


Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà



Se proprio vogliamo ricordare la shoah e l'olocausto facciamolo a 360 e ricordiamo che esso avvenne da parte di noi italiani ( una gran parte d'essi ) . Infatti un aspetto poco noto ma
fondamentale della Shoah in Italia: la rete dei campi di internamento ebraico istituiti dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) a partire dal 30 novembre 1943, data in cui il ministro Buffarini Guidi firmò l’ordinanza di polizia n. 5. Ecco i punti principali:
Infatti Memoria e consapevolezza: La memoria di questi campi è rimasta marginale e coltivata da pochi per decenni. Solo tra la fine degli anni '80 e '90, grazie a opere come Il libro della memoria di Liliana Picciotto, si è cominciato a riconoscerer apertamente il ruolo nella Shoah da parte italiana
per chi volesse approffodire consiglio quest articolo d' avvenire del 23\6\2025
di Gianni Santamaria
l 30 novembre del 1943 è una data poco nota nella storia della persecuzione e dello stermino degli ebrei italiani. Eppure fu uno spartiacque. In quel giorno, infatti, fu emanata dal ministro dell’Interno della Repubblica di Salò, Guido Buffarini Guidi, l’ordinanza di polizia numero 5, che destinava ai campi di concentramento tutti gli ebrei a prescindere dalla nazionalità e prevedeva la confisca dei loro beni. Dal giorno successivo cambiò, dunque, in modo decisivo la strada seguita sino ad allora dal fascismo sulla “questione ebraica” e iniziò una vera e propria “caccia all’uomo”. Con quell’atto furono costituiti i campi provinciali che afferivano al campo di concentramento speciale di Fossoli, nel Modenese dal quale partivano i convogli destinati ai luoghi di sterminio.Di questi luoghi e dell’ingranaggio di violenza e sangue di cui furono una ruota si occupa Carlo Spartaco Capogreco nel saggio I campi di Salò. Internamento ebraico e Shoah in Italia (Einaudi, pagine 448, euro 30,00) con cui lo storico prosegue e integra lo studio dedicato vent’anni fa ai Campi del Duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (uscito per lo stesso editore nel 2004 e tradotto in varie lingue). A Capogreco, che insegna Storia contemporanea all’Università della Calabria, si deve anche un pionieristico studio su Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (Giuntina 1987), oltre che numerose monografie e contributi a opere collettive su Shoah, fascismo e Resistenza (Il partigiano Facio, Donzelli, 2007).L’idea che muove questo nuovo saggio, scrive l’autore nell’introduzione, è quella di dare «una mappatura territoriale complessiva, ancora mancante, dell’internamento ebraico attuato dalla Repubblica di Salò» e «delle sue connessioni con la deportazione dall’Italia, condotta dalle autorità di occupazione tedesche, nel quadro della “soluzione finale del problema ebraico”». Diversamente dall’internamento “di guerra” attuato da Mussolini a partire dal 1940, spiega Capogreco, questa direttiva riguardava tutti gli ebrei e non solo gli stranieri, considerati alla stregua di agenti nemici. E fu, di fatto, l’«ingranaggio» che connesse il regime collaborazionista nato dopo l’8 settembre al progetto nazista. «Non a caso venne salutato subito con compiacimento dai tedeschi, i quali, pur continuando a riservarsi la “titolarità” delle deportazioni, ritennero che esse sarebbero state certamente facilitate dalla disposizione di Salò sull’internamento autonomo degli ebrei». I repubblichini ebbero di fatto “carta bianca”, come testimoniano le centinaia di “fogli di traduzione” emanati dalle autorità italiane, conservati - non senza «lacune clamorose», nota lo studioso – negli archivi.Capogreco, dunque, ricostruisce la rete dei campi e i fili che li misero in connessione con l’attività di rastrellamento e poi di deportazione verso lo sterminio. Per effetto dell’ordinanza, campi provinciali vennero realizzati in ventidue delle cinquantotto province controllate dalla Repubblica di Salò: Asti, Borgo San Dalmazzo (Cuneo, attivo già dal 18 settembre in relazione alle prime, occasionali, azioni degli occupanti contro gli ebrei), Vercelli, Aosta, Calvari di Chiavari (Genova), Valle Crosia (Imperia), Bergeggi (Savona), Mantova, Sondrio, Venezia, Verona, Tonezza del Cimone (Vicenza), Vo’ (Padova), Monticelli (Parma), Reggio Emilia, Ferrara, Forlì. Bagni di Lucca, Marina di Massa (Apuania), Roccatederighi (Grosseto), Senigallia (Ancona) e Perugia. Allo scopo furono adibiti edifici i più disparati: ville, scuole, caserme, antichi manieri, alberghi, teatri, colonie marine o invernali, istituti religiosi cattolici e perfino sinagoghe e case di riposo ebraiche. Ad essi vanno inoltre affiancati cinque campi di internamento di civili preesistenti e riattivati allo scopo: Scipione (Parma), Bagno a Ripoli (Firenze), Civitella della Chiana (Arezzo), Pollenza (Macerata) e Civitella del Tronto (Teramo). Quelli del Sud come il già citato Ferramonti di Tarsia (Cosenza), erano ormai in mani alleate dopo lo sbarco in Sicilia. L’elenco – oltre a dare al lettore una plastica rappresentazione della diffusione capillare - fa capire anche che si trattava di luoghi lontani dalle grandi città, dove allo scopo funzionavano le prigioni. Come San Vittore a Milano, i cui prigionieri venivano condotti al binario 21 della stazione centrale con destinazione Auschwitz. I campi provinciali - ricorda l’autore – ebbero comunque un ruolo «considerevole» nella deportazione, contribuendo con un migliaio di deportati sui 7mila dalla Penisola tra 1943 e 1945. E questo nonostante il fatto alcuni rimasero per alcuni periodi pressoché vuoti, vista la discontinuità dei flussi e la ristrettezza dell’arco temporale in cui tali strutture operarono: si va dai pochi giorni del campo provinciale di Apuania agli otto mesi di quello di Padova. Deportazione e spoliazione furono attuate da diversi soggetti. Nella Rsi non da reparti ad hoc, ma dalla polizia ordinaria. Mentre nelle grandi città come Roma, Firenze e Milano agirono la Guardia nazionale repubblicana, la Milizia ferroviaria e confinaria, la polizia ausiliaria e anche gruppi irregolari, composti in gran parte da avanzi di galera, come la famigerata banda dello squadrista Mario Carità. I rastrellamenti si basarono sugli elenchi redatti nel 1938, sempre aggiornati, o su delazioni. E vennero eseguiti per strada, sui mezzi pubblici, negli ospedali o nei luoghi di culto.All’atlante dei lager italiani è dedicata la quarta parte del saggio (arricchito da un apparato fotografico, carte, grafici, schede e un’appendice di documenti e testimonianze). I primi tre (“Un nuovo invisibile ghetto”, “Dentro il cono d’ombra” e “Tutti stranieri e nemici”) trattano del regime persecutorio dopo il 1938, al primo inasprimento che toccò soprattutto gli ebrei stranieri e al successivo crescendo. Non mancano i ritratti di vittime di quella spirale d’odio. Come Mario Spagnoletto, ebreo romano che nella sua tragica vicenda incarna la continuità della politica razzista e antisemita del fascismo. Fu, infatti, internato una prima volta nel 1940 per «attività contraria agli intessi della Nazione» e poi deportato da Fossoli ad Auschwitz nel 1944. Alle testimonianze dei sopravvissuti, rese a fatica, pochi credettero, come scrisse Primo Levi. L’unica resa al processo Eichmann da un’italiana, Hulda Cassuto Campagnano, venne addirittura travisata in patria con l’intento di minimizzare il ruolo giocato nello sterminio. Dopo il 1961, in Italia si è dovuto attendere il biennio 1988-1989, cinquantesimo delle leggi razziali e caduta del Muro - e la successiva uscita del Libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion (1991) - per una prima presa di consapevolezza. Oggi la storiografia e le tante iniziative sulla memoria stanno facendo progredire la coscienza civile nazionale su questi temi, contrastando l’onda negazionista che tuttora tracima dai social. Ma i campi di Salò, risultano ancora oggi «l’emblema di una memoria mancata e di una storia trascurata a lungo »
finalmente una notizia in cui gli eredi di vip non cercano scorciatoie o litigano almeno per ora bramosamente per eredità
Il primo nodo riguarda Imma Savastano, la moglie di Pietro destinata a diventare una delle figure più tragiche e potenti dell'universo Gomorra. Sulla sua tomba, mostrata in Gomorra – La Serie, campeggia il 1970 come anno di nascita. Eppure in Gomorra – Le Origini, ambientata nel 1977, Imma è un'adolescente di sedici anni. I conti non tornano. La seconda questione è ancora più spinosa e riguarda il padre di Pietro. In Gomorra – Le Origini il genitore sembra non esistere: morto, scomparso, comunque del tutto assente dalla vita del figlio. Ma chi ha seguito Gomorra – La Serie ricorda bene quanto Pietro adulto, interpretato da Fortunato Cerlino, parlasse del padre come di una figura fondamentale, qualcuno da cui aveva imparato, accanto al quale era cresciuto.
Ora Come si conciliano queste due versioni? Intanto, una considerazione prima di gridare al buco di sceneggiatura. Il fatto che in tanti abbiano sollevato dubbi, non sempre è un fattore negativo. Tutt'altro. È un certificato di qualità. Quella stessa qualità che ha convinto anche Marco D'Amore a girare il prequel Significa, infatti, che Gomorra ha raggiunto quel tipo di status che raggiungono solo le grandi narrazioni seriali. Siamo di fronte a un pubblico attivo a tutti gli effetti. Un pubblico che non si limita a guardare passivamente, ma studia, confronta e cerca le connessioni tra la serie madre e quella prequel. Un po' come avviene – mi si passi il paragone – con il Marvel Cinematic Universe. Il principio è lo stesso.Ecco perché non sono, a mio avviso e secondo l'articolo in questione , errori (probabilmente) La questione della data di Imma e dell'assenza del padre di Pietro hanno un elemento in comune: entrambe riguardano informazioni che potrebbero essere (e lo saranno sicuramente) sviluppate nel corso della serie. Non siamo di fronte a contraddizioni chiuse, ma a elementi aperti che attendono una risoluzione narrativa.Gomorra – Le Origini è solo all'inizio del percorso di formazione di Pietro Savastano. Siamo nel 1977, seguiamo un quindicenne che deve ancora diventare il boss che conosciamo. La sua storia criminale è appena iniziata, il suo rapporto con la famiglia – padre incluso – è destinato a evolversi. Pretendere che tutto sia già chiaro dopo le prime due puntate significa ignorare la natura stessa di un prequel: mostrare come si arriva a quello che sappiamo, non confermarlo immediatamente Quanto alla data di Imma, l'ipotesi più semplice è che si tratti di un dettaglio destinato a trovare spiegazione nel corso delle stagioni. Gli sceneggiatori Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, insieme a Marco D'Amore, hanno costruito questa serie con la consapevolezza che i fan avrebbero controllato ogni singolo riferimento alla serie originale. Difficile credere che una contraddizione così evidente sia sfuggita .
«Il punto è questo: Gomorra » – sempre secondo fanpage Le Origini sembra essere non è pensata per esaurirsi in sei episodi. È che siamo solo all l'inizio di un percorso narrativo che, se il pubblico risponderà positivamente come ha fatto con la serie madre , si svilupperà negli anni. E proprio come accaduto con Gomorra – La Serie, dove alcune questioni trovavano risposta a distanza di stagioni, anche qui bisognerà aspettare [ almeno alla fine della probabile prima stagione aggiunta mia ] per avere il quadro completo.»
da https://www.comingsoon.it/serietv/news/





Tra le tante tragedie della persecuzione nazista contro i Rom e i Sinti, la vicenda dei
I bambini chiamavano “Lolichai” Eva Justin, l’assistente di Robert Ritter presso l’Istituto di Biologia Razziale del Reich. Con i suoi capelli rossi e i modi affabili, Justin si guadagnò la fiducia dei piccoli, distribuendo caramelle e coinvolgendoli in attività apparentemente innocue, come raccogliere mele o infilare perline. Tuttavia, dietro quella facciata amichevole si nascondeva un obiettivo spietato: dimostrare che i Sinti, anche se cresciuti in ambienti non appartenenti alla loro cultura, erano intrinsecamente “inadatti” a integrarsi nella società tedesca. Justin condusse studi approfonditi su questi bambini per completare la sua tesi di dottorato, concludendo che l’educazione di individui appartenenti alla “razza zingara” fosse inutile. Questa conclusione fornì una base pseudoscientifica alle politiche di sterminio naziste, condannando i bambini di Mulfingen a un destino già scritto.
Nel maggio 1944, con la tesi ormai completata, i bambini furono informati che avrebbero partecipato a una gita. Furono lavati, vestiti con abiti nuovi e ricevettero un panino e una mela ciascuno. Salirono pieni di fiducia su un autobus, ma quel viaggio li condusse a una stazione ferroviaria. Da lì, furono caricati su un treno diretto ad Auschwitz-Birkenau, nel famigerato settore Zigeunerlager (“campo degli zingari”). Angela Reinhardt, l’unica bambina a non salire sull’autobus, si salvò perché era registrata con il cognome tedesco della madre e il suo nome non compariva nell’elenco dei deportati. La sua testimonianza sarebbe divenuta anni dopo una preziosa fonte per comprendere il destino dei suoi compagni.
I bambini di Mulfingen arrivarono ad Auschwitz il 9 maggio 1944, una settimana prima di uno degli episodi più significativi nella storia del campo. Il 16 maggio, i prigionieri dello Zigeunerlager, circa 6.000 Rom e Sinti, opposero resistenza armata alle SS, che avevano pianificato la “liquidazione” del settore. Allertati in anticipo, uomini, donne e bambini si armarono con utensili, bastoni e tutto ciò che avevano a disposizione. Il loro coraggio costrinse le SS a ritirarsi temporaneamente, temendo che la rivolta potesse diffondersi nel campo. La rivolta rappresentò una delle rare occasioni in cui i prigionieri riuscirono a opporsi collettivamente ai loro carnefici. Tuttavia, fu solo un rinvio dell’inevitabile: nei mesi successivi, la maggior parte degli abitanti del Zigeunerlager, inclusi i bambini di Mulfingen, trovò la morte nelle camere a gas o per le terribili condizioni di vita nel campo.
Il peso della memoria
da 𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎lla vera vicenda di Christopher Havens ed è 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜. Infatti la stessa wikipedia ( Christopher Havens - Wikipedia, l'enciclopedia libera ) afferma che : «Questo articolo o la sezione successiva non sono sufficientemente dotati di prove (ad esempio riferimenti). Le informazioni senza prove sufficienti potrebbero presto essere rimosse»ma si puo contattare lo stesso Cristopher scrivendo a : Centro Correzionale di Washington Casella postale 900 Shelton, WA 98584 oppure [firstname]@pmathp.org
La vicenda mi ha sempre interessato meno di niente, ma quello è gusto mio. Non me n’è mai fregato nulla della Ferragni, non l’ho mai seguita, il tempo è poco e se devo approfondire , come giustamente suggerisce Andrea Scanzi , qualcosa (tante cose) di sicuro non approfondisco la Ferragni.Di sicuro la notizia (il “Pandoro Gate”) c’era, il reato era odioso e chi ne ha parlato con competenza ha fatto benissimo a farlo. Semplicemente non me n’è mai fregato una mazza. Tutto qua. C’è però una cosa che andrebbe anche solo minimamente rispettata ( e pochi sono stati quelli che l'hanno fatta ) : la verità dei fatti. Ecco: oggi Chiara Ferragni NON è stata assolta. È stata PROSCIOLTA. Concretamente
| Chiara Ferragni esce dall’aula del tribunale dopo la sentenza di assoluzione, Milano, 14 Gennaio 2026. ANSA/MATTEO CORNER |
fra gli articoli più interessanti che ho letto su tale vicenda ( vedere post precedente ) il interessante è questo di giampaolo cassitta .
Leggi anche
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/01/quando-educare-diventa-lavoro-condiviso_17.html
La scuola e la casa.
E sperano, senza dirlo,
che quei mondi si parlino.
La scuola porta strumenti, parole, domande.
La famiglia porta radici, presenza, silenzi condivisi.
Quando uno dei due resta solo,
l’altro non basta.
Non si cresce per delega.
Si cresce dentro relazioni che si riconoscono,
anche quando faticano.
I ragazzi non cercano perfezione.
Cercano coerenza.
Cercano adulti che sappiano dirsi:
“Qui non so, ma resto.”
Forse educare oggi
non significa scegliere chi ha ragione,
ma trovare lo spazio in cui nessuno si sottrae.
Perché quando scuola e famiglia smettono di parlarsi,
non si perde un metodo.
Si perde un appiglio.
E crescere, senza appigli,
fa più paura di qualsiasi errore.
L'Eco del Silenzio
Il riccio non scappa.
Quando sente un pericolo, si ferma di colpo
e si chiude.
Si irrigidisce,
si raggomitola
fino a diventare imprendibile.
Da fuori sembra tutto spine.
E in quel momento lo è.
Il riccio non fa finta di niente.
Reagisce.
Si difende come può.
Non perché voglia attaccare,
ma perché sa che il suo corpo
è l’unica cosa che ha per proteggersi.
Poi resta lì.
Fermo.
Ad aspettare che passi.
Quando arriva il freddo vero,
il riccio si ritira.
Si nasconde sotto foglie e terra
e lascia che il mondo vada avanti senza di lui.
Il riccio conosce bene i tempi lunghi.
Non forza le riaperture.
Resta in ascolto.
Quando sente che il pericolo non c’è più,
allenta piano le spine
e torna a muoversi.
Proteggersi non è chiudere il cuore.
È avere cura di sé,
con pazienza,
senza colpa,
quando serve davvero.
#cuoriselvatici
Leggi anche
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/01/lisola-degli-sciamani-dalla-guaritrice.html
mi ha criticato e detto ma come tusei per la scienza e poi dai credito ( vedere precedente post ) a tali ciarlatani o pseudo tali . Imanzittutto ho visto ed provatyo sulla mia pelle una bruciatura che richiedeva tempi lunghi e interventi , mentre a Nuchis nel giro di due mesi ho risolto . Ma soprattutto legge sotto cosa dice l'antropologo Tiragallo su la nuova sardegna 16\1\2026 .
E poi certe cure sono scientificamente provate , visto che in alcuni casi vedere post precedenti sono gli stessi medici o che integrano le cure moderne con queste cure tradizionali o mandano li i pazienti .unione sarda 13\3\2026 il fair play può concretamente "cancellare" o rimediare a un errore dell'arbitro, trasformando un ...