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26.1.26

La scelta più brutta. Giampaolo Cassita

Ero indeciso se scrivere del suicidio    dei genitori dell'ultimo femminicidia   o stare ad zitto e lasciare che l'oblio lo coprisse . Ecco che stavo cercando le parole ma l'emozioni createmi dalla lettura  di questo post di Giampaolo Cassitta mi hanno anticipato . 

                                                        La scelta più brutta


Non reggere il dolore, la vergogna, camminare sui binari della disperazione. Non riuscire a soppesare i gesti, non avere la forza di convivere con un figlio assassino, femminicida. Essere genitori e decidere di farla finita. Impiccarsi entrambi. Impiccarsi insieme, con una corda che segnala l’abisso infinito tra una vita destinata al silenzio, al dover essere additati, segnalati, riconosciuti, e una morte che cancella, che lava, come un simulacro maledetto, le colpe di un figlio che non può essere neppure nominato.

Quanta forza c’è voluta per questo gesto? E quanta debolezza? Com’è difficile, sempre, costruire analisi, insultarli in quanto genitori e quindi colpevoli di aver messo al mondo un assassino. Come se fosse tutto facile, lineare, come se quella lavagna fosse divisa da una sola linea: buoni e cattivi.

E allora ditemi voi: da che parte mettiamo i genitori di Claudio Carlomagno, l’uomo arrestato per il femminicidio della moglie Federica Torzullo? In quale girone dei dannati dovrebbero finire Pasquale Carlomagno e Maria Messineo, colpevoli di troppa debolezza o di troppa forza, di troppa disperazione e di poca voglia di continuare una vita comunque segnata, maledetta, conclusa?

Oltre al silenzio, ci vorrebbe un momento lungo di riflessione per tutti coloro che, davanti a una tastiera, continuano a vomitare sentenze. Quelle corde che hanno reciso il collo di due innocenti dovrebbero trasportarci in un silenzio lungo, definitivo e definito.

Non è una tragedia, ma la tragedia. La morte cercata per sfuggire a una vita bastarda, a un figlio. Niente da aggiungere, vi prego

9.1.26

L'ascolto del carnefice.

Stavo  per     scrivere  io  la  recensione     del  film  ma  l'amico  Giampaolo Cassitta    mai ha 

anticipato  .  L'unica  cosa che  mi sento d'aggiungere  prima  di lasciarvi al  post   di Giampaolo     è che esso è un  film :   bello ,  profondo ,  utile  e       con un ottimo  cast  .

Norimberga non è un film storico. È, piuttosto, un pretesto potente per raccontare un’altra storia, molto più interessante: il rapporto tra detenuto e operatore e, più in profondità, il rapporto tra il male e la sua analisi.Il film si regge quasi interamente su due figure. Da un lato Hermann Göring, ex secondo in comando di Hitler, imputato a Norimberga per crimini atroci. Dall’altro Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano incaricato di valutarne la personalità. La cornice storica resta sullo sfondo, ben descritta, accattivante, solida: un ottimo prodotto cinematografico. Ma il cuore è altrove, in quel rapporto che lentamente si costruisce tra i due uomini.


 


Quel rapporto mi ha inevitabilmente riportato al mio mestiere, a quella strana alchimia che si crea tra detenuto e operatore. Un equilibrio instabile, un approccio duale che si insinua tra il desiderio di sapere, di comprendere, di analizzare, e la forza dirompente – talvolta caricaturale – della messa in scena, della parte che il detenuto interpreta. È un gioco sottile, quotidiano, fatto di avvicinamenti e distanze, di ascolto e di prudenza.
C’è una scena, bellissima, in cui Göring chiede a Kelley se tra loro sia nata un’amicizia. Lo psichiatra risponde di sì, ma con esitazione. Sa che il tentativo manipolatorio del carnefice non ha funzionato, e infatti sarà proprio Kelley a fornire le indicazioni decisive per intervenire contro il gerarca nazista. In quel passaggio mi sono ritrovato profondamente, perché in carcere questo meccanismo è una pratica costante, un modus operandi che si rinnova ogni giorno nel rapporto tra detenuto e operatore del trattamento.
Ricordo un episodio preciso. Un detenuto politico, affiliato alle Brigate Rosse, dopo una serie di incontri intensi, nei quali avevamo toccato nodi importanti della sua storia e della sua ideologia, mi chiese improvvisamente: “Ma lei, da che parte sta?”. Risposi senza esitazioni: “Dalla parte dello Stato”. Era l’unica risposta possibile.
Per questo Norimberga dovrebbe essere proiettato nelle scuole di formazione dei funzionari giuridico-pedagogici, i vecchi educatori penitenziari, e analizzato scena per scena. A partire dall’apparente incomunicabilità tra Göring e Kelley, passando per quel gioco di complicità che umanizza il personaggio – e umanizzare senza contesto è sempre un rischio enorme – fino alla fase finale, in cui Kelley torna a essere pienamente l’operatore e si colloca, senza ambiguità, dalla parte dello Stato.
I nazisti sono stati dalla parte sbagliata della storia. Hanno commesso atrocità indicibili, in particolare contro il popolo ebraico. Così come sono dalla parte sbagliata della storia un brigatista, un mafioso, un sequestratore di persona, un violentatore, un femminicida. Cambiano le forme, non la sostanza del male.
Avere il coraggio di ascoltare Caino è un mestiere complesso: affascinante e pericoloso, terribile e necessario. Ma occorre tenere fermo un punto essenziale. Per quanto possa essere seducente l’abisso del male, non deve mai travolgerti. Può solo servirti per comprenderlo, per arginarlo, per raccontarlo, per indicare strade che impediscano la sua riproduzione.
Questo è stato, per me, Norimberga: un duello serrato tra il male assoluto e la necessità di sapere.