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24.11.25

Il Supramonte visto dai “Cuiles”, l’ultimo avamposto dei pastori di Luciano Piras


la  nuova  sardegna   22 novembre 2025 21:46





Da Dorgali a Baunei, da Oliena a Orgosolo e Urzulei: un libro di Leo Fancello censisce 263 ovili e raccoglie le testimonianze dei protagonisti


Dorgali «La domenica, le famiglie dei pastori si riunivano in un pinnettu per giocare a tombola o a carte, seduti sopra dei sacchi riempiti d’erba». Così raccontava tzia Michela Mandoi, dorgalese classe 1932, scomparsa pochi mesi fa. Raccontava, lucida e felice, di quei pochi momenti di svago, di quell’unico giorno settimanale consacrato al riposo, anche se poi si lavorava comunque, perché negli ovili, in fondo, c’è sempre qualcosa da fare, persino di domenica. «Nel cuile – aggiunge tziu Nanneddu Fronteddu Berritta, pure lui di Dorgali, dov’è nato del 1933 – producevamo formaggi e salumi che vendevamo in paese a negozianti ed albergatori. I maiali venivano comprati da pastori di Desulo. Generalmente, secondo l’abbondanza di pascolo, le capre producevano tra i 50 e i 70 litri di latte al giorno, dai quali ricavavamo tre, quattro formaggi».
Bastano queste poche pennellate, questi pochi passaggi rubati al nuovo libro di Leo Fancello, “Cuiles. Storie e tradizioni del Supramonte”, appena pubblicato dalla Edes di Sassari, per immergersi in un mondo che ormai sta scomparendo, vinto dai tempi, dimenticato dai social eppure ancora benedetto da madre natura, regina indiscussa nelle cime più impervie di Baunei, Dorgali, Oliena, Orgosolo e Urzulei.




Il regno dei cuiles: «Le antiche dimore di chi in quei monti ha duramente lavorato per lunghi anni, allevando capre e maiali» spiega Fancello. Professione geometra, speleologo, guida ambientale e turistica, profondo conoscitore di ogni sentiero e anfratto del Supramonte. È qui, in questi labirinti carsici che dalle zone interne guardano al Mar Tirreno, che Leo Fancello ha censito ben 263 insediamenti umani, dove «svettano le superbe capanne di abitazione, i pinnettos, che ricordano da vicino le capanne nuragiche» spiega l’autore di questo libro frutto di oltre trent’anni di escursioni, incontri, interviste, rilievi, studi, fotografie. Oggi sono soltanto due, forse tre le famiglie che ancora vivono e lavorano nei cuiles: a Buchi Arta, ai confini tra il cielo e il mare, tra i ginepri di una pietraia che si affaccia su Cala Luna e una falesia che squarcia l’orizzonte infinito.
Di ogni cuile individuato, Fancello presenta una scheda tecnica, ne descrive le condizioni attuali, misura la quota altimetrica, segnala la presenza o meno di recinti per animali o di siti archeologici. Fancello va oltre: accanto alle tecniche di costruzione e alle caratteristiche architettoniche, differenti da paese a paese, da zona a zona, raccoglie le testimonianze dirette, i racconti in prima persona dei protagonisti e delle protagoniste che hanno vissuto i cuiles di un tempo: pastori, caprari soprattutto. Storia e storie dei Supramontes. «Ciascuna secondo la propria singolare identità ma nel quadro antropologico della comunitaria cultura pastorale» evidenzia Bachisio Bandinu nella presentazione del saggio, una guida sicura nell’ambiente naturale di questa porzione di Sardegna, un viaggio nel passato che porta dritto dritto al futuro, dalla conformazione geologica all’etnografia, dalla preistoria alla tecnologia, dai metodi di allevamento alla tradizione orale. Persino alla poesia. Leo Fancello ci aggiunge anche la narrazione: uno stile tutto suo, che intreccia parole e immagini, suggerimenti e constatazioni, dati analitici e generali, documenti, sogni, speranze e cruda realtà.




Perché se oggi i cuiles sono tappe di un percorso alla scoperta delle meraviglie del Supramonte, non bisogna mai dimenticare che quelle stesse capanne sono state croce e delizia di generazioni di uomini e donne che hanno dovuto lavorare sodo per tenere in piedi la famiglia. Un mondo raso al suolo, letteralmente, dall’arrivo della petrolchimica, devastante per le campagne del Nuorese. Molto più del banditismo, la piaga tanto temuto allora, quando era facile negli ovili fare a tu per tu con chi era alla macchia. L’ospitalità era sacra, non poteva essere negata a nessuno, come in mare aperto non può essere negata una ciambella galleggiante a chi rischia di affogare. «Questo libro non rappresenta solo il ricordo di un tempo passato che non si ripeterà mai più – chiude Angelo Capula nella postfazione del volume –. Non è soltanto il racconto di vite vissute ma è un messaggio per l’attuale generazione e quelle future. In questa prospettiva il Supramonte, con i suoi cuiles carichi di storia e storie millenarie, è un bene unico, di inestimabile valore, un’importante opportunità e anche una sfida che gli amministratori pubblici devono saper affrontare». «È stata una corsa contro il tempo e, probabilmente – saluta Leo Fancello –, siamo arrivati un po’ tardi. Sono rimasti pochi uomini e donne in grado di raccontare quel mondo, e molti cuiles, fra non molti anni, saranno ridotti ad informi cumuli di macerie». La speranza ultima è che questo patrimonio non vada mai perso.
Il glossario Dalla A di “ae”, che in italiano significa “aquila reale”, e di “ae trina” che sta per “aquila del Bonelli”, alla Z di “zumpeddu”, “sgabello basso, di sughero, legno o ferula”. Leo Fancello ha pensato bene di inserire nel suo libro “Cuiles. Storie e tradizioni del Supramonte” anche un piccolo “Glossario” che raccoglie i vocaboli sardi dorgalesi che ruotano attorno al mondo degli ovili. Poche pagine utilissime per i lettori che si avvicinano per la prima volta a questo spaccato di Sardegna. Intanto, una precisazione: “cuile”, singolare di “cuiles”, viene detto anche “coile”, “coiles”. Indica l’ovile, l’insediamento pastorale. “Cuile ‘e monte” è l’ovile di montagna. “Cuile ‘e settile” è l’ovile d’altipiano. “Cuile d’eranu” è l’ovile utilizzato dalla primavera all’autunno. “Cuile pesau” dae terra è la capanna con le travi che partono dal suolo. “Cuile a muridina” è la capanna con le travi che poggiano sul muro perimetrale. Poi ci sono i “culuminzos de cuile”: le travi principali della capanna di abitazione. Il riparo per i capretti prende il nome di “edile” mentre la capra che ha un’età compresa tra i tre mesi e un anno si chiama “gargazza”. “Su camu” è il morso di legno per svezzare i capretti. E via discorrendo, passando per “mandra” o “corte”, il recinto per gli animali, per “secotiana”, capra che figlia da febbraio in poi, fino a “taschedda”, piccolo zaino di pelle, e “teracu ‘e pè”, servo pastore con gregge proprio. Scorrere l’ordine alfabetico del glossario è un modo per ricapitolare quanto svelato da questo “Cuiles”, nuovissima fatica letteraria di Leo Fancello, già autore di altre pubblicazioni sul tema andate esaurite da tempo. Sua la guida pratica ai sentieri dei Supramontes “Trekking dei cuiles”, ormai introvabile.

miei ricordi fotografici e non solo di ornella vanoni alla Agnata di de andrè 13.8.2008

 voglo  ricordare   la  morte  della  vanoni  ,  un  pezzo  della  canzone italiana   che  se  ne  va  ,   rispescando   tra  i mieiricordi  fotografici e non solo    di  un suo  concerto    di  questi    18  anni fa  . 
  Nel  lontano 13  agosto   2008   all'Agnata  di  Andrè   si esibi  Ornella  vanoni  . Ricordo   che fu   un  bel  ,  anche  se  non eccelso    vista l'importanza   della Vanoni  e la  (  per  i  fans  di De  andrè )  sacralità  del luogo  .







Infatti  ricordo     che il pianista   che  l'accompagnava  , allora  all'esodio   se  non  ricordo  male  ,  il  figlio    di  Enzo  Janacci  dovette   fare  i  salti mortali   per  coprire  alcune  sue  stecche  e    che  lei    fece rifare   una  due  canzoni     fra  cui anche attenti al  gorilla  perchè   aveva  sbagliato  le  strofe  .






 Ricordo    che   furono dati ordini al pubblico su richiesta della stessa vanoni da quelli della fondazione de andrè e di time jazz di non essere fotografata, ripresa da davanti o dalla sinistra del palco ma solo di profilo . Infatti le mie   foto    sono ( tanto  se  c'è reato  è ormai prescritto     visto  che sono  passati  quasi  20 anni  )  pirata e  fatte    con il  metodo    carpediem . Infatti   dovetti " battagliere "  con  gli adetti    che     controllavano severamente  il  pubblico nel mio  caso   un pacchetto   di  carmelle    era  stato  scambiato   per  un  cellulare . Ma    ci furoino risate   quando stava  alzandomi  per   cazziarmi   rivolsi   , facendo  gestoi d'offrire  ,  il  pacchetto   verso  l'addetto  .    

caccia alle streghe e umorismo becero i casi i Valentina Pitzalis sopravvissuta al femminicidio e Cecilia Angisano giudice minorile nel caso della famiglia del bosco

Capisco il tipo che come me usa l'ironia e il sarcasmo perchè sempre allegri bisogna stare come diceva una vecchia canzone ma ci sono dei limiti che non andrebbero mai superati o se lo si fa cercare scuse migliori o stare zitti e subire il crucifige .


leggo basito da Lorenzo Tosa
Questo individuo si chiama Vincenzo D’Anna, ex senatore di Forza Italia nonché attuale Presidente dell’Ordine dei Biologi.E questa qua sotto è la frase agghiacciante che ha scritto su Valentina Pitzalis, la donna e attivista contro la violenza di genere vittima di un tentato femminicidio nel 2011 da parte del marito, che ha tentato di darle fuoco, sfregiandole il corpo e il volto per sempre. “C’è a chi piace cruda ed a chi cotta la moglie” ha scritto su Facebook come un hater qualsiasi che affolla quella cloaca maxima che sono spesso i social.È un commento talmente orrendo, ripugnante, che non avrebbe neanche bisogno di commento.Solo di dimissioni immediate.Invece D’Anna cosa fa? Spiega, si offende, addirittura contrattacca:“Commento sarcastico e non valevole di offesa per la povera vittima. Precisazione a beneficio dei mistificatori!!” Sarcastico? Mistificatori?Quando la toppa è molto ma molto peggiore del buco. Una voragine di sessismo, violenza verbale incompatibile con qualunque incarico pubblico o di categoria.I soliti destroidi [ ma anche altri corsivo mio ] diranno che “non si può più dire niente”.E invece siamo nell’epoca in cui si può dire tutto. Senza mai pagarne le conseguenze.

il secondo caso   riguarda  

Cecilia Angrisano, la giudice che ha firmato l’ordinanza sulla casa nel bosco di Chieti e Presidente del Tribunale dei Minori dell’Aquila  Lo hanno rifatto, come sempre, sempre con lo stesso metodo squadrista.In queste ore è finita nel mirino di tutta la destra e dei suoi “giornali”, se così si possono chiamare.Addirittura “La Verità” la espone all’indice in prima pagina con tanto di foto centrale e un titolo che viola qualunque codice deontologico o principio di dignità.“Ecco chi è il giudice che ha portato via i i figli ai genitori nel

bosco”.
Come se fosse una sadica che si diverte a separare famiglie.Non solo. La accusano anche di essere un’attivista Lgbbtqi+, come se difendere i diritti delle persone fosse - nella loro visione del mondo distorta - qualcosa di cui vergognarsi.Una vera e propria caccia alle streghe, una gogna pubblica, con la stessa modalità già utilizzata con la giudice Apostolico per Lampedusa, con Silvia Albano nel caso dei centri in Albania. E ora Angrisano. Questo non è giornalismo o informazione . Questo è squadrismo puro. Orchestrato dai massimi esponenti del governo assieme ai propri trombettieri di regime.Voglio esprimere la massima solidarietà a questa servitrice dello Stato, la cui unica “colpa” è quella di aver applicato la legge con disciplina e onore, di aver messo al primo posto la tutela dei minori, consapevole di quello che rischiava in un Paese guidato da populisti con la clava.E no, non le nascondo la faccia, perché non c’è nulla da nascondere né da vergognarsi. Anzi, sono grato a questa giudice. E, come a lei, a tutti i giudici che fanno bene il proprio mestiere in un clima infame.

la libertà educativa è ancora libertà se mette a rischio la crescita dei figli?





La storia della famiglia del bosco è complessa. Nessuno mette in dubbio l'amore dei genitori, ma non basta. Oltre ai diritti ci sono i doveri. Doveri che, secondo il tribunale, la coppia ha disatteso per lungo tempo nonostante la vicenda del bosco sia in continua evoluzione vedi le minacce alla giudice che ( non credo che abbia preso una simile decisione a cuor leggero ) . la storia della cosiddetta famiglia del bosco, una vicenda che ha spaccato l'Italia tra umanità e propaganda. Ma fermiamoci  un  attimo  : quello che la famiglia affronta non è questione di qualche settimana. L'ultimo anno dei coniugi è stato costellato di fughe, avvertimenti dei servizi sociali e richieste di regolarizzazione dal tribunale. Non tre bambini rapiti in tre giorni, ma una misura estrema, frutto di mesi di tentativi di compromesso come dicono nolte fonti ( vedere post precedente e Un anno di battaglie tra avvertimenti, fughe e richieste di denaro - il Giornale Infatti ha applicato la legge togliendo i figli genitori . E le conseguenti strumentalizzazioni e la Jacquerie d 'esse scatenate e le divergenze d'opinioni (niente di male anzi ben vengano nell'ambito civile e democratico )
 


eccone alcune  fra  le  più interessanti  

Buongiorno per tutto il giorno. La storia a triste fine della famiglia del bosco conferma due aspetti dell'Italia 2025, l'ipocrisia del potere e l'invasività del sistema pubblico, che danno lezione di vita, in questo caso togliendo i figli ai genitori, ma ignorano la condizione generale dei minori, esposti senza difese alla piovra gigante del capitalismo contemporaneo, causa di perversioni e di guai.

Comunque, per sintetizzare: se han tolto i figli a questi due, non è perché "i giudici sono cattivi", ma perché vivevano in condizioni pessime. 
E in Italia non si possono far crescere i minori in condizioni pessime.
Il resto è la solita becera propaganda!

Mi restano  oltre i dubbi espressi nel post precente , aperte  e    mi s'  aggiungono   in  contemporanea  all'evoluzione  della  vicenda , altre  domande . In particolare   quella  del titolo   e    questa  « Crescere i figli è sempre un atto di libertà, ma anche di responsabilità.  La coppia inglese che ha scelto il bosco come scuola e la natura come maestra  ci ricorda che la libertà non è mai assoluta: è un filo teso tra il diritto dei genitori  e il bisogno dei bambini di cure, istruzione, socialità.  È qui che la parola “libertà” si incrina, diventando domanda:  quanto possiamo spingerci oltre senza trasformare l’utopia in isolamento ?  » Ad esse   insime  a    quelle      che  mi  vengo fatte   , visto che nel post precedente su tale questione mi sono limitato ad esprimere solo dubbi ed a chiedere il vostro parere , chiesto cosa ne pensi della vicenda della casa nel bosco di Chieti. Fra le richieste spicca una lettera come questa     

xxxxx@xxxxx
redbeppe@gmail.com 

holetto suisociale     che  critichi e    condanni   la  scelta  della  famiglia  inglese    che  ha  scelto     di far vivevere  in libertà i  propri figli   . [ ... ] ma  come  esaltativi     chi  come  questa    famiglia   fa  tali  scelte  .  E  spesso  racconti  storie  di eremitaggio   \  fughe  dal mondo  e  ora esalti   i  giudici  criminali    che  distruggono famiglie  ?  insomma  da  che  parte  stai ?                                                                                                                                                        francesca  [  ovviamente   nome  di fantasia  ] 



Inizialmente stavo per rispondere a tali domande come questi due post , dello scrittore educatore nel carcere dell'Asinara dal 1985 al 1998. Attualmente è Direttore coordinatore di area pedagogica presso la Casa di Reclusione di Alghero. Laureato in Pedagogia presso l'Università di Sassari, ha collaborato in percorsi di formazione presso la Facoltà di Giurisprudenza e Scienze dell'Educazione della stessa università. Svolge dal 1983 il suo lavoro presso il Ministero di Grazia e Giustizia, dove ha collaborato presso l'Istituto Superiore Studi Penitenziari e la Scuola di Formazione di Romache riassumono il mio pensiero in merito alla vicenda

 e


poi mi è, arrivata l'email che leggete sopra e quindi mi sono deciso \ sono riuscito a elaborare un mio pensiero . Lo  faccio    rispondendo    contemporaneamente   all'email .

Si lo sono ancora , ciascun di noi è libero di fare le proprie scelte e di vedi il film citato nel post precedente , crescere ed educare i propri figli come vuole \ preferisce vivere a contatto con la natura, autonomia educativa, indipendenza economica o consumatori acritici e schiavi o omologati al sistema o liberi \ autonomi oppure metà e metà con uno spirito critico come suggerito come sempre nel post precedente che ti e vi consiglio di leggere \ rileggere . è diritto fondamentale. Ma quando questa viola la dignità e ti disumanizza creandoti traumi isolamento sociale, mancanza di servizi essenziali, rischio di privare i bambini di opportunità educative e sanitarie. non è più libertà rischia di compromettere i diritti fondamentali dei bambini.Quindi penso che sia una faccenda troppo seria per essere lasciata alle opinioni da bar o alla propaganda politica dei Salvini di turno. Che ormai purtroppo sono la stessa cosa. Privi di ogni argomento, nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dai veri e tragici problemi irrisolti di questo Paese, Meloni, Salvini, Nordio e i principali esponenti di governo o della destra estraparlamentare si sono lanciati come “influencer” sul caso del giorno - addirittura lanciando una raccolta firme - pur di sparare la loro dose di bestialità e veleno sui giudici, colpevoli, secondo loro, di “aver strappato i figli a una coppia di bravi genitori”. Come se i magistrati fossero tutti dei sadici che godono nel separare dei bambini da mamma e papà per il semplice gusto di farlo. Sarebbe bastato leggersi le carte per rendersi conto che la realtà è ovviamente molto diversa. Nessuno si è svegliato una mattina e ha deciso di dare tre bambini in affido, per altro insieme alla madre. Non funziona così. Sono 13 mesi che esperti, tecnici e assistenti sociali - non @GiacominoParodi su Facebook - indagano, studiano attentamente il caso, hanno effettuato controlli, cercato in tutti i modi un contatto coi genitori, ottenendo in risposta sempre un atteggiamento per nulla collaborativo, se non peggio. E in questi 13 mesi nessuno dei giudici o degli assistenti sociali ha mai messo in discussione lo stile di vita dei genitori in quanto tale - non è la loro funzione - semmai hanno sempre e soltanto valutato le condizioni di tutela dei minori, costretti di fatto a vivere al freddo, senza acqua corrente, senza gas, senza andare a scuola e privi di ogni contatto sociale, le cui conseguenze sullo sviluppo emotivo e cognitivo possono essere enormi. Questo è il tema. E solo questo. E no, non c’entra nulla con i campi rom, dove furbescamente la destra sta cercando di dirottare l’attenzione in un parallelismo insensato col solito benaltrismo di quart’ordine che tanta presa fa sui propri elettori. E, già che ci siamo, se invece che inglesi e australiani fossero uno egiziano e l’altra etiope, potete star certi che i Salvini i Pillon non avrebbero mai urlato allo scandalo, anzi, sarebbero in prima linea ad attaccarli con la bava alla bocca, al grido di “non si adeguano alle nostre tradizioni” e via con la solita propaganda razzista. Perché il problema non è lo straniero ma quanto straniero e di che colore. A nessuno sano di mente e con un briciolo di empatia fa piacere vedere dei bambini separati (temporaneamente) dai genitori. Ma usare una storia così delicata per cavalcare la pancia delle persone e vomitare cattiverie e falsità contro chi, in un contesto tutt’altro che facile, ha applicato con serietà la legge e fatto il proprio mestiere, è qualcosa che non è accettabile da massimi esponenti del governo italiano. Anche se non mi aspettavo nulla di meno e niente di diverso. A questi tre bambini auguro il meglio possibile. Che non tocca né a me né a Salvini né a @fragolina76 stabilire, ma a chi di dovere. E menomale. Quanto a noi, meritiamo una classe politica migliore di questa e un dibattito più serio di così.Ecco quello che penso di questa storia. Ma   sorattutto    conconcordo  con   il commento  di  

Giuliano Sala
In una questione così delicata è necessario muoversi con discrezione e non amplificando per proprio interesse politico e partitico l’azione della Giudice che, come tutti i giudici minorili si muovono sempre a tutela dei minori e inoltre su segnalazione e relazione dei Servizi Sociali comunali. Mi chiedo e chiedo a tutti i soloni che oggi si indignano con la giudice per aver affidato i ragazzi ad una struttura protetta ( dove tra l’altro c’è anche la mamma): quali attacchi avrebbe subito la Giudice qualora non avesse ottemperato alla relazione dei servizi sociali e fosse successo qualcosa ai ragazzi? Non oso pensare


sulla    bachca  di  lorenzo tosa  



La rosicata benealtrista e post bambineschi dei Vannacciani per la tesi di laurea di simone cherchi sull'odio nei social

E' vero che in tale post sotto riportato sotto ,  che commenta  la  reazione diVanacci alla  tesi  di di  Simone  cherchi    di cui abiammo  parlato    precedentemente , c'è benaltrismo L'odio mascherato di
da  https://www.alfemminile.com/
Vannacci (che poi spesso ritratta dicendo banalità sconcertanti) è un esempio tipico di un uso scellerato dei social. Bisognerebbe leggere la tesi e capire come è stato trattato e collocato il tutto prima di scrivere sciocchezze ma contiene anche se rimaneggiata politicamente un fondo di verità sul clima e sull'aria che c'è nel paese






Cagliari: Quando l’odio è sempre degli altri - Vannacci all’esame e l’università all’orale di libertàAll’Università di Cagliari si laureano sull’odio. Letteralmente. Simone Cherchi, facoltà di Studi Umanistici, confeziona una tesi sull’hate speech e per dimostrare il teorema prende tre post di Roberto Vannacci, generale, eurodeputato, nuovo volto della destra leghista perfetto per il laboratorio. Il relatore applaude, i giornali raccontano la storia come se fossimo di fronte a una nuova Norimberga digitale. Il cattivo è già scelto, il copione pure.Vannacci, da parte sua, risponde nel modo che conosce meglio: ipertrofia dell’ego. «Io studiavo Weierstrass e Laplace, questi studiano Vannacci. Che onore». Traduzione: continuate pure a insultarmi, intanto mi fate campagna. È il suo mestiere. Sfida mezzo mondo, vive di polemica, ogni attacco è benzina. E infatti rilancia: se vogliono la dedica sulla tesi, lui “c’è”. Non fa una piega: ci gioca.Il punto non è difendere Vannacci, che scrive spesso cose controcorrente, semplifica, provoca apposta. Il punto è capire che film stiamo guardando. Perché qui la discussione sull’odio rischia di diventare la solita messa cantata: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. I buoni, ovviamente, sono sempre quelli che spiegano cos’è l’odio degli altri.La tesi distingue tra hate speech “subdolo” e hate speech “esplicito”. Nel primo caso finiscono i post del generale, nel secondo i commenti dei follower che si scatenano sotto. Schema chiaro: il leader butta la carne nel recinto, la folla azzanna. Ed è vero che sui social funziona così. Ma se ci fermiamo qui, è sociologia da talk show, non ricerca. Perché la dinamica vale per tutti: per Vannacci, per gli influencer di sinistra, per gli attivisti antifa, per i fan della Boldrini e per i fan di chiunque.Facciamo un esperimento mentale molto semplice, da bar. Prendiamo una qualsiasi pagina che demonizza “i fascisti”, “i terrapiattisti”, “i no-vax”, “i maschi bianchi etero”, “i boomer”. Cambiano i bersagli, non il meccanismo. Il leader col megafono lancia il segnale, il branco dei fan completa l’opera a colpi di insulti, meme, sarcasmo tossico. È hate speech oppure no? Dipende da chi sta giudicando. Se l’oggetto dell’odio è uno “giusto”, diventa “satira”, “sdegno civile”, “pugno al fascismo”. Se è uno “sbagliato” viene catalogato come odio da manuale.È qui che l’università dovrebbe tenere la barra dritta. Studiare l’odio on line significa entrare nel fango di tutti, non solo di chi sta sul lato politico che ci fa comodo. Vannacci è un bersaglio ghiotto, è ovvio: è divisivo, è famoso, è di destra dura, quindi garantisce titoloni e pacche sulle spalle. Ma se l’analisi finisce per dipingere lui come l’origine del male e i suoi detrattori come cavalieri della civiltà, allora non è più solo accademia.La scena è sempre la stessa: si estrae un post del generale sulla Rackete, si mostra la foto con la peluria, si analizzano i commenti vomitati sotto. Operazione legittima, per carità. Ma andrebbe fatto lo stesso lavoro pure sotto i post dei suoi avversari politici, quando parlano di “rifiuti umani”, “subumani”, “neofascisti da estirpare”, “destropitechi” e compagnia cantante. Perché l’odio non è monopolio di nessuno. È bipartisan, anzi trasversale. È l’unica cosa davvero democratica che i social hanno prodotto.Sul versante opposto, Vannacci recita il ruolo che si è ritagliato. Fa l’elenco dei suoi titoli, si vanta di essere “oggetto di studio”, si sente al centro della scena. Invece di cogliere l’occasione per alzare il livello del confronto – magari rispondendo sui contenuti, spiegando cosa intende per libertà di parola – preferisce stare nella caricatura del perseguitato di successo. È un gioco a somma positiva per lui: ogni scandalo gli porta visibilità, fan, voti alle prossime elezioni.Il risultato finale è che tutti recitano. L’università fa il tribunale morale invece del laboratorio di idee. Vannacci fa il martire pop. I giornali fanno da cassa di risonanza, titolano a raffica, riempiono pagine con il ping pong di dichiarazioni. E intanto sui social il livello del dibattito resta quello della rissa da parcheggio del centro commerciale.Lo studente, che ci crede davvero, viene presentato come il ragazzo coraggioso che “denuncia” il linguaggio d’odio. Il professore lo esalta: ha individuato la “radice del male”, cioè l’uso “scellerato” dei social da parte dei personaggi pubblici. Sembra il trailer di un documentario a tema: il popolo ignorante manipolato dal capo cattivo. Storia rassicurante, perché assolve tutti gli altri. L’odio viene sempre da su, mai da giù. I follower, poverini, sono vittime. La responsabilità individuale si dissolve.In realtà l’odio è una scelta. Di chi scrive il post e di chi commenta. Di chi spara l’allusione sessista e di chi applaude sotto con le faccine. Di chi ironizza sul colore della pelle e di chi insulta la “vecchia fascista” di turno. Di chi si sente autorizzato a dire qualsiasi cosa perché “tanto è solo Facebook”. Non servono tesi di laurea per capire che se i commenti esplodono di insulti, il problema non è solo l’algoritmo, ma le persone in carne e ossa.Il diritto di parola non è un premio di condotta. Vale per Vannacci come per i suoi accusatori. Il punto è un altro: se trasformiamo ogni frase sopra le righe in “hate speech” da manuale, finiamo in un recinto dove tutto ciò che disturba viene automaticamente patologizzato. Chi non si allinea alla grammatica del politicamente corretto diventa caso di studio, roba da laboratorio. Il passo successivo – già lo si intravede – è invocare leggi, filtri, censure “per il bene di tutti”.È questo il terreno scivoloso. Non perché l’odio non esista, ma perché se lo usi come etichetta elastica, ci rientra di tutto. L’ironia cattiva, la critica dura, la battuta infelice, la bestemmia politica. A quel punto non si discute più di idee ma di permessi. Si chiede allo Stato, alle piattaforme, ai tribunali, alle commissioni etiche di dirci cosa si può dire oggi senza finire nel tritacarne. Un inferno morigerato, pieno di attestati di civiltà e pochissima libertà reale.Se l’università vuole davvero fare un servizio al Paese, prenda Vannacci, la Rackete, la Boldrini, le piazze LGBT, i salotti tv, la tifoseria social di tutti i fronti e li metta sullo stesso tavolo. Non per distribuire bollini di odio ma per mostrare come funziona il meccanismo della tribù digitale. Chi aizza, chi segue, chi si compiace, chi monetizza. Chi fa il moralista di giorno e di notte scrive “muori” sotto la foto dell’avversario politico.L’odio non lo fermi scrivendo tesi su un solo personaggio e applaudendo in aula tra un selfie e un comunicato stampa. Lo ridimensioni rimettendo al centro due cose vecchie come il mondo: responsabilità individuale e libertà di parola. Dire a uno che sbaglia, contraddirlo, persino demolirlo con argomenti è una cosa. Pretendere che taccia perché ha scritto un post disgustoso è un’altra.In questa storia l’unico dato certo è che tutti usano tutti. L’università usa Vannacci per mostrare al mondo che “sta dalla parte giusta”. Vannacci usa l’università per confermare ai suoi che “la casta accademica mi teme”. I giornali usano entrambi per riempire pagine e commenti. I social, infine, usano tutti per generare traffico. L’odio, nel frattempo, resta dove stava: nelle dita di chi scrive. Qui, più che tesi, servirebbe un esame di coscienza collettivo. Ma quello, al contrario delle lauree, non dà punti in carriera.

23.11.25

LA VERITÀ di Daniela Tuscano



#sudan, stessa bandiera della #palestina, eguale tragedia. Opposta attenzione mediatica   due  pesi   e due  misure   




Anche nel #tigray avvengono #femminicidi, addirittura #infanticidi. Anche laggiù, da anni, ha luogo una spietata #puliziaetnica. E #religiosa. Sì, perché sono soprattutto i #cristiani (e le #cristiane) le principali vittime, come in #congo, #nigeria e altrove.





Non osiamo pensare alla sorte di quei ragazzi/e e docenti aggrediti con violenza inusitata, e scaraventati nella notte e nella nebbia. Si legge, da qualche parte (poche) che «è tornato l'incubo di #bokoharam». Veramente non è mai finito.Da quando manifestarono #malalayousafzai e #michelleobama (alcune voci autorevoli, almeno, si udirono) sono trascorsi dieci anni. Molte studentesse rapite allora non sono più tornate. #rebeccasharibu è diventata simbolo della resistenza perché non avendo rinnegato il #cristianesimo è rimasta prigioniera. E schiava.Ma nessuno la ricorda più. Nessun #hashtag mediatico per lei. Per loro.Sono neri, sono cristiani. E, in questo caso, non è nemmeno possibile incolpare #israele. lL silenzio degli #occidentali si spiega così. Non occorre girarci troppo intorno.

la rosicata di vanacci Cagliari, la “tesi” di uno studente: “Vannacci alimenta l’hate speech coi suoi post” Simone Cherchi mette nel mirino 3 post del “generale” della Lega, analizzando i “linguaggi d’odio” in una tesi ufficiale di Lingue e Comunicazione

poichè usare il termine comunista era troppo ridicolo e abusato hsa voluto essere originale nel bulizzarlo e  ridicolizza   ( vedere  video sotto   al centro  )
Quindi vuol dire che Simone Cherchi "Lo ha fatto con coraggio, individuando il vero problema: l’uso irresponsabile dei social .  
Mettendo   per  iscritto  perchè  carta  canta   ciò  che    molti  sociologi  e  antropologicilo  dicono e  ripetono  d'anni solo  oralmente  o in  alcuni  scritti   non accademici  



















  siti      consultati  https://cagliarinews.it/ .,  unionesarda.it.,  lanuovasardegna.it   

Una tesi di laurea sull'hate speech all'Università di Cagliari. E tra i casi di studio presentati dallo studente ci sono in particolare, tre post di Roberto Vannacci, generale e politico, vicesegretario federale della Lega per Salvini Premier dal 2025 ed europarlamentare.L'autore della tesi, Simone Cherchi, Facoltà di Studi Umanistici, Corso di Laurea in Lingue e Comunicazione - relatore il docente Massimo Arcangeli - si sofferma all'inizio del suo lavoro sulla definizione di hate speech. Tradotto in italiano significa discorso d'odio o incitamento all'odio. Lo studente spiega che è sempre esistito, ma che ora in qualche modo è rafforzato e amplificato dalla rete e dai social.
Una tesi di laurea dedicata all’hate speech è stata discussa all’Università di Cagliari. Tra i casi analizzati dallo studente compaiono tre post di Roberto Vannacci, generale e politico della Lega.
L’autore della tesi, Simone Cherchi, iscritto alla Facoltà di Studi Umanistici nel corso di Lingue e Comunicazione e seguito dal professor Massimo Arcangeli, apre il suo lavoro definendo il concetto di hate speech, termine traducibile come “discorso d’odio” o “incitamento all’odio”.
Cherchi osserva come questo fenomeno sia sempre esistito, ma oggi risulti amplificato dalla rete e dai social media. La notizia data da Ansa e Unione Sarda.
Nella sua analisi distingue tra hate speech diretto e hate speech implicito o subdolo. A quest’ultima categoria attribuisce il primo dei casi presi in esame.
Si tratta di un post in cui Vannacci commenta la notizia delle dimissioni dal Parlamento europeo di Carola Rackete.
È l’attivista che nel giugno 2019, alla guida della Sea-Watch 3, aveva forzato il blocco del porto di Lampedusa per sbarcare 42 migranti.
Il generale scrive: "Non ci mancherai. Ora speriamo che anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano seguano l’esempio". Fin qui, rileva lo studente, il contenuto rientra nel lecito.
Il problema emerge però nelle immagini scelte: "Ci troviamo davanti a un caso di linguaggio d’odio subdolo".
"Il politico, per eludere gli algoritmi di Meta, evita l’umiliazione esplicita e utilizza foto di Carola Rackete mettendo in risalto la sua peluria con un primo piano sulle gambe".
"Un dettaglio superfluo rispetto all’apparente innocuità del post, ma che rivela le reali intenzioni di Vannacci".
Segue infatti una lunga serie di insulti rivolti all’attivista nei commenti. "Possiamo dunque distinguere due modalità di hate speech – conclude Cherchi – e riconoscerle chiaramente".
"Da un lato il post di Vannacci, espressione di un linguaggio d’odio subdolo, ragionevole ma che normalizza la discriminazione. Dall’altro i commenti, dove il linguaggio d’odio diventa esplicito".
Lo studente prosegue poi analizzando altri due contenuti, sempre firmati da Vannacci: uno riguardante Laura Boldrini, deputata del PD, e uno relativo a una manifestazione LGBT.
Il relatore, Massimo Arcangeli: "Simone Cherchi ha fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: denunciare il linguaggio d’odio online, che oggi raggiunge livelli mai visti".
"Lo ha fatto con coraggio, individuando il vero problema: l’uso irresponsabile dei social da parte di chi, figura pubblica o rappresentante delle istituzioni, espone ogni volta una nuova vittima ai propri follower. Se un ex generale, oggi europarlamentare, arriva in un post su Facebook ad attaccare una giovane studentessa senegalese divenuta vicepresidente della Regione Toscana insinuando che abbia ottenuto la carica grazie alla sua “pelle nera”, non possiamo poi sorprenderci delle reazioni dei suoi sostenitori».iari, la “tesi” di uno studente: “Vannacci alimenta l’hate speech coi suoi post”
Simone Cherchi mette nel mirino 3 post del “generale” della Lega, analizzando i “linguaggi d’odio” in una tesi ufficiale di Lingue e Comunicazione


Il mondo “travessu” di un musicista con un paese intorno Pierpaolo Vacca, dal gruppo folk alle stelle di Time in Jazz E Da hostess ad artigiana: «Così sono rinata»ed altre eccellenze sarde

 unione  sarda  23\11\2025




Il paese resta ad aspettarti. Sa che prima o poi tornerai. O forse non sei mai andato via. A Ovodda ci sono giorni in cui fare festa è l’unica cosa che conta. Carnevale, Mehuris de Lissìa. C’è un ragazzetto che suona, tutto intorno a lui si muove al suono del ballo. Pierpaolo Vacca, 33 anni, è cresciuto con l’organetto in mano e il paese intorno. Il centro di un mondo musicale meticcio, in cui mescolare folk, elettronica, il suono della terra e i sospiri elettrici dell’altrove. Senza etichette, in una parola travessu : «Vuol dire ribaltare, e rimescolare ma inteso anche come controcorrente e bastian contrario. Partire dalle sonorità del mio paese, rimescolarle e ribaltarle creando una musica che stia di traverso tra quella tradizionale e la sperimentazione».
Presente e futuro
Ballo sardo, la poesia di un ritmo concentrico. Il nipote di Beppe Cuga, insigne suonatore di launeddas, è cresciuto, è diventato un alchimista di colori. «Sicuramente mi piace prendere spunto da ciò che mi circonda e da quello che vivo. Da lì nasce la mia ricerca: mettere in dialogo melodie e suggestioni del passato con quelle del presente e futuro, anche con l’elettronica. È un modo per creare qualcosa di nuovo, ma che abbia radici».
Dalle serate con il gruppo folk a Time in Jazz, restando quel ragazzo in piazza con l’organetto. «La mia educazione musicale è stata libera, con un approccio allo strumento sempre gioioso e spontaneo. Cerco di trasmettere la stessa libertà anche ai miei nipoti, stimolandoli a esplorare e a lasciarsi guidare dalla curiosità e dal piacere di suonare».
Il paese festival
Qualche anno fa Pierpaolo Vacca, con un gruppo di amici, ha creato “Sonala”, il festival con un paese intorno. «La risposta della comunità che ci segue, ci invoglia a continuare ad andare avanti e a cercare di costruire qualcosa di solido che continui nel tempo a seminare bellezza anche nei nostri piccoli paesi». Partire, girare il mondo. Suonare sotto le stelle del jazz come ai piedi di una quercia, a Santu Predu. Tornare in bidda tra gli ungrones dell’anima.
«Il legame con Ovodda è forte e viscerale. Credo che nei nostri paesi ci sia una qualità di vita invidiabile e che vivere in un piccolo paese se tutti scegliamo di essere cittadini attivi all’interno di una comunità, possa solo essere un grande privilegio». Ai piedi del monte Orohole fare baldoria è una disciplina sportiva praticata fin da bambini. Pierpaolo guarda avanti. «Ci sono nuovi progetti discografici all’orizzonte e collaborazioni che mi entusiasmano».
Incontro felice
Paolo Fresu è stato più di un incontro, qualcosa di magnetico. Lo spettacolo Tango Macondo ha girato l’Italia, Fresu ha prodotto il suo disco Travessu. «È stimolante ed è un grande privilegio lavorare a fianco a Paolo e al suo staff, che con esperienza e professionalità mi insegnano qualcosa di nuovo». Nel suo tessere trame, di suoni impilati come fogli di pane ‘e fressa , sovrapposti, elettrificati, le melodie restano sarde, il suono riconoscibile, un marchio per pochi. Il teatro è un giardino da esplorare. «Mi piace farmi ispirare dalle suggestioni che solo il teatro sa regalare. È un altro modo di suonare, ogni movimento e ogni suono cambia il significato del racconto. Cerco di lavorare sulle ambientazioni e trovare la dimensione per la narrazione». Con Paolo Floris porta in giro Restituzione, nato da un laboratorio in carcere. In questo tempo è impegnato con Sara Sguotti nello spettacolo Dedica, dialogo in uno spazio fisico. Poi tutto all’improvviso si muove in un ballo. C’è un uomo che suona e un paese intorno.





La mattina Giulia Aramu alza la serranda del suo laboratorio nel centro storico di Sestu. E quel gesto, per lei che ha girato il mondo, è un po’ spiccare il volo: 43 anni, due vite, due anime. Prima assistente di volo, poi artigiana di pelli e stoffe. Tutto in un nome: Anima Pellegrina.
Il racconto
«Non ho scelto questo lavoro, è lui che ha scelto me». Perché questa è una storia di viaggi, di caduta e rinascita. «Non ho nonne che cucivano, non sono figlia di sarti. Invece fin da bambina sognavo di viaggiare. Così ho deciso presto di fare l’assistente di volo». E decisamente non ama ciò che è facile: «Io sono di qui e ho dovuto cambiare città, studiare tanto. Ma ogni giorno potevo vedere un posto diverso. Sembrava tutto un bellissimo sogno, ho lavorato per varie compagnie, l’ultima Air Italy».
Il licenziamento
E il sogno s’interrompe un giorno, bruscamente. Air Italy è fallita nel 2020. E tanti dipendenti hanno perso le ali. «Ho provato tanta delusione, anche perché ci era voluto molto studio per arrivare fin lì. Ma non volevo cadere nel buio, ho cercato qualcosa di nuovo. Mi sono iscritta ai corsi regionali ed è nato un amore. Prima col cucito, stoffa, gonna. Poi col corso di pelletteria. Dopo qualche tempo ho aperto il laboratorio, anche grazie al supporto di mio marito Carlo nella parte burocratica».
La rinascita
Il nome d’arte «l’ho scelto perché anche tra le quattro mura del mio laboratorio, resto una viaggiatrice. E i clienti portano in giro le mie creazioni, mi mandano le foto, e mi sembra un po’ di viaggiare con loro». Come artigiana sa spaziare: «Lavoro pelli, stoffe, faccio tutto, da bracciali, a buste, a valigette». Indica due cartelle: «Queste le ho fatte con una tecnica che ho appena studiato. Cerco di imparare sempre qualcosa. A volte combino stoffa e pelle. O decoro le mie creazioni. Ho solo una regola: usare materiali unicamente naturali, niente plastiche. E uso anche gli scarti, niente sprechi». La parte più difficile? «Quando sminuiscono il lavoro d’artigiano, o ti chiedono sconti”. La più bella? «Quando mi scelgono».
Artigiana per amore
E questo lavoro l’ha portata a riflettere: «Mi ha insegnato a fermare il tempo. Prima andavo sempre di corsa. Qui se vai veloce fai male. Ti aiuta a riconnetterti con te stessa. Ho imparato a non cadere davanti a un errore. Se sbagli devi ricominciare da capo». Un obiettivo per il futuro? «Far conoscere l’artigianato. È speciale, meraviglioso».



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