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10.6.08

La rivincita di Cavallo Pazzo la terra sacra torna ai Sioux

da Repubblica — 09 giugno 2008 pagina 28 sezione: POLITICA ESTERA di vittorio zucconi

WASHINGTON Le terre di desolata e stupenda bellezza, dove tra resti fossili dei dinosauri crescono soltanto leggende di guerrieri e spettri di bambini uccisi, torneranno a essere abitate dai loro legittimi proprietari, da i nipoti di Nuvola Rossa, di Piccolo Grande Uomo e soprattutto dallo spirito di colui che su di esse regna e aleggia, da Cavallo Pazzo. Seicento chilometri quadrati di Badlands in South Dakota, di male terre impossibili da coltivare e difficilissime da attraversare per chi non ne conosca le trappole e i crepacci di sabbia, dove avvenne l' ultima strage di Oglala Sioux a Wounded Knee 118 anni or sono, saranno restituite dall' Esercito degli Stati Uniti che le aveva requisite come poligono di tiro per l' artiglieria, agli Oglala della riserva di Pine Ridge. E se nessun speculatore immobiliare, nessun costruttore di casinò o di parchi di divertimento progetta di invaderle con scavatrici e cemento, per la loro disabitata solitudine lontana da ogni città importante, per il consiglio degli anziani, riunito nella scuola elementare intitolata ovviamente a «Tasunka Uitko», a Cavallo Pazzo, la restituzione delle «cattive terre» è un piccolo, ma dovuto gesto di rispetto da parte dell' uomo bianco. Le «mauvaise terres», come le chiamarono i primi esploratori francesi, le «mako' shika» in lingua Lakota che significa la stessa cosa, non sono terre utili. Sono terre sacre. Terra santa, come le chiamerebbero le religioni dei bianchi. Ai piedi delle Montagne Nere, che proteggevano i territori di caccia degli Oglala Lakota, dei Sioux che galoppavano in queste prateria del Nord fino a quando i cercatori scoprirono sciaguramente oro nel suoi ruscelli, le Badlands sono una collezione di calanchi, vallette corrose, sabbia, creste taglienti e scarnificate dal tempo, dove vennero a morire milioni di dinosauri, prima che un migrante venuto dall' Asia vi mettesse piede diecimila anni or sono. Sotto quelle sabbie e protetto da quelle gole raschiate dal vento che al tramonto assumono colori che sbalordirono Fran Lloyd Wright alla sua prima visita («non credevo possibile che esistessero luoghi così stupefacenti»), riposano, in un luogo segreto e conosciuto soltanto agli sciamani e alle vecchie profetesse della nazione Sioux, le ossa dell' ultimo guerriero arreso ai soldati blu, dell' eroe che inflisse a Custer e all' arroganza del Settimo Cavalleria la tremenda lezione del Little Big Horn. Cavallo Pazzo. Nel 1942, subito dopo l' aggressione aeronavale dei giapponesi a Pearl Harbour, gli eredi in kaki dei soldati blu, la US Army, requisì le «Maleterre» per addestrare i suoi artiglieri. Ma da anni ormai sono state abbandonate e aggregate al sistema dei Parchi Nazionali, come altri celebri luoghi di turismo, il Parco di Yellowstone o i grandi Canyon del sud ovest, che in realtà erano tutti territori delle nazioni indiane e delle tribù. In questa landa, dove qualche raro ciuffo d' erba e cespuglio ostinato cresce fra l' argilla e le rocce e gli «alberi del cotone», i pioppi sui bordi dei pochi ruscelli, tenendo in vita una popolazione di piccoli roditori e di bellissime volpi dalla coda lunga, il passaggio degli accampamenti militari e dei pochi turisti che vi avventurano hanno lasciato le tracce della loro indifferenza. Bottiglie, lattine, piccozze, plastica, bossoli di proiettili d' artiglieria, carcasse di veicoli corrosi dal vento e dal sole, scavi per recuperare abusivamente ossa preistoriche e munizioni inesplose, abbandonate quando l' Esercito ha trovato altri poligoni d' addestramento. Fu qui, nel 1890, che l' ultima battaglia, in realtà un massacro, avvenne, quando i resti delle varie tribù della nazione Lakota, da tempo sterminate e domate, tentarono, nel villaggio di Wounded Knee, una manifestazione di protesta contro le autorità federali che volevano espellerli anche da quell' angolo di nulla a costringerli a chiudersi nelle riserve. Nella confusione, nella paura, e nel ricordo ancora bruciante e amaro della lezione inflitta da Sioux e Cheyenne a Custer e al Settimo Cavalleria vent' anni prima al Little Big Horn, la consegna dei fucili da parte degli indiani che pretendevano di essere pagati per le armi, divenne una sparatoria libera. Lasciò nella neve che copriva quel giorno la sabbia, più di 300 Lakota e 35 soldati, colpiti dal «fuoco amico» nella confusione e nel panico. Molti dei Minoconju e degli Hunkpapa, i Sioux che erano stati anni prima guidati a Toro Seduto, morirono assiderati, congelati come alpini italiani sul Don nel vento polare che d' inverno scende dal Canada su queste terre. Fra loro, l' ultimo capo dei Mineconjou, capo Grande Piede. Ma se il ritorno delle terre sacre ai legittimi eredi è una tarda riparazione storica alla litania di torti e di prepotenze fatte dagli invasori europei ai nativi, all' «ambientalismo dei parchi fatto a spese dei proprietari indiani» come dice l' etnologo dell' università di Brown Keith Janes, il dramma che questa restituzione apre è il classico di tutta la condizione degli Indiani che ancora vivono nelle riserve. I soldi. Bonificare, prendersi cura e aprire a un turismo controllato, guidato e rispettoso questi 600 km quadrati di nulla, costa soldi. E nelle scuola intitolata al cristo guerriero dei Sioux, a quel Cavallo Pazzo che «ancora vive con noi e un giorno tornerà a salvarci», come viene sussurrato ai bambini, William LaMont, uno dei leader dei circa 20 mila che vivono nella riserva, ha ammesso quello che tutti sanno: «Non abbiamo i mezzi per curare le Badlands e abbiamo bisogno dell' aiuto dell' uomo bianco e dei suoi soldi, se vogliamo riprenderle». Orgogliosi e nobili guerrieri da cent' anni trasformati in bambini bisognosi dell' elemosina di chi li ha ridotti così, per campare. Se campano, perchè è proprio fra i teen agers indiani, e soprattutto Sioux, che le statistiche registrano la massima incidenza di suicidi. Altri spettri fra gli spettri delle terre cattive.

se glòi url non si dovessero leggere andate qui sull'altro mio e nostro blog qui su

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Cavallo_Pazzo"
Bibliografia

* Stephen E. Ambrose. Cavallo Pazzo e Custer. BUR, 2000.
* Dee Brown. Seppellite il mio cuore a Wounded Knee. Mondadori, 2003
* Mari Sandoz. Cavallo Pazzo, lo "Strano Uomo" degli Oglala. Rusconi, 1999.
* Vittorio Zucconi. Gli Spiriti non dimenticano. Mondadori, 1998. ISBN 8804458240
* William Matson e Mark Frethem. "The Authroized Biography of Crazy Horse and His Family Part One; Creation, Spirituality, and the Family Tree". Crazy Horse family oral history. Reelcontact.com, 2006.

Siti

* Guerre indiane
* Crazy Horse memorial
* I ritratti degli indiani d'America
* (EN) http://www.native-languages.org/iaq21.htm
* www.farwest.it

Senza titolo 608

  VI PIACEVA PUPPY IL CANE FILOGUIDATO ?  :-)


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La rivincita di Cavallo Pazzo la terra sacra torna ai Sioux

“Se un giorno qualcuno vorrà ricordarmi, non avrà bisogno di riunirsi intorno a un catafalco funebre... Gli basterà volgere lo sguardo alle alture, alle valli, ai fiumi e ai boschi delle Black Hills. Io sarà là per sempre.”
Magico Vento riporta le parole di Cavallo Pazzo, n 101  pag.128. sotto    fra i link  un urlò con la scheda   un  la scheda di ubcfumetti  su questa  storia
                                                                                           da Repubblica — 09 giugno 2008   pagina 28   sezione: POLITICA ESTERA  di vittorio zucconi 



WASHINGTON  
Le terre di desolata e stupenda bellezza, dove tra resti fossili dei dinosauri crescono soltanto leggende di guerrieri e spettri di bambini uccisi, torneranno a essere abitate dai loro legittimi proprietari, da i nipoti di Nuvola Rossa, di Piccolo Grande Uomo e soprattutto dallo spirito di colui che su di esse regna e aleggia, da Cavallo Pazzo.
Seicento chilometri quadrati di Badlands in South Dakota, di male terre impossibili da coltivare e difficilissime da attraversare per chi non ne conosca le trappole e i crepacci di sabbia, dove avvenne l' ultima strage di Oglala Sioux a Wounded Knee 118 anni or sono, saranno restituite dall' Esercito degli Stati Uniti che le aveva requisite come poligono di tiro per l' artiglieria, agli Oglala della riserva di Pine Ridge. E se nessun speculatore immobiliare, nessun costruttore di casinò o di parchi di divertimento progetta di invaderle con scavatrici e cemento, per la loro disabitata solitudine lontana da ogni città importante, per il consiglio degli anziani, riunito nella scuola elementare intitolata ovviamente a «Tasunka Uitko», a Cavallo Pazzo, la restituzione delle «cattive terre» è un piccolo, ma dovuto gesto di rispetto da parte dell' uomo bianco. Le «mauvaise terres», come le chiamarono i primi esploratori francesi, le «mako' shika» in lingua Lakota che significa la stessa cosa, non sono terre utili. Sono terre sacre. Terra santa, come le chiamerebbero le religioni dei bianchi. Ai piedi delle Montagne Nere, che proteggevano i territori di caccia degli Oglala Lakota, dei Sioux che galoppavano in queste prateria del Nord fino a quando i cercatori scoprirono sciaguramente oro nel suoi ruscelli, le Badlands sono una collezione di calanchi, vallette corrose, sabbia, creste taglienti e scarnificate dal tempo, dove vennero a morire milioni di dinosauri, prima che un migrante venuto dall' Asia vi mettesse piede diecimila anni or sono. Sotto quelle sabbie e protetto da quelle gole raschiate dal vento che al tramonto assumono colori che sbalordirono Fran Lloyd Wright alla sua prima visita («non credevo possibile che esistessero luoghi così stupefacenti»), riposano, in un luogo segreto e conosciuto soltanto agli sciamani e alle vecchie profetesse della nazione Sioux, le ossa dell' ultimo guerriero arreso ai soldati blu

dell' eroe che inflisse a Custer e all' arroganza del Settimo Cavalleria la tremenda lezione del Little Big Horn. Cavallo Pazzo. Nel 1942, subito dopo l' aggressione aeronavale dei giapponesi a Pearl Harbour, gli eredi in kaki dei soldati blu, la US Army, requisì le «Maleterre» per addestrare i suoi artiglieri. Ma da anni ormai sono state abbandonate e aggregate al sistema dei Parchi Nazionali, come altri celebri luoghi di turismo, il Parco di Yellowstone o i grandi Canyon del sud ovest, che in realtà erano tutti territori delle nazioni indiane e delle tribù. In questa landa, dove qualche raro ciuffo d' erba e cespuglio ostinato cresce fra l' argilla e le rocce e gli «alberi del cotone», i pioppi sui bordi dei pochi ruscelli, tenendo in vita una popolazione di piccoli roditori e di bellissime volpi dalla coda lunga, il passaggio degli accampamenti militari e dei pochi turisti che vi avventurano hanno lasciato le tracce della loro indifferenza. Bottiglie, lattine, piccozze, plastica, bossoli di proiettili d' artiglieria, carcasse di veicoli corrosi dal vento e dal sole, scavi per recuperare abusivamente ossa preistoriche e munizioni inesplose, abbandonate quando l' Esercito ha trovato altri poligoni d' addestramento. Fu qui, nel 1890, che l' ultima battaglia, in realtà un massacro, avvenne, quando i resti delle varie tribù della nazione Lakota, da tempo sterminate e domate, tentarono, nel villaggio di Wounded Knee, una manifestazione di protesta contro le autorità federali che volevano espellerli anche da quell' angolo di nulla a costringerli a chiudersi nelle riserve. Nella confusione, nella paura, e nel ricordo ancora bruciante e amaro della lezione inflitta da Sioux e Cheyenne a Custer e al Settimo Cavalleria vent' anni prima al Little Big Horn, la consegna dei fucili da parte degli indiani che pretendevano di essere pagati per le armi, divenne una sparatoria libera. Lasciò nella neve che copriva quel giorno la sabbia, più di 300 Lakota e 35 soldati, colpiti dal «fuoco amico» nella confusione e nel panico. Molti dei Minoconju e degli Hunkpapa, i Sioux che erano stati anni prima guidati a Toro Seduto, morirono assiderati, congelati come alpini italiani sul Don nel vento polare che d' inverno scende dal Canada su queste terre. Fra loro, l' ultimo capo dei Mineconjou, capo Grande Piede. Ma se il ritorno delle terre sacre ai legittimi eredi è una tarda riparazione storica alla litania di torti e di prepotenze fatte dagli invasori europei ai nativi, all' «ambientalismo dei parchi fatto a spese dei proprietari indiani» come dice l' etnologo dell' università di Brown Keith Janes, il dramma che questa restituzione apre è il classico di tutta la condizione degli Indiani che ancora vivono nelle riserve. I soldi. Bonificare, prendersi cura e aprire a un turismo controllato, guidato e rispettoso questi 600 km quadrati di nulla, costa soldi. E nelle scuola intitolata al cristo guerriero dei Sioux, a quel Cavallo Pazzo che «ancora vive con noi e un giorno tornerà a salvarci», come viene sussurrato ai bambini, William LaMont, uno dei leader dei circa 20 mila che vivono nella riserva, ha ammesso quello che tutti sanno: «Non abbiamo i mezzi per curare le Badlands e abbiamo bisogno dell' aiuto dell' uomo bianco e dei suoi soldi, se vogliamo riprenderle». Orgogliosi e nobili guerrieri da cent' anni trasformati in bambini bisognosi dell' elemosina di chi li ha ridotti così, per campare. Se campano, perchè è proprio fra i teen agers indiani, e soprattutto Sioux, che le statistiche registrano la massima incidenza di suicidi. Altri spettri fra gli spettri delle terre cattive.

 




Bibliografia




  • Stephen E. Ambrose. Cavallo Pazzo e Custer. BUR, 2000.

  • Dee Brown. Seppellite il mio cuore a Wounded Knee. Mondadori, 2003

  • Mari Sandoz. Cavallo Pazzo, lo "Strano Uomo" degli Oglala. Rusconi, 1999.

  • Vittorio Zucconi. Gli Spiriti non dimenticano. Mondadori, 1998. ISBN 8804458240

  • William Matson e Mark Frethem. "The Authroized Biography of Crazy Horse and His Family Part One; Creation, Spirituality, and the Family Tree". Crazy Horse family oral history. Reelcontact.com, 2006.



Siti


fumetti
www.ubcfumetti.com/magicovento/


fra il serio e il faceto riflessioni sull'universo





Sherlock Holmes e il Dr. Watson vanno in campeggio.
Dopo una buona cena
ed una bottiglia di vino, entrano in tenda e si mettono a dormire.
Alcune ore dopo, Holmes si sveglia e, col gomito, sveglia il suo fedele
amico:
'Watson, guarda verso il cielo e dimmi cosa vedi... '

Watson
replica: 'Vedo milioni di stelle'.

Holmes: 'E ciò, cosa ti induce a
pensare?'

Watson pensa per qualche minuto: 'Dal punto di vista
astronomico, ciò mi dice che ci sono milioni di galassie e,
potenzialmente, miliardi di pianeti. Dal punto di vista astrologico,
osservo che Saturno è nella costellazione del Leone. Dal punto di vista
temporale, deduco che sono circa le 3 e un quarto di notte. Dal punto
di vista teologico, posso vedere che Dio è potenza e noi siamo Solo
degli esseri piccoli ed insignificanti. Dal punto di vista
meteorologico, presumo domani sia una bella giornata.

Invece lei cosa
ne deduce Holmes?'

' A Watson... MA VAFFANCULO....... c'hanno fregato
la tenda.

Senza titolo 607

  VE LO RICORDATE IL FILM VENEZIA LA LUNA E TU ?  :-)


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chi lo ha detto che le occasioni perdute rendano tristi




Domenica sera ero tornato dalla gita fatta nell’Arcipelago de La Maddalena, , con l'associazione culturale e ambientalista camminalimbara ( www.camminalimbara.com )  e in collaborazione con l’Associazione di arzachena “GAIA TRA LE ONDE” stanco e contento anche se un po' triste per essermi dimenticato per il 4 anno consecutivo la macchina fotografica . Infatti non ho potuto fotografare i panorami e i gabbiani che si avvicinavano a prendere il cibo  dale  mani  dei bambini e non solo .
Ma appena ho ascoltato omaggio alle occasioni perdute di Bollani





 i primi 4 pezzi , mi sono accorto che non sempre le occasioni perdute sono sintomo di tristezza . Disco bello , non eccelso , come mi sarei aspettato conoscendo Bollani un vero animale da palcoscenico sia in gruppo ( e i pezzi fati con il gruppo lo dimostrano ) che da solo infatti ed andato oltre la richiesta degli autori del film aggiungendovi pezzi suoi in solitario .

Armir sulle traccie di un esercito perduto

Carissimi, amici di Sardegna oggi sono dodici mesi che scrivo per i blogs: Cegliemessapica, Ceglieterrestre, Blogfriends, Losmemoratodicollegno, e CVD. Vi confesso una cosa: quando mio nipote Stefano, ha aperto il mio blog Terrestre, poi diventato 'Ceglieterrestre' grazie al pittore Pino Santoro che mi ha presentata al blog Cegliemessapica, mio nipote, mi ha spaventato, dicendomi di fare attenzione ad aprire la posta perchè, anche in questo spazio virtuale, ci sono i nemici. Ero così impaurita, che, quando sono stata invitata a partecipare a Blogfriends, non rispondevo, per questo mi scuso, con il gestore del blog e con la redazione, per gli sbagli commessi; in questo anno di collaborazione. Non desidero elencare il numero dei posts e delle visite, lo ritengo inutile. So solo, che ho scritto tantissimo e ho ancora tanti limiti, spero un giorno di arrivare a migliorare la mia collaborazione.
Per ricordare questo giorno, desideravo scegliere, un post dei tanti fatti. Per giorni sono andata indietro e avanti, ho trovato difficoltà, per decidere, sono affezionata a tutti, anche se scritti con degli sbagli. Ricordo, la bella natura, le belle immagini di fiori bellissimi, orchidee spontanee, donatemi dall'agronomo Pasquale Venerito. Post per aiutare bambini soli bisognosi di amore.Avrei potuto mettere la mia favola, nata  grazie agli amici e alla gita presso la masseria 'Jazzo', le grotte di 'Montevicoli': quante cose belle ci sono a Ceglie, e mi dispiace che non vengono valorizzate. Solo questa mattina, alle prime ore del giorno, ho deciso di ricordare, 'Armir sulle traccie di un esercito perduto'. Era da tempo, che avrei dovuto scrivere un post, ma non riuscivo a recuperare il libro e grazie a  una amica, Danith, conosciuta nel blog, l'ho trovato perchè mi ha regalato il suo volume.
Perchè ho deciso di parlare di 'Armir..', è semplice, perchè un libro, è triste nel contenuto e anche molto sfortunato, per essere finito al macero. I nostri eroi i nostri morti, sono morti ancora, perciò, ho deciso che in questo giorno 10 di giugno, finchè vivrò ricorderò sui blogs che partecipo, i nostri soldati. Un grazie al giornalista  Pino Scaccia, per averlo scritto con amore. Lo tengo insieme alla mia favola, sulla scrivania, per non dimenticare. Armir è un pezzo di storia, scritta con il sangue dei nostri eroi, ricordiamoli, parliamo con i bambini anche di loro. Cercando nel libro le tracce di un mio parente disperso, l'occhio è andato al mio cognome 'Bassi' ben nove volte riportato tra i caduti alla pagina 131. Non ci sono tracce del mio parente disperso, solo un compagno, l'ha visto morire e  ha riportato a casa il suo orologio. Non dobbiamo lasciare, che, la memoria, dei nostri cari, sia solo un labile ricordo, non lo trovo giusto, che i nostri morti, i dispersi, non debbano lasciare memoria, marcire al macero. Sono i nostri morti, noi  dobbiamo rirordarli, e odiare chi muove la macchina della guerra, loro sono partiti, per noi. Ricordiamoci,  che le guerre, sono solo un'invenzione dell'uomo crudele e guerrafondaio. Se l'uomo si accontentasse di quello che ha, si abituasse a convivere e a donare un pezzo del suo pane, ci sarebbero meno bambini che muoiono di fame. In questi giorni sto leggendo il libro,  con amarezza e dolore devo interrompere la lettura, per la grande emozione. Quante sofferenze, quanta crudeltà hanno subito i nostri uomini e seguiteranno a subire tutti i popoli in  guerra e i poveri soldati ignari di un destino crudele, sono partiti per difendere la Patria, e non sono più tornati. Sicuramente che anche nelle vostre case , ci sara un ritratto ingiallito con un fiore e una luce accesa, una lettera d'amore, di un amore mai consumato, un mazzetto di fiori nascosto dentro le pagine di un libro ormai invecchiato, per ricordare quel lontano giorno quando il vostro uomo è partito in guerra e non è più tornato. Ebbene questo libro mandato al macero racchiude la loro storia. Facciamo che questi nostri eroi non siano più soli. Ricordarli e come farli rivivere. Grazie,  Franca Bassi


Pino Scaccia scrive.



Dopo la ritirata, la cattura. E la prigionia. Fra tante testimonianze e tanti documenti raccolti in questo 'viaggio all' indietro', sono rimasto particolarmente colpito dagli schizzi dei Lager, disegni ricostruiti alla memoria dei prigionieri, insieme  alla mappa  dei campi di concentramento. I disegni sono opera di un architetto padovano, Giuseppe Bassi, classe 1919. Naturalmente c'era anche lui. "Ricordo quando arrivammo a Tambov, nei primi giorni del '43. Stavamo trenta gradi sottozero e finalmente avevamo trovato comunque un rifugio per la notte", ha raccontato a "Uno mattina". Ecco disegnate le baracche di Tambov, lo schizzo del Lagher di Susdal, una veduta generale del campo di Krinowaja definito "tomba del corpo d' armata alpino" (in pochi mesi morirono ventisettemila italiani), il cimitero di guerra karagitschow com' era, un misero rancio distribuito a Oranki. Racconta ancora Bassi: "Ho lasciato lì, morti,  almeno settecento amici. Stanno tutti in una ampia fossa comune. Lungo la strada che noichiamavamo del fieno c'è l'unico segno riconoscibile: una manica al vento". Testimonianze, dunque, di valore storico, ma anche un modo per ritrovare quei campi e le migliaia di morti sepolti intorno, uno sull'altro.


             marcia della morte


Eroi


Erano in molti
sono partiti
hanno lasciato
la loro casa
la famiglia
i figli appena nati.
Hanno lasciato
la loro vita
dispersa
in terra nemica.
In pochi sono tornati
malati e stanchi.
Solo il vento
gelido della siberia
e una coperta di ghiaccio
a scaldare i corpi
giovani e stanchi.
Ricordiamoli
e come dare una  speranza
che non sono morti
per la gloria
ma sono morti
per la Patria
Ricordiamoli
sono i nostri eroi.


Franca Bassi


interno bunker 


 


 

9.6.08

Senza titolo 606

  10 / 06 / 2008 / SANTA DIANA E  SANTA MARCELLA !  AUGURONI ONI ONI SMACK DA LUCKY !  :-)


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Per te


Per te suonerò note d’arpa e d’antico


fino ad infrangere il silenzio muto di istanti


trascorsi nell’attesa fremente d’un ritorno


Per te nella notte più buia sarà musica dolce


a vestire i miei occhi del tuo volto lontano


che m’inebria di gioia e di noi in danza di stelle


Per te spanderò melodia ad indicarti il sentiero


che a me ti riconduca fra suoni ed echi d’amore 


su pentagramma di baci qual tappeto di rose 


-Maya-

a volte siamo schiavi della tecnologia

Il post  che avevo l'intenzione di scrivere l'altra volta è  questo  

Venerdi scorso mentre  attendevo che  ci facessero entrare nell'aula per lo scritto di  francese , chiaccherando  con una  ragazza sul parodosso  ( per  usare  un  eufemismo   ) del fatto che   mettono 
internet e quindi le email dei prof a cui rivolgersi   nella facoltà  di lettere   di Sassari  ormai divenuto essenziale  visto il crescere  dei fuori sede   e degli studenti ( compreso il sottoscritto ) "pendolari " e dei  e i prof  , salvo alcuni  , non rispondono o riospondono dopo mesi    , mi è venuto  in mente  quello che  mi è successo in banca  due\tre giorni prima  .
Stavo per  recarmi in banca  per  pagare  dele cose importanti   dell'azienda, ma una dipendente  ( nostra cliente )  mi dice   che non c'è linea  di  riprovare più  tardi , ma  io testardo e caparbio come sono  a non seguire  i  consigli degli altri    , entro lo stesso  .
Dopo  mezz'ora  \  quaranta minuti  d'atesa   me  ne vado   comprensivo , visto  che  c'è stato il giorno prima  un bruttissimo temporale     che  ha creato problemi  eletrici  nel  quartiere , faccio buon viso a cattivo  gioco e  ritorno più tardi .
Ritorno dopo due  ore  laa situazione era peggiorata  . In fatti  era si ritornata la linea  , ma  a singhiozzo  , cioè era  a perto un solo sportello e  non potevio fare    alcune  operazioni .
Allora mi metto a fate battutine  ,  a voce alta  tipo : << la bolletta si paga , oppure  gettate  quel pc  e  compratene uno  nuovo  >> , risate  dele persone presenti in sala  e  risposta  del personale : << ma  non dipende  da noi se se non cè'è linea  .
Dopo uin'altra mezzora  d'attesa , era quasi l'una  , e  la situazione s'era  sbloccata   dico : <<  forse a mano   si fà prima >> , e una  signora   davanti  a me  :<<  purtroppo oggi a mano  non si  può fare niente , solo manhgiare  >>  e  un altro   sottovoce : << ...  e pisciare  >> , poi  dopo due persone  , è toccato  a  me  dopo aver perso unaintera mattinata  sono riuscito  "nell'impresa " . Ecco quindi come  simao schiavi e dipendenti  della tecnologia  e di come non la sappiamo  e non la vogliamo  usare  nonostante  sia  ormai divntata fondamentale   e   di come non si riesca a fr niente  senza   d'essa  , basta un virus  informatico eo  un  black out  e siamo fregati  e penalizzati 







Il baciamano

Care Amiche e Amici

come sarebbe bello se tutti i cattolici "dissidenti" prendessero carta e penna e scrivessero personalmente al proprio vescovo pregandolo di inoltrare la papa il proprio dissenso dall'orrenda visita di Berlusconi al papa con "baciamo-le-mani" incorporato. L'effetto sarebbe più grande che non una raccolta di firme perché sarebbe personale e spedita vi posta, segno che si è pensato, scritto, andato alla posta e imbucato. Non importa se nno risponderà nessuno. Ciò che importa è il gesto profetico in se stesso.

A tutti con amicizia e stima.


Paolo Farinella, prete


PS. "Il Giornale" di Berlusconi questa volta con un titolo virgolettato "Farinella: Arsenico per il Papa", chiede alla gerarchia la mia sospensione a divinis. Non sapevo che il mio vescovo fosse Paolo Berlusconi, ma tutto è possibile, anche l'impossibile, se è possibile che Berlusconi Silvio sia ricevuto dal papa.





Finestrella politico-religiosa



di Paolo Farinella, prete


Genova, 09 giugno 2008

 L’immagine di Silvio Berlusconi che prende tra le sue la destra anulata del papa e, «inclinato capite», compunto, ne bacia l’anello, consapevole della dissacrazione che compie, ha fatto il giro del mondo e si è depositata nell’immaginario collettivo dei più come atto di devozione verso l’autorità, riconosciuta, del papa. Il contrasto con le dichiarazioni di Romano Prodi, dopo il «fattaccio» della Sapienza di Roma è abissale e incolmabile. Il cattolico praticante appare il nemico e censore del papa, mentre l’inquisito per frode ed evasione, il condannato, il corruttore, il compratore di senatori a suon di attricette da strapazzo, il puttaniere, il Piduista, l’ateo divorziato difensore della famiglia, appare, di colpo, quasi per magia, l’umile figlio della Chiesa, «prostrato al bacio della sacra pantofola». Il gesto del bacia-anello è stato ripetuto ancora alla fine dell’udienza. «Repetita iuvant».


Dicono i bene informati che il rito del «baciamo-le-mani, Santità!» non è stato spontaneo e istintivo, suggerito dall’emotività del momento che sarebbe stato comprensibile. E’ stato studiato a freddo da esperti psicologi e creatori di consenso d’immagine. Ciò aggrava il fatto e costituisce un doppio «vulnus» che difficilmente sarà riparabile. Peccato, che il papa sia stato al gioco e non abbia rotto il giocattolo fin dall’inizio. A meno che tutto non fosse concordato, come fa supporre il fatto che il Vaticano abbia preteso, fatto unico nella storia della diplomazia vaticana, la presenza del «Gentiluomo di sua Santità, Gianni Letta, come «garante» e testimone dell’incontro. Segno che Berlusconi è tenuto al guinzaglio corto dal sistema clericale imperante.

Come cittadino italiano, sono indignato che il presidente del consiglio dei ministri, che rappresenta la mia nazione, abdichi alla sovranità e alla dignità del mio paese, prostrandosi in baciamano che somiglia più a rappresentazione di stampo mafioso che non a un atto di devozione sincera. Mi ripugna essere rappresentato da un uomo che pur di ingrassare il suo «super-ego», dimentica ogni parvenza di dignità e usa e strumentalizza qualsiasi cosa gli sia utile per i suoi perversi scopi. Egli «fa finta» perché è un finto uomo che ha sempre vissuto di finzione, costruendo sull’apparenza e sull’effimero un potente potentato economico e ora anche politico, «clero iuvante». A questo «homo parvus» dell’opportunismo e della strumentalizzazione si oppone la chiarezza fiera di un grande statista, integerrimo cattolico e anch’egli presidente del consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, che il papa Pio XII nel giugno del 1952, volle umiliare, annullando l’udienza privata con la famiglia, già programmata da mesi, perché si oppose all’ordine del papa di fare il governo con i fascisti. De Gasperi convocò ufficialmente l’ambasciatore della Santa Sede presso l’Italia, e, stando in piedi, dietro la sua scrivania di capo del governo dell’Italia, disse: Signor Ambasciatore, riferisca al papa che come cristiano accetto l’umiliazione, come presidente del consiglio dei ministri della repubblica italiana, protesto energicamente e chiedo spiegazioni.

Come cattolico praticante, sono indignato e scandalizzato che il papa si presti al gioco mediatico di accreditare come modello di figlio devoto e pio della Chiesa un individuo come Silvio Berlusconi senza chiedergli previamente un atto di conversione e/o di penitenza. Egli è adoratore di «mammona iniquitatis» perché ha fatto l’ingiusta ricchezza con l’inganno, il furto, la corruzione, l’evasione fiscale. Egli è divorziato, abortista e i suoi figli convivono more uxorio, fatti che sarebbero questioni private, se il presidente del consiglio non si dichiarasse cattolico e non andasse dal papa «coram populo et mundo» a parlare in difesa della famiglia secondo la visione della Chiesa: allora anche le sue scelte private diventano fatti pubblici e criteri ermeneutici. Egli è implicato con la mafia (ne ha ospitato uno a casa sua ed è fratello germano di un altro, condanno in secondo grado per mafia). Egli sta perseguitando gli immigrati, tra i quali vi sono migliaia e migliaia di uomini e donne di religione cattolica, di cui il papa dovrebbe essere padre, difensore e vindice, in forza della sua paternità universale. Ho visto latinoamericani, africani e orientali, cattolici, piangere di fronte allo scandalo del papa che accettava l’omaggio di un persecutore ateo e amorale.

Il pastore riceve il lupo travestito da agnello, e abbandona gli agnelli al loro destino: anzi a molti, a tanti, pare che il pastore così sembra autorizzare il lupo a devastare il gregge. E’ ancora fresca nella memoria, la scelta del papa che, per opportunità di equilibri politici internazionali, non volle ricevere il Dalai Lama, premio Nobel per la pace, mentre a meno di tre mesi delle elezioni, riceve il predatore d’Italia, colui che con le sue tv ha degradato l’Italia in forza del principio, pubblicato sul giornale del papa, l’Osservatore Romano (6 giungo 2008), che «la televisione privata dovrebbe avere tra le sue funzioni quella di divertire, come seconda funzione quella di informare e soltanto successivamente, quella di formare». Egli ha detto queste cose alla radio e sul giornale del Vaticano e nessuno gli ha tolto la sedia di sotto e lo ha rimandato a casa. Di fronte all’opinione pubblica, il papa approva.

Santità, mi sento parte integrante della Chiesa-Sacramento e riconosco la sua autorità di papa in quanto vescovo di Roma, ma non mi sento parte di un sistema che pure lei rappresenta: un sistema di connivenza con i potenti che prosperano sui poveri, che affamano i poveri, che manipolano i poveri che nessuno difende. Nemmeno il papa.



Note a làtere:
1. Silvio Berlusconi ha regalato al papa una croce tempestata di pietre preziose fatta fare apposta: un pezzo unico e solitario. Nello stesso momento a due passi di distanza, la Fao ammetteva il suo fallimento sul dramma della fame del mondo: la croce tempestata di diamanti e il Crocifisso affamato. Mai stridìo di simboli fu più drastico. Il 6 giugno 2008 «fu vera gloria ? Ai posteri l’ardua sentenza». Per me, resta un giorno di lutto per la Chiesa cattolica, un fallimento del papato, una vergogna per l’Italia ferita nella sua dignità di Nazione laica.


Un'analisi dal regista del documentario "Nazirock"

Un'analisi dal regista del documentario "Nazirock"
C'è un collegamento tra questi gruppi e politica istituzionale



Claudio Lazzaro



In qualche modo Nazirock, il film che ha raccontato i riti e le violenze della destra radicale, nasce proprio a Verona. Stavo viaggiando in terra di Padania per realizzare Camicie Verdi, un documentario sulla Lega Nord, quando mi sono imbattuto nel Veneto Fronte Skinheads.


Il leader era Piero Puschiavo, leader di una band di rock. Un tipo di rock che ha molti nomi, identitario, nazional socialista, non conforme, ma che in Europa e negli stati Uniti viene sbrigativamente chiamato nazirock.


I testi di solito hanno a che fare con l'odio per gli immigrati, con la difesa delle radici e dell'identità nazionale. Abbondano le istigazioni alla violenza, non mancano le nostalgie della Repubblica di Salò. Piero Puschiavo adesso non fa più la rockstar identitaria, ma è il coordinatore per il Veneto del Movimento Sociale Fiamma Tricolore.


E nel film vediamo che il leader della Fiamma Tricolore, Luca Romagnoli, viene accolto sul palco degli oratori da Silvio Berlusconi, alla manifestazione del 2 dicembre 2006, quella dei due milioni.

I due si stringono la mano, Berlusconi accarezza la bandiera della Fiamma.
C'è quindi un collegamento tra il Veneto Fronte Skinheads e la politica con la A maiuscola, quella parlamentare e istituzionale. Un collegamento allarmante, perché se andiamo a vedere chi era l'ispiratore del Veneto Fronte Skinhead scopriamo che si tratta di un certo Jan Stuart Donaldson, famoso per le sue canzoni razziste e per le sue dichiarazioni su Hitler: «Di lui ammiro tutto, tranne una cosa: avere perso».



Allora forse ci rendiamo conto che certi movimenti dovrebbero stare fuori dalla politica istituzionale. Perché quando la base di questi movimenti si sente sdoganata e legittimata dal sistema politico, allora, con ogni probabilità, diventa più aggressiva, tende a recuperare lo spazio che per anni si era vista negare.
Non voglio dire che la colpa della tragedia di Verona debba ricadere in modo diretto e inequivocabile sui movimenti politici della destra radicale.


Ci sono forme di tribalismo giovanile in tutto il mondo. Le bande che difendono il territorio e aggrediscono il diverso si trovano anche nei paesi a democrazia più avanzata.

Eppure se la violenza di destra aumenta e si propaga (i dati sono impressionanti, anche se stampa e televisione nella maggior parte dei casi tendono a ignorarli) una ragione ci deve essere.

Se restiamo alle cause di natura di natura culturale, non dimentichiamo che il Veneto è la terra del sindaco leghista Gentilini, che a Treviso - scherzando, bontà sua - incitava i cacciatori a sparare agli immigrati, dopo averli infilati, per non spargere troppo sangue, in un costume da leprotto.


Il Veneto è terra di Lega. Ma quando in Camicie Verdi intervisto Mario Borghezio, nel suo letto d'ospedale (gli autonomi lo hanno picchiato) e gli chiedo se qualche politico gli abbia fatto visita, lui mogio mogio risponde: «No, nessuno. Mi hanno chiamato solo la Mussolini e Roberto Fiore». Quindi Borghezio, il leghista più amato dal popolo padano dopo Bossi, ha un filo diretto con il leader di Forza Nuova e con la nipote del Duce, che fino a due anni fa coordinava il cartello della destra estrema, assieme al già citato Romagnoli (quello che non è sicuro che le camere a gas siano veramente esistite), a Tilgher (condannato per ricostruzione del Partito fascista), e a Fiore (condannato a più di cinque anni per banda armata).


C'è un terreno comune, ci sono in Veneto iniziative comuni tra la Lega Nord e questa destra radicale. E infatti Borghezio ha salutato con entusiasmo l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma: «Da patriota padano - ha scandito - onore al merito ai romani. Un sindaco con una faccia onesta e simpatica e al collo il simbolo dei nostri antenati Celti».

Poco male se la croce celtica è anche il simbolo di una divisione delle SS.


Del resto Marcello De Angelis, l'intellettuale più vicino ad Alemanno, quello che ha organizzato il seminario sul Ritorno delle élite, quando era leader di Terza Posizione si è aggiudicato una condanna a cinque anni.

Può anche darsi che i "ragazzi dal cuore nero" responsabili dell'omicidio di Verona siano solo degli sprovveduti con scarsissime nozioni di politica, ma è certo che l'esempio dato dalla classe dirigente, o più in generale il clima politico di questa nuova stagione, certamente non li ha dissuasi, non li ha fatti sentire fuori, estranei alle regole di una democrazia.

Detto questo, credo che con questi giovani si debba dialogare.


Se li guardate, nelle sequenze di Nazirock, non vedete ragazzi cattivi.


Nei loro occhi, più che odio c'è paura. Sono ragazzi spaventati dalla globalizzazione.

Sono i nuovi proletari che potrebbero fare gli idraulici, se non ci fosse un extracomunitario che lo fa a metà prezzo.

Credo che il linguaggio per parlare con loro vada trovato, e subito, prima che sia troppo tardi.

Ho avuto una conferma di questa urgenza (che Pasolini aveva già avvertito nel 1974) presentando Nazirock in un centro sociale a Perugia. Eravamo nell'ex mattatoio (...).


Quella sera all'ex mattatoio c'erano molti giovani skin, che assomigliavano in tutto e per tutto ai giovani che avevo filmato al raduno di Forza Nuova. Stesso abbigliamento, stesso tipo di rock.

Ma le parole erano diverse (...) erano lì attenti ad ascoltare il nostro dibattito sul nazifascismo e intervenivano, da cittadini democratici.

Chi, cosa aveva fatto la differenza ?

Evidentemente il radicamento che i centri sociali riescono ancora a realizzare tra i giovani e nella società civile. Mentre la sinistra dei salotti televisivi non ricorda più nemmeno cosa sia.

i tuoi occhi di pietro atzeni

I tuoi occhi


 


Il roseto non baciato dal sole


mostra la sua sagoma scura


sotto questo cielo senza luce


coperta per nascondere i sogni


tutto cambia la notte


tutto diventa uguale tutto


ma non i tuoi occhi


i tuoi occhi


illuminano la mia notte


mi abbagliano stordendomi


nel profondo dell’anima


dolcemente


anche al buio


sono cielo azzurro e rondini


illuminano il mio sorriso


più del sole a mezzogiorno


risplendono dentro di me


promessa di paradiso


a portata di mano


 


Pietro Atzeni

8.6.08

ecco perchè dico no al nuclare

dopo  aver letto questo articolo questo  articolo del settimanale di Massimo Serafini e Gabriele Trama left  del 30\5\2008  si è rafforzata in me la conenzione del no al nucleare




Nucleare killer


Contro il malaffare dell’atomo, favorito da stampa e Vaticano, bisogna essere molto intelligenti. Contro le ambiguità del centrosinistra e gli appetiti della destra occorre una nuova informazione. E lavoro per migliaia di giovani ricercatori


A pochi giorni dalla presentazione da parte del ministro Claudio Scajola del piano per il ritorno del nucleare in Italia, si è già spenta sui giornali l’eco della discussione e delle dichiarazioni dei vari esperti.
Ma noi, anche se a distanza di poche settimane dal nostro articolo sui rischi del nucleare, vogliamo ritornare sull’argomento delle centrali che sfruttano l’energia dalla scissione dell’atomo, perché riteniamo importante mantenere viva l’attenzione su un tema che ha risvolti sempre più inquietanti. Il piano del nuovo ministro delle Infrastrutture è già stato benedetto dalla neopresidente di Confindustria Marcegaglia e dal Vaticano, vero governo ombra e neanche tanto, e approvato dall’ambientalista Veltroni, con buona pace del responsabile dell’Ambiente del suo partito, Ermete Realacci, unica flebile voce contraria. È chiaro che non intendiamo ritornare a parlare degli aspetti tecnici delle centrali di tale tipo e dei rischi connessi al loro impiego. Vogliamo invece soffermarci su altri aspetti, forse anche più pericolosi per la libertà e la democrazia del nostro Paese. Ci riferiamo al cosiddetto primo livello del piano, ovvero il nuovo quadro normativo che prevede la modifica del titolo V della Costituzione, che ripartisce le competenze fra Stato ed enti locali, alla faccia del federalismo di Bossi, per centralizzare le scelte strategiche al livello più alto, cioè Parlamento e governo.
Tradotto in termini più semplici, visti anche i recenti provvedimenti per imporre le scelte delle discariche con l’esercito, si tratta di costruire le centrali nucleari nei siti scelti dall’Enel e imporle alle popolazioni locali anche con l’uso della forza in nome del bene della nazione. Fra centrali e discariche si parla, insomma, di militarizzare il territorio per tenerlo sotto controllo costante. Infatti, se mai un malaugurato giorno una centrale nucleare dovesse davvero esser costruita, dovrà pur essere difesa da eventuali attacchi terroristici e quindi il controllo militare potrebbe addirittura aumentare. Insomma uno scenario davvero cupo contro il quale nessuna voce si leva, tantomeno quella di Di Pietro e soci la cui cultura in termini di ordine pubblico non è così lontana dal governo di destra. Se poi vogliamo soffermarci sul programma cronologico della realizzazione del piano nucleare l’unica parola che ci viene in mente per commentarlo è: ridicolo.
Quattro anni per costruire quattro centrali nucleari più uno per un eventuale ritardo! Come abbiamo avuto modo più volte di dire e scrivere, negli ultimi anni le poche centrali nucleari entrate in servizio in Paesi come il nostro privi di strutture e normative adeguate hanno richiesto, dal tempo zero della decisione alla messa in rete della prima energia prodotta, dai quindici ai venti anni.
Ciò significa, oltre all’inutilità di tale scelta per fronteggiare qualsiasi tipo di emergenza chiamata in causa per giustificarla, la totale incertezza dei costi da sostenere che non possono che lievitare enormemente col passare degli anni. D’altra parte è questo il motivo principale per il quale negli Stati Uniti non si costruiscono più centrali nucleari da venticinque anni. Quale investitore rischierebbe un capitale in un’impresa che comincia a remunerare l’investimento dopo quindici anni?
Quello, infatti, che il piano del governo non dice è chi dovrebbe finanziare il tutto. L’Enel certamente no perché deve dare conto ai suoi azionisti, gli imprenditori italiani che stanno facendo a gara per l’Alitalia neanche, le banche tanto meno, non resta che lo Stato. Ma questo governo forse mira solo a mettere la prima pietra del primo impianto, poi si vedrà. Insomma tutta la storia non ci piace e pensiamo che vada fortemente contrastata non solo per i soliti sacrosanti motivi di opposizione al nucleare (sicurezza, scorie) ma anche per la difesa della civiltà e libertà del nostro Paese.
La lotta non potrà dunque essere solo quella del nucleare “no grazie” degli anni Settanta, ma dovrà avere contenuti più profondi e propositivi che andranno minuziosamente, e pazientemente, spiegati alla gente, oggi affascinata dal decisionismo del governo e malinformata da una stampa sempre più velinara. I no non bastano, il consenso delle popolazioni va conquistato su un altro progetto. In ogni territorio dovremo convincere e coinvolgere le persone che lo abitano spiegando che si può fare a meno del nucleare se si investe per rendere il Paese più efficiente dal punto di vista energetico. La parola d’ordine deve essere: aver bisogno di meno energia anziché produrne di più. Con poca spesa e senza pericoli si otterrebbe un risultato molto più efficace di quello che la costruzione delle centrali atomiche potrebbe dare. Più efficace per i cittadini che pagherebbero meno luce e gas e avrebbero meno inquinamento dell’aria. Più utile al clima e alla qualità dell’aria, perchè meno energia prodotta significa meno emissioni climalteranti e inquinanti. Infine più utile alla democrazia del Paese, perché per imparare a usare bene l’energia è necessario coinvolgere, informare, far partecipare le persone e non militarizzare i territori. Lo stesso ragionamento lo si può fare per le fonti rinnovabili che in pochi anni, non fra venti anni come per il nucleare, potranno darci l’energia che effettivamente serve alla società, dandocela però rinnovabile e pulita. E, ancora, il nostro no al nucleare sarà tanto più efficace se sarà in grado di mettere al lavoro migliaia di giovani ricercatrici e ricercatori per scoprire nuove tecnologie e materiali, e rendere più efficienti e meno costose quelle che già conosciamo e che ci consentono di sfruttare le fonti rinnovabili. Ai tanti “stranamore” che perdono tempo e sprecano denaro con il nucleare preferiamo puntare su una politica energetica fatta di usi razionali e intelligenti e sfruttamento del sole, del vento e delle biomasse. Non tutto e subito perché sappiamo che, prima che il modello energetico sia totalmente rinnovabile e che questa prospettiva venga aiutata non sprecando energia, passeranno anni e quindi è necessario continuare a produrre elettricità e calore con fonti non rinnovabili. La scelta meno costosa e meno inquinante è quella del metano soprattutto se lo useremo per alimentare impianti di microcogenerazione e trigenerazione, e piccole centrali a ciclo combinato. Per un’unica cosa queste proposte sono meno efficaci del nucleare: per i profitti delle grandi aziende costruttrici ed elettriche a cominciare da Enel ed Eni. Una ragione in più per ribadire il nostro “nucleare no grazie” e imporre la svolta energetica che abbiamo cercato di proporre.
La grande, ci auguriamo, manifestazione di Milano del 7 di giugno, promossa da un vastissimo arco di associazioni, sindacati, movimenti, riviste e giornali, fra cui left, sarà la prima tappa di una lunga marcia per il clima e il benessere collettivo, che dimostrerà che la sciagurata scelta nucleare del governo non ha il consenso del popolo e che un’Italia solare è necessaria e possibile.

Paul celan Fuga di morte


Paul Celan



(Cernăuţi, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970) è stato un poeta franceseUcraino ebreo, di madrelingua tedesca, nato in una città della Bucovina austroungarica, oggi sotto l'




         Fuga  di Morte


Nero  latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith


Todesfuge, ovvero "Fuga di morte" rappresenta forse la più trasparente e conosciuta poesia dell'autore: è un potente grido di dolore che descrive la realtà del campo di concentramento, denuncia la condizione dei prigionieri, e mette a nudo la crudeltà dei carcerieri nazisti nella sua elementare banalità quotidiana. Il titolo, originariamente TodesTango, coniuga la morte con il ritmo musicale proprio della "Fuga", che Celan si propone di rispecchiare nell'andamento dei suoi versi; in esso è da vedersi anche un richiamo diretto all'imposizione umiliante, inflitta dai nazisti agli ebrei prigionieri dei campi, di suonare e cantare durante le marce e le torture.
Celan scrisse questa poesia pochissimi anni dopo la fine della guerra, tratteggiando quindi una descrizione a caldo dell'evento; Todesfuge divenne quindi l'emblema poetico della riflessione critica intorno all'Olocausto, soprattutto essendo stata scritta da un ebreo, che aveva conosciuto la realtà dei lager, e tuttavia in lingua tedesca - la lingua materna di Celan. Celan stesso non mancò di dare lettura pubblica della sua poesia, in Germania, e di concederne l'inserimento in alcune antologie; successivamente però si rammaricò dell'eccessiva notorietà di questo testo, la cui diffusione poteva costituire anche un modo troppo facile, a suo avviso, da parte dei tedeschi, di liberarsi del senso di colpa per i crimini nazisti. In questo quadro va ricordato anche il celebre verdetto di Adorno, secondo il quale scrivere poesie, dopo Auschwitz, sarebbe barbarico: in questo senso Todesfuge, ma anche tutta l'opera poetica di Celan, costituisce una vera e propria resistenza a questa condanna, un tentativo disperato e tuttavia lucidissimo di trasformare l'orrore assoluto in immagini e linguaggio.(...)  continua su wikpedia  nella parte fuga di morte


 


        


EMANUELE LO BUE - La vergogna della Regione Lombardia

Il  post  d'oggi avrebbe dovuto essere  un 'altro , ma  controllando le  mie tre  email  ( quella  di censurati , quellla per  il blog  su  gmail  e quella privata su tiscali  )  l mi è arrivato  sotto forma  si email collettiva  da un0amica del meetup di tempio  quiesta news  ripresa da  questo sito www.troviamoibambini.it/
 

La vergogna della Regione Lombardia che non si vuole occupare dei nostri bambini Prima di guardare il video è consigliabile bersi un litro di camomilla ... per  non incazzarsi e  farsi venire il nervoso 




Facciamo un breve riassunto…

 

Tutti noi, con una semplice mail di protesta inoltrata alla Regione Calabria, abbiamo aiutato Riccardo Pio, ad ottenere il riconoscimento della terapia (ossigeno terapia - Florida), che a tutt’ oggi, sta permettendo a questo bimbo di avere molti giovamenti, riportiamo ciò che ci scrive Giulia la mamma: 


Riccardino muove molto di più gambe e braccia, quando siamo venuti quì teneva le gambette all’indiana soprattutto da sdaraiato, ora invece le distende da solo e sgambetta, ha la schiena molto più diritta, riesce a reggere la testolina molto meglio, abbiamo quasi levato i sedativi, ne prende 10 volte meno di quanto ne prendeva 7 mesi fa e grazie a Dio non ha convulsioni, mentre prima con tutti i sedativi aveva le convulsioni e questo è un grosso passo avanti, poi digerisce meglio, riesce a defecare da solo, e sta anche crescendo, prima la sua crescita era bloccata, erano 3 anni fermo allo stesso peso, ora ha messo più di un kg e la cosa più bella che il 25 Aprile Riccardino per la prima volta mi ha chiamata “mamma”…Già, Giulia ci telefonò, per dirci, Riccardino ha detto MAMMA…

Quello che nei bambini “normali” è la normalità, per questi bambini diventa un miracolo…Ora cari amici abbiamo TUTTI, un grosso compito quello di aiutare un altro bambino: Emanuele Lo Bue (  foto  a  sinistra  ) Per questo caso, siamo ancora più arrabbiati, perchè Emanuele, era entrato in un ospedale Lombardo, per una semplice appendicite, quelle operazioni, alle quali TUTTI I BAMBINI, sono soggetti, quelle cose da nulla… “Ma si che vuoi che sia…” Vi ricordate ? Volevano dimetterlo il 12 dicembre 2007, ma grazie a TUTTI NOI, con una semplice mail di protesta al San Raffaele, lo abbiamo evitato…

La cosa schifosa (e scusateci ma non abbiamo ancora trovato un sinonimo) è che proprio in data 5 giugno 2008 scopriamo dell’altro (bere altra camomilla prima di proseguire) : e leggere  di quest'alta notizia     che non riguarda il fatto in se  ma  vi è ampiamente colleggata  e contestualizzata  innesso San Raffaele, arrestati due medici per truffa
L’inchiesta riguarda una serie di ricoveri ritenuti non necessari che risalgono al periodo 2005-2006, effettuati per ottenere rimborsi

MILANO - Un medico della clinica San Raffaele Turro (sede distaccata dell’ospedale fondato da don Luigi Verzè) è stato arrestato e un altro posto ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano su una presunta truffa al Servizio Sanitario Nazionale. L’inchiesta riguarda una serie di ricoveri ritenuti non necessari che risalgono al periodo 2005-2006, messi in atto per ottenere rimborsi. 


GLI ARRESTATI - In carcere è stato portato Luigi Serini Strambi, direttore dell’Unità per la Cura del Sonno della clinica San Raffaele Turro di Milano, mentre ai domiciliari è stato posto il direttore sanitario della clinica stessa, Pasquale Mazzitelli. Nei mesi scorsi i militari della Gdf avevano acquisito un migliaio di cartelle cliniche per verificare se ci fossero interventi per cui era stato disposto un ricovero non giustificato. Gli ordini di custodia cautelare sono stati chiesti dal pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano e sono stati emessi dal gip Luigi Varanelli. Nell’inchiesta risultano indagate quattro persone. 


FALSO E TRUFFA - Ai due medici arrestati dalle Fiamme gialle sono contestatili i reati di falso ideologico e truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo le indagini, iniziate a febbraio 2007 e coordinate dalla Procura di Milano, i professionisti nel tempo «avrebbero attestato sulle cartelle cliniche dei propri pazienti fatti e situazioni non rispondenti al vero (necessità di ricovero prolungatoper procurarsi un ingiusto rimborso da parte della Regione Lombardia e dal Servizio Sanitario Nazionale per gli anni 2004, 2005 e 2006». «Relativamente ad alcuni specifici esami clinici - riferisce la Guardia di Finanza -, i medici avrebbero erogato le prestazioni attestando la necessità di procedere al ricovero dei pazienti (dai due ai dieci giorni, con una media di tre giorni). Questi, in realtà, sarebbero stati sottoposti a esami erogabili a livello ambulatoriale, per cui è previsto un rimborso nettamente inferiore».  





NOVELLI «CARBONARI» - Dalle intercettazioni telefoniche disposte emerge che alcuni dei medici indagati si erano riuniti in un bar per concordare una versione comune da fornire alla polizia giudiziaria che li aveva appena convocati, quali persone informate sui fatti. Gli indagati, a quanto ha riferito il gip, temevano di essere intercettati e avevano studiato strategie per neutralizzare le comunicazioni, autodefinendosi «carbonari».ARRESTI INGIUSTI» - Gli arresti dei due medici vengono defintiti «ingiusti e sproporzionati» dall’Istituto San Raffele. «L’inchiesta, iniziata circa un anno e mezzo fa, ci accusava di avere effettuato, presso il Centro di medicina del sonno di San Raffaele Turro, ricoveri con una durata di degenza superiore al necessario per ricavarne un ingiusto rimborso. Peccato - rileva l’Istituto - che le linee guida nazionali ed internazionali confermino la correttezza del nostro operato. Peccato anche che, per casi analoghi, i migliori Centri del sonno Italiani effettuino ricoveri con degenze superiori alla nostra. Si tratta di un argomento complesso, per cui, da subito, abbiamo collaborato con la Magistratura e le autorità di controllo (ASL e Regione) per chiarire il nostro operato. Del tutto a sorpresa, oggi dopo 16 mesi, la magistratura fa arrestare 2 stimati professionisti, trattandoli come delinquenti comuni, e questo è francamente intollerabile». L’ospedale ribadisce «piena fiducia nella professionalità e serietà dei medici coinvolti nell’inchiesta».ia di Finanza hanno sequestrato quasi tre milioni di euro, ritenuti profitto dei reati di truffa: si tratta dei crediti vantati dalla Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, da cui dipende il distaccamento di Turro, nei confronti della ASL Città di Milano. L’ospedale San Raffaele e il suo legale rappresentante don Luigi Verzè sono indagati per responsabilità oggettiva in relazione ai reati: alla Fondazione San Raffaele i magistrati contestano di non aver predisposto il modello organizzativo atto a prevenire la commissione di reati.Fonte il corriere della sera

Capito ? Truffe per tre milioni di Euro, ma non ci sono i soldi per Emanuele.La coragiossisima  famiglia di Emanuele, non si è mai arresa, è riuscita a raccogliere fondi per portare Emanuele, nella stessa clinica in Florida, specializzata in ossigeno terapia… Eleonora(mamma di Emanuele), prima di partire per la Florida, inoltrò la richiesta alla Regione Lombardia, per ottenere il riconoscimento della terapia, questo avrebbe permesso di proseguire la cura a carico della Regione…Ma stranamentE”, siamo già in uno stato federale,visto che la stessa terapia viene riconosciuta nella Regione Calabria per Riccardo Pio, ma non in Lombardia per Emanuele Lo Bue… Strano non trovate ? Tenendo anche conto, che Giulia (la mamma di Riccardo Pio) ci ha segnalato questa legge: Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 1 dicembre 2000 ( pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23 maggio 2001) Atto di indirizzo e coordinamento concernente il rimborso delle spese di soggiorno per cure dei soggetti portatori di handicap in centri all’estero di elevata specializzazione .






















De André, l'anima salvaa Bresso il 8.6.2008




Questa sera alle 21, al Centro Civico Sandro Pertini di Bresso (Milano), andrà in scena Una goccia di splendore, tributo al grande Fabrizio De André. Ripropongo qui sotto il ricordo che scrissi il giorno della sua scomparsa, consapevole che uno come lui, di là da ogni retorica, ci accompagnerà lieve e silente per tutto il migrare dei giorni.



Fabrizio De André ci ha lasciati con una sensazione di  levità, di dolcezza, di gentilezza. Di famiglia. Perché Fabrizio era la famiglia.

La sua certamente, innanzi tutto. Così presente, e nello stesso tempo così discreta. Così, direi, patriarcale. Con Fabrizio De André non occorrevano molte parole, bastava uno sguardo, un sorriso, un cenno. Il resto era tutto lì, nella secolare saggezza genovese, nei labirinti di una città arcana, obliqua, imprendibile, nel sontuoso (e talora scostante) scarlatto dei palazzi patrizi come nei recessi dei carruggi. Era lì che il giovane Fabrizio fuggiva, o forse si rifugiava, per cogliere il senso vero della vita. E lo trovava fra le pieghe graziose di una ragazzina di strada, nell’allegria insensata di una pazza, nel sorriso storto di un mendicante. Gente nuda. E la gente nuda, si sa, non ha confini né nazione, è apolide per sua natura. Perché è universale, umanità nella sua scaturigine, primavera di creazione. Dappertutto sempre uguale, dappertutto diversa, respinta come diversa. Quanto doveva sembrare limitante, a De André, la gente “perbene”. Poco interessante. Inutile. Di loro non c’era nulla da dire perché nulla manifestavano. Erano, al più, voci, o meglio, dicerie. Suoni senza eco inghiottiti dal vento salmastro. A De André, invece, interessavano i corpi, e il suo compito era quello di tradurre in musica – la più ineffabile delle arti – il linguaggio inarticolato ma vivo di quella gente nuda.
Non casualmente uno dei suoi capolavori (e il disco da me preferito) era La buona novella. Il paesaggio immoto e senza tempo della Palestina non poteva costituire sfondo migliore per dipingere la sua umanità nuda, scarnificata come il Forese dantesco.



“Non voglio pensarti figlio di Dio, ma figlio degli uomini, fratello anche mio”, è il verso che conclude il suo lavoro. Un incontro che, in apparenza, non avviene. De André, alla fine del viaggio, non incontra Cristo. Ma gli basta Gesù: “Non voglio pensarti figlio di Dio”, perché non sei, non ti voglio lontano da questa umanità nuda. Non sei che l’umanità vera, perfetta perché dolente, ingenua, maltrattata, umiliata, sciocca. Sciocca e ingenua come solo i profeti, e i bambini, sanno essere.
Cosa importa se l’uomo Gesù ha sbagliato? Ciò che conta è che ci sia stato, qui, su questa terra. E che questa terra lo abbia partorito, questo è già, comunque, motivo di speranza, ed è uno sguardo sull’infinito, consapevole o meno che sia.

Tanto più inconsapevole quanto più vero. L’unica certezza, per De André, era la vita stessa, il respiro, il soffio. In questa sua attenzione, in questo profondo rispetto per l’individuo terreno si trovano i germi della spiritualità. Attraverso i “suoi” poveri, il borghese De André ha compiuto un cammino a ritroso alle origini di sé. Si è denudato con loro. Sapeva ascoltare, De André. Ecco perché i suoi dischi uscivano con parsimonia, quella parsimonia ligure che sembra scontrosità ed è invece solo meditazione. Fabrizio era così profondamente genovese, ma anche tanto saggiamente zen. Così sensualmente persiano. Così stupito e fiducioso come un bimbo.

Ci ha lasciati con un disco, Anime salve. Ancora una volta gli amatissimi “poveri”, tra cui spicca la transessuale Princesa. Ancora una volta, dantesco. Il cammino di De André si è concluso perché, come Dante, ha avuto il privilegio di percorrere da vivo non l’Inferno, che per Fabrizio non esiste, ma quel Purgatorio che, nella sua intimità, è il regno della speranza, di quelle anime elette (“O ben finiti, spiriti già eletti”, Purg. III) in attesa del definitivo ritorno a casa.
Ecco perché De André era famiglia. Perché è stato veramente il padre (soprattutto), il fratello, l’amico, l’amante di tutti e di ognuno. E a tutti e a ognuno si è donato con la sua nudità di uomo e di poeta.


Fabrizio De André era il cantore del già e non ancora, l’unico modo di assaporare l’eternità concesso a noi mortali. L’amore, invece, è inesprimibile. Fabrizio non aveva più bisogno di sperare. La speranza termina quando sopraggiunge l’amore. E l’amore non ha più bisogno di parole né di musica, perché basta a sé stesso.



                        Daniela Tuscano

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  09 / 06 / 2008 / SAN PRIMO !  FELICI AUGURI DA LUCKY !  :-)


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Ballare sul mondo(Dedicato all'ultimo giorno di scuola)


Sospesa. L'aria sembra un po' più fina l'ultimo giorno, quando tutto si conclude, e afferri la vita. E, se ci fai caso, il tempo non è mai inclemente. Forse non lo è nel tuo paesaggio del cuore, perché finalmente scavalchi quella finestra e l'aula, d'improvviso, pare sgombra anche quando risuona ancora di voci, anzi di strida, e profuma di dolci e spuma di bevande. L'avverti estranea e la respingi, forzata e triste, e inadeguata, e il suo grigiore ti mette un po' d'imprevista nostalgia. E si vorrebbe frugare pensosi quel sottile dolore, impigliato qua e là, come a caso, fra le maglie gaudenti dei compagni e l'inarcatura delle spalle dell'amica, che finalmente si scopre bella e libera.

Vorresti cacciare e insieme lasciarti sedurre da quel suono arcano e vibrante, come un'eco perenne. In un angolo, dopo aver condiviso la festa, ti apparterai ascosamente. Non ti hanno nominato il più bello della scuola, né la più attraente delle compagne, eppure sai di esserlo, e resta in te un ardore inespresso, un interrogativo trepidante. Ti attira e ti stordisce quell'uscio a metà. Il solco del mondo fuori. Quando non ti sarà più permessa l'indulgenza verso gli altri, e ti renderanno spietato verso il tuo corpo e la tua mente.
Ne sei, in fondo, consapevole. Ma non ci pensi già più.I tuoi anni sono  rapidi e infiniti. Corri nel sole. T'immergi nella sua vaga carezza.

 

 Daniela Tuscano



 


Una moschea a Padova? voi che ne pensate ?

Probabilmente non molte delle persone che frequentano il mio blog sono a conoscenza del fatto che anche il mio Comune, come altri municipi italiani, ha in progetto di concedere una nuova moschea alla comunità musulmana locale. Naturalmente c'è forte contrasto da parte del centrodestra, attualmente all'opposizione: la Lega Nord, dopo aver fatto pascolare un maiale nell'area da edificare, si è impegnata in una raccolta firme con la quale istituire un referendum per bocciare il progetto. L'altro ieri, dopo un'intenso dibattito svoltosi in sede di consiglio comunale, la maggioranza di centrosinistra ha promosso alcune mozioni per annullare la precedente delibera in corso di approvazione e rimandare alla giunta il compito di definirne una nuova, con qualche variazione di carattere amministrativo: in questo modo ha ottenuto di annullare il referendum, per il quale il quorum era stato ormai pressochè raggiunto. La Lega Nord ha dichiarato che procederà ad una nuova raccolta firme.




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7.6.08

viaggio in cina di Olga Sedakova


da oggi inizierà  un rassegna  di poeti   degli ultimi  60  che generalmente non trovano spazio  sulle  antologie   scolastiche .


Inizio  da Ol'ga Aleksandrovna Sedakova ( foto a destra  )   in russo Ольга Александровна Седакова ) Mosca, 26 dicembre 1949) è una poetessa, traduttrice e narratrice russa.
Olga Sedakova è l'erede della tradizione dei grandi poeti russi del Novecento quali Anna Achmatova, Osip Mandel'štam,Velimir Chlebnikov e Josif Brodskij. Figura di grande rilievo, è ammirata non solo come "donna di lettere" e scrittrice, ma anche come studiosa nel mondo accademico internazionale. La sua presenza nel mondo della poesia e delle lettere dalla fine del Novecento agli inizi del Duemila non ha subito incrinature. Il suo pensiero, lucido e penetrante, è fortemente radicato nella sua coscienza religiosa e poetica. Il filosofo Sergej Averincev ha scritto di lei:« Con la coscienza poetica di Ol'ga Sedakova, ci si misura proprio come sulle stelle fisse, come si usava dire prima di Copernico, sulle stelle nocchiere come si esprimeva il giovane Vja. Ivanov; sui punti di riferimento più generali della tradizione poetica europea. 
»... continua su wikipedia


 



 viaggio  in cina  libro 10





traduzione  di  Francesca chessa    facoltàù di lingue  e letterature straniere sassari  per  chi volesse    gli altri le trova nella  homepage  di francesca   fch.uniss.it/ViaggioInCina/index.html




Grande è il pittore che non conosce il dovere
a parte il dovere del pennello che gioca:
il suo pennello penetra nel cuore delle montagne,
penetra nella felicità delle foglie,
con un colpo solo, con un solo umile
rapimento, con un solo turbamento
egli penetra nell'immortalità stessa -
e l'immortalità gioca con lui.

Ma quello che abbandona lo spirito dal quale
i raggi son deviati,
chi per la decima volta in un luogo torbido
cerca una fonte pura
chi è caduto dalle mani dei miracoli, ma non direbbe mai:
falsi son i miracoli! -
dinanzi a lui con rispetto
s'inchinano i cieli.

utopia

  vero. ma le utopie aiutano a vivere meglio nella speranza di vederle realizzate. chi è senza speranza è un uomo morto.