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13.11.08

Senza titolo 1031

  VE LA RICORDATE LA FIABA DI ESOPO IL GRANCHIO E LA VOLPE ?  :-)


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Loro fermano il nostro futuro......noi fermiamo i loro siti!

Il 13 novembre alle ore 14:00 partecipa al Netstrike contro uno dei siti che rappresenta coloro che vogliono sottrarci il nostro futuro distruggendo l'università pubblica e laica.

Cosa devi fare? Organizzati per avere un accesso ad internet intorno alle 14:00 del 13 novembre, per visitare il sito www.miur.it. Scegli una delle seguenti modalità di partecipazione, calibrate in base alla difficoltà tecnica e il tempo richiesto:


Low
Ingredienti: un browser e 5 minuti del tuo tempo, accessibile praticamente a chiunque sappia usare un mouse [continua]


Medium
Ingredienti: Utilizzare come browser firefox oppure opera. [continua]


High
Ingredienti: Sai cos'è wget? allora questa è la sezione fatta apposta per te [continua]


per informazioni: 133strike@autistici.org


Partecipa alla manifestazione nazionale del 14 novembre a Roma!

Loro fermano il nostro futuro......noi fermiamo i loro siti!

Il 13 novembre alle ore 14:00 partecipa al Netstrike contro uno dei siti che rappresenta coloro che vogliono sottrarci il nostro futuro distruggendo l'università pubblica e laica.

Cosa devi fare? Organizzati per avere un accesso ad internet intorno alle 14:00 del 13 novembre, per visitare il sito www.miur.it. Scegli una delle seguenti modalità di partecipazione, calibrate in base alla difficoltà tecnica e il tempo richiesto:

Low
Ingredienti: un browser e 5 minuti del tuo tempo, accessibile praticamente a chiunque sappia usare un mouse [continua]

Medium
Ingredienti: Utilizzare come browser firefox oppure opera. [continua]

High
Ingredienti: Sai cos'è wget? allora questa è la sezione fatta apposta per te [continua]

per informazioni: 133strike@autistici.org

Partecipa alla manifestazione nazionale del 14 novembre a Roma!

Senza titolo 1030

  L'AVETE VISTO IL FILM D'AMORE E D'ANARCHIA ?  :-)


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12.11.08

lecco comevedo le celebrazioni sul 5 anniversario di Nassyria

quelli non furono eroi ma  : <<  (...) ricordo la guerra di Etiopia \ la conquista di Addis Abeba \ l'Albania, la guerra di Grecia \ ho memoria di guerre razziali \italiani mandati al macello \sangue del nostro sangue \nervi dei nostri nervi (... )  da " Guardali negli occhi "  dei  Csi >> mandati a  ma non per questo iol ricordo d'essi vada perduto nell'oblio . L'unico ricordo    davanti  a tanti  bla...bla.. inutili e  retorici  che cadon o spesso  nella stuchevolezza  e nell'ipocrisia   è  il silenzio (  trovate  il file midi al  lato  )






Senza titolo 1029

  DETTO POPOLARE ROMANO !  :-)


  MA CHE TE SEI MAGNATO 'N AMPLIFICATORE ?  :-)


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Eroi di ieri, di oggi, e di domani.

marcia della morte


                                 Immagine presa  da "Armir..." di Pino Scaccia


Cinque anni fa, molti anni fa, e poi ancora, cosa cambia, si continua a morire e diventare Eroi. Come si possono dimenticare? ci saranno sempre morti innocenti, ci saranno sempre i nostri eroi.


Eroi


Sono partiti in molti hanno lasciato alle spalle
la loro casa la famiglia i figli appena nati.
Hanno lasciato la loro vita dispersi in terra nemica.
In pochi sono tornati malati e stanchi.
Eroi con le suole consumate i piedi congelati
bende di tela sporche di sangue
per avvolgere i piedi piagati.


Erano eroi.
Solo il vento gelido della siberia
una coperta di ghiaccio
la polvere del deserto infuocato
uno strato di cemento
a scaldare i corpi  stanchi.
Ricordiamoli! erano tutti giovani i nostri eroi
e come dare una speranza
che non sono morti per la gloria
ma sono morti per la patria.
Ricordiamoli sono i nostri eroi.


 franca bassi



Senza titolo 1028

  VE LO RICORDATE IL TELEFILM AI CONFINI DELLA REALTA' ?  :-)


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11.11.08

ecco cosa ho sognato ieri notte

lo  so che   dovrei essere  descrittivo  , ma   non  ci riesco perchè   lo ricordo a spezzoni  ,  e  in certi punti  è tropppo privato   . ma  il video  di questa  canzone  degli Mc  lo rappresenta benissimo




questa canzone rapressenta un mio sogno

Scusatemi se insisto :)

Ciao ragazzi.. questa sera in prima serata su canale 5
andrà in onda un nuovo show: "E' nata una stella gemella"..
Vi prenderà parte anche mio fratello nelle vesti di Pino Daniele..
i concorrenti saranno giudicati dal pubblico a casa tramite il televoto..
Allora.. mi aiutate con i voti??


Magari passate parola

Intanto posso presentarvelo.. eccolo qui..
lui è Salvatore



Diamogli un taglio

Berlusconi decurterà 8 miliardi alla scuola pubblica e manderà a casa 130.000 docenti. Oltre al danno, la beffa: egli afferma infatti di essere vittima (come al solito) della campagna di disinformazione dei media i quali, pur appartenendo a lui per il 75%, lo avverserebbero. Quali conseguenze!

Ordunque, dal prossimo settembre, un considerevole numero di persone non avrà più un lavoro, neppur precario. Dalle simulazioni effettuate sulla base dei documenti ufficiali sul piano Gelmini-Tremonti depositati in Parlamento risulta evidente che, solo nel 2009-10, ci saranno 36.000 supplenze in meno (27.000 docenti e 9.000 personale non docente) oltre a circa 10.000 insegnanti di ruolo soprannumerari (fonte Cgil).

Ciò nonostante, il Capo ci assicura che non licenzieranno nessuno. Il che è vero, a rigor di termini: nel senso che i supplenti, non possedendo un contratto a tempo indeterminato, non sono propriamente "assunti".

Inesistente la premessa, insensata la paura: his fretus, i precari non potranno esser licenziati. Semplicemente, non verranno riconfermati.

E lo si accusa di maltrattare la lingua italiana! Nulla di più sbagliato: è un fine sillogista, in confronto a lui Azzeccagarbugli sembra un pivello.E poi, e poi, piano un poco con questi tagli. Si verificheranno, sì, ma solo per la scuola pubblica che, lo sappiamo, è un ricettacolo d'immondizia, un covo della sovversivi, una fucina di fannulloni.
Niente paura, comunque: nessuna scure per le scuole cattoliche. Anzi, l'Imperatore si è già inginocchiato a Canossa, pentendosi e dolendosi per l'empia svista: "Ho una grossa colpa: non mi ero accorto che nella Finanziaria era previsto questo taglio alle scuole private e cattoliche". Le agenzie, informano che il "Premier" "assicura il suo impegno per evitarlo".
Pare che in Vaticano siano soddisfatti. D'altro canto era ora di finirla con questi plagiatori di giovani menti, relativisti, licenziosi e libertini. Capaci anche di persuadere gl'innocenti virgulti che davvero la Terra gira attorno al Sole, secondo le malediche teorie di quel miscredente Galileo (no, non Cristo, l'altro. O viceversa?).

Bisognava dare un taglio, appunto. E vi confesso che anch'io ho tanta voglia di tagliare. La corda!

Niente tagli per le scuole cattoliche




Fiera Milano di Rho, ore 13:05 dello scorso 5 novembre, il presidente Berlusconi ammette "una svista colpevole". «Ho una grossa colpa - afferma - non mi ero accorto che nella Finanziaria era previsto questo taglio alle scuole private e cattoliche». E le agenzie, informano: «il Premier assicura il suo impegno per evitarlo». Stop. In tempi di tagli per 8 miliardi di euro alla scuola pubblica. Di aumento smodato di alunni per classe così da diminuire le classi. Di riduzione degli insegnanti di sostegno per gli alunni handicappati. Di chiusura del 24% delle scuole, perlopiù ubicate nei piccoli centri. Di perdita del tempo scuola, da un max di 40 a 24 ore settimanali nelle primarie, da 32 a 29 nelle medie, da un max di 40 a 32 o 30 alle superiori. Di tagli occupazionali per 160.000 unità in danno di quanti sono in servizio, da decenni, in regime di permanente precarietà. Perlopiù, in tempi di recessione. Ecco, questa sì che è una "carineria". Non intesa come battuta, più o meno idiota ed inopportuna, ma come regalo, dazione o merce di scambio che dir si voglia. Il travaso di risorse dalla scuola statale a quella privata è la "carineria" pretesa dal Vaticano che, prima, ha affossato con premeditazione ed ostinazione Prodi e, poi, ha appoggiato con determinazione e convinzione la destra.

 


                                 prof. Gianfranco Pignatelli ("L'Espresso.it")














 

Nessuna Nobiltà – di Dario Greco

Quello che inventò lo slogan: Non hai vinto ritenta!Nessuna Nobiltà – di Dario Greco


 


 


Chiedono pietà al mondo e chiederanno perdono/ Strisciando… Le informazioni corrono frenetiche sulla Rete. Sfreccia una moto di grossa cilindrata e la sua scia crea un rombo di vacuità. Soltanto la mia mente, che non regge i colpi duri, non più… (In quella stanza) C’era un silenzio capace di spaccare i vetri e far vibrare le molle di un umido materasso ai confini del mondo e del mio periferico universo. Reprimo un breve sospiro e metto in tasca un accendino, ne avrò bisogno in questa notte di vaselina e candore. E’ come se la mia anima cruda vagasse in giro, senza il mio permesso. Ogni cosa avanza nella notte sorretta dall’oscurità. Un ambiguo senso di vuoto ci rende liberi e prigionieri nello stesso tempo e io mi ritrovo solo su questa strada a contemplare i barbagli della notte…


 


Tutto è consumato, anche il tuo destino (*). Troverò risposte in ogni fessura e m’infilerò con vigore investigativo. Soltanto la mia anima lasciata a bruciare in questa notte di falò meridionali. Solo il solitario, solo il mio corpo spento e appagato. Anime sudate su un patibolo lenitivo. Il mio corpo non conosce redenzione ma la tua lingua mi colpisce più della tua frusta. Ho provato a far vibrare ancora questo cuore e a schivare ogni pallottola argentata, in questa notte di delirio umorale / Il tuo corpo brucia, il tuo corpo mi è caro, ma il profumo è mutato, come la mia anima. Pietà per i deboli e per questa spada spuntata. Mai stato risoluto / Mai cercato verità in fondo alla mia schiena, ma c’è sempre una prima volta e si è vergini solo per un attimo e poi… poi ci si corrompe in un mambo lisergico / Birra & Saliva, lacrime e abbracci. Stringi forte, Honey! Afferra il piacere finchè dura. Domani potresti smettere di sospirare cedendo il passo alla rassegnazione. Rinuncio a me, al mio passato. Ricomincio a sognare, con le tue gambe aperte che non hanno pietà di me… non adesso! Ci incontreremo ancora in una dolce sera d’ottobre e Fred Bongusto, rasoio sul velluto ci inviterà a danzare per lenire il nostro sconforto. Stringimi ancora e carezza questa mia barba da bugiardo lestofante.


 


Stanotte mi sento ancora vivo, innocente e immacolato, ancora per qualche istante. Dove andiamo adesso? Ti lascio guidare in questo mambo di redenzione: Cavalca come se da ciò possa dipenderne la mia anima sconfitta / Dammi gioia e pace, gimmie shelter, baby! Sarà forse un torto sentirsi vivi e anche un po’ meno teneri e solitari Cuore sotto vetro, se tento un respiro lungo posso collassate. E se gonfio i muscoli mi sento vecchio e stanco, inutile e patetico... E lo sono stato, solo, come una lanterna che vibra nelle remote oscurità di quest’umida caverna Incatenato al desiderio di rivalsa. Ma a cosa servo? A chi? Nessuna nobiltà nella miseria / I’ll remember you. Vibrami nelle ossa, sulla pancia, nel profondo del mio malessere. L’autostrada è viva stanotte e dove mi condurrà lo saprò presto.Verso un posto-ristoro dove anime dannate mi daranno il benvenuto al loro Moto-Raduno di vacuità. C’è dolore e sangue e squallore e poi… ci sei tu, ancora una volta. Con le tue fatture di mancato accredito / Ed ero ancora giovane quel giorno in cui il mio sguardo posandosi sul tuo perdeva rigidità. Ultimo mambo a Fiumefreddo...


 


Il cielo si tinge del nero delle tue mutandine. Il tuo respiro riempie i cerchi di fumo della sigaretta...E mi ritrovo ancora solo ad ordinare in questa triste rosticceria; cantina perpetua di sconforto / Animale solitario, calmo e mansueto che non sa ribellarsi alla sua futura mattanza. Ricordo quel passo sinuoso riempire la stanza e il mio silenzio… Dove va la fiamma di una torcia incandescente quando il vento gelido la spegne? Luci nell’oscurità, candele perdute nel vento… Anime scomparse ritornano alla loro pace. Non conosce dimora la mia inquietudine, ma c’è gioia, come c’è stato dolore e incomprensione. Viva la vida / Ho perso tutto, tranne me stesso, il mio orgoglio di spine. Troverò mai un posto al riparo? E gente pronta a sentirmi, e un sorriso dietro cui perdere ogni sospetto. Ma la vita fugge e non la trovo nelle mie lacere calze / E il sorriso che ogni giorno indosso come armatura E il trucco che mi rende sempre più vicino a ciò che non sono, per quello che non c‘è. Un caleidoscopio di forme e colori e la mia essenza che esplode, gonfia di madreperlaceo furore, dentro occhi assetati di verità trasformate il mio idealismo in banalità la mia sofferenza in estasi, il qualunquismo in esistenza. E non c’è più nessuna nobiltà nelle mie miserabili vesti. Ma sono sempre io quello che ha torto e fame e sonno quando nessuno è pronto ad offrire un ristoro a questa pelle martoriata che fu virile e adesso non lo è più. Spero tu stia osservando questa misteriosa ed onirica luna. Con lo stesso sguardo sognante di romantico trasporto: velivolo fatato in un cielo di stelle disperate ed agonizzanti, perse tra sospiri e bagliori nelle barbarie di questa vacua resistenza chiamata vita.


.



Notte che se ne va

un 25 aprile dal basso

Senza titolo 1027

  VE LO RICORDATE IL FUMETTO PONCHO ?  :-)


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Ballerine patriarcali

                                      
la_ballerina tutù verde                                                                   

                                                      Immagine di Franca Bassi


Cari amici scusatemi se vi lascio dei post del 2007, in questo periodo, la mia fantasia è congelata, spero di tornare presto da voi.



Con un po' di fantasia, chiudete gli occhi  e vi dico cosa oggi i miei occhi hanno visto: Lo scenario sarà la suggestiva, bianca Ostuni. Sul palco di terra rossa di Puglia, sarà ricoperto da un soffice manto, di erba fresca , tantissime ballerine patriarcali,  di Olea in tutù verde, che hanno danzato in anteprima  per me, ora danzeranno per voi, per una buona notte.  Il vento suonerà la bellissima sinfonia per: "Un uomo solitario" e le ballerine danzeranno ancora,  nel tempo e nello spazio, all'infinito. I miei occhi, hanno visto  molto di più, dell'occhio della mia canon, ha potuto rapire per voi. Franca Bassi




Senza titolo 1026

Senza titolo 1025


Notte d’amore


 


Gocce di silenzio


si spengono


nelle carni infuocate.


 


Il desiderio traccia urla


tra le lenzuola deste


della notte


 


e nella luce dei miei occhi


divengono stelle


i baci languidi


ad ogni assetato sorso


del tuo corpo- universo.


 


Anileda Xeka




 



 

Senza titolo 1024

  VI PIACE FRATELLO METALLO E LA SUA MUSICA ?  :-)


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10.11.08

Ci riprovano!

Proprio qualche giorno fa mi domandavo: "Ma a noi bloggers, quando pensano?". Già lo scorso anno, infatti, lo pseudo-governo di pseudo-sinistra, supportato da "Mr. Nessuno" Ricardo Franco-Levi, aveva tentato il colpaccio. Volevano (virtualmente?) metterci a tacere, ma non vi riuscirono. Beppe Grillo lanciò l'allarme, il popolo dei naviganti (ancorché santo e poeta) rispose entusiasta e sdegnato. E il dissennato golpe istituzionale fallì.


Adesso, però, siamo in presenza di un governo, cioè d'un potere, di destra estrema, e per nulla virtuale: anzi, molto reale. Questo potere gestisce e controlla la quasi totalità dell'informazione. Dessimo retta a giornali e tv, non sapremmo nulla dello sfacelo della scuola pubblica, del ritorno di Gelli, delle minacce cossighiane e degli assalti ai pochi cronisti rimasti liberi, della disoccupazione galoppante e il conseguente impoverimento del Paese.



Restava il web. Lo sapevano benissimo, al punto che il Capo aveva proposto, nella sua campagna per gli acquisti, cioè elettorale, di qualche anno fa, le famigerate "tre I": Internet, inglese, impresa. Da applicare a suo uso e consumo, però.



Ecco pertanto pronta la nuova "legge" ammazza-blog. Pare che dietro ci sia ancora lui, il Franco-Levi, lo spettro che s'aggira per la Rete. In questo caso, però, tutto tace. Il Grillo, da quando è tornato in sella B., si è tramutato all'improvviso in placida pecorella. Non manda a quel paese più nessuno, ricomparendo solo fra gli studenti, che l'hanno (a denti stretti) ringraziato ma messo subito in riga: qui non servono primedonne. Poi è rientrato nel suo cantuccio.



Un pacato silenzio, nelle case dell'Italietta felice, per non turbare i meritati sonni dei tranquilli connazionali. "Diffondere ottimismo, non ansia" (o forse intendeva "ansa"?), ecco il nuovo motto del Capo di Famiglia. E il suo vice Dell'Utri chiosa e - dopo il consueto encomio di Mussolini, Mangano e Gelmini e la "presa di distanza" (chiamiamola così) da Saviano e Caselli, precisa: vero, finiamola una buona volta coi giornalisti-dark.



Ma chi più "dark" dei bloggers? Non li si può nemmeno definire giornalisti (e infatti non lo sono). Gente indecifrabile, sfuggente, che trama dal monitor, velata dietro inquietanti nick, sicuramente degli insoddisfatti sessuali, degenerati insomma. Da fermare a ogni costo. Per il bene nostro e dei cittadini felici, amen.



Spetta ai cittadini felici decidere se soccombere in dissennata letizia nella falsa pace d'una democrazia da supermarket. Noi, la risposta l'abbiamo già data: non ci avrete.


Ci riprovano!

Proprio qualche giorno fa mi domandavo: "Ma a noi bloggers, quando pensano?". Già lo scorso anno, infatti, lo pseudo-governo di pseudo-sinistra, supportato da "Mr. Nessuno" Ricardo Franco-Levi, aveva tentato il colpaccio. Volevano (virtualmente?) metterci a tacere, ma non vi riuscirono. Beppe Grillo lanciò l'allarme, il popolo dei naviganti (ancorché santo e poeta) rispose entusiasta e sdegnato. E il dissennato golpe istituzionale fallì.

Adesso, però, siamo in presenza di un governo, cioè d'un potere, di destra estrema, e per nulla virtuale: anzi, molto reale. Questo potere gestisce e controlla la quasi totalità dell'informazione. Dessimo retta a giornali e tv, non sapremmo nulla dello sfacelo della scuola pubblica, del ritorno di Gelli, delle minacce cossighiane e degli assalti ai pochi cronisti rimasti liberi, della disoccupazione galoppante e il conseguente impoverimento del Paese.

Restava il web. Lo sapevano benissimo, al punto che il Capo aveva proposto, nella sua campagna per gli acquisti, cioè elettorale, di qualche anno fa, le famigerate "tre I": Internet, inglese, impresa. Da applicare a suo uso e consumo, però.
Ecco pertanto pronta la nuova "legge" ammazza-blog. Pare che dietro ci sia ancora lui, il Franco-Levi, lo spettro che s'aggira per la Rete. In questo caso, però, tutto tace. Il Grillo, da quando è tornato in sella B., si è tramutato all'improvviso in placida pecorella. Non manda a quel paese più nessuno, ricomparendo solo fra gli studenti, che l'hanno (a denti stretti) ringraziato ma messo subito in riga: qui non servono primedonne. Poi è rientrato nel suo cantuccio.
Un pacato silenzio, nelle case dell'Italietta felice, per non turbare i meritati sonni dei tranquilli connazionali. "Diffondere ottimismo, non ansia" (o forse intendeva "ansa"?), ecco il nuovo motto del Capo di Famiglia. E il fido Dell'Utri chiosa e - dopo il consueto encomio di Mussolini, Mangano e Gelmini e la "presa di distanza" (chiamiamola così) da Saviano e Caselli, precisa: vero, finiamola una buona volta coi giornalisti-dark.
Ma chi più "dark" dei bloggers? Non li si può nemmeno definire giornalisti (e infatti non lo sono). Gente indecifrabile, sfuggente, che trama dal monitor, velata dietro inquietanti nick, sicuramente degli insoddisfatti sessuali, degenerati insomma. Da fermare a ogni costo. Per il bene nostro e dei cittadini felici, amen.
Spetta ai cittadini felici decidere se soccombere in dissennata letizia nella falsa pace d'una democrazia da supermarket. Noi, la risposta l'abbiamo già data: non ci avrete.



L'eterna madre


 



Se n'è andata all'improvviso, subito dopo l'esibizione per Roberto Saviano. Aveva 76 anni Miriam Makeba: simbolo della terra ha avuto il destino del vento, che soffia in ogni dove, e non si ferma mai.

E' morta lontano dalla sua patria, perché lei, così profondamente africana, non conosceva alcun padre. Lei era solo e definitivamente madre, "Mamma Africa", e, come tutte le madri, si riuniva in ogni dove, risorgeva nel più sperduto anfratto, si trovava lì, quando echeggiava nella notte il lamento d'un figlio.

Solo una madre è sempre uguale a sé stessa. Non cittadina del mondo, bensì mondo: cosmo, pianeta. Simbolo anche, certo. Ma simbolo di carne, simbolo perché donna, perché umana. Nata nel Paese simbolo del più odioso dei simboli, il Sudafrica dell'apartheid, era normale per lei accorrere e soccorrere le mille apartheid quotidiane, le apartheid dei bianchi che dall'Africa hanno tratto origine, i Sudafrica italiani che impediscono a uno scrittore di creare, perciò di vivere. I Sudafrica che spengono le voci libere, i Sudafrica delle squadracce fasciste che, fedeli alla loro linea di morte e di sangue, assaltano senza vergogna i canali della pubblica informazione. I Sudafrica d'una polizia con lo sfollagente che, per tua somma umiliazione, non trova di meglio che apostrofarti come "comunista" o "frocio". I Sudafrica della "gente perbene" che scheda i clochard, i Sudafrica dell'ignoranza, del maschilismo e della miseria. I Sudafrica in cui noi stessi ci rinchiudiamo, quando la rassegnazione, lo sconforto, la desolazione ci afferrano e ci dilaniano. Quando ci arrendiamo al Male.

Miriam Makeba cantava la gioia. Che non è solo assenza di dolore, né si limita alla superficiale felicità. Cantava un sentimento intimo, esclusivo, irrinunciabile, il sentimento dell'appartenenza al sangue, la fierezza e l'orgoglio di sentirsi figli e integri, quel valore della quotidianità che nessun tiranno potrà mai scalfire, perché la dignità umana è dentro di noi, scolpita nel volto di ognuno.

I regimi dittatoriali non si accaniscono subito sulle persone. Bensì sui simboli. Perché, se è vero che il simbolo può diventare feticcio, è anche vero che rappresenta l'icona dell'ineffabile. Uno dipinto, un racconto, un brano musicale, un ritmo di tamburi riecheggiano ataviche libertà, primordiali struggimenti, fermano l'occasione, l'anello che non tiene, aprono le porte della conoscenza. Intessono, con finissimi sistri d'argento, un inno alla nostra inafferrabile unicità.

Ma le dittature, inumane e immanenti, non possono che sterminare l'involucro. Materia bruta, annientano la materia. Ma il canto, la poesia, il colore è cielo. E il cielo, quando sposa la terra, la rapisce da sé. Miriam lo sapeva. Grazie, eterna madre.



Daniela Tuscano








L'eterna madre

Se n'è andata all'improvviso, subito dopo l'esibizione per Roberto Saviano. Aveva 76 anni Miriam Makeba: simbolo della terra ha avuto il destino del vento, che soffia in ogni dove, e non si ferma mai.
E' morta lontano dalla sua patria, perché lei, così profondamente africana, non conosceva alcun padre. Lei era solo e definitivamente madre, "Mamma Africa", e, come tutte le madri, si riuniva in ogni dove, risorgeva nel più sperduto anfratto, si trovava lì, quando echeggiava nella notte il lamento d'un figlio.

Solo una madre è sempre uguale a sé stessa. Non cittadina del mondo, bensì mondo: cosmo, pianeta. Simbolo anche, certo. Ma simbolo di carne, simbolo perché donna, perché umana. Nata nel Paese simbolo del più odioso dei simboli, il Sudafrica dell'apartheid, era normale per lei accorrere e soccorrere i mille apartheid quotidiani, gli apartheid dei bianchi che dall'Africa hanno tratto origine, i Sudafrica italiani che impediscono a uno scrittore di creare, perciò di vivere. I Sudafrica che spengono le voci libere, i Sudafrica delle squadracce fasciste che, fedeli alla loro linea di morte e di sangue, assaltano senza vergogna i canali della pubblica informazione. I Sudafrica d'una polizia con lo sfollagente che, per tua somma umiliazione, non trova di meglio che apostrofarti come "comunista" o "frocio". I Sudafrica della "gente perbene" che scheda i clochard, i Sudafrica dell'ignoranza, del maschilismo e della miseria. I Sudafrica in cui noi stessi ci rinchiudiamo, quando la rassegnazione, lo sconforto, la desolazione ci afferrano e ci dilaniano. Quando ci arrendiamo al Male.

Miriam Makeba cantava la gioia. Che non è solo assenza di dolore, né si limita alla superficiale felicità. Cantava un sentimento intimo, esclusivo, irrinunciabile, il sentimento dell'appartenenza al sangue, la fierezza e l'orgoglio di sentirsi figli e integri, quel valore della quotidianità che nessun tiranno potrà mai scalfire, perché la dignità umana è dentro di noi, scolpita nel volto di ognuno.

I regimi dittatoriali non si accaniscono subito sulle persone. Bensì sui simboli. Perché, se è vero che il simbolo può diventare feticcio, è anche vero che rappresenta l'icona dell'ineffabile. Uno dipinto, un racconto, un brano musicale, un ritmo di tamburi riecheggiano ataviche libertà, primordiali struggimenti, fermano l'occasione, l'anello che non tiene, aprono le porte della conoscenza. Intessono, con finissimi sistri d'argento, un inno alla nostra inafferrabile unicità.

Ma le dittature, inumane e immanenti, non possono che sterminare l'involucro. Materia bruta, annientano la materia. Ma il canto, la poesia, il colore è cielo. E il cielo, quando sposa la terra, la rapisce da sé. Miriam lo sapeva. Grazie, eterna madre.

tutti siamo filosofi

  da un  giornale  locale  leggo questo articlo interessante   , che è  anche la conferma  a quanto dico a chi    midice  che  gli analfabetio sono ignoranti  

Tziu Bobore, il treno e la zappa vita felice del frenatore filosofo




SASSARI. Ha attraversato l’ultimo secolo del millennio scorso anche lungo i sentieri spinosi di tre anni di “richiamo” in guerra e ora - lucidissimo e per certi versi perfino gagliardo nonostante le novantasette primavere - naviga disilluso nelle acque torbide degli anni Duemila. Porta un nome illustre della grande patria barbaricina: si chiama Salvatore Satta. Ma non è un nuorese di città come il romanziere famoso de “Il giorno del giudizio”, essendo venuto alla luce e allevato sotto lo stesso cielo di un altro narratore sempreverde, l’indimenticabile Salvatore Cambosu di Orotelli, autore di un racconto incantato che resiste alle rughe del tempo, “Miele amaro”.
La sua filosofia di vita è delle più semplici e può essere riferita a tre punti-cardine. Primo: i fatti valgono più delle parole, che debbono essere poche e hanno diritto al massimo rispetto. Secondo: la terra c’era già prima che noi arrivassimo e ci sarà anche quando noi non l’abiteremo più, è la nostra eterna madre e deve essere amata e coltivata con onore. Terzo: le persone si giudicano dalle azioni. Tutte, grandi e piccole. E se le azioni non corrispondono alle parole significa che quella persona non è un vero uomo.
“Sono a Sassari dal 1932. Ero venuto qui perché avevo presentato la domanda per fare il custode al museo Sanna”, il racconto di Salvatore Satta parte da lontano. “Poi, ma questo avviene anche oggi, avevano preso un altro. Subito dopo, nello stesso anno, ero stato assunto alle Ferrovie dello Stato come cantoniere attraverso un concorso di prove manuali e cultura generale. Avevo ventuno anni, abitavo in corso Margherita”.
È vero che in quel periodo a Sassari era facile trovare casa? “È falso. Costavano molto anche gli affitti”, precisa tziu Bobore. “Io avevo uno stipendio di trecento lire e ne pagavo 95 di affitto. Un maresciallo dei carabinieri prendeva duecento lire. Ma anche se i soldi erano pochi non ci si indebitava”. Con orgoglio, Salvatore Satta puntualizza: “Io e mia moglie non abbiamo mai comprato a libretto. E mai firmato cambiali: non so neppure che cosa siano esattamente”.
Già, la moglie: Antonia Ladu di Oniferi, il grande amore della sua vita: “Orfano ero io, orfana lei. Le ho dato il primo bacio qui, tra gli ulivi di Sant’Orsola, e l’ho sposata nel 1933, quando avevo ventidue anni”. Nel 1934 nasce Silvio, nel 1936 Maria, nel 1938 Giovanna. Una famiglia senza problemi economici. Ma nel 1940 tutto cambia anche per il ferroviere Salvatore Satta di Orotelli.
“Mi hanno richiamato e spedito in Francia, nonostante avessi già tre figli. In Francia c’erano tre divisioni italiane. Ogni giorno cambiavamo zona, ci spostavamo di cinquanta-sessanta chilometri. Neppure il tempo di montare le tende e dovevamo ripartire”. Fame, anche? “No. Il rancio, anche se povero, c’era sempre. Ma mia moglie si è dovuta impegnare per non far mancare nulla ai bambini, coltivando questi piccoli orti nei pressi della cantoniera, di proprietà delle Ferrovie”.
Di ritorno dalla Francia, Satta pensava di aver finito di girovagare. “Invece nel 1941 mi è caduta in testa un’altra tegola, più pesante della prima”, racconta tziu Bobore. “Mi hanno convocato per dirmi che dovevo ripartire. In men che non si dica mi hanno rimesso la divisa, ordinandomi di andare a Orosei. A piedi, naturalmente. Ho fatto tutta quella strada con il cavallo di San Francesco, come dicevamo noi a Orotelli. Da Orosei sono andato a Siniscola. Da lì facevamo spesso delle puntate a San Teodoro per dare una mano d’aiuto ai finanzieri”.
Ma qual era la ragione vera della vostra presenza in Baronia? “C’è da ridere, a ripensarci”, risponde Satta. “Dovevamo sorvegliare le coste, si riteneva che gli alleati sarebbero sbarcati in Sardegna. Ma non eravamo attrezzati per impedire nessuno sbarco: a parte i fucili mitragliatori, non avevamo praticamente nulla. Ogni tanto vedevamo emergere dall’acqua salata un sottomarino inglese, però la situazione era di quiete. Nel 1943 i fascisti fecero arrestare l’avvocato nuorese Salvatore Mannironi - che sarebbe poi diventato parlamentare della Dc, più volte sottosegretario e ministro nel 1970 - con l’accusa di essere una spia degli inglesi”. Perché? “Un clandestino, sbarcato a Siniscola, si era diretto nelle campagne di Nuoro fermandosi in un terreno di Mannironi, a Marreri”.
Finita la guerra, tziu Bobore ritorna alla sua cantoniera. Nel 1943 gli era nato un altro bambino, Antonello, sei anni più tardi sarebbe nata Graziella. E Salvatore era stato promosso. “Da cantoniere ero diventato frenatore. Qualifica superiore, appartenevo al personale viaggiante. In genere facevo servizio da Macomer a Golfo Aranci, il treno era sempre zeppo di viaggiatori. Nelle giornate di riposo, lei non rida, zappavo la terra. Avevamo le chiavi della tenuta dei marchesi di Sant’Orsola, a due passi dalla cantoniera. Brava gente, i marchesi. Io zappavo dalla mattina alla sera soprattutto dopo il 1971, quando sono andato in pensione. Avevo sessant’anni ma mi sentivo come un leone. La zappa mi ha sempre fatto bene”.
Tra i suoi amici di allora tziu Bobore ricorda soprattutto il parroco di San Paolo, don Origo, che andava spesso a trovarlo. “Nonostante noi non fossimo praticanti devoti, siamo diventati amici. Io venivo da una famiglia in cui comandava mia nonna che nell’imminenza della Pasqua mi diceva: vai a confessarti ma stai attento e chiudi la bocca, che non ti entri nemmeno acqua. Comunioni? L’ultima l’ho fatta il giorno del mio matrimonio. Mia moglie andava in chiesa ma non era una bigotta”. Però con don Origo l’amicizia era possibile. Come mai? “Passava dalla cantoniera per accorciare il tragitto verso la chiesa e si fermava da noi. Era un uomo sincero, diceva spesso: il mio è un mestiere come un altro. E noi distinguevamo, anche tra i sacerdoti: c’erano e ci sono i buoni e i cattivi. Quelli che non indossano più l’abito talare non li sopporto proprio. Il Papa ha fatto un errore assurdo quando ha dato ai preti la libertà di vestire come meglio credono”.
Ma i suoi ricordi più tenaci sono tuttora quelli dell’infanzia lontana, nel microcosmo di Orotelli. “C’era un medico, il dottor Cusinu, che rispondeva sempre immediatamente anche alle chiamate notturne e non faceva pagare un soldo ai poveri, gli altri pagavano in natura al tempo del raccolto. E c’erano i padroni delle terre, persone comprensive: ricordo in particolare Antonio Senes. Bobore Cambosu, invece, era povero di beni materiali ma ricchissimo di altri valori, quelli che non si possono comprare con i soldi. Figlio di gente buona e onesta, non c’era nulla da dire contro di loro. Bobore era una persona speciale”. Come l’ingegnere Maurizio Zanfarino, a Sassari. “L’uomo più importante delle Ferrovie”, secondo tziu Bobore Satta. “Capo compartimento e uomo di cultura con tutti i requisiti, zio di Cossiga ma questo c’entra poco, aveva proposto di fare una galleria che dalla Scala di Giocca avrebbe dovuto sbucare nell’emiciclo Garibaldi”. L’umanità contemporanea in genere non lo entusiasma, fatte salve le eccezioni: “Si è rovesciato tutto, il mondo è capovolto”. E lui, Bobore Satta nato nella terra dell’oro, oggi contempla metalli più vili, protetto dalla corazza del tempo che fu.
Infattti  sempre  secondo il  giornale   esso  ha   << Nei ricordi il paese natale ha ancora «il colore del grano maturo»

L’amara scoperta che a Orotelli non si fa più il pane in casa
Dalla Barbagia a Sassari negli anni ’30 assunto dalle Ferrovie dello Stato nella cantoniera di Sant’Orsola

SASSARI. Proprio all’ingresso della cantoniera ferroviaria di Sant’Orsola dove Salvatore Satta vive con la figlia Maria c’è un giovane agrifoglio, l’albero più bello fra tutte le piante della famiglia delle querce. In questo autunno piovoso e turbolento l’agrifoglio rosseggia di bacche tra il verde intenso delle fronde. Quasi un simbolo di resistenza alle intemperie della stagione. Come lui, tziu Bobore, a quelle della vita. “Che cosa mi ha conservato in forze? Senz’altro la zappa».
“Mi ha fatto compagnia per tutti questi anni, fin dalla più tenera età. Per me zappa vuol dire vita e buona salute”, riafferma con il conforto del senno di poi.
Nel calendario della sua infanzia a Orotelli, gli svaghi non erano previsti.
“Quando non zappavo la terra facevo altri lavori pesanti. Ero in quinta elementare, si costruiva la strada per Ottana”, ricorda Salvatore Satta.
“Con altri miei coetanei trasportavo fascine di lentischio e ceste di pietre per la massicciata. Ogni cesta ci veniva pagata venti centesimi. A volte il pagamento era fatto in natura, generi alimentari”.
Oggi le zappe si ammantano di ruggine anche nel suo paese natale. “Ho sentito dire che a Orotelli non si fa più il pane in casa: lo comprano nei negozi”, rivela. “Per me è una notizia triste e inattesa. Ai miei tempi da noi veniva gente dagli altri paesi, a comprare il nostro pane rinomato”.
Orotelli, terra dell’oro, “il colore del grano maturo e delle spighe gonfie di chicchi dorati”, come era solito dire Cicitu Màsala al suo amico Bobore Cambosu. Oggi quella terra è incolta e risplende soltanto del colore delle pietre.
Salvatore Satta ripensa a sua moglie, classe 1907, morta due anni fa quasi centenaria. “Antonia aveva quattro anni più di me ed era bella di tutte le maniere, anche lei amava lavorare la terra”, ricorda. “E vinceva quasi sempre i concorsi delle Ferrovie dello Stato per i migliori giardini intorno alle case cantoniere: ha guadagnato la bellezza di cinque medaglie d’oro”.
Il pensiero della signora Antonia lo rende malinconico.
“Da quando mamma è scomparsa, babbo è diventato ancora più taciturno”, spiega il figlio maggiore Silvio, classe 1934, che vive a Cagliari.
Del resto, come si fa a dimenticare più di settant’anni di vita in comune? Un amico cambia discorso con una domanda: com’erano i rapporti tra ragazzi e ragazze di Orotelli alla fine degli anni Venti? “Si basavano sull’amicizia e il rispetto”, risponde pronto il vegliardo. “Le donne lavoravano per conto loro, non ci davano molta confidenza”.
Gli chiedono di Barack Obama, primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti d’America: “Ho la fondata speranza - si sbilancia tziu Bobore - che ci sarà un miglioramento, e non soltanto in America”.
Ha scritto Victor Hugo: “C’è una bellezza ineffabile nella vecchiaia felice”.

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  L'AVETE LETTA LA FIABA L'ALBA ?  :-)


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