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22.2.26

le favole esistono Tomasoni, argento con il casco con il sole e la dedica a Matilde Lorenzi., Johannes Hoesflot Klaebo ottiene una vittoria completa alle Olimpiadi di Milano-Cortina: 6/6 medaglie d'oro ., Sturla Holm Laegreid, il "biatleta infedele", torna a casa con cinque medaglie ma nessuna d'oro, eguagliando un record di 102 anni., anche un bronzo può essere come un oro il caso di Sofia Goggia






Tomasoni, un sole sul casco in ricordo della fidanzata Matilde Lorenzi

Federico Tomasoni sale sul podio olimpico con un argento che pesa molto più di una medaglia. A Livigno, sotto la fitta nevicata della pista di skicross, il 28enne bergamasco di Castione della Presolana conquista il secondo posto al fotofinish, superando per appena due centimetri lo svizzero Alex Fiva e chiudendo alle spalle del compagno di squadra Simone Deromedis, oro iridato. Una doppietta tutta azzurra che però, per Tomasoni, è innanzitutto un gesto d’amore e di memoria.Sul casco di Tomasoni, in mezzo alla bufera di neve, spicca un sole: è il simbolo della fondazione Matildina4Safety, creata dalla famiglia di Matilde Lorenzi per promuovere la sicurezza nello sci dopo la sua scomparsa. La sciatrice azzurra, fidanzata di Federico, è morta il 28 ottobre 2024 a 19 anni in seguito a una caduta durante un allenamento di gigante in Val Senales. Quel sole non è un semplice logo, ma una dedica silenziosa, un modo per “portarla con sé” in pista, come ha ripetuto più volte l’atleta nei giorni che hanno preceduto la finale.Al termine della gara, con l’argento al collo, Tomasoni manda un bacio verso il cielo, un gesto che in molti hanno interpretato come un saluto diretto a Matilde. In passato, sui social, l’azzurro aveva scritto “Sarai per sempre il mio sole”, parole che oggi si materializzano proprio su quel casco e su quella medaglia. L’argento diventa così una medaglia “per due”: per Federico che lotta per un sogno personale e per Matilde, che resta al centro del suo percorso sportivo e umano.

Video correlato: Tomasoni e l'argento dopo la perdita della sua Matilde Lorenzi: "Il destino" (La Gazzetta dello Sport)

Una medaglia che unisce risultato sportivo e memoria, trasformando un casco colorato in un simbolo di lotta, resilienza e amore.

Tomasoni commosso per Matilde: "Le favole esistono"

"Avevo immaginato questo momento, le favole esistono", dice Federico in conferenza stampa.  "Portare il sole sul casco (per ricordare la fondazione dedicata a Matilde, ndr) e' una cosa in piu' e per realizzare quello che e' successo ci vorra' un po' di tempo". 


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Una delle grandi storie dei Giochi Olimpici Invernali 2026 a Milano-Cortina è stata vedere lo sciatore norvegese Johannes Høsflot Klæbo fare la storia con un record di più medaglie d'oro olimpiche vinte da un solo atleta ai Giochi Olimpici Invernali, guadagnandogli di fatto il

titolo di olimpionico di maggior successo di tutti i tempi.Ha raggiunto il record con la sua quarta medaglia d'oro la scorsa settimana, la nona assoluta, superando i suoi connazionali norvegesi Emil Iversen, Martin Løwstrøm Nyenget ed Einar Hedegart, tutti vincitori di un massimo di otto medaglie d'oro in carriera.Klaebo ha raggiunto il traguardo, lo ha superato e ha portato ancora più avanti sabato 21 febbraio, penultimo giorno della competizione, dove ha vinto la sua ultima medaglia d'oro nella gara di cross-country con partenza di massa di 50 km. La medaglia d'argento e di bronzo sono state anch'essi per il norvegese Martin Loewstroem Nyenget e il bronzo di Emil Iversen.

L'incredibile successo di Johannes Hoesflot Klaebo alle Olimpiadi

In totale, Klaebo ha vinto sei medaglie d'oro a Milano-Cortina, essendo campione in ogni gara a cui ha partecipato quest'anno, diventando il primo atleta a vincere sei ori in una sola edizione dei Giochi Invernali e il primo a vincere tutte e sei le gare di corsa campestre in una sola edizione.In totale, Klaebo ha vinto 12 medaglie olimpiche: sei ori a Milano Cortina 2026, due oro, un argento e un bronzo a Pechino 2022, e tre ori a Pyeongchang 2018.Per dare un'idea, se contiamo anche le Olimpiadi estive, solo il nuotatore Michael Phelps ha vinto più medaglie d'oro di Klaebo, 23 anni.


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Sturla Holm Laegreid, il "biatleta infedele", torna a casa con cinque medaglie ma nessuna d'oro, eguagliando un record di 102 anni

Il biatleta norvegese Sturla Holm Laegreid è diventato uno dei protagonisti indesiderati dei Giochi Olimpici Invernali 2026 a Milano-Cortina, quando ha confessato la sua relazione in diretta televisiva subito dopo aver vinto una medaglia di bronzo, piangendo dopo aver perso l'amore della sua vita perché l'aveva tradita. È diventato uno degli argomenti più discussi all'inizio dei Giochi, e in seguito si è scusato, principalmente con la sua ex fidanzata ma anche con il suo compagno norvegese che ha vinto l'oro in quella gara, oscurando la sua vittoria e il messaggio dedicato a un compagno di squadra defunto con la sua storia.Laegreid, tuttavia, divenne uno degli atleti di maggior successo dei Giochi, vincendo cinque medaglie, anche se nessuna d'oro: bronzo nei 10 km sprint e 20 km individuali e argento nell'inseguimento 12,5 km, partenza in massa sui 15 km e staffetta 4x7,5 km.Laegried contribuì al grande totale di 40 medaglie d'oro della Norvegia, guidando la classifica delle Olimpiadi invernali con 18 medaglie d'oro. Nonostante il risultato oggettivamente molto riuscito di vincere cinque medaglie, la mancanza d'oro lo fa diventare il più decorato olimpionico invernale a non vincere una medaglia d'oro dai tempi del norvegese Roald Larsen nel 1924.

I Giochi Olimpici furono una distrazione per Laegreid, che soffriva dopo il suo imbroglio

Dopo Giochi così movimentati, Laegreid ha detto che non vede l'ora di tornare a casa. "È stato anche un po' bello essere qui nella bolla, non pensare davvero alla vita reale, e davvero, sai, decidere quali pensieri voglio avere, con chi voglio stare", ha detto a Reuters.Laegreid ha detto prima di confessare la sua relazione che era stata "la settimana peggiore della sua vita" e che aveva "medaglia d'oro nella vita", ma l'aveva persa.



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Sofia Goggia ha centrato alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 la sua terza medaglia olimpica in carriera: dopo l’oro di Pyeongchang e l’argento a Pechino è arrivata la medaglia di bronzo sulle nevi di Cortina. L’Azzurra in un’intervista a marieclaire.it ha parlato un’ultima volta dei Giochi, prima di affrontare l’ultima parte di stagione che la vede ancora in lizza per una coppa di specialità.“A livello sportivo mi sono giocata la medaglia in tre discipline. Ho portato a casa un bronzo in discesa, in una gara estremamente difficile per quello che è successo – la caduta di Lindsey Vonn, i lunghi minuti di attesa prima della mia partenza, la tensione che si accumula. In Super G stavo sciando veramente forte, ero in vantaggio, poi sono uscita: mi sono impigliata in una porta e a quelle velocità basta un attimo. In gigante, infine, ho fatto uno dei miei migliori risultati degli ultimi anni, ma sono rimasta a due decimi e mezzo dalla medaglia, con dieci atlete racchiuse in quel piccolo distacco. Forse qualcuno si aspettava di più, però io mi sono giocata fino in fondo tutte e tre le possibilità”.
Sofia è andata a medaglia in tre Olimpiadi consecutive, un risultato storico per lo sci azzurro, e la bergamasca lo rivendica: “È qualcosa di storico, grandioso. Magari tanti pensano che la Goggia sia un
po’ stata deludente perché chiaramente quando sei forte tutti si aspettano che tu vinca, e portare a casa “solo” un bronzo quando potevi essere in lizza per due medaglie d’oro in due discipline diverse sembra poco agli occhi dei più. Però, per quelle che erano le situazioni contingenti, è stato già bello riuscire a portare a casa quella medaglia”.
Goggia spiega di non aver sentito molta tensione in questi Giochi: “Devo dire che è stata un’Olimpiade dove non ho sentito pressione. Però l’ho sentita prima, quando a ottobre già tutti mi chiedevano e facevano domande inerenti a questo evento a cinque cerchi”.
“Nonostante avessi gli occhi puntati addosso, non ho minimamente pensato alle pressioni. Ero molto concentrata su di me, a provare a mettere il meglio di me stessa in pista”.

21.2.26

Dorothea Wierer: la festa azzurra al traguardo e passerella finale ai Giochi di Milano Cortina 2026 . Chiudere con tutto l'affetto del pubblico vale più di qualsiasi medaglia.



Una gara quella di Dorothea Wierer combattuta fino alla fine e che ha fatto sperare e sognare un finale con medaglia.
Seppur evidentemente emozionata, l’azzurra ha iniziato la gara con un ottimo passo. Grazie a un primo poligono perfetto e rapido si porta subito in seconda posizione, in lotta con le avversarie più attese. Con un errore sia al secondo che al terzo poligono, Wierer perde qualche posizione e dopo tre quarti di gara si trova al 10° posto, a 29 secondi di distacco dalla leader della gara.
L’ultimo poligono fa la differenza, un poligono alla Dorothea: rapido e preciso, guadagna diverse posizioni e si porta al 5° posto, a 11 secondi dalla vittoria e a 6 dal podio. Un poligono, quest'ultimo, che ha fatto sognare tutti i tifosi sugli spalti, speranzosi di vedere la regina del biathlon sul podio Olimpico nella sua ultima occasione.
Non riesce l’impresa e l’azzurra chiude al quinto posto, ma il tifo non si placa. Quando Wierer taglia il traguardo, le migliaia di tifose e tifosi sugli spalti, le avversarie già arrivate al traguardo e tutti gli addetti ai lavori a bordo pista si fermano per applaudire la Campionessa di casa.
“È stata una gara emozionante, bella e impegnativa. Sono veramente felice, non pensavo di ricevere così tanto affetto da parte del pubblico e da tutta la gente qui”, ha dichiarato Wierer a Olympics.com. “È stato bello combattere ancora fino all'ultimo con le migliori. Ho cercato di concentrarmi al massimo, sapevo che sarebbe stata dura e difficile, però credo che due errori oggi non fossero male. Avevamo ottimi sci oggi. Sono contenta, un quinto posto per finire la carriera non è male”.
Al termine della gara, la squadra italiana ha atteso Wierer al traguardo e le ha consegnato un grande bouquet di fiori. Allenatori, tecnici e compagne di squadra erano pronti a rendere omaggio a quella che per tanti anni è stata la punta di diamante azzurra.
Quando ormai tutte le atlete avevano raggiunto la fine della gara, Wierer e la tedesca Franziska Preuss, anche lei all’ultimo atto della sua carriera, hanno deliziato il pubblico e tutti i presenti facendo un ultimo sprint una contro l’altra come giro d’onore davanti ai propri f
Chiudere con tutto l'affetto del pubblico vale più di qualsiasi medaglia.”





Franziska Preuss e Dorothea Wierer insieme al traguardo dopo la gara della mass start femminile di Milano Cortina 2026. Le due atlete, entrambe all'ultima gara della carriera, hanno deliziato il pubblico di Antholz-Anterselva con uno sprint davanti ai tifosi dopo il termine della competizione....Leggi di più
La festa continua: la notte di Dorothea Wierer con la comunità di Antholz-Anterselva e non solo
La festa non si è fermata alla Antholz-Anterselva Biathlon Arena. Dopo aver fatto interviste, foto e autografi tutto il pomeriggio sotto la neve, Dorothea Wierer ha continuato a festeggiare con i tifosi e le tifose del biathlon locali e non solo.
Nell’area dedicata ai fan allestita appositamente per tutti i giorni di gara, si è continuato a celebrre la Campionessa per tutta la sera. Appassionati e appassionate di tutte le nazionalità hanno aspettato Wierer: emozionata e commossa nel vedere un video degli highlights della propria carriera sportiva da quando era bambina ai successi Olimpici, iridati e in Coppa del mondo, ha ringraziato i fan per il tanto supporto ricevuto negli anni. Il tutto mentre i tifosi intonavano cori al suon di Doro, Doro, Doro.
Ma quali sono i ricordi più belli della carriera, secondo Dorothea Wierer?
“Tantissimi, sono troppi anni che sono qua [dice ridendo]. Sicuramente la prima medaglia a Sochi 2014 è stata quella più inaspettata, dove poi appunto è cominciato tutto il mio percorso. Ho avuto la fortuna di festeggiare tantissimi successi. Non solo da sola, ma anche ai miei compagni e alla squadra. Sono troppi i giorni belli per essere elencati tutti”.



Dorothea Wierer festeggia con famiglia, amici e tifosi la fine della sua carriera


Il palmarès di Dorothea Wierer: la carriera della biathlon queen italiana



Come il curling unisce le persone di Livigno anche senza medaglie









Camminando la sera lungo via Ostaria, nella parte nord di Livigno, si può ascoltare un suono inatteso.
Una sorta di paff, o puck, o stonk. Alcune persone, poi, si sentono in lontananza: gioiscono, urlano, a volte si arrabbiano.
A Livigno, infatti, si sta giocando un torneo amatoriale di curling molto sentito dalla gente del posto. È giunto alla quinta edizione, coinvolge ben 48 squadre e tra le giocatrici c’è anche la madre di Jole Galli, la stella dello ski cross femminile italiano nata e cresciuta a Livigno.



N.b  non riesco ad estrapolare il video da  lo trovate qui Come il curling unisce le persone di Livigno (olympics.com)




Spesso si gioca fino a notte fonda e sull’adiacente pista ghiacciata si allenano anche squadre locali di hockey su ghiaccio. E mentre si gioca, si ascolta la musica: gli altoparlanti dello stadio del ghiaccio suonano “Con il nastro rosa” di Lucio Battisti, “Caruso” di Lucio Dalla e altri grandi classici italiani.
Ogni sera, a pochissima distanza dal Livigno Snow Park e dal Livigno Aerials & Moguls Park, in cui si tengono le gare Olimpiche di snowboard e sci acrobatico, questo torneo di curling è l’ennesima dimostrazione di quanti sport diversi si possano fare nella località dell’Alta Valtellina.
Soprattutto, per le persone del posto è un modo per ritrovarsi e passare qualche ora allegra in compagnia. Un modo per fare sport dal basso, per fare beneficenza e ricordare un amico che non c’è più.

Cerno si e Angela no . i servizievoli vengono premiati i neutrali o non affiliati rimangono precari quando va bene

Alberto Angela è senza contratto con la Rai da mesi. E secondo La Stampa, proprio la Rai starebbe pensando di tagliare i suoi programmi (Ulisse, Noos, Passaggio a Nord Ovest) perché preoccupata dai costi.
Dai costi.
Stiamo parlando del più grande divulgatore della televisione italiana. L’uomo che porta milioni di persone davanti allo schermo per guardare la Cappella Sistina invece del Grande Fratello.
L’unico capace di far fare ascolti a un documentario sull’Impero Romano alle nove di sera.
Quello che ha ereditato da suo padre Piero non solo il mestiere ma la capacità di far sentire intelligenti gli italiani.
Ecco, quell’uomo non ha un contratto con la Rai.
Da mesi. E la Rai vuole tagliarlo. Per i costi.
La situazione, dicono le voci da viale Mazzini, assomiglia sempre più a quella che precedette l’uscita di Fabio Fazio.
Ora, facciamo il punto.
Paolo Petrecca, che ha scambiato San Siro per lo Stadio Olimpico e la presidente del CIO per la figlia di Mattarella, è stato per mesi il direttore di RaiSport. Prima ancora dirigeva RaiNews24, dove mandava in onda assoluzioni inventate e apriva i telegiornali col festival di Pomezia al posto delle elezioni francesi. Due redazioni lo hanno sfiduciato. La Rai lo ha promosso.
Tommaso Cerno, direttore del Giornale di proprietà Berlusconi, già opinionista e co-conduttore a Domenica In, sta per ottenere una striscia quotidiana su Rai 2 da 848mila euro. Undicimila euro a puntata.
Ricapitolando: alla RAI i soldi ci sono per Cerno, ci sono per Petrecca, ma per Alberto Angela il contratto può aspettare.
 Funziona così, nella Rai , e con questo governo è peggiorato . Infatti se sei utile alla propaganda, ti danno un programma. Se sei utile al Paese, ti lasciano senza contratto e possibilmente ti spingono alla porta.  ecco quindi che  Telemeloni impone i Petrecca e strapaga 848.000 euro (!!!!) di soldi pubblici giornalisti graditi come Tommaso Cerno, c’è un fuoriclasse in Rai che da mesi è ancora senza un contratto ed è costretto a lavorare di fatto da precario, passando da un gettone all’altro per programmi che da soli tengono sulle spalle il peso della cultura e degli ascolti del Servizio Pubblico.
Alberto Angela, uno dei più grandi patrimoni della televisione pubblica, jche  a differenza  di altri   non  ha  abbandonato  la  rai  per passare  alle  private ,   eppure nessuno ancora ai vertici Rai lo ha chiamato per proporgli un nuovo contratto, come ha denunciato il Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza Rai.
"Come è possibile che si invochino costantemente risparmi su tutto e che si sia addirittura nella condizione di avere un personaggio come Alberto Angela senza contratto, o programmi come quello di Mario Tozzi in bilico, e poi si buttino dalla finestra tutti questi soldi?"
Avanti di questo passo, riusciranno nell’impresa (voluta?) di perdere, dopo Fazio, Littizzetto e Augias, un altro fuoriclasse come Alberto Angela.
Uno che, quando è arrivato in visita Re Carlo ai Fori Imperiali, ha fatto da Cicerone in inglese per la stima che hanno di lui, relegando il ministro alla Cultura Giuli al ruolo di comprimario.
E chissà che qualcuno non se la sia legata al dito, conoscendoli.
A prescindere dai perché e i per come, solo una Rai culturalmente e politicamente in macerie può anche solo rischiare di perdere il più grande divulgatore culturale, televisivo e scientifico che abbiamo nel nostro Paese.
Teniamocelo stretto. 

Sul podio dei Giochi l’affidabilità dell’italia Una volta ancora noi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva sembrare una crisi in una festa

 

Sul podio dei Giochi l’affidabilità dell’italia

Una volta ancora noi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva sembrare una crisi in una festa

Www.corriere.it
 

Il sole splende sopra Milano, il cielo prova la primavera, il Monte Rosa brilla tra i grattacieli che alcuni criticano, ma tutti fotografano. I Giochi invernali si avviano alla conclusione, e producono uno strano impasto di orgoglio e malinconia.

Goffredo Parise, forse, l’avrebbe definito «un sentimento italiano senza nome». Teniamolo così: anonimo, ma impossibile da ignorare. Le Olimpiadi, come e forse più di ogni grande evento, lasciano vagamente storditi, quando se ne vanno. I XXV Giochi invernali di Milanocortina non fanno eccezione. L’impressione, a caldo, è che siano stati importanti: per Milano, per Cortina, per il nostro turismo invernale; per l’italia tutta. Dopo le perplessità iniziali — dichiarate quelle internazionali, silenziose le nostre — ammettiamolo: non abbiamo ammirato solo le prove degli atleti, ma anche lo spettacolo, l’organizzazione, la logistica.

Lo abbiamo scritto nel giorno dell’apertura: per un giudizio complessivo, occorre aspettare. Bisogna capire quanto abbiamo speso (al di là del contributo del Comitato olimpico internazionale, degli sponsor e degli incassi). Quanto si riveleranno utili le novantotto grandi opere accelerate dai Giochi. Quando le strutture olimpiche saranno disponibili per studenti, cittadini e sportivi. Questa Olimpiade, per esempio, ci ha ricordato la necessità — anzi, la voglia — di dotare Milano di strutture permanenti per gli sport sul ghiaccio.

Ma un’olimpiade, dovremmo averlo capito, non è solo un evento sportivo. È un fenomeno nazionale e internazionale. Il Paese ospitante spende soldi ed energie, non c’è dubbio; ma guadagna reputazione e autostima. Per questo i tentativi di sabotaggio violento dei Giochi sono risultati patetici e inefficaci: la quasi totalità degli italiani non li condivideva.

E poi c’è il mondo, che per quindici giorni intende mostrarsi migliore di quanto sia. Competitivo, ma leale; diverso, ma consapevole; del tutto indifferente al colore della pelle. Tutto ciò, per alcuni, rappresenta una colossale ipocrisia. Per altri — ci iscriviamo a questo partito — è invece un’illusione. Ingenua, forse; ma terapeutica.

Non sono tempi facili. Ma, una volta ancora, noi italiani siamo riusciti a trasformare una crisi in una festa: nessuno ci batte in questo sport, d’estate e d’inverno. Le imperfezioni ci sono state, certo. Ma chi ha seguito le Olimpiadi — da vicino o da lontano — sembra soddisfatto. I media internazionali, per una volta, sono unanimi: promossi a pieni voti. Potrebbe addirittura accadere che, d’ora in avanti, il New York Times smetta di aggiungere, quando cita Cortina d’ampezzo, a small Alpine town in northern Italy (una piccola città alpina nell’italia del nord).

Scandinavi reduci dall’hockey a Santa Giulia; americani di ritorno dal pattinaggio di velocità a Rho; asiatici entusiasti del pattinaggio di figura ad Assago; europei saliti a Cortina, a Bormio, a Livigno; le tribune internazionali del biathlon; gli stranieri che hanno seguito i Giochi in televisione: tutti contenti e un po’ stupiti. La contentezza ci inorgoglisce, ma lo stupore — diciamolo — non ci stupisce. Esiste, purtroppo, una presunzione di inaffidabilità che noi italiani ci portiamo dietro. Milano-cortina 2026 — non c’è dubbio — contribuisce a smontarla.

Queste sono, infatti, le occasioni per cambiare la percezione dell’italia nel mondo. Se la politica non segnerà uno dei suoi periodici autogol, potremmo riuscirci. Le molte medaglie vinte — a cominciare da quelle, magnifiche e stoiche, di Federica Brignone — sono entusiasmanti, ma altrettanto importante è l’impressione globale lasciata da questa Olimpiade: un ricevimento offerto dall’italia al mondo, che ha gradito. A proposito: speriamo che Donald Trump ci ripensi, e resti a casa. La sua presenza a Milano (finale di hockey maschile) e a Verona (cerimonia di chiusura), quasi certamente, porterebbe qualche nostro rappresentante a imbarazzare sé stesso, e un po’ anche noi.

È un peccato che la tregua olimpica non sia stata rispettata: in Ucraina e in Medio Oriente non è cambiato niente (anzi intorno all’iran i venti di guerra aumentano). Dobbiamo accontentarci della piccola tregua mentale offerta ad almeno due miliardi di persone: di questi tempi, non è poco. In attesa delle Paralimpiadi, domani sera nell’arena di Verona si spegnerà la fiaccola olimpica, e riprenderà il rumore delle armi. Che non ha mai smesso. Ma noi, per quindici giorni, ci siamo illusi di non doverlo sentire mai più.

Achille Polonara, «Ero guarito e arrivò la leucemia: in quel momento pensai al suicidio, fu mia moglie Erika a fermarmi Ce l’ho fatta, ma non sono un eroe»


(foto Foddai/ Ciamillocastoria)
Ovazione Achille Polonara, 34 anni, nel palazzetto di Sassari risponde al saluto dei suoi tifosi

Achille Polonara, la prima domanda è d’obbligo. Come sta? «Sto bene. Naturalmente questi mesi mi hanno un po’ segnato. Capisci varie cose. Per esempio, che tantissime persone mi sono state vicine».

Essere Achille Polonara oggi non è facilissimo. Hai tutto, una moglie innamorata, due figli tenerissimi. Sei un cestista di talento, Virtus Bologna, Nazionale. Poi, a nemmeno 34 anni, ti becchi due sfondamenti da paura. Un tumore al testicolo, chemio e rapida ripresa. Torni in campo tra gli applausi e dopo un paio di mesi quella che nasce come una banale febbriciattola diventa una leucemia mieloide acuta. Trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, un coma di cinque giorni, una trombosi.

Oggi Achi può sorridere, spera che il peggio sia passato e accarezza il sogno di tornare sul parquet. Volendo, è tesserato per la Dinamo Sassari. «Ma in questo momento vedo il basket non come una professione ma come un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi».

Si sente pronto?

«Mi manca un’operazione». In che senso?

«Lunedì mi chiudono un foro nel cuore con uno strumento chiamato ombrellino».

Questa ci mancava.

«Sì, ma dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute».

I tifosi la aspettano.

«Ho visto cose molto belle, gli striscioni dei giocatori di Baskonia, Zalgiris, Fenerbahçe, di diverse squadre italiane. Gli applausi dei tifosi, anche avversari. In tanti mi fermano per strada per sapere come sto, e questo affetto mi fa molto piacere».


A Sassari lo speaker l’ha chiamata «guerriero».«Sì, ma vorrei precisare una cosa. Ci tengo».

Prego.

«Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico».

Il coma è stato il momento più drammatico della sua,

chiamiamola così, avventura?

«Decisamente. Mi stavano togliendo un sondino per rimandarmi a casa dall’ospedale, ho cominciato a tossire convulsamente, ad agitarmi. Ho perso conoscenza da solo, nessun coma farmacologico».

C’è quella telefonata, poi mandata in onda, di sua moglie Erika a Nicolò Devitiis, vostro amico e conduttore delle Iene, che con voce tremante diceva «Ciao Nico’, Achille ieri è andato in coma. Ci sono poche speranze».

«Diciamo che ho fatto preoccupare un po’ di gente...». Ricorda qualcosa?

«In quei cinque giorni sono venuti a trovarmi in tanti, ma io sentivo solo mia moglie».

La voce di sua moglie e una canzone, pare.

«Sì. Questa domenica di Olly, una canzone che ascoltavo in ospedale quando stavo da solo e mi faceva commuovere. Quando Erika l’ha messa ho cominciato a piangere. Allora lei giustamente mi diceva “però se devi piangere la tolgo...” ma io mi innervosivo perché volevo che continuasse a metterla, mi agitavo, si alzavano i valori e le macchine a cui ero attaccato suonavano».

Poi finalmente il risveglio.

«È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito. Poi ci ho messo un po’ di giorni per rimettere a posto i mattoni della casa. Svalvolavo un po’, non mi ricordavo quand’era nata mia figlia...».

Ripartiamo dall’inizio. Come si sente un atleta di 34 anni, campione di basket?

«Invincibile. In vita mia non ho mai avuto nulla di nulla, nemmeno un intervento».

E come è cambiato tutto? «Con un controllo antidoping di routine».

Pensava di essere positivo?

«Avevo già fatto un controllo durante i Mondiali nelle Filippine: tutto ok. Questa volta invece ricevo ai primi di ottobre una mail dalla Procura federale antidoping in cui mi dicono che ho i valori di questo HCG troppo alti e devo dimostrare se provengono dal mio corpo o da un corpo estraneo. Ho pensato: avrò usato creme che non dovevo usare?».

Lei non sospettava nulla?

«Io ho controllato su internet perché ricordavo che i valori dell’hcg riguardavano le donne incinte. Allora scrivo: “HCG sugli atleti” e mi esce il caso di Acerbi. Tumore al testicolo. Facendo due più due, combaciava tutto».

E a quel punto?

«Mi è crollato il mondo addosso. La parola “tumore” fa paura. Subito la associ a un’altra parola: “morte”. Il secondo pensiero è stato: “ho chiuso con il basket”. Quando però mi è stato detto che facendo le cure necessarie avrei avuto il 3 per cento di possibilità di recidiva mi sono rasserenato. Ho affrontato la chemio, ho sopportato le nausee».

È guarito. Ed è tornato in campo, senza capelli.

«E l’ho patito tantissimo. Per assurdo, tutti mi dicevano “stai affrontando una cosa delicata, che te ne frega se perdi i capelli?”. Ma per me che non mi ero mai visto con i capelli corti era un problemone».

Superato anche questo, i capelli sono ricresciuti. E Polonara era tornato a essere un giocatore importante.

«Sì, i dottori erano stupiti di una ripresa tanto veloce».

Ma dopo un paio di mesi è ricomparsa la febbre...

«La serie playoff contro Venezia. Il giorno prima di gara 3 mi ammalo e non dico niente, volevo giocare a tutti i costi. Gioco, sto malissimo, e dopo la partita mi misuro la febbre: 38.7. Salto un paio di partite, rientro ma gioco pochissimo. Nella semifinale con Milano mi sento debole, ho ancora la febbre e la sera prima di gara 3 in hotel chiamo il doc. Lui mi visita e dice: Achi, tu domani te ne torni a Bologna a fare un paio di esami».

Ed è arrivata la notizia?

«Non subito. Pensavano fosse mononucleosi. Poi mi facevano firmare fogli sull’hiv, e io mi chiedevo “ma che stanno cercando?”. Andavo in paranoia: avevo fatto un tatuaggio un mese prima, sarà mica quello? Fino a che, un mercoledì, l’ematologo mi dice: ci resta l’esame del midollo, avremo l’esito fra tre o quattro giorni. Ok, dico. E invece lo stesso pomeriggio sono entrati nella mia stanza cinque medici. Sembravano in difficoltà. La prima cosa che mi hanno detto è stata “non ci sono buone notizie”».

Leucemia mieloide acuta.

«Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato».

E come ha reagito?

«Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì: devi resistere per la famiglia, per i bambini. Ma mi sono sentito spalle al muro con dieci bestioni che ti tengono fermo. Volevo scomparire. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre, o che pensino che papà non ci abbia almeno provato».

Oggi però è qui. I capelli stanno ricrescendo di nuovo, sua moglie è qui con Vitoria e Achille junior. Ci sono tre cagnolini che le saltellano intorno. E lei ha ricominciato ad allenarsi. Ne ha fatta di strada.

«Tanta, e come persona sono ottimista. Ma è chiaro che tutto questo mi spaventa».

Si sente come se avesse una spada di Damocle che le pende sulla testa?

«Preferisco non pensarci».

Si sente di fare progetti a lungo termine?

«Non ne ho mai fatti nella mia vita, ancora meno mi sentirei di farne ora. Preferisco scegliere obiettivi più vicini».

Il primo qual è?

«Non avere la recidiva».

Quanto è cambiato dopo queste esperienze?

«In qualcosa sono cambiato di sicuro».

In che cosa?

«Prima ero molto credente, adesso non lo sono più. Prima non c’era sera che non pregassi. Adesso onestamente non ci riesco. Nonostante gli amici mi dicano “dai, sei stato miracolato, forse da lassù qualcuno ti ha aiutato”. Ma è lo stesso qualcuno che mi ha fatto ammalare? Perché proprio a me? Io che ho sempre pregato...».

Il video di lei che torna a casa dall’ospedale, abbracciato da moglie e figli, è diventato virale oltre che commovente.

«Ogni tanto anche i social fanno cose buone...».

Lo rivede mai?

«Sì, mi capita di rivederlo. E lo confesso, ogni volta mi metto a piangere».

Achille Polonara: sono tornato ad allenarmi e a divertirmi con il basket. Prima ero molto credente, non lo sono più

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