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23.1.26

Primo Levi inattuale: i sommersi e i salvati di © Mario Domina del blog la botte di Diogene

    Secondo   me   il  mio amico Mario  in queesta  lucida   analisi  ha  sbagliato   il  termine .  Levi non è inattuale  ma  attuale .   qui   la  discussione  completa  

Levi inattuale: i sommersi e i salvati

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 12 gennaio 2026)


Parleremo del Primo Levi “antropologo”: una lettura che è rinvenibile fin dalla sua prima opera, Se questo è un uomo (edita per la prima volta da De Silva nel 1947), un titolo molto preciso, quasi programmatico. Così come non è casuale che l’arco della sua scrittura si chiuda 40 anni dopo con una summa antropologica della sua riflessione sui campi, ovvero I sommersi e i salvati, un libro del 1986, l’anno prima della morte.
Apro e chiudo subito la questione della morte – il quasi certo suicidio – di Primo Levi, con una nota raggelante: un bambino di 10 anni disse una volta, nel corso di una discussione sulla shoah, che la morte per suicidio di Levi rappresentava la vittoria postuma dei nazisti. Preferirei lasciare in una sospensione di pietoso rispetto la questione e dedicarmi piuttosto al “nocciolo” di quel che il pensatore Levi ebbe da dire.

La scrittura di Levi, fin da Se questo è un uomo, catalogato come “romanzo” (oggi si direbbe “memoir”), eccede il genere autobiografico o memoriale, per porsi fin da subito nel territorio dell’antropologia filosofica. Nel chiedersi come sia stato possibile operare una deumanizzazione così radicale nel corso degli anni ‘40 nel cuore dell’Europa (quell’Europa che si vantava di aver creato il più avanzato stato di civiltà umana), Levi si sta anche chiedendo che cosa si debba intendere per “umano”, “natura umana”, e quali sono i pericoli nei quali l’umanesimo incorre ancora oggi.
Già in Se questo è un uomo – che pure ha l’urgenza di raccontare – è evidente questa intenzione, che si realizzerà poi compiutamente ne I sommersi e i salvati (anticipato da un capitolo che porta lo stesso titolo), saggio che possiamo ritenere il suo lascito testamentario più prezioso.
A chi si rivolgono questi testi? Primo Levi lo dice chiaramente nell’esergo:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
…considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome…

Sta parlando a quella che con un’estensione potremmo chiamare la “zona d’interesse” (prendendo l’espressione in prestito dal romanzo di Martin Amis, diventato di recente un film) – quella zona confortevole, ed estendibile in termini spazio-temporali, che ha una vista cieca sulle vittime, che finge che non esistano – ad Auschwitz come a Gaza, nel mar Mediterraneo o in Sudan, come in tutti i luoghi in cui l’umanità di un uomo, di una donna o di un bambino vengono negati. Levi usa parole dure e rigorose, come è nel suo stile, e giunge fino a maledire chi volge lo sguardo:

O vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

Non sarà più tollerabile che un uomo venga annichilito senza che un altro uomo abbia da dire o da eccepire qualcosa. Già in questa indifferenza si annida il seme del male. Così come nello sguardo di Pannwitz, il chimico che lo esamina e che fa dire a Levi: «quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania».
E di fatti Levi rileva anche come manchino le parole per esprimere tutto questo, parole che vanno faticosamente trovate: «allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo».
Levi ha compreso fin da subito quale fosse l’entità di questa demolizione, e lo dice molto chiaramente in una pagina di Se questo è un uomo, nel capitolo dedicato al Ka-be, l’infermeria: «abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci “ricordati che devi morire”, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia». Ovvero ciò su cui ha insistito a lungo Giorgio Agamben, con la categoria di nuda vita: nel campo è la parte biologica di sé a voler sopravvivere, sulle spoglie della “personalità”, dei tratti più originali del nostro essere umani.
Muselmanner – quelli che già in Se questo è un uomo Levi definì “i sommersi” – rappresentano con estrema precisione la cifra del male inflitto, coloro «sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero».
Una riflessione antropologica che non viene dunque calata dall’alto, ma che si origina dal vissuto – che è sempre un sentito ed un pensato insieme, anche se – come vedremo – il campo finisce per annichilire proprio il sentire ed il pensare, come i tratti più profondi dell’umano.
Levi ha ben chiaro che l’esperienza del campo non è un’eccezione, che lì è sì accaduto qualcosa di unico e di contingente – come sempre nella storia – ma che un certo modo di intendere le relazioni umane (o meglio, un certo modo di negarle, che definirei “irrelatezza”) era all’opera, e può sempre essere all’opera. È questo abisso, che è parte umbratile e forse ineliminabile della natura umana, che occorre portare alla luce e tenere sotto controllo. Il nazismo non è stato un evento diabolico ed inspiegabile: più volte Levi dice che è accaduto, dunque può ancora accadere, perché sa che qualcosa di più profondo, di più generale, direi di più metafisico è all’opera.
Non è un caso che Roberto Esposito, nel suo recente saggio Il fascismo e noi, parli del nazismo e del fascismo come di eventi che non possono essere confinati alla contingenza storica, ma che appaiono piuttosto “macchine metafisiche”. Io credo che tutto questo sia ancora ampiamente all’opera, e che stia per riaccadere oggi. La paura maggiore di Primo Levi rischia di essere una realtà.
In sostanza, quel che a me interessa mettere in luce è l’attualità (o, se si vuole, l’inattualità) di Primo Levi, identificando, soprattutto nel testo scritto più a mente fredda, più meditato, ovvero I sommersi e i salvati, i nodi ancora incandescenti. Che poi scandiscono alcuni dei capitoli che lo compongono; è su tre di questi che vorrei soffermarmi in particolare:

-la zona grigia
-la vergogna
-la violenza inutile

Fin da Se questo è un uomo, Levi parla del lager come di una “gigantesca esperienza biologica e sociale”. È nell’ultima pagina che ci viene suggerito un altro meccanismo di questo laboratorio, ovvero quello della reificazione, del rendere oggetto, cosa, strumento inerte un uomo – che, non a caso, veniva definito nei campi Stück, pezzo: «è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo».
Attraverso questa riduzione a cosa, a nuda vita, a vita animale, si crea nel campo un inedito mondo sociale e relazionale, si vengono a produrre tipi antropologici imprevedibili, accade una vera e propria metamorfosi del mondo umano.

 segue  su   Levi inattuale: i sommersi e i salvati – La Botte di Diogene – blog filosofico