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24.8.25

denuncia o visibilità ? molestia o battuta rozza e maschilista ? il caso marta sardo di tik tok




Marzia Sardo ( foto sopra ) , la 23 enne che ieri ha denunciato una presunta molestia durante una tac a Roma, ha chiuso i commenti sotto il suo video su Tik Tok,
in quanto è stata ricoperta di insulti. 


 da   msn.it  

Denuncia di una 23enne. "Molestata in ospedale prima di fare una Tac"

[..] L'episodio a dir poco spiacevole è stato denunciato da Marzia Sardo, una studentessa, in un video che è presto diventato virale sui social. La giovane si riprende mentre è ancora in ospedale, la sera del 21 agosto, e con la voce rotta dal pianto racconta: "Mi portano a fare una Tac al cranio. Avevo la mascherina perché avevo anche un sospetto di Covid e un tecnico mi dice di togliere gli orecchini e di togliere la mascherina che ha il ferretto. Io gli chiedo ingenuamente: Ma allora devo togliere anche il reggiseno?. Lui risponde: No, no, la Tac è solo al cranio. E poi aggiunge guardando i suoi collegi, erano tutti maschi: Certo, poi se lo vuoi togliere ci fai felici tutti". Marzia nel video annuncia di volersi rivolgere all'ufficio reclami della struttura ospedaliera, ma aggiunge di non avere molta fiducia sul fatto di essere ascoltata e per questo spiega di aver scelto di girare il video quasi in diretta "sperando che si possa diffondere questa notizia" perché "quando succedono queste cose non bisogna fare silenzio". "Sono stanca di dovermi interfacciare ogni giorno con queste cose, anche in un ambiente ospedaliero che dovrebbe essere sicuro - conclude la ragazza -. Che cosa vi passa per la testa quando pensate che questa cosa sia normale? Che ci si possa ridere su?".


La ragazza, che ha denunciato tutto in un video diventato virale, sta predisponendo una denuncia da inviare all’Urp dell’ospedale romano. Il Policlinico, intanto, ha aperto un’indagine interna. L' attrice romana ( mah io non lo ho mai vista o sentita nominare neppure su video emozionali di story impact o kiko.co ) , si trovava ricoverata in ospedale Umberto I di Roma a seguito.di una emicrania.Giunta nella sala tac, si è trovata davanti ad un tecnico radiologo ed altri colleghi maschi dell'uomo. La ragazza ha domandato al tecnico se avesse dovuto levarsi il reggiseno prima ha detto no poi il tecnico avrebbe risposto: "Se vuoi levarti il reggiseno, ci fai tutti contenti".La ragazza ha interpretato la frase come una molestia sessuale nei suoi confronti. Ma anziché rivolgersi immediatamente all'ufficio reclami, a distanza di due ore dall'accaduto, ha pubblicato un video di denuncia del fatto nel suo profilo Tik Tok che diventa virale. Ecco alcuni degli insulti rivoltigli da Leo stessa riportati nel suo profilo Ig.




A leggere i commenti sotto questo post non mi stupisco , da uno che lotta continuamente contro il suo maschio alfa , che abbia dovuto sospendere  quelli  al suoi  post  . Quello che mi  soprrende di più sono i commenti femminili, molti proprio vergognosi: ma ora  mi chiedi  voi, donne, non avrebbe dato fastidio una battuta simile in ambito ospedaliero con tutti uomini presenti? O chela  facciano o   l'abbiano fatta a vostra figlia, a vostra madre? E voi uomini... se l'avessero fatto alla vostra compagna, alla vostra moglie, alla vostra figlia ? .
Come dice **** << che ho sempre avuto il seno importante, ho sofferto fin da ragazzina i commenti che mi facevano per strada, vergognandomi fino ad indossare poi sempre qualcosa di largo per nasconderli.>> Metterei come suggerisce certi uomini che non riescono a controllarsi davanti ad una dottoressa, con la stanza piena di donne, che facesse una battuta sulla piccolezza dei loro genitali e poi fare un video iagnuccolo su social vediamo se succede la stessa cosa o peggio . ma poi riflettendoci è meglio di no . uno il perchè lo spiega beissimo la Giornalista M.vittoria Detotto

 

 se di molestia o di battuta rozza e volgare si tratta dipende dai punti di vista . Per  me   è  una   battutta sessista    e  maschilista . Anche  se   come  fa  notare   su thereads  

il  confine  tra  battuta  becera  da  maschio  alfa   e  mlestia  è  assai labile  .
La ragazza oltre a piangere ( comprensibilmente ) avrebbe dovuto segnarlo alla direzione e non solo   sui social con tutti i rischi boomerang che ci sono  rischiando anche oltre  che ( vedere il  video sopra )   gogna mediatica  per lei e   per  lui  , una denuncia    con processo per  diffamazione . 

23.8.25

Sassari Susanna Sechi racconta la vita nella sua bottega in viale Italia «Così resisto ai colossi da più di sessant’anni»., L’impresa Fabio, il barista sassarese coi muscoli di ferro: al traguardo dell’Ironman con i Quattro mori

la  nuova  sardegna  23\8\2025


«Così resisto ai colossi da più di sessant’anni»Susanna Sechi racconta la vita nella sua bottega in viale Italia
                           di Carolina Bastiani

Susanna Sechi racconta la vita nella sua bottega in viale Italia
22 agosto 2025 20:294 MINUTI DI LETTURA




Sassari A muoversi tra bancone, ceste e scaffali pieni, al civico 50 di viale Italia, c’è Susanna Sechi, titolare del piccolo “Frutta e verdura”, che sulla strada si affaccia con un’esposizione di pere. «Basta così signora Mari’? Se lascia il prezzemolo in questa bustina in frigo si conserva meglio». La posizione centralissima del negozio sicuramente ha aiutato, ma il fatto che si trovi lì dal 1960 non può essere un caso. Dietro c'è cura, capacità di adattarsi, cortesia e tanto sacrificio. Dall'aspetto un po’ vintage, l’immagine che lascia non è quella di un mondo lontano e sbiadito, ma di un luogo vitale, che è riuscito a competere con i grandi supermercati, senza farsi travolgere dai cambiamenti dei consumi, che hanno allontanato e pare stiano riavvicinando le persone ai negozi di quartiere. Negozi piccoli ma forniti di prodotti freschi di qualità, dove si compra meno e più spesso, anche per ridurre gli sprechi. Ma dove si scambiano anche confidenze e opinioni. Proprio come da Susanna Sechi. La sua presenza è confortante non solo per gli anziani, ma anche per gli universitari, che lo frequentano numerosi. Così come per chi, di passaggio tra i tanti studi medici della zona, si ricorda che a casa non ha niente per il pranzo. E infatti, il via vai è continuo, persino ora che Sassari è quasi deserta.
«Io ho sessant'anni e lavoro qui da 27 – racconta la signora Sechi – ma in questo negozio ci sono cresciuta. Mia madre da piccola mi teneva dentro a un cesto». Il “Frutta e verdura” è stato aperto oltre sessantacinque anni fa dal padre originario di Nulvi e dalla madre di Gadoni, quando viale Italia era ancora una periferia. E di quel periodo conserva quasi tutto, tranne l’ingresso che allora era in legno. «Questi palazzi ci sono cresciuti intorno – continua – qui era aperta campagna». Da allora di cemento ne è stato colato e insieme alla città è cambiata anche l’attività. «Quando lo gestivano i miei – dice – non c’era così tanta merce. Loro tenevano frutta, verdura, acqua e un po’ di scatolame e vino, mentre io ho aggiunto diverse cose, anche ascoltando i clienti. E poi ho messo gli scaffali». E così tra susine, pere, fichi e uva di produzione propria – in inverno ci sono limoni e arance – si trovano biscotti, sughi pronti, bibite, frutta secca e legumi. Di quelli sfusi, da comprare all’etto. «Da “pronto soccorso” qual era, dove si acquistava solo quello che mancava è diventato un posto dove si riesce a fare la spesa».
E forse il segreto della sua longevità sta nella capacità di rinnovarsi. «Ma dipende anche da come ti comporti», puntualizza Susanna Sechi. Nel suo negozietto, infatti, sono ancora vive quelle relazioni sociali che forse ormai resistono solo nei piccoli paesini. Così, mentre riempie le buste con mezzo chilo di taccole, sei pesche e un po’ di pane fresco, scambia quattro chiacchiere con i clienti. Qualcuno si lamenta della politica, altri le raccontano i fatti propri. E viceversa. È un vero e proprio punto di riferimento per il quartiere. «Mi conoscono tutti – dice – in tanti mi hanno visto crescere. Non ho neanche bisogno di mettere il servizio di fermoposta, la gente si fida e fa arrivare i pacchi qui, come a casa».
Eppure, Susanna Sechi non se la sentirebbe di lasciare l’attività ai suoi figli. Ma non perché si fatichi a tirare avanti. «Ricordo che i miei genitori ebbero qualche difficoltà solo quando, tanti anni fa, in via Amendola aprì uno dei primi supermercati, che causò dei fastidi anche ad altri negozi qui intorno. Ce n’erano tanti prima». Si riferisce all’apertura di Multineddu, proprio dove ora c’è un altro supermercato della grande distribuzione. «Al di là di normali alti e bassi, però, noi abbiamo sempre lavorato». Semplicemente, dunque, Susanna non vorrebbe che i suoi figli facciano i suoi stessi sacrifici. «Non è vita, non ho conosciuto riposo, nemmeno con la testa – dice – Tutte le mattine mi alzo prestissimo per andare al mercato a Predda Niedda a comprare i prodotti e poi rimango qui fino a sera, sei giorni su sette, quasi tutto l'anno. Per loro vorrei qualcosa di diverso». E a chi le chiede quando farà le ferie, ricordandole che è agosto, risponde: «Tra sette anni, quando andrò in pensione».


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idem 

L’impresa
Fabio, il barista sassarese coi muscoli di ferro: al traguardo dell’Ironman con i Quattro mori

                                     di Luca Fiori
Il 43enne si è fatto valere in Svezia tra 2000 super atleti di tutto il mondo


Sassari 
Quando ha alzato la bandiera dei “Quattro Mori” sul traguardo di Kalmar in Svezia, il vento che lo aveva tormentato per ore finalmente si è inchinato e lo ha lasciato in pace. Lì, in mezzo ad atleti provenienti da tutto il mondo, c’era un solo sardo. E quel sardo era lui: Fabio Casu, 43 anni, barista di Sassari, marito, padre e Ironman. Non il favorito, non il professionista. Ma l’uomo che ha trasformato ogni pausa pranzo, ogni mattina rubata al sonno, in un mattone di questa impresa sportiva, che pochissimi sassaresi prima di lui possono dire con orgoglio di aver concluso.




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«È stato il terzo Ironman della mia vita, forse il più duro, ma anche il più bello», ha scritto Fabio sui social. «È stata un’impresa sfidarmi di nuovo. La mente si ricordava tutto, ma il corpo no - racconta al tavolino del suo bar, il Caffè Centoundici in viale Umberto – e quindi ho dovuto fare tutto da zero. Otto duri
mesi di preparazione per arrivare su quel tappeto rosso a 43 anni. Ho usato tutto per riprenderlo: la forza, le gambe, la testa e poi il cuore. Tutto ciò merito di mia moglie Silvia che mi è stata vicinissima in questa dura preparazione. La mia forza. Ringrazio tutti gli amici che mi sono stati vicino in questo fantastico viaggio indimenticabile».



L’Ironman non è una gara qualunque: 3,8 chilometri di nuoto, 180 di bici, 42 di corsa, la distanza della maratona. Un viaggio estremo che mette alla prova corpo e mente. Fabio lo ha affrontato per la terza volta, dopo Cervia (2017) e Barcellona (2019), scegliendo questa volta Kalmar, in Svezia. E il Nord non gli ha risparmiato nulla: nella frazione ciclistica il vento ha trasformato ogni chilometro in una battaglia.



«Il mio obiettivo era il personal best», racconta. «Ma con quelle condizioni era impossibile. Ho chiuso in undici ore e trentasette minuti». Non il tempo sognato, ma un traguardo che pesa come il ferro. Perché un Ironman non si misura solo con il cronometro: si misura con la forza di non mollare mai.Fabio quella forza l’ha costruita con costanza, tra il lavoro al bar gli allenamenti. Dodici ore dietro il bancone ogni giorno, e poi dieci, dodici ore di allenamento a settimana. «Mi ritaglio due ore a pranzo, poi il sabato e la domenica mattina – spiega Fabio – non è facile, ma quando hai una passione vera il tempo lo trovi. Cosa mangio? Due mesi prima della gara, tolgo sale, alcol e dolci e aumento frutta, riso e proteine con pochi grassi. Una birretta? Sì una ogni tanto me la concedo».

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Sposato da tredici anni, padre di un adolescente che nuota da quando aveva tre anni, Fabio porta con sè la famiglia in ogni passo: «Durante la corsa pensi a tutto. Alle persone che ami, a chi ti aspetta al traguardo, ai sacrifici fatti per arrivare lì. Sono queste cose che ti fanno resistere».La bici è la sua arma preferita: «Sono nato in campagna, a La Landrigga. Da bambino passavo le giornate in sella». Ma la più dura è sempre la corsa, quella che arriva quando sei già stremato. A Kalmar ha affrontato il vento, la fatica e la solitudine. E quando il traguardo è apparso, ha tirato fuori la bandiera dei Quattro Mori: «Ero consapevole di essere l’unico sardo in gara. Quella bandiera è identità, orgoglio e sacrificio».Ora Fabio pensa alle prossime sfide: a fine settembre l’“Escape from Asinara”, a ottobre il Challenge Forte Village, che affronterà per la settima volta. Il barista fa tutto con le sue forze, anche economiche. Non ha sponsor, ma ha qualcosa di più: la determinazione di chi ogni giorno serve un caffè con lo stesso rispetto con cui affronta l’oceano e la strada. E se vi chiederete che sapore ha un espresso preparato da un Ironman, passate da lui al bar in viale Umberto 111, per vedere da vicino anche i suoi muscoli di ferro.




22.8.25

Sulle Alpi si scioglie la Storia: 140 mila bombe ed residuati bellici della grande guerra in otto anni


Dai ghiacci alpini che si sciolgono e dalle montagne che si sgretolano, spunta un tesoro di dolore e di ricordi lontani. Sono i cimeli della Grande Guerra, tragica epopea di un massacro che vedeva contrapposti gli eserciti del regno d’italia e dell’impero austroungarico. Un secolo abbondante è trascorso, è venuta un’altra guerra mondiale, ma i nevai hanno continuato a custodire ordigni di morte e oggetti di vita ordinaria in trincea. Adesso che il ghiaccio si ritira è sempre più frequente il ritrovamento di proiettili, bombe, gavette, munizioni ed esplosivo, che fanno tornare alla memoria pagine di Storia e di sangue in Trentino e in Alto Adige.

A partire dalla Val Martello, una laterale della Val Venosta che sale da Laces verso il Parco dello Stelvio,

i militari del 2º Reggimento Genio Guastatori Alpini, che fa parte della brigata “Julia”, hanno cominciato da fine luglio un lavoro ad alto rischio. Sulla base delle segnalazioni che arrivano da alpinisti e camminatori, individuano i residuati bellici e li mettono in sicurezza. I ritrovamenti servono però anche da indicatore dei luoghi dove se ne possono trovare degli altri, pericolosi per chi li trova e li maneggia, visto che il potenziale può essere rimasto intatto a dispetto del tempo.Il quartier generale delle operazioni è a Trento, ma le operazioni si svolgono con il supporto degli elicotteri del 4º Reggimento Altair dell’aviazione di stanza a Bolzano, adloClima I ghiacciai in ritirata restituiscono cimeli, spesso pericolosi: il Genio Alpini riceve le segnalazioni e sale in quota per sminare destrati per le difficili missioni in alta quota. Si tratta quindi di una collaborazione tra Esercito,Aviazione, Protezione civile regionale e altre forze dell’ordine. 

IL lavoro che viene svolto dagli artificieri non si limita alla rimozione, ma si basa su un consolidato meccanismo di segnalazione. Nell’area di competenza del 2. Reggimento, che copre le due province autonome di Trento e Bolzano, dall’inizio dell’anno sono stati neutralizzati 190 residuati bellici di vario calibro. Vengono portati in cave predisposte e fatti brillare.I militari spiegano che gli ordigni possono sembrare innocui, ma in realtà l’esplosivo che si trova al loro interno non si degrada e mantiene intatta la carica. Per questa ragione le indicazioni che vengono fornite sono tassative. Nessuno pensi di portarsi a casa un ricordino della Grande guerra, deve evitare di toccarlo e avvertire allo stesso tempo i carabinieri. Da loro verrà messa in moto la macchina di intervento specializzato che prevede la catalogazione degli ordigni e la valutazione sul modo migliore per il trasporto a valle e la distruzione. Quando possono essere conservati, finiscono in uno dei tanti musei di guerra di cui sono disseminate le località alpine.

scorso anno l’operazione “Carè Alto” si era svolta in alta quota sul gruppo dell’adamello. Aveva portato al recupero di 53 granate d’artiglieria che erano in ottimo stato di conservazione e si trovavano nelle zone di Bocchetta del Cannone (2.850 metri) e Cima Pozzoni (2.915 metri). Nel 2022 gli ordigni recuperati erano stati 785, nel 2021 erano stati 340. Nel 2023, nella sola zona della Vedetta di Nardis, sono stati trovati addirittura 1.039 ordigni. Secondo i calcoli del Genio guastatori, dal 2017 al 2024 sono stati rinvenuti ed estratti ben 141 mila ordigni in tutta la regione Trentino Alto Adige.

Non c’è solo la montagna. Nel 2021 e 2022 il cantiere del Waltherpark ha portato alla luce a Bolzano due bombe inesplose risalenti alla Seconda guerra mondiale. Lo scorso febbraio, nella zona industriale di Bressanone Sud è stata trovata una bomba d’aereo americana, poi disinnescata dai guastatori e fatta brillare in una cava a Naz - Sciaves. A gennaio, durante i lavori del cantiere del bypass ferroviario di Trento, sono emerse dal terreno munizioni del Secondo conflitto bellico, che hanno richiesto anche l’intervento dei Vigili del fuoco per la messa in sicurezza.

Le ricerche vengono estese ai laghi e ai bacini idrici, grazie alla collaborazione dell’esercito con la Marina militare. A intervenire nel Garda e nel lago di Torbole sono stati alcuni mesi fa gli specialisti del Comando Subacquei e Incursori (COMSUBIN). In quel caso erano state rinvenute quattro bombe a mano risalenti alla Prima guerra mondiale, due bombe da fucile modello “Zeitzunder Grenade” e due proiettili d’artiglieria dell’ultima guerra.

in una relazione quando non c'è consenso non c'è gioco che conta ., amicizia vera ., orgogio sportivo fotonsimbolo dibautocensura

Avevo   deciso di autocensurarmi e  lasciare     che  questa storiea  finisse  nell'oblio  per il bene   delle  vittime  e per  evitare  che  diventasse  morbosità   ma  soprattutto  perchè non avevo  altro d'aggiungere  a quanto detto nei precedenti 
post  :   il primo ( questo limitato da blogger nostate Non ci sono parole troppo oscene e non solo parolacce fra i contenuti sensibili quindo per leggerlo cliccatre su ok voglio leggerlo )  ma  soprattutto il secondo   
Ma per il  fatto  che  ,  purtroppo   da il Fq   d'oggi  


“Mia moglie” chiuso da Fb riapre subito su Telegram
M. LAI


Fidanzate, mogli, compagne, amiche e sconosciute immortalate di nascosto, in momenti intimi, dall’obiettivo invadente dello smartphone e poi offerte dai propri partner, come carne da macello, sul gruppo Facebook “Mia moglie”. A condividere e commentare le immagini, diffuse senza il consenso delle donne fotografate, 32 mila utenti, tutti uomini, che però, nella giornata di mercoledì, si sono visti chiudere la pagina dalla Polizia Postale di Roma. La chiusura, scattata a seguito di diverse segnalazioni, non ha tuttavia scoraggiato la pratica e, nel giro di poche ore, sono sorte decine di gruppi alternativi e canali Telegram per raccogliere “l'eredità” del gruppo Facebook, attivo dal 2019. Dopo che il caso è esploso – finendo anche sul sito del Financial Times – molte donne finite a loro insaputa sul gruppo si sono riconosciute e hanno sporto denuncia. I reati a carico dei sedicenti membri della comunità online – i cui nomi sono oggetto di una dettagliata informativa della procura – vanno dalla diffamazione alla diffusione di materiale intimo senza consenso. Al centro degli interessi perversi dei maschi della community, tuttavia, non c’era solo il corpo delle donne in quanto tale, ma anche la loro vita sessuale, perché si sa, nella cultura dello stupro, meno rapporti sessuali una donna ha avuto e più acquisisce pregio agli occhi del maschio. “Una body count 1 (l’espressione allude al numero di partner sessuali, nda) ha un valore aggiunto che non la rende scambiabile” scrive infatti un utente. Le polemiche scatenate dalla vicenda si sgonfieranno con gli ultimi strascichi di agosto, ma il tema dell’educazione sessuale e affettiva torna, ancora una volta, al centro del dibattito pubblico e politico italiano


Ma soprattutto   oltre all'articolo citato sopra a farmi cambiare idea  e  desistere dall'autocensurami   sono state :


                                             Foto simbolo di autocensura


 La lettura su fb non ricordo su quale account mi  pare di Lorenzo Tosa   che riporta   il post threreads  della   testimonianza    di una  delle  vittime    su   ( vedere  sotto  )  e questo  commento  sulla  bacheca  dello  stesso  Lorenzo Tosa 
Non si ha più il senso del pudore, i social e la realtà virtuale hanno distrutto ogni etica morale...non si è più capaci di vivere una vita fatta di normalità e quotidianità. La mia paura è più grande è per i nostri figli, stiamo lasciando loro un mondo marcio...

oltre  a  chiedermi Ma quanto può sentirsi devastata una donna di fronte ad una roba del genere? E siccome hanno capito, continuano da un'altra parte. Che schifo! A volte davvero meglio sole che accompagnate a esserei di così bassa lega . Ma soprattutto commentando, come jessica.novaro, la storia sotto : ‹‹ Belli di mamma ma perché se è solo un gioco lo fate di nascosto? » ho deciso di continuare a parlarne per un ultima volta .


No, non è solo “un gioco”.
E non è neppure solo una pagina virtuale in cui tutto nasce e finisce lì, come molti avevano creduto, sperato d continuano a credere Dietro gruppi come “Mia moglie” e simili ci sono le vite delle persone. C’è, ad esempio, una donna, Anna (nome di fantasia),



due figli e dieci anni di matrimonio alle spalle, che si è ritrovata sbattuta lì sopra a sua insaputa nella sua intimità violata, stuprata virtualmente da suo marito e da decine di migliaia di maschi ..... perversi E, quando ha chiesto spiegazioni al marito (come se potessero esistere delle spiegazioni), lui ha risposto con una frase agghiacciante nella sua banalità del male: “Era solo un gioco”.Un “gioco”.Questa non è la risposta di un mostro ma di un maschio analfabeta affettivo, spaventosamente incapace di concepire un rapporto sessuale e affettivo sano e funzionale ma soprattutto consensuale da schiavo e dipendensente della pornografia Ed è un problema enorme, esteso, diffusissimo e infinitamente più grande e complesso per una società. Spero arrivi ad Anna, in questo momento, un abbraccio forte, umano. Che sappia che non è sola.


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Ci tango a ringraziare le decine di migliaia di persone che ieri hanno letto ed apprezzato la condivisione  dell'articolo    di cronachedellasardegna   di maria  vittoeria  dettoto   lo trovate  sul  suo sito e  o  da  noi.    su Jakub Jankto.
E ribadisco un concetto: se Jankto è stato il primo calciatore professionista della serie A che si è pubblicamente dichiarato omosessuale, il Cagliari calcio è stata la prima squadra che gli ha dato fiducia e rinnovandogli il contratto dopo il suo coming out ha creato,  speriamo  sia  seguito  da  altre squadre , un precedente, una forma di integrazione  ed  inclusione  risettosa  e non ipocrita  \  pulicoscienza della quale tutti/e noi dobbiamo andare fieri/e.
Grazie dunque al Cagliari calcio ed ancora tanti auguri a Jakub per un futuro roseo con suo figlio a Praga.

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Il sassarese Spissu scende in campo con Polonara: la maglia "33" in onore dell’amico che sta affrontando la leucemiaUn legame di vicinanza e affetto nato alla Dinamo e rimasto ben saldo negli anni

Marco Spissu con la 33 di Achile Polonara (foto Italbasket)



L'amicizia è nata a Sassari, ai tempi della Dinamo, ed è rimasta ben salda anche dopo, tanto che i due vengono chiamati dai tifosi Gaspare e Orazio. E Marco Spissu alla vigilia del torneo amichevole di Atene di stasera tra Italia e Lettonia (ore 19) ha deciso di mettere da parte l'abituale numero 0 per indossare la maglia numero 33 di Achille Polonara.
Un gesto significativo per l'ala che ha scoperto di avere la leucemia e si è sottoposto alle cure che gli impediscono di essere con la squadra azzurra agli Europei. Di affetto Polonara ne ha ricevuto tantissimo, a cominciare dal ct Pozzecco, suo coach a Sassari, per finire ai giocatori non solo italiani e ai tifosi.
L'iniziativa del play sassarese Marco Spissu va però oltre: è come dire che Polonara scende in campo con la nazionale.

non importa la sua fede politica \ ideologia , o il suo essere servo , abbia il coraggio di dirlo. Feltri attacca l’ipocrisia su Pippo Baudo: “Da dimenticato a colonna nazionale”



Vittorio Feltri  non mi sta  tanti  simpatico per la  sua  faziositè ed il  suo servilismo  padronale ma la critica il culto mediatico postumo per Pippo Baudo: “In vita dimenticato, ora celebrato ossessivamente. È il segno della nostra ipocrisia collettiva” l'ha  azzeccata  . Finalmente  uno  dell'informazione      che ha il  coraggio di  dirllo  . E di  contestare  Il culto postumo .
Dopo la morte di Pippo Baudo, il dibattito mediatico non si è fermato un attimo:
immagine  creata   con meta IA
 funerali in diretta televisiva, speciali, servizi, ricordi e persino articoli sul patrimonio del presentatore. Una narrazione che, secondo Vittorio Feltri, ha assunto i contorni di una vera e propria “santificazione postuma”. 
Infatti  su  fb      ho  scritto   e  poi   rimosso    che :  ‹‹  Basta   parlare di Baudo  .   non  sapendo   piuù cos  dire    doiranno  quante  volte  è andato al cesso ›› Come  me nell’editoriale pubblicato su Il
Giornale, il giornalista non ha usato mezzi termini: «La santificazione postuma di Pippo Baudo, che in vita era stato ridotto quasi all’oblio, è un esercizio nauseante di ipocrisia collettiva».
“Dimenticato quando era vivo”
Per Feltri, il problema sta nel divario tra la grandezza del personaggio e il trattamento che gli è stato riservato negli ultimi anni: «Baudo è stato protagonista assoluto della televisione per decenni, ha dato volto e voce all’intrattenimento italiano, ha incarnato il modello del nazional-popolare. Poi, una volta archiviata la sua stagione, nessuno se n’è più occupato. Silenzio assoluto. Non se ne è parlato per lustri, come se fosse un soprammobile dimenticato in soffitta». Da qui l’amara constatazione: «Perché la Rai non gli ha riservato attenzione quando era vivo, relegandolo piuttosto a comparsate marginali, trattandolo quasi come un reperto archeologico?».
L’accusa di ipocrisia
Il fondatore di Libero ha sottolineato come l’attuale ondata di celebrazioni dica molto più sulla società italiana che sul presentatore stesso: « La verità è che ci ricordiamo delle persone solo quando non ci sono più, e questo non è omaggio, è scherno. […] Siamo ipocriti? Indifferenti? Probabilmente entrambe le cose. Siamo un popolo che celebra la memoria per non dover affrontare la realtà. Preferiamo piangere i defunti piuttosto che rispettare i vivi». E ha concluso con una frase tagliente: «Così è andata con Baudo: da ‘vecchio arnese’ dimenticato a ‘colonna della Nazione’. Un teatro che dice molto più di noi che non di lui ».

21.8.25

portotorres cerco camerieri meflio non sardi sardi chi odiano i sardi ., Da Cenerentola a regina la favola del Campanedda Il sogno nato dopo uno spuntino è diventato una realtà del calcio regionale., ed altre storie dalla sardegna .,


 





Il pompiere che ama volare Silvio Zoncheddu ha percorso 116 chilometri col parapendio: record sardo



E pensare che è cominciato tutto per caso. «Era il 1993 e mentre stavamo facendo un’escursione nelle campagne di Dolianova, un amico mi chiese “perché non fai un corso di parapendio?”». E così che Silvio Zoncheddu, 58 anni, vigile del fuoco, ha cominciato a volare e da allora non si è più fermato. Più di trent’anni su nel cielo, inanellando un successo dietro l’altro: l’ultimo qualche giorno fa quando ha stabilito il nuovo record sardo di volo in parapendio percorrendo 116,18 chilometri.
La storia
«Quando il mio amico mi chiese se volessi fare il corso gli chiesi di spiegarmi in che cosa consistesse», racconta. «Lui già era un paracadutista e un deltaplanista, io non sapevo nulla. Mi convinse e feci il corso. Appena toccato questo “giocattolo” rimasi folgorato. Adesso sono 32 anni che volo e sono felicissimo». Dopo il corso, Zoncheddu viaggia per specializzarsi sempre più, «per rapportarmi con piloti più esperti sono andato a Castelluccio, in Umbria, che era un po’ la mecca del volo in quegli anni. Ho iniziato a seguire i veterani e imparare da loro e intanto facevo qualche lavoretto, come il fly taxi, accompagnando i piloti nei loro spostamenti. Tra loro c’era Gimmy Pacher, quello che vinceva tutto. Diventammo amici e oggi per me è come un fratello. Teniamo insieme anche dei corsi sulla sicurezza in volo».
Il lavoro di vigile del fuoco arriva dopo, nel 1996, quando già volava. «Amo il mio lavoro, sono orgoglioso di quello che faccio e ho un rapporto meraviglioso con i colleghi. Ma solo quando volo ho una sensazione di estrema libertà che mi fa stare bene».
Il record sardo di volo lo aveva già stabilito qualche tempo fa arrivando a 108 chilometri. «Ma il 31 maggio sono stato superato da un altro pilota che è arrivato a 109. E siccome sono molto competitivo ho deciso di fare di più e così sono arrivato a 116,18 chilometri». La partenza da Bortigali «studiando il meteo e i venti. Il primo giorno non è andata bene così ci ho provato il successivo quando proprio i venti hanno creato una convergenza particolare con una velocità media superiore a 30 km orari. Così da Bortiogali, sono arrivato a Santu Lussurgiu, da qui sono tornato indietro seguendo la catena del Marghine in direzione Pattada e poi di nuovo a Bortogali».
Fare parapendio in Sardegna non è facile «perché non offre distanze ampie e c’è la variabile dei venti. Diciamo che il discorso è diverso se percorri l’arco alpino». Volare, «ti da una sensazione bellissima ma non direi che è un modo di evadere dalle cose difficili che vedo nel mio lavoro. È importante imparare a gestire tutto.
Di campionati Xc Sardegna, ne ha vinti 16, compreso quello dell’anno scorso e se vincerà quello di quest’anno arriverà a 17. «Quello che mi stimola è la concorrenza con tanti bravi piloti come Marco Spano e Mario Mele, solo per citarne alcuni. Mi stanno con il fiato sul collo e questo mi spinge a impegnarmi per fare sempre meglio e per continuare a volare». Su nel cielo, verso la libertà.

Jakub Jankto ha pagato la scelta di essere libero. La sua omosessualita’.Non gli infortuni…

 concordo   con https://www.cronachedallasardegna.it/

Maria Vittoria Dettoto

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco . - puntata n puntata XXXVII ANCHE LA RESPIRAZIONE PUÒ ESSERE UN’ARMA DI DIFESA

l'articolo    sull'ultimo n  di Giallo   di Antonio Bianco   

Quando ci si trova in situazioni di pericolo, come per esempio un’aggressione, il corpo umano reagisce
avviando quello che viene chiamato “sistema di attacco o fuga”. Questo comporta che in pochi secondi il cuore acceleri, i muscoli si tendano e la mente si focalizzi sull’unica cosa
che conta, vale a dire sopravvivere. In tutto quessto, spicca un elemento cruciale, che può fare la differenza tra il panico e il controllo, ed è la respirazione. Respirare in modo controllato e soprattutto consapevole è il primo passo per avere il comando della propria mente e del proprio corpo. Quando si è vittima di un’aggressione, si tende a trattenere il respiro o a respirare in modo rapido, quindi superciale. Questo tipo di respirazione peggiora la tensione dei muscoli, alimenta lo stato di confusione mentale e fa lievitare il senso di paura. Rallentare la frequenza del respiro, invece, è utile per ridurre l’ansia, mantenere un maggiore livello di lucidità e reagire in maniera più efficace. Per riuscirci, una delle tecniche più effiaci è quella della respirazione con il diaframma,che prevede di inspirare lentamente con il naso contando fino a 4, tra"enere il $ato per un paio di secondi, e poi espirare lentamente attraverso la bocca. Questo tipo di respirazione è in grado di stimolare il nervo vago e di abbassare la frequenza cardiaca, andando a inviare al cervello un senso di sicurezza. Ci aiuta a pensare con una maggiore chiarezza, anche quando ci si trova nel caos.Senza contare che respirare bene non signifca soltanto ossigenare il corpo in maniera adeguata, ma anche prepararsi mentalmente a scegliere la strategia più efficace e più sicura per la nostra incolumità. Ecco che in qualche modo la respirazione diventa un’arma di difesa, perché, pur non bloccando la paura, la rende in qualche modo più gestibile e quindi meglio affrontabile. Per non trovarsi impreparati nel malaugurato caso in cui si sia vittime di un’aggressione, è fondamentale allenarsi a respirare nel modo corretto anche in condizioni di stress. Del resto, chi controlla il respiro controlla anche se stesso.
  trovano  conferma da  quanto  ho  trovato    sul web  in un Ecco un "vademecum" pensato per le partecipanti al corso InDifesa, organizzato dall'associazione Lei.Si tratta di una serie di suggerimenti pensati per gestire al meglio eventuali situazioni aggressive in cui potreste essere coinvolte:più precisamente su : Quest articolo del Centro Ànemos - Lesmo (MB) il quale oltre agli argomenti già trattati òrecedentemente e ripresi dal link sopracitato ( che puo essere consultato per chi fosse interessato e non vuole fare un viaggio a ritroso a cercare le ostre puntate precedenti della guida ) e in particolare sule tecniche non violente come quell a della Descalation , Utilizzare un comportamento assertivo, ecc
 
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Controllare la respirazione

Quando ero bambina si faceva un gioco “stupido” e pauroso … ma spesso i bambini vanno alla ricerca delle sensazioni di paura: metterle in atto rappresenta un modo per inscenarle, quasi per esorcizzarle. E così i bambini più grandi si nascondevano in vari punti delle cantine del mio condominio, che erano un una specie di labirinto, ed il malcapitato, solitamente i bambini più piccoli, dovevano attraversarle e subire gli agguati dei “mostri” nascosti. Solitamente accadeva che i bimbi attraversassero la cantina di corsa, col cuore in gola, in preda ad una vera e propria sensazione di panico.

Io prendevo per mano mio fratellino più piccolo e gli dicevo di respirare piano e di non correre, ma di attraversare la cantina camminando, respirando piano e con calma … il semplice calmare il respiro e controllare il tono muscolare, l’interrompere la reazione di fuga, trasformava quel gioco in qualcosa di divertente, quantomeno di più gestibile, e non più in qualcosa di terribilmente spaventoso (c’erano bambini che si facevano pipì addosso ed io non volevo che succedesse anche a mio fratellino). Ora, indubbiamente io lo facevo in maniera inconsapevole, il mio cervello si era “ingegnato” in maniera istintiva. 

-Aggiungo qui una piccola curiosità: sapete perché il mio cervello si era così ingegnato? Perché dovevo “proteggere” il mio fratellino. Lo sapete che il cervello delle madri -o comunque di chi si deve prendere cura di un individuo che percepisce come più debole- cambia? Ci sono esperimenti (vedi Ammaniti) che dimostrano come i neuroni del cervello delle madre diventino più grandi e che se alcune topoline-cavie vengono messe in un labirinto, le prime a trovare la soluzione per uscire sono priprio le topoline gravide, le quali hanno come un cervello “amplificato”, che deve pensare al benessere di due persone e non più solo di una. 

In questo caso cosa si osserva? Che il cercare di controllare delle reazioni fisiologiche, che nella fattispecie erano quelle relative alla risposta di fuga, riuscivano a fare mantenere una certa capacità di controllo sulla situazione.

Tra le varie cose che è efficace tenere monitorato c’era la RESPIRAZIONE.
Fattore che sembrerà banale, ma in realtà importantissimo. Abbiamo visto prima che tra i vari effetti dell’adrenalina sul corpo si osserva anche un’alterazione della respirazione. Che si può avere in 2 modi: 

Respirazione accelerata o affannosa: l’organismo mette in atto la risposta di attacco/fuga, quindi il cuore batte più forte, il sangue viene spinto nei muscoli degli arti per sostenere la reazione “attiva” ed i polmoni accelerano per sopperire all’aumentato fabbisogno di ossigeno. Una reazione di questo tipo può portare a conseguenze quali iperventilazione e, in casi estremi, allo svenimento.

Respirazione irregolare o interrotta: alcune persone, di fronte al pericolo, tendono a trattenere il respiro, e questo è ancora una volta in linea con il percorso evolutivo: il cervello arcaico mette in moto il meccanismo di difesa primitivo per cui trattenere il respiro è funzionale al fingersi morto/mimetizzarsi/nascondersi/stare immobili. Questo tipo di reazione è chiaramente disfunzionale, ci fa restare in apnea, riduce l’apporto di ossigeno ed in casi estremi porta allo svenimento, alla perdita dei senso o ad eccessiva rigidità muscolare.Queste modalità di respirazione entrano in gioco in maniera involontaria, sollecitate dall’adrenalina, impattano negativamente sulla capacità di autocontrollo, di coordinazione e sul Sistema Nervoso in generale (la respirazione infatti è correlata ed in grado di REGOLARE il nostro SN), MA POSSONO ESSERE CONTROLLATE. 

Quindi, se è vero che il nostro Sistema Nervoso può influenzare la nostra respirazione, è altrettanto vero che esercitare un controllo cosciente sulla nostra respirazione può influenzare il nostro SN e quindi il rendimento psicofisico. 

Entrambi i tipi di respirazione disfunzionali sono caratterizzati dell’essere centrati nel petto (l’apnea trattiene il respiro ingrandendo il petto, l’affanno è caratterizzato da evidenti e frequenti movimenti di questa zona del torace). L’esercizio da fare è quello fatto nella prima parte del nostro incontro: portare il respiro nella pancia.

Il respiro nella pancia è in grado di calmarci psicologicamente, di diminuire notevolmente la frequenza cardiaca, di diminuire la sudorazione. Il respiro nella pancia è tipico del meccanismo n° 3, del sistema vagale mielinizzato, attivo durante gli stati di quiete e di interazione sociale, quindi portare il respiro nella pancia permette di disattivare i meccanismi di difesa arcaici e disadattivi promuovendo l’intervento del sistema più evoluto, che ha a che fare con l’autocontrollo e la consapevolezza.

È importante quindi respirare con la pancia evitando i grandi respiri di petto tipici di coloro che hanno paura/terrore o di chi ha fatto un grande sforzo; inspirare profondamente cercando quasi di spingere lo stomaco verso il basso, fare una piccola pausa, e poi espirare lentamente (solitamente l’espirazione dovrebbe durare più dell’inspirazione). Tenendo una mano sul petto ed una sulla pancia, quella sul petto dovrebbe rimanere piuttosto ferma e quella sulla pancia invece muorsi. 

È possibile esercitare questa pratica, magari inizialmente a casa in tranquillità, facendo 12 respiri profondi di pancia prima di dormire. E poi anche in tutte quelle situazioni di panico o paura che affrontiamo nella vita quotidiana. 

Anche qui aggiungo un piccolo aneddoto: ho provato ad esempio questo metodo durante l’arrampicata. Situazione tipo: ho paura dell’altezza, entro in panico, la respirazione diventa più veloce ed affannosa. Riconosco i sintomi, agisco un controllo sul pensiero, mi calmo grazie alla respirazione, mi riapproprio dell’autocontrollo.

Si tratta di un metodo antistress e antipanico rapido ed efficace: non avevo molto tempo per pensare, dovevo agire in fretta per muovermi e procedere. 

Riconoscere i "sintomi della paura"

Come spiegato nel precedente articolo, saper riconoscere i segnali dell'adrenalina (occhi sbarrati, movimenti rapidi degli occhi, respirazione alterata, ecc), che colpiscono non solo aggredito, ma anche l'aggreossore, aumenta la sensazione di padronanza di noi stessi e permette di riconoscere in tempo l’imminenza di un attacco, per poter predisporre una reazione efficace.





per approffondire   
Traduzione, riadattamento e ampliamento, a cura di Bruno Carmine Gargiullo e Rosaria Damiani di “Neurocriminology: implications for the punishment, prediction and prevention of criminal behaviour”, di Andrea L. Glenn & Adrian Raine, 2014, volume 15, Nature, Macmillan Publisher.

diario di bordo n 143 anno III non basta la stampa e internet anche gli avvocati difensori insultao la vittima ., tra pace e guerra ., rapporto ta arte e IA .,



Caro Red seguo come te la cronaca nera e su  fb  ho visto lì una fotografia che ho trovato disgustosa. C’era l’avvocato Massimo Lovati, che difende Andrea Sempio, a sua volta difeso dalla famiglia Poggi, con un Fruttolo in mano. C’era scritto che 
era il giorno del suo compleanno, quindi anche l’anniversario della morte di Chiara Poggi. Siccome vedo  , e come    avete  scritto    voi di compagnidistrada  ,  la famiglia di Chiara sempre in prima linea per difendere l’onore di Chiara, giustamente, come mai stavolta non è intervenuta? Come mai nessuno si è sorpreso che unavvocato  difensore   di  un  indagato   sbeffeggi la vittima?
                          Lettera firmata

Carissima ******
come avrai letto su Facebook questa foto ha turbato anche me. Sia per il giorno in cui è stata scattata, sia perché ridere sopra un Fruttolo mi pare un’evidente presa per i fondelli  della Procura di Pavia, che tanto  duramente sta lavorando in questi mesi. L’ironia e il sarcasmo ci 
sempre. Ma qui siamo oltre. Come dici tu, questa immagine è stata scattata, o così c’era scritto, il giorno del compleanno dell’avvocato Lovati, il 13 agosto. Giorno anche del massacro di Chiara Poggi. Forse l’avvocato non ci ha pensato o  forse  vuole creare  un diversivo   visto che tra poco  saranno  , come  si vocifera da più parti , le  carte  della  procura  . Ma ci pare strano, vista la sua grande esperienza, supportata se non altro dall’età. Gli sfottò sono veramente qualcosa che  mai ( almeno  per  me   e credo anhe per glialtri  utenti   e collaboratori diretti o indiretti del blog  ) vorremmo vedere nella cronaca nera: soprattutto verso gli inquirenti e verso la vittima. 
Un conto è scavare   molto spesso esageratamete  al  limite     quando  va  bene    della morbosità e  dello sciaccallaggio  mediatico  nelle vite dei protagonisti per cercare il   bandolo della matassa, un conto è ridere di chi lo fa. Massimo Lovati può anche risultare simpatico, per un po’, con il suo 
modo di fare che sembra sempre in bilico tra l’esserci e il farci. Ma non esageriamo: parla di sogni, di incubi, di sicari, di  pedo!lia internazionale... Tranne che del suo cliente. Ora, se sa  qualcosa di utile alle indagini sulla morte di Chiara Poggi lo  dica. Alla Procura. Dica tutto. Il 13 agosto una ragazza è morta 
con il cranio fracassato in casa sua, e noi vogliamo sapere chi l’ha uccisa. Vogliamo sapere se in carcere c’è un innocente, se c’è un assassino in libertà. Sono temi troppo seri per giocarci   sopra, dopo 18 anni oltretutto. Come se nulla fosse.  << Signori, è tempo di  tornare adulti. Gli indovinelli e i giochini con i 
Fruttoli hanno stancato >>  come   fa notare    Albina  Perri   direttrice del  settimanale  Giallo  


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 editoriale  unione  sarda  21\8\2025

Tutti parlano di pace. Ognuno vuole la sua. Ma appena si intravede uno spiraglio, ancora prima di capire, tutti pronti a criticare, rimproverare, disapprovare, biasimare. Massimamente se gli attori non piacciono politicamente. Proposte di soluzione, nessuna. Tutti a dire: che la pace sia giusta. Quale sarebbe una pace giusta? E giusta per chi? Per Putin o per Zelensky? O per Trump, von der Leyen, Macron, Meloni? Papa Leone XIV indica come soluzione la via del dialogo e ammonisce: «Non serve il fuoco delle armi né quello delle parole che inceneriscono gli altri. I popoli amano la pace». È vero. Ma la amano più in astratto che nel concreto. Ce lo svela la storia dell’umanità. L’uomo, per sua predisposizione naturale ha sempre oscillato fra pace e guerra; non rinuncia alla prima ma non può fare a meno dell’altra: una spinta istintiva che sfugge alla ragione e che James Hillman, psicologo analista di scuola junghiana, definisce «una pulsione primaria e ambivalente della nostra specie». Dall’inconscio collettivo emerge un «Terribile amore per la guerra»: è questo il titolo di un suo saggio, esteso poi a libro, che vent’anni fa ottenne meditati consensi e disapprovazioni feroci. Hillman sostiene che dalla lettura della Storia emerge la «normalità della guerra», che nessun disarmato grido di pace è mai riuscito a contrastare. Tragica verità oggi sotto i nostri occhi.



Il suo nome è Angela Attanasio, ha 35 anni, è una giovane imprenditrice turistica di quelle serie, che ha investito nella sua terra, le isole Tremiti, e crede nella cultura del lavoro. Anche per questo è finita nel mirino dei clan

 Il suo nome è Angela Attanasio, ha 35 anni, è una giovane imprenditrice turistica di quelle serie, che ha investito nella sua terra, le isole Tremiti, e crede nella cultura del lavoro.Anche per questo è finita nel mirino dei clan.Qualche giorno fa, in piena notte, degli ignoti e vili delinquenti le hanno squarciato metà della flotta di gommoni che Angela noleggia da decenni sull’isola.Il messaggio è chiarissimo, oltreché di una violenza inaudita: “Fermati. Qui ci siamo noi”.Angela Attanasio invece non si è fermata e soprattutto non è rimasta zitta.Ha presentato una denuncia ai carabinieri e ha denunciato tutto pubblicamente. Chiamando le cose col loro
nome.
“Ho subito un vile atto intimidatorio di natura mafiosa. Faccio questo video perché sicuramente la persona che ha fatto questo gesto vile lo vedrà e spero che si senta un po' in colpa. E, soprattutto, per dare una voce di allarme perché ci troviamo in un posto meraviglioso, ma non siamo assolutamente tutelati.Non è possibile investire in un luogo in cui nessuno protegge noi giovani, che vogliamo fare impresa, in un luogo già di per sé difficile e che così diventa impossibile. Atti simili di stampo mafioso e inqualificabili non possono passare sotto silenzio. È ora di dire no e di denunciare con forza una situazione ormai insostenibile.”E subito è partita spontaneamente una raccolta fondi che le ha permesso di ripartire in un momento difficilissimo.Angela Attanasio è un esempio di donna coraggiosa che combatte e si ribella al potere di clan più o meno grandi.Siamo in tanti con lei.Ma non basta il sostegno di singoli, generosi, cittadini. Ora tocca , almeno si spera , allo Stato stare dalla sua parte

Mario Sotgiu e i suoi mille racconti: «Arzachena, una storia straordinaria»Il creatore del museo più piccolo d’Italia è il custode della memoria della sua città

Arzachena È più forte di lui. Anche quando dovrebbe essere il protagonista del racconto, Mario Sotgiu, il presidente dell’associazione “La ...