Cerca nel blog

20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».

non c'è solo la shoah \ olocausto nazista ma anche quello fascista prima con Il regime poi dopo il crollo con la repubblica sociale



   Se proprio  vogliamo ricordare  la  shoah  e l'olocausto  facciamolo  a  360  e ricordiamo   che esso   avvenne    da parte  di noi italiani  ( una  gran parte  d'essi )  . Infatti    un aspetto poco noto ma
fondamentale della Shoah in Italia: la rete dei campi di internamento ebraico istituiti dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) a partire dal 30 novembre 1943, data in cui il ministro Buffarini Guidi firmò l’ordinanza di polizia n. 5. Ecco i punti principali:

  • Svolta repressiva: L'ordinanza prevedeva l’internamento di tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, e la confisca dei loro beni. Segnò un netto passaggio da misure discriminatorie a una vera e propria "caccia all’uomo".
  • Connessione con la deportazione: I campi provinciali istituiti dalla RSI fungevano da anelli di congiunzione tra l’arresto e la deportazione nei lager nazisti, in particolare passando per il campo speciale di Fossoli.
  • Mappa dei campi: Il libro di Carlo Spartaco Capogreco censisce 22 campi provinciali (da Verona a Perugia) e 5 campi preesistenti riattivati, distribuiti in zone isolate, spesso lontane dalle grandi città.
  • Strutture d’internamento: Le sedi adibite erano molto varie: ville, scuole, caserme, colonie, conventi e perfino sinagoghe o case di riposo ebraiche.
  • Organi esecutivi: L’internamento fu gestito dalla polizia ordinaria e, nelle grandi città, da corpi come la Guardia nazionale repubblicana, la milizia ferroviaria, e squadre irregolari come la banda Carità.
  • Rastrellamenti e deportazioni: Basati su elenchi del 1938 o su delazioni, gli arresti avvenivano per strada o in luoghi pubblici. I deportati furono almeno 7.000, circa un migliaio passati per i campi della RSI.

Infatti  Memoria e consapevolezza: La memoria di questi campi è rimasta marginale e  coltivata   da pochi   per decenni. Solo tra la fine degli anni '80 e '90, grazie a opere come Il libro della memoria di Liliana Picciotto, si è cominciato a riconoscerer  apertamente   il ruolo nella Shoah   da  parte  italiana

   

per     chi  volesse    approffodire       consiglio  quest   articolo    d'  avvenire  del 23\6\2025  



  Nei campi di Salò la mappa dello sterminio

                                      di Gianni Santamaria 



l 30 novembre del 1943 è una data poco nota nella storia della persecuzione e dello stermino degli ebrei italiani. Eppure fu uno spartiacque. In quel giorno, infatti, fu emanata dal ministro dell’Interno della Repubblica di Salò, Guido Buffarini Guidi, l’ordinanza di polizia numero 5, che destinava ai campi di concentramento tutti gli ebrei a prescindere dalla nazionalità e prevedeva la confisca dei loro beni. Dal giorno successivo cambiò, dunque, in modo decisivo la strada seguita sino ad allora dal fascismo sulla “questione ebraica” e iniziò una vera e propria “caccia all’uomo”. Con quell’atto furono costituiti i campi provinciali che afferivano al campo di concentramento speciale di Fossoli, nel Modenese dal quale partivano i convogli destinati ai luoghi di sterminio.Di questi luoghi e dell’ingranaggio di violenza e sangue di cui furono una ruota si occupa Carlo Spartaco Capogreco nel saggio I campi di Salò. Internamento ebraico e Shoah in Italia (Einaudi, pagine 448, euro 30,00) con cui lo storico prosegue e integra lo studio dedicato vent’anni fa ai Campi del Duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (uscito per lo stesso editore nel 2004 e tradotto in varie lingue). A Capogreco, che insegna Storia contemporanea all’Università della Calabria, si deve anche un pionieristico studio su Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (Giuntina 1987), oltre che numerose monografie e contributi a opere collettive su Shoah, fascismo e Resistenza (Il partigiano Facio, Donzelli, 2007).L’idea che muove questo nuovo saggio, scrive l’autore nell’introduzione, è quella di dare «una mappatura territoriale complessiva, ancora mancante, dell’internamento ebraico attuato dalla Repubblica di Salò» e «delle sue connessioni con la deportazione dall’Italia, condotta dalle autorità di occupazione tedesche, nel quadro della “soluzione finale del problema ebraico”». Diversamente dall’internamento “di guerra” attuato da Mussolini a partire dal 1940, spiega Capogreco, questa direttiva riguardava tutti gli ebrei e non solo gli stranieri, considerati alla stregua di agenti nemici. E fu, di fatto, l’«ingranaggio» che connesse il regime collaborazionista nato dopo l’8 settembre al progetto nazista. «Non a caso venne salutato subito con compiacimento dai tedeschi, i quali, pur continuando a riservarsi la “titolarità” delle deportazioni, ritennero che esse sarebbero state certamente facilitate dalla disposizione di Salò sull’internamento autonomo degli ebrei». I repubblichini ebbero di fatto “carta bianca”, come testimoniano le centinaia di “fogli di traduzione” emanati dalle autorità italiane, conservati - non senza «lacune clamorose», nota lo studioso – negli archivi.Capogreco, dunque, ricostruisce la rete dei campi e i fili che li misero in connessione con l’attività di rastrellamento e poi di deportazione verso lo sterminio. Per effetto dell’ordinanza, campi provinciali vennero realizzati in ventidue delle cinquantotto province controllate dalla Repubblica di Salò: Asti, Borgo San Dalmazzo (Cuneo, attivo già dal 18 settembre in relazione alle prime, occasionali, azioni degli occupanti contro gli ebrei), Vercelli, Aosta, Calvari di Chiavari (Genova), Valle Crosia (Imperia), Bergeggi (Savona), Mantova, Sondrio, Venezia, Verona, Tonezza del Cimone (Vicenza), Vo’ (Padova), Monticelli (Parma), Reggio Emilia, Ferrara, Forlì. Bagni di Lucca, Marina di Massa (Apuania), Roccatederighi (Grosseto), Senigallia (Ancona) e Perugia. Allo scopo furono adibiti edifici i più disparati: ville, scuole, caserme, antichi manieri, alberghi, teatri, colonie marine o invernali, istituti religiosi cattolici e perfino sinagoghe e case di riposo ebraiche. Ad essi vanno inoltre affiancati cinque campi di internamento di civili preesistenti e riattivati allo scopo: Scipione (Parma), Bagno a Ripoli (Firenze), Civitella della Chiana (Arezzo), Pollenza (Macerata) e Civitella del Tronto (Teramo). Quelli del Sud come il già citato Ferramonti di Tarsia (Cosenza), erano ormai in mani alleate dopo lo sbarco in Sicilia. L’elenco – oltre a dare al lettore una plastica rappresentazione della diffusione capillare - fa capire anche che si trattava di luoghi lontani dalle grandi città, dove allo scopo funzionavano le prigioni. Come San Vittore a Milano, i cui prigionieri venivano condotti al binario 21 della stazione centrale con destinazione Auschwitz. I campi provinciali - ricorda l’autore – ebbero comunque un ruolo «considerevole» nella deportazione, contribuendo con un migliaio di deportati sui 7mila dalla Penisola tra 1943 e 1945. E questo nonostante il fatto alcuni rimasero per alcuni periodi pressoché vuoti, vista la discontinuità dei flussi e la ristrettezza dell’arco temporale in cui tali strutture operarono: si va dai pochi giorni del campo provinciale di Apuania agli otto mesi di quello di Padova. Deportazione e spoliazione furono attuate da diversi soggetti. Nella Rsi non da reparti ad hoc, ma dalla polizia ordinaria. Mentre nelle grandi città come Roma, Firenze e Milano agirono la Guardia nazionale repubblicana, la Milizia ferroviaria e confinaria, la polizia ausiliaria e anche gruppi irregolari, composti in gran parte da avanzi di galera, come la famigerata banda dello squadrista Mario Carità. I rastrellamenti si basarono sugli elenchi redatti nel 1938, sempre aggiornati, o su delazioni. E vennero eseguiti per strada, sui mezzi pubblici, negli ospedali o nei luoghi di culto.All’atlante dei lager italiani è dedicata la quarta parte del saggio (arricchito da un apparato fotografico, carte, grafici, schede e un’appendice di documenti e testimonianze). I primi tre (“Un nuovo invisibile ghetto”, “Dentro il cono d’ombra” e “Tutti stranieri e nemici”) trattano del regime persecutorio dopo il 1938, al primo inasprimento che toccò soprattutto gli ebrei stranieri e al successivo crescendo. Non mancano i ritratti di vittime di quella spirale d’odio. Come Mario Spagnoletto, ebreo romano che nella sua tragica vicenda incarna la continuità della politica razzista e antisemita del fascismo. Fu, infatti, internato una prima volta nel 1940 per «attività contraria agli intessi della Nazione» e poi deportato da Fossoli ad Auschwitz nel 1944. Alle testimonianze dei sopravvissuti, rese a fatica, pochi credettero, come scrisse Primo Levi. L’unica resa al processo Eichmann da un’italiana, Hulda Cassuto Campagnano, venne addirittura travisata in patria con l’intento di minimizzare il ruolo giocato nello sterminio. Dopo il 1961, in Italia si è dovuto attendere il biennio 1988-1989, cinquantesimo delle leggi razziali e caduta del Muro - e la successiva uscita del Libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion (1991) - per una prima presa di consapevolezza. Oggi la storiografia e le tante iniziative sulla memoria stanno facendo progredire la coscienza civile nazionale su questi temi, contrastando l’onda negazionista che tuttora tracima dai social. Ma i campi di Salò, risultano ancora oggi «l’emblema di una memoria mancata e di una storia trascurata a lungo »

Chi è Oscar Garavani, il nipote di Valentino che ha detto no alle scorciatoie

 finalmente   una  notizia    in cui gli eredi  di  vip     non  cercano scorciatoie    o litigano almeno  per  ora  bramosamente   per eredità 

Il Giornale tramite msn.it

Portare il cognome Garavani non è mai stato semplice. Oscar Garavani, 60 anni, pronipote di Valentino Garavani, scomparso ieri il 19 gennaio 2026 a 93 anni, ha costruito il proprio percorso nel mondo della moda muovendosi sempre sul filo sottile tra un’eredità ingombrante e il desiderio di
affermarsi in modo indipendente. Oggi il suo nome è legato a un progetto imprenditoriale nel settore degli accessori, nato dopo una lunga carriera vissuta sotto i riflettori.
Un legame di famiglia con la storia dell’haute couture
Il nonno di Oscar era il fratello di Valentino, lo stilista di Voghera che ha dominato l’alta moda internazionale per oltre mezzo secolo. Nato e cresciuto a Roma, Oscar entra in contatto con l’universo fashion fin da giovanissimo, respirando un ambiente in cui stile ed eleganza erano parte del quotidiano, senza però trasformarsi automaticamente in una corsia preferenziale.
L’esordio sulle passerelle
La carriera prende forma molto presto. A soli 16 anni Oscar viene notato per un aspetto fuori dal comune, 1 metro e 85 di altezza, capelli biondi lunghi, lineamenti marcati e occhi verde giada. Un fisico che lo porta rapidamente sulle passerelle internazionali dei grandi stilisti. Sfilerà per Giorgio Armani, Gianni Versace, Gianfranco Ferré e anche per lo zio Valentino.
Nonostante il cognome, Oscar ha sempre rivendicato la propria autonomia. In diverse occasioni ha raccontato di aver scelto il lavoro di modello per la libertà che offriva, viaggi, indipendenza economica e la possibilità di costruire qualcosa da solo. “Non ho mai cercato scorciatoie perché mi chiamavo Garavani”, ha ricordato. “Volevo trovare la mia strada”.
La svolta manageriale
Con il tempo, la passerella smette di essere il centro del suo mondo. Oscar decide di cambiare ruolo e passa dall’altra parte del sistema moda, fondando a New York un’agenzia di modelle e modelli con sede sulla Fifth Avenue. Un’esperienza che segna l’inizio del suo profilo imprenditoriale e che lo allontana dalle luci dei riflettori senza farlo uscire dal circuito fashion.
La collezione di accessori
Il ritorno alla dimensione creativa avviene alcuni anni dopo. Dal 2013 Oscar Garavani inizia a disegnare borse e accessori, affidandosi inizialmente a piccoli laboratori artigianali italiani. Le prime collezioni trovano spazio soprattutto all’estero, tra Russia, Medio Oriente ed Emirati Arabi, lontano dal clamore del mercato italiano.
L’ingresso nella pelletteria industriale
Il progetto cresce e si struttura nel 2020, quando Oscar acquisisce il 50% della Pelletteria Modigliani, storica azienda campana specializzata nella produzione per grandi marchi internazionali. Un’operazione che gli consente di rafforzare la filiera produttiva e di sviluppare linee di borse a suo nome.
Il lavoro con Sonia Musumeci
Accanto a lui c’è la compagna Sonia Musumeci, già attiva nel settore con il marchio Sofymekler. Insieme disegnano collezioni che uniscono artigianalità e visione contemporanea, consolidando un progetto che punta più sulla qualità e sulla coerenza che sulla forza del cognome.
Oltre Valentino, senza rinnegare le originia
La storia di Oscar Garavani è quella di un uomo che ha attraversato la moda in tutte le sue forme, modello, manager, imprenditore e designer. Sempre con una linea guida chiara, non chiedere favori, nemmeno allo zio più celebre della couture mondiale. Un percorso costruito nel tempo, passo dopo passo, per dimostrare che anche all’ombra di un mito si può trovare una luce propria.

Gomorra le origini quando un prequel è un prequel e non qualcosa tanto per allungare il brodo

Lo so che dovrei aspettare la fine della serie  in questione    per dare un giudizio globale e definitivo                                                         
Ma quando hai visto : tutti   i lavori tratti  dal  libro  di Gomorra : il film  , tutte le stagioni della serie madre , lo spin-off e al tempo stesso midquel della serie televisiva Gomorra - La serie ovvero film L'immortale del 2019 co-scritto, diretto e interpretato da Marco D'Amore e oltre     al  trailer (  vedi sotto  )  e  i  primi tre  episodi   della  nuova  serie  Gomorra - le  origini   puoi      darne  un  giudizio   e  capire     quando  un prequel   vale  e quando no .


 
Infatti in  base  alla  mia  esperienza  😇😂 di  solito  i : prequel  , sequel,  spin off ,   reboot  ,  remarque  , ecc  di un  opera   sono  fatti  per  :1)   motivi economici   2) battere  il ferro finchè   caldo  ., 3  pressioni     di un  pubblico  abituato  ai finali ovvi  e  scontati   o    che  non  vuole  usare     la  fantasia  \  l'immaginazione   ed  farselo   lui   e preferisce    che  sia  l'opera    in questione   a  farlo  per  lui  ., e  chiedono che   l' opera   abbia  "un  continuo" anche  quando    rispetto all'opera  originale  ( vedere l IL    conte  di montecristo con  Sam Clafin   tramesso   dalla   rai  non  fornisce  pressuposti    . 
Ma  a  volte     capita  che     ci siano casi     in  cui  :  il  sequel   è necessario   (vedi le  mie  recensioni )  esempi  di  Miss playmen  (   più  i  due  url  precenti  )  e al   mostro   di Sollima  cosi come anche il prequel in questo caso .
Infatti Gomorra Le origini potrebbe sembrare, in apparenza, il classico prequel pensato per allungare  il  brodo e  spremere ulteriormente un prodotto di grande successo a serie TV ideata da Roberto Saviano, Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, e invece l sorprende in positivo. Gli autori, con la supervisione artistica e la regia di Marco D'Amore e Francesco Ghiaccio, sono riusciti a confezionare un prodotto di valore, uguale ma diverso rispetto a Gomorra La Serie. E questo vale tanto nei pregi quanto nei difetti dell'opera. "Gomorra - Le Origini" è ufficialmente un prequel, in quanto torna indietro nel tempo per raccontare la giovinezza di Pietro Savastano negli anni '70, esplorando le origini della criminalità a Napoli ed i suoi mutamenti cioè il passaggio dal contrabbando alla droga e la formazione del personaggio prima degli eventi della serie principale. Ma  Può essere considerato anche uno spin-off poiché espande l'universo narrativo di "Gomorra - La Serie", approfondendo personaggi noti (come Imma e Scianel da giovani) e introducendone di nuovi, ma la sua funzione primaria è quella di prequel, creando un'origine per la saga.  Sintesi   è  Prequel: Racconta eventi accaduti prima della serie originale, concentrandosi sulla gioventù di Pietro Savastano.  ed  allo  stesso tempo  Spin-off: Amplia il mondo di Gomorra introducendo personaggi e dinamiche inedite, pur collegandosi alla trama madre. le presunte incongruenze: perché la data di nascita di Imma e la storia del padre di Pietro non sono secondo   https://www.fanpage.it/spettacolo/serie-tv  .
Infatti   il fandom di Gomorra si sia cominciato a dividere tra chi si gode lo spettacolo e chi, armato di taccuino e memoria ferrea, ha iniziato a scavare nelle pieghe della narrazione cercando quello che non quadra. E qualcosa, effettivamente, sembra non quadrare in Gomorra – Le origini. Almeno in apparenza. Di seguito, ecco i due casi che stanno più facendo discutere sui social e riguardano ovviamente i personaggi del giovane Pietro Savastano e della giovane Imma, che nella serie di Marco D'Amore, porta ancora il cognome da nubile, Ajeta.Ecco  come   ha  fatto  notare l'articolo     ( vedere  url  nelle righe  precedenti  )     di fan page   


Le incongruenze che accendono il dibattito 

Il primo nodo riguarda Imma Savastano, la moglie di Pietro destinata a diventare una delle figure più tragiche e potenti dell'universo Gomorra. Sulla sua tomba, mostrata in Gomorra – La Serie, campeggia il 1970 come anno di nascita. Eppure in Gomorra – Le Origini, ambientata nel 1977, Imma è un'adolescente di sedici anni. I conti non tornano. La seconda questione è ancora più spinosa e riguarda il padre di Pietro. In Gomorra – Le Origini il genitore sembra non esistere: morto, scomparso, comunque del tutto assente dalla vita del figlio. Ma chi ha seguito Gomorra – La Serie ricorda bene quanto Pietro adulto, interpretato da Fortunato Cerlino, parlasse del padre come di una figura fondamentale, qualcuno da cui aveva imparato, accanto al quale era cresciuto.

Ora     Come si conciliano queste due versioni?  Intanto, una considerazione prima di gridare al buco di sceneggiatura. Il fatto che in tanti abbiano sollevato dubbi, non  sempre    è un fattore negativo. Tutt'altro. È un certificato di qualità. Quella stessa qualità che ha convinto anche Marco D'Amore a girare il prequel    Significa, infatti, che Gomorra ha raggiunto quel tipo di status che raggiungono solo le grandi narrazioni seriali. Siamo di fronte a un pubblico attivo a tutti gli effetti. Un pubblico che non si limita a guardare passivamente, ma studia, confronta e cerca le connessioni tra la serie madre e quella prequel. Un po' come avviene – mi si passi il paragone – con il Marvel Cinematic Universe. Il principio è lo stesso.Ecco   perché non sono, a mio  avviso  e  secondo  l'articolo     in questione  ,  errori (probabilmente)  La questione della data di Imma e dell'assenza del padre di Pietro hanno un elemento in comune: entrambe riguardano informazioni che potrebbero essere (e lo saranno sicuramente) sviluppate nel corso della serie. Non siamo di fronte a contraddizioni chiuse, ma a elementi aperti che attendono una risoluzione narrativa.Gomorra – Le Origini è solo all'inizio del percorso di formazione di Pietro Savastano. Siamo nel 1977, seguiamo un quindicenne che deve ancora diventare il boss che conosciamo. La sua storia criminale è appena iniziata, il suo rapporto con la famiglia – padre incluso – è destinato a evolversi. Pretendere che tutto sia già chiaro dopo  le   prime   due puntate significa ignorare la natura stessa di un prequel: mostrare come si arriva a quello che sappiamo, non confermarlo immediatamente Quanto alla data di Imma, l'ipotesi più semplice è che si tratti di un dettaglio destinato a trovare spiegazione nel corso delle stagioni. Gli sceneggiatori Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, insieme a Marco D'Amore, hanno costruito questa serie con la consapevolezza che i fan avrebbero controllato ogni singolo riferimento alla serie originale. Difficile credere che una contraddizione così evidente sia sfuggita .


La pazienza come ricompensa

«Il punto è questo: Gomorra » –  sempre  secondo   fanpage  Le Origini  sembra  essere  non è pensata per esaurirsi in sei episodi. È  che  siamo   solo  all l'inizio di un percorso narrativo che, se il pubblico risponderà positivamente  come  ha fatto  con la  serie    madre , si svilupperà negli anni. E proprio come accaduto con Gomorra – La Serie, dove alcune questioni trovavano risposta a distanza di stagioni, anche qui bisognerà aspettare   [ almeno  alla  fine   della  probabile  prima  stagione   aggiunta  mia  ]   per avere il quadro completo.»

Comunque c'è di certo che ,  come  ho  già  detto  siu facebook  ,  non sempre le incongurenze sono negative, anzi spronano ad approfondire meglio un opera in questo caso televisiva . ecco perchè #gomorraleorigini potà avere più stagioni . 
C'è da dire anche che  Gomorra - Le Origini non è solo Pietro,comer potrebbe  sembrare  da  una lettura o  ascolto veloce   di trasmissionme tv    visto che in questo prequel conosciamo anche le versioni adolescenti di Donna Imma e di Annalisa Magliocca alias Scianel, i personaggi interpretati in Gomorra da Maria Pia Calzone e Cristina Donadio. Accanto a loro, però, emergono anche nuovi personaggi, ognuno con i propri sogni e le proprie strategie di sopravvivenza e potere in una Secondigliano spaccata in due e con diversi clan che si spartiscono il potere. Conosciamo meglio i protagonisti di questa storia.

  da  https://www.comingsoon.it/serietv/news/


I ragazzi di casa Caputo: Pietro e i suoi amici

Al centro del racconto c'è Pietro Savastano (Luca Lubrano), quindicenne cresciuto senza padre né madre insieme a una sorta di zia e ai suoi due figli, ai margini di Secondigliano e in condizioni di estrema povertà. Tra piccoli furti e lavoretti, Pietro sogna una vita fatta di lusso, rispetto e potere, ed è profondamente affascinato da Angelo ‘A Sirena, il giovane re del quartiere.


Condividono il suo percorso gli amici di sempre. Manuele Caputo (Mattia Francesco Cozzolino) è cresciuto sotto lo stesso tetto di Pietro ed è il più sveglio del gruppo, sempre pronto a trovare una soluzione. Lello Caputo (Antonio Del Duca), il fratello minore, sogna un futuro lontano dalla strada, magari su un campo da calcio con la maglietta del Napoli. Accanto a loro ci sono Toni (Junior Rancel Rodriguez Arcia), generoso e spericolato, e Fucariello (Antonio Incalza), il più piccolo, un orfanello irrequieto sempre in cerca di guai e di qualcosa da mangiare. Tutti insieme rappresentano l'innocenza che lentamente va scemando sotto il peso delle scelte e dell'ambizione.

Angelo 'A Sirena e i capi dei clan: il fascino e la violenza della periferia

Il grande modello di Pietro è Angelo ‘A Sirena (Francesco Pellegrino), giovane carismatico e magnetico che gestisce una bisca clandestina e un negozio di abbigliamento americano per conto dei Villa. Bello, audace e apparentemente invincibile, Angelo incarna il sogno di riscatto della periferia, ma vive sotto il controllo di un sistema che gli sta sempre più stretto. Antonio Buono, Ciro Burzo e Luigi Cardone sono rispettivamente Mimì, Tresette e ‘A Macchietta, amici di Angelo ‘A Sirena;


A dominare quel sistema è la famiglia Villa. Michele Villa, detto ‘O Santo (Renato Russo), è l'erede di una delle dinastie criminali più potenti di Napoli, strategico e ambizioso, pronto a tradire anche il padre pur di imporre la sua visione moderna del crimine. Don Antonio Villa (Ciro Capano), boss del centro storico, rappresenta invece la vecchia guardia, legata a regole e alleanze tradizionali. A completare il quadro c'è Corrado Arena (Biagio Forestieri), leggendario re del contrabbando di sigarette, figura rispettata da tutta la città e determinata a riscrivere gli equilibri criminali stringendo nuove alleanze.



Le ragazze di Secondigliano: Imma e Annalisa

Dall'altro lato di Secondigliano, dove c'è il corso principale della città e vivono anche le famiglie borghesi, emergono due figure femminili centrali. Imma Ajeta (Tullia Venezia) è una quindicenne brillante, figlia di gioiellieri, che frequenta il liceo, suona al conservatorio e sogna di studiare in America. Convinta che ogni sogno possa realizzarsi, si scontra presto con una realtà in cui non tutti hanno le stesse possibilità.


Più dura è la vita di Annalisa Magliocca (Fabiola Balestriere), futura Scianel, giovane madre e moglie di un uomo violento e intoccabile. Intrappolata in un matrimonio fatto di soprusi, Annalisa resiste rifugiandosi nei piccoli gesti quotidiani e nell’amicizia con Imma, in attesa di un riscatto che sembra sempre rimandato.


La camorra dietro le sbarre: ‘O Paisano e Anna

Un altro fronte del potere si sviluppa dietro le sbarre. ‘O Paisano (Flavio Furno), detenuto nel carcere di Poggioreale, diventa rapidamente una guida per gli ultimi e gli abbandonati dal sistema dei clan. Carismatico e visionario, predica una camorra nuova, senza schiavi e senza padroni, capace di parlare a chi non ha più nulla da perdere. La sua "messaggera" fuori dal carcere è Anna (Veronica D'Elia), sua sorella, figura all'apparenza innocua ma in realtà lucida e spietata. È lei a tradurre le idee di ‘O Paisano in strategie concrete, diventando una presenza con cui tutti i boss di Napoli saranno presto costretti a confrontarsi.


Conosceremo man mano tutti questi personaggi decisivi nella formazione e nelle scelte di Pietro.

Concludo con : « [...]  Forse è in una eccessiva frammentazione narrativa che, col passare degli episodi, Gomorra Le Origini rischia di inciampare, soprattutto sul finale: la storia è chiaramente pensata per essere spalmata in più stagioni, ed è per questo che le 6 puntate rappresentano perlopiù un antefatto per qualcos'altro che dovrà essere sviluppato in futuro. La sua natura transitiva è quindi l'unico elemento che, al termine della visione di tutti gli episodi, potrebbe lasciare un retrogusto dolceamaro: se ne vorrebbe di più, augurandosi che il riscontro nei confronti del pubblico possa giustificare [ come  credo visto    che ha  superato   in  percentuali    di  pubblico  anche   una  grande  prudizione    come  M -figlòio  del secolo  corsivo   mio  ]  la lavorazione di una futura ed eventuale stagione 2.» ( da Gomorra - Le origini recensione: state senza pensieri, è un ottimo prequel  di  https://serial.everyeye.it/   ) chi vi virà vedrà .






19.1.26

non solo gli ebrei nell'olocausto nazifascista La storia dimenticata dei bambini rom di Mulfingen e la rivolta del 16 maggio 1944

Iniziamo     con  la  contro setttimana del 27  gennaio con questo interessante articolo trovato su  msn.it 


Quando i bimbi rom furono sterminati, la Shoah dimenticata dei Sinti ad Auschwitz: “Vi portiamo in gita”

 di Dijana Pavlovic

La storia dimenticata dei bambini di Mulfingen e la rivolta del 16 maggio 1944

Tra le tante tragedie della persecuzione nazista contro i Rom e i Sinti, la vicenda dei



bambini di Mulfingen rappresenta un capitolo di inganno e sofferenza che non deve essere dimenticato. Questi 39 bambini Sinti, sottratti alle loro famiglie e affidati all’orfanotrofi o cattolico St. Josefspflege, divennero inconsapevolmente cavie di un’ideologia razzista travestita da scienza.

La figura di Eva Justin e l’inganno di Lolichai

I bambini chiamavano “Lolichai” Eva Justin, l’assistente di Robert Ritter presso l’Istituto di Biologia Razziale del Reich. Con i suoi capelli rossi e i modi affabili, Justin si guadagnò la fiducia dei piccoli, distribuendo caramelle e coinvolgendoli in attività apparentemente innocue, come raccogliere mele o infilare perline. Tuttavia, dietro quella facciata amichevole si nascondeva un obiettivo spietato: dimostrare che i Sinti, anche se cresciuti in ambienti non appartenenti alla loro cultura, erano intrinsecamente “inadatti” a integrarsi nella società tedesca. Justin condusse studi approfonditi su questi bambini per completare la sua tesi di dottorato, concludendo che l’educazione di individui appartenenti alla “razza zingara” fosse inutile. Questa conclusione fornì una base pseudoscientifica alle politiche di sterminio naziste, condannando i bambini di Mulfingen a un destino già scritto.

La falsa gita e il viaggio verso Auschwitz

Nel maggio 1944, con la tesi ormai completata, i bambini furono informati che avrebbero partecipato a una gita. Furono lavati, vestiti con abiti nuovi e ricevettero un panino e una mela ciascuno. Salirono pieni di fiducia su un autobus, ma quel viaggio li condusse a una stazione ferroviaria. Da lì, furono caricati su un treno diretto ad Auschwitz-Birkenau, nel famigerato settore Zigeunerlager (“campo degli zingari”). Angela Reinhardt, l’unica bambina a non salire sull’autobus, si salvò perché era registrata con il cognome tedesco della madre e il suo nome non compariva nell’elenco dei deportati. La sua testimonianza sarebbe divenuta anni dopo una preziosa fonte per comprendere il destino dei suoi compagni.

La rivolta del 16 maggio 1944

I bambini di Mulfingen arrivarono ad Auschwitz il 9 maggio 1944, una settimana prima di uno degli episodi più significativi nella storia del campo. Il 16 maggio, i prigionieri dello Zigeunerlager, circa 6.000 Rom e Sinti, opposero resistenza armata alle SS, che avevano pianificato la “liquidazione” del settore. Allertati in anticipo, uomini, donne e bambini si armarono con utensili, bastoni e tutto ciò che avevano a disposizione. Il loro coraggio costrinse le SS a ritirarsi temporaneamente, temendo che la rivolta potesse diffondersi nel campo. La rivolta rappresentò una delle rare occasioni in cui i prigionieri riuscirono a opporsi collettivamente ai loro carnefici. Tuttavia, fu solo un rinvio dell’inevitabile: nei mesi successivi, la maggior parte degli abitanti del Zigeunerlager, inclusi i bambini di Mulfingen, trovò la morte nelle camere a gas o per le terribili condizioni di vita nel campo.
Il peso della memoria

Dopo la guerra, Angela Reinhardt sopravvisse per raccontare la storia dei suoi compagni. La sua testimonianza, raccolta in un libro, è un monito contro l’indifferenza e il razzismo. I nomi di quei bambini – Otto Horn, Adolf Reinhardt, Helene Reinhardt, Maria Franz, Anna Winterstein, Johanna Reinhardt e molti altri – sono simboli di vite spezzate e della brutalità di un sistema che vedeva la scienza come strumento di oppressione. La vicenda dei bambini di Mulfi ngen e la rivolta del 16 maggio 1944 sono un richiamo a riconoscere il Porrajmos, il genocidio dei Rom e dei Sinti, come parte integrante delle atrocità naziste. Ricordare queste storie è essenziale non solo per onorare le vittime, ma per combattere l’odio e l’intolleranza che ancora oggi colpiscono queste comunità. 

quando non si hanno parole davanti alla violenza efferrrata meglio il silenzio che dire le solite cose retoriche e scontate

davanti all'ennesimo femminicidio o omicidio di una donna e all'ennessimo ragazzo morto le parole stanno a zero.Ma non significa essere insensibili o assuefatti davanti a tali fatti . Infatti   se   taccio    non è  per    perchè    sono asueffatto   ma   non trovo le  parole   o essere   originale e riportare mie
opinioni o altri punti di vista di chi come G.Cassitta  nel  primo caso    e   di  ( trovate qui in : « federica  e le  altre  storia    di  una  sconfitta » il primo  intervento da cui ho preso la foto per il post e quello    dello   scrittore (e prof) Enrico Galiano contro i metal detector proposti  da    Valditara   dopo il  caso avvenuto a La Spezia, dove uno studente di 18 anni è stato ucciso a scuola da un coetaneo ) è più esperto me e ha conoscenze più approfondite di tali fenomeni rispetto a me , finisce  per  annoiare   Meglio  il    silenzio . IL  che  non significa  cinismo  ed assueffazione  ma  tistezza  e  sconforto  . 



18.1.26

Violenza ostetrica, Giorgia: “Costretta ad andare in bagno con la porta aperta mentre un portantino mi fissava”

da fanpage trami.te msn.it
"Mi sono sentita completamente sola. Ero in travaglio, avevo contrazioni fortissime e ho cominciato a urlare. Avevo cercato fino ad allora di controllarmi, di non disturbare, ma non ce la facevo più. Ho sentito che da fuori dicevano ‘questa è matta'. Un’ostetrica è entrata e mi ha rimproverata, dicendomi di stare zitta, di calmarmi. Quello che ho ricevuto è stato un trattamento disumanizzante". Negli anni abbiamo raccolto varie storie di violenza ostetrica. L'esperienza di Giorgia rientra tra queste. Suo figlio ha un anno e mezzo, ma anche se è passato del tempo il ricordo di quei giorni è ancora vivido. Così come quello delle manovre invasive per le quali non ha ricevuto comunicazione né le è stato chiesto il permesso, e il trattamento umiliante ricevuto nel momento del travaglio. Non solo: in un momento in cui Giorgia era nel bagno della sala parto, ha visto che un portantino la fissava attraverso la porta aperta, tra il totale disinteresse del personale sanitario. Un atto vissuto come una forte violenza, di cui ancora oggi fatica a parlare.
L'inizio del travaglio
"Avevo iniziato già nel pomeriggio a sentire delle contrazioni. Ho provato a dormirci la notte, anche se con difficoltà. La mattina mi sono resa conto che erano abbastanza ravvicinate, circa ogni tre minuti. Non mi sono allarmata, ma dato che ho capito che il travaglio stava per cominciare, mi sono recata comunque al pronto soccorso". Giorgia è arrivata in ospedale intorno alle 11 del mattino: è stata visitata e le hanno fatto, come da prassi, un tracciato. "Avevo contrazioni forti e frequenti ma ancora irregolari – spiega -. Così mi hanno detto di aspettare in sala d'attesa per un secondo tracciato. Mi hanno però fatta stare in una sala separata da sola, senza nessuno". Ed è qui che Giorgia ha cominciato a preoccuparsi. "Mi sono sentita molto sola, anche perché ero preoccupata. Nessuno mi stava accanto e avevo difficoltà a stare in piedi perché avevo un forte dolore alla gamba sinistra a causa di una sciatalgia emersa nell’ultimo periodo della gravidanza. Avevo difficoltà perfino ad arrivare al bagno. E ovviamente non avevano fatto restare il mio compagno con me. È stato molto invalidante, perché ho aspettato lì, non so esattamente quanto tempo: per me sembrava interminabile, magari un’ora e mezza, due ore, tre ore, non lo ricordo con precisione".
"Mi hanno scollato le membrane senza chiedermelo"
"Nel frattempo cercavo di resistere assumendo posizioni bizzarre, aggrappandomi alle sedie. Ero completamente sola. Poi mi rivisitano, fanno il secondo tracciato e anche la visita ginecologica. Durante la visita mi dicono che, nonostante le contrazioni forti, è ancora tutto chiuso. Questo l’ho capito solo dopo, perché sul momento non mi avevano informata di nulla: non sapevo leggere il tracciato, non sapevo niente. Sono una persona piuttosto timorosa, quindi ho deciso di affidarmi completamente ai medici. Ed è a quel punto che mi fanno una manovra di scollamento delle membrane, senza dirmelo. Non me l’hanno comunicato e non risulta nemmeno sulla cartella clinica. È stata una visita molto invasiva e mi ha fatto male. Dopo ho avuto anche una piccola perdita di liquido, ma mi dissero che era impossibile che succedesse qualcosa, quindi mi sono tranquillizzata". Procedure come lo scollamento delle membrane dovrebbero essere comunicate alle donne. Spesso invece non viene fatto: una decisione arbitraria che viene vissuta spesso con violenza, e che tratta il corpo delle donne come fosse un oggetto, negando autodeterminazione, consenso e dignità.
Giorgia: "Mi sono sentita sola e abbandonata"
Dopo lo scollamento delle membrane, le contrazioni di Giorgia diventano più forti. "La ginecologa mi ha spiegato che, anche se irregolari, erano molto forti, e che il travaglio vero e proprio stava per iniziare. Verso le 17 mi hanno quindi sistemata in una stanza dove c'era anche un'altra ragazza in fase di induzione". Tempo un'oretta e sono iniziate per Giorgia contrazioni molto forti e ravvicinate: il dolore provato però, era effettivamente troppo forte rispetto a delle ‘normali' contrazioni. Il motivo lo ha scoperto poco dopo: il bambino, infatti, era in posizione occipito-posteriore, e il suo sarebbe stato quindi un parto distocico. Si tratta di un parto molto complesso e doloroso per la posizione del feto, e che nella quasi totalità dei casi porta a parti operativi o d'urgenza. "È una cosa che ho scoperto dopo. Nessuno prima di allora mi aveva informata, non so nemmeno se alle ecografie precedenti se ne erano accorti. Soffrivo moltissimo, il dolore era davvero forte e le contrazioni erano troppo lunghe. Sono stata in questo stato per circa otto ore, in totale solitudine. Le ostetriche passavano raramente, i miei familiari potevano entrare solo durante l'orario delle visite. Pensavo di morire. A un certo punto è arrivata un'ostetrica che mi ha fatto mettere in una posizione, in seguito alla quale mi si sono rotte le acque: Il liquido era melmoso, tendente al nero. Nonostante questo, mi hanno detto ancora di aspettare e mi hanno lasciato nuovamente sola".
Le offese e le umiliazioni
"Mi hanno comunicato che ero a tre centimetri di dilatazione e che avrei potuto fare l’epidurale, ma avrei dovuto aspettare perché la sala parto non era disponibile. Ero stremata, sotto shock. A un certo punto ho iniziato a gridare. Avevo cercato fino ad allora di controllarmi, di non disturbare, ma non ce la facevo più. Ho sentito che da fuori dicevano ‘questa è matta'. Un’ostetrica è entrata e mi ha rimprovera, dicendomi di stare zitta, di calmarmi". E continua: "Nel frattempo, durante il turno pomeridiano, un’ostetrica più gentile mi ha consigliato di fare una doccia bollente per rilassare l’utero. Io non volevo, anche perché non riuscivo a stare in piedi e il bagno era in condizioni pessime, davvero insalubri, era sporchissimo e pieno di muffa. Ero davvero a disagio, non volevo entrare lì dentro".
Dopo diverso tempo, Giorgia è stata portata in sala parto, dove le è stata fatta l'epidurale. "Mi hanno rimproverato perché non riuscivo a stare ferma, nel frattempo continuavo a perdere liquido. Dopo l’epidurale mi somministrano un farmaco per rallentare le contrazioni, perché avevo un’ipertonia uterina grave. Ma, come prima, nessuno mi aveva informata di nulla".
Con l'epidurale, Giorgia è riuscita un po' a dormire. "Dopo un po' mi sono svegliata con un fortissimo stimolo a spingere: non erano contrazioni, era proprio il bambino che spingeva per uscire. L’ostetrica non mi credeva. Mi hanno obbligato ad andare in bagno con la porta aperta, perché non si poteva staccare il tracciato. In quel momento era entrato un portantino uomo, che ha cominciato a fissarmi con insistenza. L’ho vissuta come una violenza, e nessuno ha detto nulla".
"Dolore inumano, mi sono sentita abbandonata"
Quando i medici si sono resi conto che il bambino era in una posizione anomala, sono intervenuti. "Senza informarmi, hanno iniziato una manovra di rotazione interna. Nessuno mi ha spiegato i rischi, nessuno mi ha chiesto il consenso. Ho percepito questo come una forte violenza, mi ha traumatizzato: non so se è un caso ma mio figlio, per il primo mese, non si è mai fatto toccare la testa. Durante la manovra si è verificato un prolasso di cordone e una bradicardia a 55. A quel punto siamo corsi in sala operatoria per un cesareo d’urgenza. Io ho implorato di essere addormentata. Mi sono svegliata dopo due ore. Il bambino, fortunatamente, è nato sano".
Le cose però, non finiscono lì. "Dopo il parto ho sviluppato un’infezione grave. Febbre alta, PCR a 146. Sono stata ricoverata in ospedale quasi due settimane, con difficoltà continue, scarsa assistenza, umiliazioni, mancanza di cure adeguate, fino a episodi di aggressione verbale da parte del personale. Sono uscita dall’ospedale profondamente traumatizzata. La cosa peggiore resta l’essere stata lasciata sola, senza informazioni, senza consenso, in un dolore inumano. Mi sono sentita abbandonata".

il potenziale umano non può essere rinchiuso. Che la libertà vera non è l’assenza di muri, ma il ritrovare un senso dentro di sé.la storia del carcerato Christopher Havens

  da  𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎lla vera vicenda di Christopher Havens   ed  è 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜. Infatti la stessa wikipedia ( Christopher Havens - Wikipedia, l'enciclopedia libera )   afferma che  :  «Questo articolo o la sezione successiva non sono sufficientemente dotati di prove (ad esempio riferimenti). Le informazioni senza prove sufficienti potrebbero presto essere rimosse»ma  si   puo  contattare   lo stesso  Cristopher    scrivendo a  : Centro Correzionale di Washington Casella postale 900 Shelton, WA 98584 oppure  [firstname]@pmathp.org

Era rinchiuso in una cella di massima sicurezza, condannato a 25 anni di carcere quando trovò per caso un vecchio libro di matematica.Quello che accadde dopo lasciò il mondo accademico senza parole.Christopher Havens aveva passato gran parte della sua vita a sbagliare, droga, violenza, crimine. Nel 2011, a 31 anni, finì in carcere nello Stato di Washington. Per molti, quella sarebbe stata la fine.Per lui, fu l’inizio.Dentro una cella, con nulla da fare se non pensare, trovò un tempo che non
aveva mai avuto prima: il tempo per fermarsi.
Un giorno, un compagno di cella lasciò un libro di matematica. Christopher lo prese in mano, più per noia che per interesse. A scuola non era mai andato bene in matematica. Appena diplomato, poi era finito fuori.Ma in quel silenzio forzato, tra carta e matita, qualcosa scattò.La matematica cominciò a parlargli. La logica. Le regole. Il bianco e nero delle risposte giuste o sbagliate. In un’esistenza fatta di caos, trovò finalmente ordine.Chiese altri libri. Poi testi più avanzati. Studiava da solo, in cella: prima algebra, poi analisi, poi concetti che sfiorano i livelli accademici. Ma a un certo punto si bloccò. Alcuni argomenti erano troppo complessi. Gli serviva una guida.Fece qualcosa di incredibile: scrisse lettere a matematici universitari, chiedendo aiuto.Quasi tutti ignorarono quel messaggio arrivato dal carcere. Tranne uno.Umberto Cerruti, professore dell’Università di Torino, rispose.Gli inviò materiali sulla teoria dei numeri, una delle branche più pure e astratte della matematica. E gli propose problemi che nemmeno molti ricercatori riescono a risolvere.Christopher li divorò.Senza computer, senza accesso a internet, senza software matematici. Solo con carta, matita e mente. Studiò frazioni continue, numeri irrazionali quadratici, concetti antichi quanto Euclide.E poi successe l’impossibile.Christopher fece una scoperta originale.Risolse un problema aperto. Portò nuove intuizioni in un campo su cui studiosi lavoravano da anni.Il suo lavoro venne verificato, validato e pubblicato nel 2020 sulla rivista “Research in Number Theory”, una delle più rispettate del settore.Un detenuto, autodidatta, aveva appena firmato una ricerca matematica di livello universitario.Non aveva lauree. Né corsi accademici. Solo la forza di volontà e un’intelligenza che nessuno, nemmeno lui, sapeva di avere.Oggi Christopher continua a fare ricerca. Ha fondato il Prison Mathematics Project, con cui insegna matematica ad altri detenuti, mostrando loro che il passato non è una condanna eterna.Uscirà nel 2036.Ma è già libero.Libero nella mente, nello scopo, nella dignità ritrovata.Ha dimostrato che il potenziale umano non può essere rinchiuso.Che la libertà vera non è l’assenza di muri, ma il ritrovare un senso dentro di sé.Redimersi è possibile.Anche nei luoghi più bui.Anche quando tutto sembra perduto.Basta trovare il coraggio di risolvere l’equazione più difficile: quella della propria vita.


disinformazione e manoomissione delle parole il caso della sentenza di chiara ferragni sul pandoro gate

 

La vicenda mi ha sempre interessato meno di niente, ma quello è gusto mio. Non me n’è mai fregato nulla della Ferragni, non l’ho mai seguita, il tempo è poco e se devo approfondire ,  come  giustamente    suggerisce  Andrea  Scanzi  , qualcosa (tante cose) di sicuro non approfondisco la Ferragni.Di sicuro la notizia (il “Pandoro Gate”) c’era, il reato era odioso e chi ne ha parlato con competenza ha fatto benissimo a farlo. Semplicemente non me n’è mai fregato una mazza. Tutto qua. C’è però una cosa che andrebbe anche solo minimamente rispettata (  e  pochi sono  stati  quelli     che  l'hanno fatta  ) : la verità dei fatti. Ecco: oggi Chiara Ferragni NON è stata assolta. È stata PROSCIOLTA. Concretamente

Chiara Ferragni esce dall’aula del tribunale dopo la sentenza di assoluzione, Milano, 14 Gennaio 2026. ANSA/MATTEO CORNER

non cambia niente, ma contenutisticamente - o se preferite “moralmente” - cambia non poco. Lo ha spiegato bene Repubblica, e non solo Repubblica. Di fatto la Ferragni è stata “salvata” dalla Cartabia e dal Codacons.“Chiara Ferragni è stata prosciolta nel discusso processo sul caso legato alla promozione dei pandoriBalocco e delle uova di Pasqua Dolci Preziosi, il cosiddetto Pandoro Gate. L'imprenditrice e i suoi due coimputati escono indenni, al netto dei risarcimenti versati.Tecnicamente è un proscioglimento, anche se il risultato finale - rispetto a una assoluzione nel merito, che non c'è stata - non cambia.Il processo abbreviato a Chiara Ferragni si è chiuso così, per  un  cavillo  , almeno in primo grado. E questo perché il giudice della terza sezione penale di Milano, llio Mannucci Pacini, non ha riconosciuto l'aggravante contestata dai pm della minorata difesa dei consumatori o utenti online, che rendeva il reato di truffa procedibile anche senza una denuncia. Infatti Per il reato di truffa semplice (in base alla riforma Cartabia) c'è bisogno di una querela di parte: ma un anno fa il Codacons aveva ritirato proprio la sua querela in seguito a un accordo risarcitorio con l'influencer, che aveva versato 200 mila euro in beneficenza. Di conseguenza, il tribunale ha disposto il proscioglimento per estinzione del reato riqualificato in truffa semplice.Il proscioglimento in questo caso, quindi, arriva per "improcedibilità": mancando, cioè, la querela di parte, il giudizio non può andare avanti e quindi il giudice ha stabilito il "non luogo a procedere per accettazione di remissione di querele”.Questa è la realtà (processuale) dei fatti. Poi possiamo comunque continuare a sprecare tempo con queste armi di distrazione di massa. Possiamo proseguire con l’odiare o il difendere la Ferragni (ma sticazzi no?). Possiamo andare avanti con questa fregola per il parlare SEMPRE di fatti pruriginosi e un po’ pettegoli, fregandocene ogni volta delle tragedie. L’essere umano è fatto così.Però, almeno, usiamo le parole giuste. “Prosciolta”, NON “assolta”. perchè Assolto\a e prosciolto\a sono due cose molto diverse.

La pancia e la fascistitudine Giampaolo Cassitta sulla tragedia di Abanoub Youssef

 fra  gli articoli    più  interessanti  che  ho letto   su    tale  vicenda     (  vedere post  precedente  )   il interessante  è  questo di   giampaolo  cassitta  .

Raccontare di pancia è l’alibi più comodo che il potere abbia mai escogitato. Usare la pancia, blandirla, solleticarla, come si fa con le bestie prima di portarle al macello. È così che si evita di pensare, di guardare davvero, di attraversare la complessità. È così che la politica abdica alla sua funzione e si trasforma in propaganda urlata, in riflesso condizionato, in reazione primitiva.
Un ragazzo viene ucciso in una scuola. In una scuola. E immediatamente la domanda non è che cosa stia accadendo a questo Paese, che cosa stia producendo, che cosa stia lasciando marcire, ma da dove veniva quel coltello, come ha fatto a entrare, chi è il colpevole da additare. Meglio ancora se straniero, meglio se “maranza”, meglio se figlio di nessuno o di una seconda generazione mai riconosciuta. La soluzione è sempre la stessa: punire, reprimere, incarcerare, vietare. Una litania oscena, ripetuta per saziare le pance nazionali, non le coscienze.
Così ritorna il decreto sicurezza, così si ripropone il carcere come panacea universale, persino per i minori. Ai miei tempi, dicono. Ai miei tempi nessuno andava in giro con un coltello. È una menzogna comoda, vigliacca, storicamente falsa. Ai miei tempi — quando ero giovane — si girava con spranghe, chiavi inglesi, pistole. Si moriva per ideologia. Destra contro sinistra. Si moriva per lo Stato, contro lo Stato, dentro lo Stato. C’erano il terrorismo, le stragi fasciste, i servizi deviati, la P2. E noi giovani vivevamo immersi nella paura, non nella favola nostalgica che oggi viene raccontata per giustificare l’assenza di pensiero.
Oggi i coltelli diventano il simbolo. I giovani diventano il nemico. La paura cambia volto ma resta identica. L’analisi, però, non comincia mai. Non è neppure contemplata. Eppure, proprio allora, proprio negli anni più bui, il terrorismo fu sconfitto non solo con la repressione, ma con l’intelligenza politica, con il coraggio del dialogo, persino dentro le carceri. C’era la volontà di capire, non solo di colpire.
Questa destra no. Questa destra è sorda alle storie, impermeabile alla realtà, ipocrita fino alla nausea. Si nasconde dietro mani tese che assolvono il saluto romano, che negano la violenza, che chiamano goliardia ciò che è apologia, che fingono di non vedere un fascismo che ieri girava con l’olio di ricino e oggi con l’ambiguità. Giovani in camicia nera allora, giovani impuniti oggi, sempre protetti da un silenzio colpevole.
La pancia chiede giustizia per un ragazzo ucciso a scuola. Ed è giusto. Ma la giustizia non nasce dalla vendetta né dall’isteria legislativa. Nasce dall’analisi, dalla responsabilità, da uno sguardo adulto sul mondo giovanile. Giustificare Acca Larentia, derubricare tutto a folklore, significa preparare un futuro misero e violento.
Smettetela con l’ipocrisia. Smettetela di nascondere quella fascistitudine che vi attraversa e vi guida, che vi spinge solo a soluzioni di pancia, inutili e pericolose. Potete incarcerare tutti i minori, se volete: ce ne saranno sempre altri, pronti a mostrarvi il fallimento del vostro pensiero corto, del vostro cinismo.
Le ricette facili non curano nulla. La repressione non salva nessuno. Quel ragazzo di diciotto anni merita risposte diverse, degne di un Paese adulto, capace di affrontare una fenomenologia complessa, disposto a scommettere davvero sull’inclusione, su tutte le persone, senza scherno, senza odio, senza la scorciatoia del carcere come unica lingua.
La democrazia, quando ragiona di pancia, si svuota. E un Paese che rinuncia a pensare, prima o poi, paga sempre il conto.

polemiche sui teodofori pre olimpiadi milano cortina 2026




premetto che Boldi non mi ha mai ( o quasi ) fatto ridere è che la battuta sia una di quelle da bar o da spuntino di soli uomini per lo più mandrilli arrapati 😜😛. Infatti Nell’intervista incriminata, Boldi aveva anche rivelato che era stato il Comitato Organizzatore di Milano Cortina 2026 a cercarlo, e che non aveva ricevuto compensi per la partecipazione. e che « mi hanno promesso solo seicento metri. Se fosse di più non so come arriverei. Non sono più un ragazzino. Non sono mai stato un atleta, non ho mai mosso un muscolo. Di alcune discipline sono un campione: la figa e gli aperitivi. » e le scuse di Boldi « l’attore ha dichiarato di aver fatto una battuta che voleva essere leggera e ironica, ma che si è rivelata inopportuna e offensiva nei confronti delle donne e non in linea con i principi di rispetto e inclusione che ispirano il movimento olimpico.» siano state fatte per paura di lavorare più . ma che caaspita hai 80 anni riposati e fregatene . Ma tale decisione di non fargli portare più la fiaccola olimpica di Milano Cortina 2026. con questa Motivazione : « “La decisione fa seguito a un’intervista pubblicata su un quotidiano nazionale, nella quale sono state espresse opinioni ritenute incompatibili con i valori olimpici e con i principi che guidano il lavoro del Comitato Organizzatore »la  nota    prosegue  che   portare la Fiamma Olimpica rappresenta un privilegio e una responsabilità che richiede che le persone selezionate incarnino e promuovano i valori di rispetto, unità e inclusione, fondamenti del Movimento Olimpico e condizioni essenziali per la partecipazione alla staffetta. Ora Viene da chiedersi: perché il comitato abbia scelto Boldi, considerato che non è la prima volta che fa delle uscite sopra le righe, sia nelle interviste che sui social ! ., perchè come fai notare




La vicenda si inserisce in un momento delicato per l’organizzazione della staffetta olimpica. Nelle ultime settimane si sono registrati diversi malumori da parte di ex atleti snobbati ed esclusi dalla staffetta, che invece ha aperto le porte a figure esterne al mondo dello sport. Una scelta che aveva già sollevato polemiche prima del caso Boldi.

17.1.26

L’unica cosa che il sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini è riuscito a dire della tragedia di Abanoub Youssef, lo studente 18enne ammazzato a coltellate a scuola da un compagno è questa sciocchezza xenofoba: “L’uso del coltelli è solo di certe etnie”.

Leggi anche  
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/01/quando-educare-diventa-lavoro-condiviso_17.html


Questo ha partorito il sindaco, che poteva essere di tutti i colori e invece è di destra-destra.E a nessuno è venuto in mente che la tragedia di ieri non c’entra nulla con la nazionalità, il colore della pelle, men che meno con una ridicola predisposizione di un’etnia all’uso dei coltelli - come se gli italiani lo facessero coi cucchiaini - ma c’entra moltissimo con l’assenza assoluta di educazione sessuo-affettiva tra i ragazzi, nelle scuole
Perché dietro questo atroce omicidio c’è la foto di una fidanzata sui social, l’assoluta incapacità di gestire le proprie emozioni, che in alcuni soggetti sfocia in atti violenti ed estremi.La stessa destra salviniana-meloniana che Peracchini degnamente rappresenta.Invece di occuparsi della salute mentale dei ragazzi, si lanciano in deliranti decreti sicurezza anti-maranza o se la cavano con uscite xenofobe come queste. Un pensiero commosso per questo ragazzo e la sua famiglia. Ma penso anche che ci meritiamo una classe politica che non sciacalla su casi di cronaca per un pugno di voti, che non li cavalca per la propria propaganda razzista, che non crea nemici immaginari, ma affronta problemi reali. O, se proprio non ha niente di sensato da dire, rispettosamente tace.

Quando educare diventa lavoro condiviso

 


Ci sono ragazzi che ogni giorno attraversano due mondi.

La scuola e la casa.

E sperano, senza dirlo,

che quei mondi si parlino.

La scuola porta strumenti, parole, domande.

La famiglia porta radici, presenza, silenzi condivisi.

Quando uno dei due resta solo,

l’altro non basta.

Non si cresce per delega.

Si cresce dentro relazioni che si riconoscono,

anche quando faticano.

I ragazzi non cercano perfezione.

Cercano coerenza.

Cercano adulti che sappiano dirsi:

“Qui non so, ma resto.”

Forse educare oggi

non significa scegliere chi ha ragione,

ma trovare lo spazio in cui nessuno si sottrae.

Perché quando scuola e famiglia smettono di parlarsi,

non si perde un metodo.

Si perde un appiglio.

E crescere, senza appigli,

fa più paura di qualsiasi errore.

L'Eco del Silenzio

IL RICCIO




Il riccio non scappa.
Quando sente un pericolo, si ferma di colpo
e si chiude.
Si irrigidisce,
si raggomitola
fino a diventare imprendibile.
Da fuori sembra tutto spine.
E in quel momento lo è.
Il riccio non fa finta di niente.
Reagisce.
Si difende come può.
Non perché voglia attaccare,
ma perché sa che il suo corpo
è l’unica cosa che ha per proteggersi.
Poi resta lì.
Fermo.
Ad aspettare che passi.
Quando arriva il freddo vero,
il riccio si ritira.
Si nasconde sotto foglie e terra
e lascia che il mondo vada avanti senza di lui.
Il riccio conosce bene i tempi lunghi.
Non forza le riaperture.
Resta in ascolto.
Quando sente che il pericolo non c’è più,
allenta piano le spine
e torna a muoversi.
Proteggersi non è chiudere il cuore.
È avere cura di sé,
con pazienza,
senza colpa,
quando serve davvero.

#cuoriselvatici

16.1.26

Curare con erbe e fuoco non è folkore sono pratiche antiche . La loro forza empatia e contatto umano la spiegazione dell'antropologo TiraGallo

Leggi  anche 
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/01/lisola-degli-sciamani-dalla-guaritrice.html


 mi  ha  criticato   e detto ma come  tusei per la  scienza    e poi  dai  credito (  vedere precedente  post  )  a tali  ciarlatani o pseudo tali  .  Imanzittutto  ho visto  ed  provatyo sulla  mia pelle  una bruciatura      che   richiedeva tempi lunghi  e interventi  , mentre   a Nuchis  nel  giro di  due mesi   ho risolto . Ma  soprattutto legge    sotto   cosa  dice  l'antropologo  Tiragallo su  la  nuova  sardegna  16\1\2026 . 

E  poi  certe  cure   sono  scientificamente   provate  ,  visto   che    in alcuni  casi  vedere   post precedenti    sono gli stessi  medici  o che integrano   le  cure  moderne  con   queste  cure  tradizionali  o  mandano  li i  pazienti . 

IL FAIR PLAY CANCELLA DL'ERRORE DELL'ARBITRO UN CALCIATORE OGLIASTRINO SBAGLIA VOLUTAMENTE UN CALCIO DI PUNIZIONE CONCESSO PER SBAGLIO

  unione  sarda  13\3\2026  il fair play può concretamente "cancellare" o rimediare a un errore dell'arbitro, trasformando un ...