al 336° reggimento di fanteria francese fu ordinato di attaccare le posizioni delle mitragliatrici tedesche. Gli attacchi andarono avanti per due giorni e quando il comandante di divisione, il generale Géraud Réveilhac, ordinò un'altra carica, la 21a compagnia rifiutò.
Furioso, Réveilhac ordinò al suo comandante di artiglieria, il colonnello Raoul Berube, di sparare sulle sue stesse truppe. Anche Berube si rifiutò. Giorni dopo, quando quattro caporali non furono in grado di attraversare un pezzo di terra di nessuno, tornarono indietro e Réveilhac ordinò che fossero giustiziati. L'incidente divenne noto come l'affare dei caporali Souain.
Réveilhac rimase al comando del reggimento fino al febbraio 1916, quando gli fu ordinato di prendere un congedo di tre mesi. Successivamente ha ricevuto il titolo di Grande Ufficiale della Legion d'Onore.
I soldati indiani che si rifiutavano di usare cartucce unte con grasso di maiale e di manzo -
Nel 1857, gli inglesi avevano controllato l'India con un regime repressivo per circa un secolo. Tuttavia, le tensioni erano finalmente arrivate al punto che i leader politici indiani stavano pianificando una rivolta. Gli eventi si inasprirono quando i fucili inglesi Enfield usarono cartucce unte con una miscela di grasso di mucca e maiale. Per caricare i fucili, i soldati musulmani e indù dovevano strappare con i denti la carta che avvolgeva le cartucce. Per motivi religiosi, si sono rifiutati di aprire le cartucce. Le truppe furono giudicate colpevoli di insubordinazione in una corte marziale, che scatenò l'ammutinamento indiano. Gli inglesi alla fine li sconfissero e presero il controllo diretto dell'India fino al 1947.
Il generale che ha spostato 10.000 uomini fuori posizione -
Il generale Daniel Sickles era un politico con l'ambizione di diventare presidente. Tuttavia, i suoi sogni sono stati effettivamente rovinati quando ha ucciso l'amante di sua moglie. Quando scoppiò la guerra civile americana nel 1861, Sickles creò una brigata con sé stesso come comandante, sperando di migliorare la sua reputazione.La carriera militare di Sickles terminò nella battaglia di Gettysburg nel luglio 1863, dopo aver spostato il suo III Corpo senza ordini in un'altra posizione. Subirono il 40% di vittime, ma hanno comunque rallentato il generale confederato James Longstreet.Lo stesso Sickles fu ferito da colpi di cannone e dovette farsi amputare una gamba. Alla fine è stato insignito della medaglia d'onore per le sue azioni.
Il tenente che ha sfidato l'ordine di ritirarsi
Nel 1951, l'esercito cinese lanciò l'offensiva di primavera contro le forze americane durante la guerra di Corea, inviando 300.000 truppe per attaccarle. Sopraffatta, un'unità americana dell'8a compagnia Ranger fu catturata prima dell'avanzata. Il suo comandante, EC Rivera, chiese aiuto via radio, ma le forze rimanenti decisero di ritirarsi.
Rivera e i suoi 65 uomini sarebbero stati condannati se non fosse stato per il tenente David Teich. Disobbedendo al suo capitano, Teich inviò quattro carri armati a Rivera e recuperò l'unità bloccata.
Fonti: (Ranker) (BBC) (HistoryNet)
Crisi imperiale
L'ammutinamento del Reno del 14 d.C. minacciò la stabilità dell'intero Impero Romano. Alla fine del regno di Augusto, l'esercito romano aveva dedicato gran parte delle sue forze a reprimere una rivolta in Illyricum, situata negli odierni Balcani. Ciò ha contribuito a far precipitare la distruzione di tre legioni vulnerabili nella foresta di Teutoburgo in Germania.
L'ammutinamento del Reno del 14 d.C. minacciò la stabilità dell'intero Impero Romano. Alla fine del regno di Augusto, l'esercito romano aveva dedicato gran parte delle sue forze a reprimere una rivolta in Illyricum, situata negli odierni Balcani. Ciò ha contribuito a far precipitare la distruzione di tre legioni vulnerabili nella foresta di Teutoburgo in Germania.La rivolta è iniziata quando i soldati hanno iniziato a uccidere i loro comandanti. Il compito di fermarla toccò a Germanico, figlio del nuovo imperatore Tiberio. Dopo molta resistenza, la ribellione scoppiò e i comandanti furono giustiziati. Germanico guidò quindi i soldati un tempo ribelli in una spedizione di successo attraverso il Reno, che dimostrò la loro lealtà.
Anno 2023: Esplode la protesta per il caro affitti a Milano
Il PD si schiera immediatamente con gli studenti che protestano.
Esperienza personale:
Anno 2001: monolocale a Milano, stanza unica con bagno 30 mq sotto tetto senza coibentazione e con riscaldamento elettrico - € 1100/mese + condominio + utenze
Anno 2001: monolocale a Milano, stanza con letto a soppalco e angolo cottura + bagno, mq 35 - € 850/mese + condominio + utenze
Anno 2002: stanza con bagno e cucina condivisi a Milano, prezzo richiesto € 550 (zona semicentrale)
Anno 2002: stanza con bagno e angolo cottura a Pavia in residence per studenti e lavoratori - Mq 28- € 1200/mese bollette incluse
Insomma il caro affitti non è una novità, sono cambiate altre cose:
- reddito
- disponibilità
Questa cosa ovviamente intacca il diritto di scelta dell'ateneo dove si vuole studiare, ma è anche vero che se gli studenti semplicemente si iscrivessero da altre parti, gli stessi atenei dovrebbero porre in essere delle
politiche per fronteggiare il calo degli iscritti. Insomma mi sa che ci lamentiamo che l'iPhone costa 1500 euro ma poi lo compriamo.
Dopo 9 anni di fidanzamento decidono di cambiare tutto e diventano sacerdote e suora. E’ la storia di Angelo e Paola, una ex coppia che stava anche programmando il matrimonio. Oggi Angelo e Paola sono Don Angelo Ragosta e suor Maria Giuseppina: lui il 21 aprile scorso ha festeggiato i dieci anni da prete, ora è in Germania; lei è diventata monaca di clausura, carmelitana scalza, conosciuta con il nome di suor Maria Giuseppina dell’Amore incarnato. A raccontare la particolare storia è stato Don Angelo tramite la sua pagina Facebook: “Dovevamo sposarci e invece abbiamo detto sì a Dio (
Sempre insieme, ma ora con un ‘terzo incomodo’: Dio. La storia di Angelo e Paola sembra la sceneggiatura di un film romantico, anzi una parabola cristiana. Da anime gemelle fino a sposare… il Signore, diventando prete e suora. I due si incontrano per la prima volta aPortici, nella provincia diNapoli, quando Angelo ha 16 anni e Paola 15. La fede arriva solo successivamente, però, perché anzi inizialmente li unisce una certa avversione per la Chiesa, i preti e le suore.(QUOTIDIANO NAZIONALE)
“Ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Salmo 117. (Il Fatto Quotidiano)
Dopo ben 9 anni di relazione, due giovani ragazzi: Paola e Angelo, hanno scoperto un’interiorità diversa che li ha spinti a scelte determinanti per la loro vita. Entrambi hanno compreso la radicata vocazione che traboccava nei loro cuori così hanno chiarito il loro rapporto e i loro sentimenti visionando una strada diversa. (Internapoli)
La storia di Angelo e Paola è una di quelle storie d'amore che sembrano uscite da un romanzo, ma che in realtà sono la testimonianza di due anime che hanno sentito la vocazione religiosa e hanno deciso di seguirne il richiamo. (Gazzetta del Sud)
La storia di Angelo e Paola: dovevano sposarsi, ora lui è un prete e lei una suora Originari di Portici, nel Napoletano, fidanzati per 9 anni, a un passo dal matrimonio, prima lei e poi lui hanno sentito la vocazione. (Fanpage.it)
Nel 1996 si innamorano e iniziano una relazione con – fa sapere Angelo, riportato dal Quotidiano Nazionale – «i classici tira e molla di gioventù». Da ex fidanzati a prete e suora. (Open)I due si innamorano e dopo 9 anni di fidanzamento decidono di sposarsi. Lei è suor Maria Giuseppina, monaca contemplativa al Carmelo (ma continua a fargli le ramanzine come quando erano fidanzati). (ilmattino.it)