Cerca nel blog

24.1.26

I bambini nati ad Auschwitz e riflessioni sul 27 gennaio

 Non  si  finisce  ma  d'apprendere  e  di sapere  cose   nuove  su argomenti   che dovrebbero essere  noti e stra noti . infatti    ecco      cosa  ho trovato     fra  i tanti  articoli,  su Auschwitz disponibili nel blog viaggiatoriignoranti.it. Potete scriverli all'indirizzo: info@Viaggiatoriignoranti.it, per proposte, suggerimenti e curiosità.... Buona lettura!

di    Ros Reali


Vi siete mai chiesti quanti bambini nacquero ad Auschwitz? Vi siete mai chiesti quante donne partorirono il frutto delle violenze subite all’interno dal lager?
Un numero preciso non siamo in grado di fornirlo, perché non fu tenuto conto nell’anagrafe del campo di questo dato proprio perché molti di loro vissero solo pochi minuti.
Grazie alla testimonianza di Stanisława Leszczyńska, furono circa 3000 i nati vivi a cui ella prestò personalmente assistenza.
Di questi circa la metà furono soppressi immediatamente dopo il parto dal personale del campo, annegati in un barile. Un altro migliaio circa morirono di fame freddo e malattie.
Era una pratica diffusa bendare i seni alle puerpere proprio per impedire loro l’allattamento, in questo modo era possibile testare la resistenza dei bambini prima di morire di fame. Un’altra pratica adottata ad Auschwitz, ad esempio da Irma Grese, era quella di legare le gambe alle donne durante il travaglio, per assistere alla loro sofferenza e alla morte lenta di mamma e bambino.
Alcuni più fortunati, grazie alle loro caratteristiche somatiche, furono destinati all’adozione di coppie tedesche aderenti al Progetto Lebensborn.
Di quelli che purtroppo rimasero al campo, solo una trentina riuscirono a sopravvivere, insieme alle madri fino a che non arrivarono le truppe alleate.
La registrazione delle nascite avvenne a partire dalla metà del 1943. Prima non era consentito a nessun neonato di sopravvivere ad Auschwitz. Da quella data in poi, sopravvissero solo i neonati destinati ai campi per le famiglie. In questo caso al nuovo nato veniva assegnato un numero, tatuato sulla pelle.
Una volta iniziata la liquidazione del campo, si cercò di uccidere tutti i bambini nati ad Auschwitz. Solo in rare eccezioni riuscirono a salvarsi. È per questo che possiamo affermare con certezza che la quasi totalità dei bambini che nacquero nel campo, perirono nel campo.
Vorrei riportare qui di seguito la testimonianza di un sopravvissuto ad Auschwitz, Roberto Riccardi, che nel suo libro, Sono stato un numero, racconta cosa veniva fatto ai bambini nati da poco.
La brutalità di queste parole non ci può lasciare indifferenti:
“Un giorno io e un altro prigioniero ci trovavamo vicini ai carretti per il trasporto dei bambini. Dovevamo farne salire a bordo alcuni, fino a completare un carico. Una SS si avvicinò, indicò con il dito un bimbo di un paio di mesi e disse al mio compagno di lanciarlo sul carretto. Per rendere l’ordine più chiaro, mimò il gesto con le braccia, disegnando un volo molto ampio.
Lanciarlo? chiese il mio compagno, sbigottito. Il tedesco insisté. Gli puntò contro il fucile, urlò, e a lui non rimase che eseguire. In un istante che durò un’eternità, la SS sollevò la sua arma, prese la mira e sparò al piccolo mentre era in aria, come fosse al poligono di tiro. Lo centrò in pieno. Un suo collega, che osservava la scena da vicino, imprecò. Meno male, pensai, c’è ancora qualcuno che ha nel cuore un po’ di umanità. Ma presto quello che aveva brontolato si calmò, si mise una mano in tasca e prese dei marchi. Accennò a un sorriso sforzato, strinse la mano all’altro e gli consegnò il denaro. Impiegai un po’ per capire. Su quel tiro avevano scommesso, ecco spiegata la delusione del perdente.
Lo vidi fare più volte. Ogni volta eravamo noi a dover portare i bambini ai loro carnefici. Noi a lanciarli in aria, sotto la minaccia delle armi, con le SS che si esercitavano a colpirli mentre erano in volo.”
Per non dimenticare, M A I !
Un grido che risuona nel tempo
Ogni anno, il 27 gennaio segna una data fondamentale per la memoria collettiva italiana e mondiale. In questa giornata, si ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, un luogo simbolo della brutalità e dell’orrore dell’Olocausto. Le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, risuonano forti e chiare: “Mai più!”. Questo grido non è solo un richiamo al passato, ma un invito a riflettere sulle conseguenze delle leggi razziste e della discriminazione, che hanno portato a una delle pagine più buie della storia.
Le radici della memoria
Il Giorno della memoria non è solo un momento di commemorazione, ma anche un’opportunità per educare le nuove generazioni. Le leggi razziste, emanate dal regime fascista italiano, hanno avuto un impatto devastante sulla comunità ebraica e su molte altre minoranze. La celebrazione di questa giornata è un modo per riconoscere le responsabilità storiche e per promuovere una cultura di rispetto e tolleranza. Le scuole, le università e i luoghi di lavoro diventano palcoscenici di riflessione, dove si discute di diritti umani e di giustizia sociale.
Il ruolo della società contemporanea
In un’epoca in cui l’antisemitismo e altre forme di odio sembrano riemergere, il Giorno della memoria assume un significato ancora più rilevante. È fondamentale che la società italiana non dimentichi le lezioni del passato e si impegni attivamente per combattere ogni forma di discriminazione. Le commemorazioni, i dibattiti e le iniziative culturali sono strumenti essenziali per mantenere viva la memoria e per costruire un futuro in cui il rispetto per la diversità sia al centro della nostra convivenza. La memoria storica deve diventare un patrimonio condiviso, un valore da trasmettere alle generazioni future.

nonostalgia degli anni 80 il Militare

foto simbolo in quannto  sono del 1976  e  non nel 1968

Più  mi  avvicino ai 50 ( mancano 35    giorni )   mi  viene  la nostaglia  degli anni 80\90  . Soprattutto   in cose    che    per  motivi di salute  all'epoca  i   fabici     cioè  chi   ha  

Il favismo è la carenza o la riduzione della funzione di un enzima (sostanza in grado di accelerare e facilitare le reazioni chimiche dell’organismo) chiamato glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD).Il favismo è il più comune difetto enzimatico umano, presente in oltre 500 milioni di persone nel mondo e 400 mila in Italia.La riduzione o il malfunzionamento dell’enzima (enzimopenia G6PD o deficit di G6PD) comporta il rischio, in determinate condizioni, di comparsa di una anemia acuta non immune: ovvero la distruzione improvvisa dei globuli rossi. Il G6PD, infatti, è contenuto per la maggior parte all’interno di queste cellule del sangue.

  erano esclusi dal servizio militare   .  E  quindo l'unico ricordo   che  ho  in merito è  quello  della  visita  di Leva a  Cagliari   . Una  delle prime volte      che  uscivo  oltre  i  40 km  da  solo  e per più giorni  .Ad  alimentare tale  nostalgia   oltre  i  ricordi diretti  ( la visita  di leva  con la golidardiia e il nonnismo temperato dei militari che dovevano assisterci ) indiretti  (  chi l'ha  fatto    e  chi lo ha evitato,  chi  ha  subito il nonnonismo \   il bullismo    duro )   ci  pensano   gli account    e  i  gruppi social  .  In questo     caso quelllo   di  ( da  me  recentemente     intervistato  a prosito di  Paninari   per   il  nostro  blog  ) 

 Dedicato a chi prese quel treno per rientrare dopo la prima "Licenza breve" ⏰ se non ricordo male il cosiddetto "Trentasei" che stava per un giorno e mezzo di libertà C’è un momento per chi ha svolto il servizio militare di leva in cui il tempo sembra fermarsi 😐 non è durante le marce... né sotto il peso dello zaino... ma in quei silenzi improvvisi 🧐 la branda la sera o il rumore lontano dei passi nel
corridoio 💌 piuttosto che una lettera riletta troppe volte 🥺La leva non è stato solo imparare cos'è la disciplina e gli ordini scanditi 🫡 la Leva è stata soprattutto l'attesa... ⏳ quella di tornare a casa e di rivedere un volto familiare  in divisa si impara presto che la forza non è non avere paura 😱 ma andare avanti nonostante quella paura 😰 la paura di non essere all’altezza o di perdersi e di cambiare senza accorgersene...Molti hanno conosciuto un’angoscia silenziosa che è difficile da spiegare a chi non c’era 😉 un nodo allo stomaco al momento dell’alzabandiera seguito da un senso di vuoto la domenica pomeriggio quando il tempo libero non bastava a colmare la distanza da casa 🏠 eppure in mezzo a tutto questo nascevano legami strani e profondi 🤝 amicizie fatte di sguardi e di sigarette condivise 🙆 di risate improvvise che servivano a non crollare 🙇Il servizio di leva ha tolto qualcosa senza dubbio 🤔 mesi di libertà e spensieratezza 😊 ma ha anche lasciato un segno sottile e indelebile perchè ha insegnato che la fragilità non è una colpa e che dentro ogni uniforme batte un cuore che sente soffre e spera 🙄Quando tutto finisce e si torna civili resta una strana malinconia 😢 non per la vita militare in sé  ma per la persona che si è stati in quel tempo sospeso 🕰️ un ragazzo costretto a crescere in fretta e  che ha imparato a resistere 💪 forse è proprio questo il lascito più profondo di quell'anno 🤔 quindi non il ricordo delle armi o degli ordini 😐 bensì la consapevolezza di aver attraversato la paura e di esserne usciti in silenzio un po’ più uomini 🤨Trasmettere queste sensazioni oggi non è semplice... non si può spiegare a chi è nato con le videochiamate e le connessioni 🌎 dove tutto è più sempilce e sembra più vicino... l'attesa del Gettone che cade e la chiamata di quei pochi minuti per ascoltare una voce familiare sono ormai solo un lontano ricordo... dove la realtà era totalmente differente da quella odierna 📞





Figura barbina degli haters: si scagliano contro Nicol Delago che parla ladino per la rai ladinia

L'ignoranza di certi elementi è disarmante. Le lingue della penisola ,dialetti inclusi fanno parte del nostro patrimonio culturale.Ed  arricchiscono  ed  hanno arricchito   las  lingua  nazionale . Hanno fatto passare in secondo piano la bravura e il successo di questa atleta. , Si dovrebbero vergognare

  da  msn.it  

“Ma se gareggi per l’Italia parla italiano”: gli haters, ormai a tutto campo, se la prendono anche con una campionessa, nonché esempio di gentilezza ed eleganza, come Nicol Delago. Ma quale sarebbe la colpa
della sciatrice? Quella di avere celebrato il suo ultimo successo (la sua prima vittoria in Coppa del Mondo a Tarvisio, ndr) anche con Rai Ladinia, esprimendosi in ladino.
Il ladino, come ha ben spiegato qualcuno, è una lingua neolatina retoromanza, nata dal latino volgare con influenze pre-romane (retiche), parlata nelle Dolomiti italiane (Val Badia, Val Gardena, Val di Fassa, Bellunese) e in Svizzera (Cantone dei Grigioni). Riconosciuta come minoranza linguistica, è lingua ufficiale affiancata a italiano e tedesco in alcune zone e si caratterizza per vari dialetti (gardenese, badioto, fassano, ecc.) e un’identità culturale forte, con sostegno in scuole e media locali.
“Non so se sia peggio leggere di quelli che si lamentano del fatto che parli ladino e non italiano o di quelli che la giustificano perché parla la sua lingua. Entrambi non hanno capito una mazza: in questa intervista parla ladino perché è alla Rai ladina” si è letto tra i commenti.
“È una vicenda grave e preoccupante – ha dichiarato l’assessore regionale del Trentino Alto Adige alle minoranze linguistiche Luca Guglielmi –. I commenti ricevuti non hanno nulla a che vedere con il confronto civile e con il rispetto delle persone. Alle atlete e agli atleti che rappresentano il nostro territorio, così come a tutti i cittadini, deve essere garantita la libertà di esprimersi nella propria lingua senza timore di essere insultati o messi sotto accusa. Il ladino, come tutte le lingue storiche del nostro territorio, non è un elemento divisivo, ma una ricchezza da tutelare e valorizzare”.














Anche l’Andreas-Hofer-Bund für Tirol, in una nota, ha espresso la sua “incondizionata solidarietà” alla sciatrice altoatesina. “Invece di concentrarsi sul successo sportivo, i social media sono dominati da richieste di lealtà monolingue, accompagnate da scherno aperto nei confronti della sua lingua madre, il ladino”, ha detto il presidente Alois Wechselberger.

La bellezza dell' imperfezione

 



L’imperfezione, negli esseri umani,
non è un naso storto
o una cicatrice.
È quando non riesci a essere gentile
come avresti voluto.
Quando rispondi male
perché sei stanco.
Quando ti chiudi
invece di spiegare.
È dimenticare una cosa importante.
È arrivare tardi.
È dire “dopo”
e poi non farlo.
Siamo imperfetti
nel modo in cui amiamo,
nel modo in cui reagiamo,
nel modo in cui proviamo a tenerci insieme
quando le energie sono poche.
E non sempre si riesce a fare meglio.
Non sempre si impara.
A volte si sopravvive soltanto.
Forse accettare l’imperfezione
non significa migliorarsi.
Significa smettere di odiarsi
per ciò che non si è riusciti a essere.
E concedersi, almeno ogni tanto,
di restare così.
Umani.
Non sistemati.

23.1.26

Nelle classi più che metal detector serve l'educazione al rispetto I ragazzi davanti all'omicidio di La Spezia

 









una squadra di famiglia sul campo di. basket 4 padri e 4 figli

 


La polemica. «Violenza normalizzata, l’Agcom dia sanzioni» Il femminicida parla in tv, è bufera

  unione  sarda  23\12026



non sempre i film scelti in base all'incipit trovato in rete sono granchè .Il Violinista - Un film di Mirko Zullo.


 Mercoledi sera per far contento mo padre abbiamo scelto di. saltare il tg de la 7 , il cavallo e la torre e
otto e mezzo ed abbiamo deciso di. vedere un film . Stavlta è toccato a me scegliere è su prime leggendo
i var incipit dei film , incuriosito ho scelto Il violinista di Mirko Zullo Tratto dal racconto "Il violinista di Piazza Mercato" di Alessandro Chiello . Ad decidere per la scelta c'era il fatto che fosse Un film sul passato che torna prepotentemente a galla, sulla solitudine, ma anche sulla flebile speranza che spesso
solo qualcosa di trascendentale come la magia creata dalla musica classica può scaturire. Note di violino di un passato che sembra lontanissimo, eppure torna a bussare ai cuori delle nostre anime in una frazione di secondo, proprio come i fantasmi che fanno ombra sulla serenità dei protagonisti di questa pellicola. Un film che non racconta storie di personaggi vincitori, ma di figure combattive e soprattutto, nel bene e nel male, sincere con quanto sentono dentro di sé.
Un film di un passato che sembra lontanissimo, eppure torna a bussare ai cuori delle nostre anime in una frazione di secondo, proprio come i fantasmi che fanno ombra sulla serenità dei protagonisti di questa pellicola. Un film che non racconta storie di personaggi vincitori, ma di figure combattive e soprattutto, nel bene e nel male, sincere con quanto sentono dentro di sé.


Un film

 

Stefano Guerra su https://www.mymovies.it/
 discreto come dove la regia è l'unica àncora di salvezza. Un film che avrebbe potuto dare molto di più e dove non basta nascondere la polvere sotto il tappeto con scenografie da cartolina (i luoghi sono belli e li ho riscoperti di persona la stagione scorsa). Montaggio a ritmo elementare, quasi scolastico e banale. Tra gli attori salverei solo Fabrizio Rizzolo, anche se a modo loro ognuno si vede che ha cercato di fare quanto più poteva e proprio per questo, ripeto, salvo solo il regista e gli sforzi che avrà sicuramente dovuto fare per far stare assieme tutto.

Peccato , il soggetto  era  buono ,  per la pesantezza e  per   il modo    con cui  è strutturato il monraggio   e la  sceneggiatura  . Mal  strutturato nello svolgimento  inizia   subito   con una scena erotica     tra  il tombeur  de  femme  e l'amica    della protagonista   ( di  cui   ...  da   lui  )   del segreto     che la  lega al  violinista  . Finale  troppo veloce  e prevvedibile  ,  di facile  intuizione  si  capisce  il 90 % dai flashback . Lo  si può  abbandonare    benissimo     ed  evitarsi l'ultima mezz ora  . Un  tentativo  di rifarsi  al  film   Canone inverso - Making Love

voto 5.5









Primo Levi inattuale: i sommersi e i salvati di © Mario Domina del blog la botte di Diogene

    Secondo   me   il  mio amico Mario  in queesta  lucida   analisi  ha  sbagliato   il  termine .  Levi non è inattuale  ma  attuale .   qui   la  discussione  completa  

Levi inattuale: i sommersi e i salvati

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 12 gennaio 2026)


Parleremo del Primo Levi “antropologo”: una lettura che è rinvenibile fin dalla sua prima opera, Se questo è un uomo (edita per la prima volta da De Silva nel 1947), un titolo molto preciso, quasi programmatico. Così come non è casuale che l’arco della sua scrittura si chiuda 40 anni dopo con una summa antropologica della sua riflessione sui campi, ovvero I sommersi e i salvati, un libro del 1986, l’anno prima della morte.
Apro e chiudo subito la questione della morte – il quasi certo suicidio – di Primo Levi, con una nota raggelante: un bambino di 10 anni disse una volta, nel corso di una discussione sulla shoah, che la morte per suicidio di Levi rappresentava la vittoria postuma dei nazisti. Preferirei lasciare in una sospensione di pietoso rispetto la questione e dedicarmi piuttosto al “nocciolo” di quel che il pensatore Levi ebbe da dire.

La scrittura di Levi, fin da Se questo è un uomo, catalogato come “romanzo” (oggi si direbbe “memoir”), eccede il genere autobiografico o memoriale, per porsi fin da subito nel territorio dell’antropologia filosofica. Nel chiedersi come sia stato possibile operare una deumanizzazione così radicale nel corso degli anni ‘40 nel cuore dell’Europa (quell’Europa che si vantava di aver creato il più avanzato stato di civiltà umana), Levi si sta anche chiedendo che cosa si debba intendere per “umano”, “natura umana”, e quali sono i pericoli nei quali l’umanesimo incorre ancora oggi.
Già in Se questo è un uomo – che pure ha l’urgenza di raccontare – è evidente questa intenzione, che si realizzerà poi compiutamente ne I sommersi e i salvati (anticipato da un capitolo che porta lo stesso titolo), saggio che possiamo ritenere il suo lascito testamentario più prezioso.
A chi si rivolgono questi testi? Primo Levi lo dice chiaramente nell’esergo:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
…considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome…

Sta parlando a quella che con un’estensione potremmo chiamare la “zona d’interesse” (prendendo l’espressione in prestito dal romanzo di Martin Amis, diventato di recente un film) – quella zona confortevole, ed estendibile in termini spazio-temporali, che ha una vista cieca sulle vittime, che finge che non esistano – ad Auschwitz come a Gaza, nel mar Mediterraneo o in Sudan, come in tutti i luoghi in cui l’umanità di un uomo, di una donna o di un bambino vengono negati. Levi usa parole dure e rigorose, come è nel suo stile, e giunge fino a maledire chi volge lo sguardo:

O vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

Non sarà più tollerabile che un uomo venga annichilito senza che un altro uomo abbia da dire o da eccepire qualcosa. Già in questa indifferenza si annida il seme del male. Così come nello sguardo di Pannwitz, il chimico che lo esamina e che fa dire a Levi: «quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania».
E di fatti Levi rileva anche come manchino le parole per esprimere tutto questo, parole che vanno faticosamente trovate: «allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo».
Levi ha compreso fin da subito quale fosse l’entità di questa demolizione, e lo dice molto chiaramente in una pagina di Se questo è un uomo, nel capitolo dedicato al Ka-be, l’infermeria: «abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci “ricordati che devi morire”, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia». Ovvero ciò su cui ha insistito a lungo Giorgio Agamben, con la categoria di nuda vita: nel campo è la parte biologica di sé a voler sopravvivere, sulle spoglie della “personalità”, dei tratti più originali del nostro essere umani.
Muselmanner – quelli che già in Se questo è un uomo Levi definì “i sommersi” – rappresentano con estrema precisione la cifra del male inflitto, coloro «sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero».
Una riflessione antropologica che non viene dunque calata dall’alto, ma che si origina dal vissuto – che è sempre un sentito ed un pensato insieme, anche se – come vedremo – il campo finisce per annichilire proprio il sentire ed il pensare, come i tratti più profondi dell’umano.
Levi ha ben chiaro che l’esperienza del campo non è un’eccezione, che lì è sì accaduto qualcosa di unico e di contingente – come sempre nella storia – ma che un certo modo di intendere le relazioni umane (o meglio, un certo modo di negarle, che definirei “irrelatezza”) era all’opera, e può sempre essere all’opera. È questo abisso, che è parte umbratile e forse ineliminabile della natura umana, che occorre portare alla luce e tenere sotto controllo. Il nazismo non è stato un evento diabolico ed inspiegabile: più volte Levi dice che è accaduto, dunque può ancora accadere, perché sa che qualcosa di più profondo, di più generale, direi di più metafisico è all’opera.
Non è un caso che Roberto Esposito, nel suo recente saggio Il fascismo e noi, parli del nazismo e del fascismo come di eventi che non possono essere confinati alla contingenza storica, ma che appaiono piuttosto “macchine metafisiche”. Io credo che tutto questo sia ancora ampiamente all’opera, e che stia per riaccadere oggi. La paura maggiore di Primo Levi rischia di essere una realtà.
In sostanza, quel che a me interessa mettere in luce è l’attualità (o, se si vuole, l’inattualità) di Primo Levi, identificando, soprattutto nel testo scritto più a mente fredda, più meditato, ovvero I sommersi e i salvati, i nodi ancora incandescenti. Che poi scandiscono alcuni dei capitoli che lo compongono; è su tre di questi che vorrei soffermarmi in particolare:

-la zona grigia
-la vergogna
-la violenza inutile

Fin da Se questo è un uomo, Levi parla del lager come di una “gigantesca esperienza biologica e sociale”. È nell’ultima pagina che ci viene suggerito un altro meccanismo di questo laboratorio, ovvero quello della reificazione, del rendere oggetto, cosa, strumento inerte un uomo – che, non a caso, veniva definito nei campi Stück, pezzo: «è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo».
Attraverso questa riduzione a cosa, a nuda vita, a vita animale, si crea nel campo un inedito mondo sociale e relazionale, si vengono a produrre tipi antropologici imprevedibili, accade una vera e propria metamorfosi del mondo umano.

 segue  su   Levi inattuale: i sommersi e i salvati – La Botte di Diogene – blog filosofico

omologazione linguistica per chi vuole aderire alla Ue

 unione  sarda  22\1\2026

 Ma  è possibile     che   a  fare   tali discorsi    siano  solo  la  destra  (   a  livello  politico\ partitico  ideologico )  o i populistri e  i qualunquisti  ⁎


https://copilot.microsoft.com/shares/pages/vtPmuaHnM1uLZsCkTpwMP


22.1.26

La capacità del castoro di costruire dighe è un prodotto dell’evoluzione? O è frutto di un progetto? secondo me entrambe le cose



da un opuscolo lasciatomi da i testimoni bottega all'associazione del commercio equo e solidale .






Troy Harrison/Moment via Getty Images




Le dighe costruite dai castori possono misurare fino a 850 metri di lunghezza e 5,3 metri di altezza. Come fanno i castori a costruire strutture così grandi ?
Per prima cosa abbattono e tagliano alberi che generalmente hanno una circonferenza inferiore ai 30 centimetri. Conficcano rami robusti sul fondo di un corso d’acqua perché fungano da pali verticali, e intrecciano rami e canne tra i pali. Poi stabilizzano la struttura ancorandola al fondo con grandi rocce e fissandone le due estremità a un albero o a un grosso masso. Sul lato a valle della diga aggiungono anche dei pali di rinforzo per fare in modo che la struttura resista meglio alla corrente. Sul lato a monte, invece, sigillano la diga con ramoscelli, erbacce e fango. Inoltre costruiscono canali di scarico su entrambe le estremità della diga per deviare l’acqua in eccesso, e quando ci sono forti piogge li ampliano.


Rappresentazione schematica della diga di un castoro in cui si vedono (1) pali verticali, (2) rami intrecciati, (3) pali di rinforzo, (4) rocce di ancoraggio e (5) ramoscelli ed erbacce misti a fango

Secondo i ricercatori, le dighe costruite dai castori hanno effetti positivi sull’ambiente circostante. Per esempio, riducono l’erosione del suolo, migliorano la qualità dell’acqua e innalzano il livello delle acque sotterranee. Inoltre, in molti casi, corsi d’acqua che prima andavano in secca iniziano a scorrere tutto l’anno. Le dighe riducono anche l’impatto delle inondazioni creando zone umide che assorbono l’acqua durante le forti piogge. Quando scoppia un incendio, queste zone umide possono perfino costituire una barriera naturale contro il fuoco e restano spesso le uniche aree in cui continua a crescere la vegetazione. Inoltre, le zone umide che si formano grazie alle dighe dei castori creano l’ambiente adatto per molte specie animali.
A seguito di uno studio, alcuni scienziati hanno concluso che “le dighe dei castori sembrano strutture ideate da un ingegnere”. In effetti, in Nordamerica dei ricercatori hanno costruito molte dighe simili a quelle dei castori. Quindi non c’è da stupirsi che i castori siano stati spesso chiamati “ingegneri dell’ecosistema”.po

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXVIII : CI VUOLE PRUDENZA ANCHE NELLA SCELTA DELLE AMICIZIE +Educazione emotiva nelle amicizie ?

 Ancora una volta vogliamo invitarvi alla prudenza, questa volta riferendoci al criterio con cui scegliere le amicizie. Dovete ricordare che non tutte le persone che si professano amiche hanno intenzioni sincere o si dimostreranno leali nel momento del bisogno. Questo è un promemoria per valutare le persone non solo in base alle loro parole, ma anche alle loro azioni e al tempo. Non date per scontata la sincerità di chi si professa vostro amico. Una persona può comportarsi in modo amichevole, ma avere intenzioni diverse. L’amicizia si dimostra coi fatti.
Per scoprire se un amico è affidabile, dovete osservare il suo comportamento nel tempo e in diverse situazioni. L’a#dabilità si dimostra con azioni concrete.Osservatene la coerenza tra parole e azioni. Mantiene le promesse, per esempio? Se dice che farà una cosa, la fa davvero? Le persone affidabili rispettano gli impegni presi.È puntuale? Rispe!are il tempo altrui è un segno di rispetto e addabilità. I ritardi e le scuse indicano inaffidabilità.Valutate la sua presenza nei momenti diffcili, perché il vero banco di prova dell’amicizia è la difficoltà. C’è quando avete bisogno di aiuto? Un amico $dato non scompare quando avete un problema o una crisi: offre supporto emotivo o pratico senza che voi dobbiate elemosinarlo.Festeggia i vostri successi sinceramente? Un amico leale non prova invidia, ma gioisce per la vostra felicità e i vostri traguardi. Testate la sua discrezione e la sua riservatezza, che sono legate all’affidamento che potete fare su di lui. Condividete con lui informazioni personali o confidenze delicate. Un amico affidabile non userà mai quelle informazioni contro di voi né le spiffeererà ad altri.Fate a"enzione a come parla delle altre persone quando non sono presenti. Chi spe!egola con voi, farà lo stessso su di voi con altri. Infine, analizzate l’equilibrio della relazione, che deve essere reciproca e mai a senso unico. In questo modo saprete su chi poter contare nella malaugurata ipotesi in cui doveste essere vittime di un’aggressione.

Ora    ad  una prima lettura    sembra  che      quest  articolo dello specialista antiagressione   Antonio Bianco sia  uno  di quelli   scritti   quando non si  ha  niente  da  dire  . Ma    rileggendo     c'è  da dire  che   considerare i femminicidi nella scelta delle amicizie è parte di una più ampia consapevolezza dei segnali di rischio legati a comportamenti violenti o di controllo nelle relazioni interpersonali. Non si tratta di selezionare amici solo sulla base del rischio di femminicidio, ma di sviluppare attenzione verso atteggiamenti di possesso, controllo ossessivo o mancanza di rispetto per l’autonomia altrui, che possono manifestarsi anche in contesti non romantici e che riflettono dinamiche più ampie di violenza di genere.
Ecco alcuni punti chiave da considerare:
  • Riconoscere i segnali di abuso e controllo precoce: Individui che mostrano comportamenti eccessivamente possessivi, gelosia patologica, tentativi di isolamento sociale o manipolazione emotiva possono essere potenzialmente a rischio di sviluppare condotte violente in altre relazioni. Un'amicizia sana si basa su rispetto reciproco, fiducia e autonomia individuale.
  • Comprendere le origini dei comportamenti violenti: I femminicidi, come indicano gli studi psicologici e sociologici, spesso derivano da combinazioni di mascolinità tossica, percezione di controllo sulla vita altrui, disturbi della personalità o modelli appresi di violenza in famiglia. Essere consapevoli di certi atteggiamenti nei propri amici può aiutare a prevenire situazioni di abuso.
  • Educazione emotiva e relazionale: La scelta delle amicizie può essere guidata da criteri di sicurezza emotiva e rispetto reciproco. Circondarsi di persone empatiche, comunicative e rispettose delle libertà individuali sostiene non solo la propria serenità, ma anche la creazione di reti sociali più sicure.
Attenzione    a  nn confondere prudenza con pregiudizio in  quanto    non sempre  tutte le manifestazioni di disagio emotivo o difetti di carattere indicano pericolo di femminicidio. L'attenzione deve concentrarsi su modelli coerenti di comportamento coercitivo o violento, senza generalizzare o stigmatizzare.
In sintesi, monitorare i segnali che possono precedere forme di violenza, anche indiretta, è utile in qualsiasi tipo di relazione, comprese le amicizie. Una selezione consapevole delle relazioni permette di proteggere se stesse e di promuovere ambienti sicuri, basati sulla reciproca dignità e rispetto. La prevenzione del femminicidio passa anche dalla capacità di riconoscere comportamenti tossici prima che degenerino in situazioni pericolose.
 quindi    mi.  chiedo    Educazione emotiva nelle amicizie? ecco  cosa    mi  ha   giustamente      riposto la IA  di Bing  
L’educazione emotiva rappresenta un pilastro fondamentale nello sviluppo delle relazioni interpersonali, comprese quelle amicali, contribuendo a prevenire comportamenti violenti e a promuovere il benessere sociale e psicologico. La sua importanza si amplifica in contesti sensibili come la prevenzione dei femminicidi e della violenza di genere.
1. Educazione Emotiva e Relazioni Amicali
Consapevolezza e gestione delle emozioni: Apprendere a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni permette agli individui di comprendere anche quelle degli altri, favorendo empatia, ascolto attivo e rispetto reciproco.
Regolazione dei conflitti: Competenze emotive avanzate contribuiscono a gestire dissapori e fraintendimenti senza ricorrere all’aggressività o alla coercizione.
Sviluppo di relazioni significative: Le amicizie basate su rispetto, fiducia e comprensione emotiva forniscono un ambiente protettivo che riduce l’isolamento e il rischio di comportamenti problematici.
2. Collegamento con la Prevenzione dei Femminicidi
Educazione affettiva precoce: Insegnare ai bambini e agli adolescenti a riconoscere e rispettare i confini altrui, a comunicare apertamente e ad esprimere emozioni in maniera sana promuove relazioni non violente (4, 7).
Sviluppo dell’empatia e rispetto reciproco: La capacità di mettersi nei panni degli altri riduce atteggiamenti dominanti o coercitivi, che sono spesso alla base dei fenomeni di violenza di genere.
Contrastare stereotipi di genere e dinamiche di potere: L’educazione emotiva consente di riconoscere e sfidare schemi culturali che giustificano la sopraffazione, aprendo la strada a relazioni più eque.
Strumenti pratici e metodologie: Tecniche come il circle time, i giochi di ruolo, lavori di gruppo e attività di riflessione emotiva permettono agli studenti di sperimentare empatia, cooperazione e gestione dei conflitti (4, 7, 5).
3. Benefici Trasversali
Miglioramento della salute mentale e benessere complessivo; riduzione di ansia, depressione e aggressività (5, 6).
Rafforzamento del senso di responsabilità personale e sociale, rendendo gli individui maggiormente consapevoli dei propri comportamenti e delle loro conseguenze.
Creazione di contesti sicuri e inclusivi, sia scolastici sia sociali, capaci di promuovere la crescita emotiva continua.
Conclusione
L’educazione emotiva nelle amicizie e nelle relazioni interpersonali non è solo uno strumento per migliorare la qualità dei legami, ma costituisce una strategia essenziale per prevenire forme di violenza, inclusi i femminicidi. Coltivare competenze emotive, empatia e consapevolezza del proprio e altrui vissuto emotivo sin dalla giovane età contribuisce a costruire comunità più rispettose, sicure e solidali. Investire in programmi di educazione affettiva rappresenta pertanto un intervento educativo, sociale e culturale di primaria rilevanza.

Riferimenti principali:
Santagostino Psiche, Educazione affettiva: perché è utile 
Marisa De Domenico, L’educazione emotiva a scuola: un bene di prima necessità  da   https://www.psinfantile.com/psicologia-scolastica/leducazione-emotiva-a-scuola/

Carnevale

 




A Carnevale si frigge perché è una festa di eccesso.
È un tempo in cui ci si lascia andare un po’.
L’olio che sfrigola era un lusso:
non si usava così, tutti i giorni.
Un piccolo strappo alla regola,
un modo per dirsi che per una volta
si poteva fare di più.
Si friggeva per ridere,
per stare insieme,
perché si mangia ancora così:
appena fatto, ancora caldo.
Chiacchiere, frittelle, castagnole
nascono così:
si prendono con le mani
e non resta mai nulla.
Perché il Carnevale, in fondo,
è questo:
un momento in cui ci si concede qualcosa,
sapendo che poi si tornerà al quotidiano.

                               Lorien-L'Eco del Silenzio


21.1.26

diario di bordo n 157 anno IV come è dura essere garantisti davanti ad orribili delitti e a morti che si potevano evitare per le cure pseudo scientifiche come il metodo hamer



In questo post Andrea Scanzi riassume quello che più o meno populisticamente pensiamo tutti\e davanti   simili   barbarie  e   nefandezze  

Stando agli inquirenti, questo soggetto ha cenato con la moglie e il figlio di dieci anni. Poi accompagna il figlio dai nonni materni.
Poi torna. Uccide la moglie (con cui si stava separando). Il giorno dopo carica il cadavere nel bagagliaio della macchina e lo sotterra con un’escavatrice in un campo adiacente alla ditta di rufamiglia.
Cinque giorni dopo denuncia la scomparsa, finge di di cadere dal pero. Cerca in ogni modo di depistare e sviare (peraltro maldestramente) le indagini.
Poi lo beccano e fa scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Ora il suo legale dice che, se non lo avessero beccato, si sarebbe comunque costituito spontaneamente. Ne emerge il quadro dell’ennesimo maschio sfigato che non accetta che una storia finisca, che ha un’idea orrendamente possessiva e machista della donna. Il classico soggetto che incontri al bar o in palestra e ti sembra “normale”, persino “simpatico”, ma che nasconde una pochezza morale e una ignoranza belluina feroce. Il mondo è pieno di soggetti così. Retrogradi, violenti, ottusi e pericolosissimi. Tanto schifosi quanto imperdonabili.Dovrei essere garantista, ma in questi casi faccio davvero fatica. Vado proprio fuori di testa. Mi limito solo a dire che, laddove l’impianto accusatorio fosse confermato, uno così non dovrebbe più uscire di galera.


e

  da  leggo.it




Francesco Gianello

Respinta dalla Corte d'Assise di Vicenza la richiesta di rito abbreviato per i genitori di Francesco Gianello imputati di omicidio con dolo eventuale dalla Procura berica. Mamma e papà, Martina Binotto e Luigi Gianello sono, infatti, accusati di aver ritardato diagnosi e terapie cercando, secondo il pm, di curare il figlio di 14 anni, malato di tumore, con la “dottrina Hamer”.
Gli imputati
Gli imputati erano per la prima volta presenti in aula nella giornata di oggi, martedì 20 gennaio. Il collegio ha disposto l'acquisizione degli atti d'indagine e l'acquisizione dei documenti della Procura dei Minori di Venezia, che aveva aperto un procedimento per la sospensione della potestà genitoriale dopo che il caso era stato segnalato. Acquisito anche un supplemento d'indagine depositato dalla Procura, che riguarda telefonate intercorse tra chi aveva seguito il 14enne dopo la notizia della chiusura delle indagini. La Corte ha poi deciso di non ascoltare i testimoni; saranno invece sentiti i consulenti tecnici della difesa, dell'accusa e la mamma del giovane.
Il caso
Il caso risale al 2024 e la luce su quanto accaduto è stata accesa solo dopo la morte del 14enne, avvenuta all'ospedale San Bortolo di Vicenza: già una segnalazione, infatti, era arrivata ai servizi sociali del comune quando, però, le condizioni dell'adolescente erano troppo critiche. Mamma e papà, dopo aver scoperto la malattia del figlio - un osteosarcoma al femore - e dopo aver percorso le classiche cure suggerite dai medici che li avevano seguiti, si sarebbero poi rivolti a un medico padovano 'specializzato' nella pseudo-terapia di Hamer. Il 14enne, però, dopo varie visite in diversi ospedali, tra cui quello di Perugia, era arrivato a Vicenza, dove poi è morto all'inizio del 2024. La procura vicentina, con il pubblico ministero Paolo Fietta, nel frattempo aveva già raccolto un dossier sul caso e avviato l'indagine
Metodo Hamer: cos'è
Ma che cos'è il metodo Hamer? La risposta arriva direttamente dall'Airc, l'organizzazione che da decenni sostiene la ricerca oncologica, che ha chiarito: «Il cosiddetto metodo Hamer, anche noto come Nuova medicina germanica, e la sua variante chiamata biologia totale, si basano su un insieme di pseudo-teorie che non sono mai state sottoposte a una sperimentazione scientifica seria». Airc precisa subito che il presupposto sul quale si fonda questo metodo è che «il tumore sia frutto di un conflitto psichico». Presupposto che, come viene dichiarato dall'organizzazione, è totalmente inconsistente. «Oltre a essere infondati, i principi del metodo negano tutto quello che è stato scientificamente dimostrato sul funzionamento dell’organismo sano e di quello malato - precisa Airc -. Nella teoria del metodo Hamer sono presenti idee razziste e antisemite. Il metodo, inoltre, rinnega l’uso dei farmaci, provocando ai pazienti che lo seguono gravi ritardi nell’inizio delle terapie e trasformando così tumori curabili in forme incurabili».

I compiti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau L'inferno di Auschwitz, la storia degli ebrei resi schiavi e costretti ad aiutare i nazisti

 Fino agli Anni Ottanta la storia che stiamo per raccontare non la conosceva nessuno o o quasi . Le atrocità compiute dai nazisti nei campi di concentramento e sterminio sono andate ben oltre l'annullamento della vita e della dignità. Hanno distrutto ogni centimetro d'anima di milioni di uomini,

prima che ebrei, riducendoli in schiavitù e costringendoli ai compiti più atroci. Li hanno resi complici del genocidio della loro stessa gente, senza possibilità di rifiuto. È la storia del Sonderkommando ("unità speciale"), scoperta per puro caso nel 1980 da uno studente di un istituto forestale, intento a scavare per piantare alberi. Lavorava per ripristinare le belle foreste che un tempo punteggiavano il paesaggio di Oświęcim, nome polacco del tedesco Auschwitz. Dal terreno spuntò all'improvviso una valigetta di pelle, tra i mozziconi di sigaretta e le radici avvizzite. Dentro c'era un pezzo di Storia. ecco  i loro  compito  

20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».